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lunedì 14 febbraio 2022

ALTRO CHE SAN VALENTINO – Non c’è Amore tra il Jazz e le politiche culturali.

Raccolgo e condivido volentieri il pacato intervento di Stefano Maltese, figura chiave del Jazz siciliano - ma di rilievo internazionale - agitatore culturale con la sua ricerca personale che prende “forma pubblica” con l’associazione Labirinti Sonori e la sua Label di diretta emanazione che, in merito alla candidatura della bellissima Siracusa come capitale della cultura 2024, comunica apertamente lo stupore di non essere stato nemmeno interpellato dalle Amm.ni locali, nonostante la sua Storia.


Con una ciclicità oramai scontata, ma non per questo meno dolorosa, abbiamo visto e segnalato nel tempo la stessa sorte toccare al Open Jazz Festival di Ceglie, diretto dal compianto Faggiano, al Talos Festival di Ruvo di Puglia, creato e diretto per quasi trent’anni da Pino Minafra, al Bari in Jazz diretto da Roberto Ottaviano o all’Open World Jazz Festival di Ivrea, diretto da Massimo Barbiero e, purtroppo, a tanti altri…


Ogni volta l’assessore di turno (tanti, forse troppi?) o non ha proprio risposto o, come nel caso di Siracusa, si è difeso dietro la “chiamata alle armi” a cui ognuno poteva partecipare di sua spontanea volontà; pratica presumibilmente legittima nel criterio dell’appello pubblico ma manchevole nel rispetto dell’identità culturale e della memoria storica conclamata sul territorio che l’Assessore deve per forza conoscere.


Dice bene Gianni Morelenbaum Gualberto: «I responsabili di un progetto artistico devono conoscere il mondo in cui agiscono, meglio persino di coloro che lo vivono. È Lei che deve andare a cercare gli artisti, anche se conosco abbastanza bene il mondo della politica per immaginare che Assessori e cortigiani varî siano abituati ai questuanti che strisciano alle loro porte, rendendo omaggio a un potere che sa di provincialismo bizantino. Insomma, poiché voi non conoscete il mondo di cui pretendete di occuparvi, volete la manina alzata come per coloro che a scuola vogliono andare di corsa al bagno».


Quello che trovo ancor più strano è la scarsa presenza degli altri musicisti “per fare cerchio” intorno a casi come questo e, soprattutto, la quasi totale assenza sul pezzo della “critica ufficiale”, cioè la carta stampata specializzata. Siamo stanchi? Ci stiamo abituando al peggio? Accettiamo ogni decisione come inesorabile?


Io credo che se non facciamo sentire la nostra voce, pur se piccola come la mia, prima o poi non ci sarà più nulla per cui suonare (a parte le commissioni miserrime di Spotify) né, tantomeno, qualcosa che valga la pena raccontare (a parte le veline dei Festival Vatuttobene, grazie). 

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Art by Mario Schifano
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Oggi non è che il ricordo di ieri, e domani non è che il sogno di oggi.
The Prophet, Kahlil Gibran

venerdì 12 novembre 2010

C'è da fare questa guerra, e la farò - Intervista a Massimo Barbiero


Batterista e percussionista da più di vent'anni "on stage", con quasi trenta dischi a proprio nome - o con i gruppi da lui ideati - di cui uno votato come migliore disco del Mese da “DONW BEAT”, evento mai accaduto ad un gruppo italiano, tre DVD e tre libri dedicati, Massimo Barbiero è compositore della maggior parte delle musiche dei gruppi in cui opera, ed i suoi lavori sono stati recensiti in Italia, Francia, USA, Germania, Austria, Canada, Giappone.


Il suo nome è stato inserito nella “Penguin Guide to Jazz”, la più importante pubblicazione di jazz del mondo, e da anni è attivo come insegnante sul territorio (ha fondato la scuola di musica moderna - Music Studio). È Presidente dell’Ivrea Jazz Club, dell’organizzazione dell’Euro Jazz Festival d’Ivrea, ed è il creatore del Open World Jazz Festival.


Le sue collaborazioni vantano nomi con musicisti di fama internazionale come Carlo Actis Dato, Elton Dean, Harry Beckett, Mino Cinelu, Alexander Balanescu, Maria Pia De Vito, Billy Cobham, Antonello Salis, Giancarlo Schiaffini, Claudio Cojaniz, Nihar Metha e molti altri.

Le sue partecipazioni hanno avuto come palcoscenico i più importanti Festival europei, oltre a tutti quelli nazionali, tra cui: Siena Jazz, Euro Jazz Festival, Chaumont (Francia), Belgrado (Jugoslavia), Pristina (Kosowo), Locarno (Svizzera), Sardegna “Musica sulle Bocche”, Cremona (Progetto Jazz), Volterra Jazz, Jazz & Wine of Peace, Festival internacional Universijazz in Valladolid (Spagna), Clusone Jazz.  


Con un curriculum così ricco, un musicista potrebbe occuparsi solamente di suonare, comporre e organizzare ogni tanto, solo per il piacere di farlo, ed invece il protagonista di questa intervista non crede che tutto nel jazz accada "a mezzanotte circa", come nel bellissimo film di Bertrand Tavernier e non ama assumere pose da artista arrivato, anzi dice:

«sono anche un pò annoiato dalla figura dell'artista bohemien, dalla parodia del suonatore di jazz degli anni Cinquanta che molti musicisti di casa nostra tengono viva in maniera un pò pittoresca. Non sono disponibile ad andare in giro per club a suonare standard. La mia cultura non è quella dell'artista disordinato e stralunato. Io vengo dalla fabbrica, sono stato anche nel consiglio sindacale dell'Olivetti. Parto dalla base concreta che è la mia scuola di musica di Ivrea e su quella base cerco di costruire la mia vita di tutti i giorni.»


A mio parere, inoltre, un'esperienza di tale livello, con una vasta documentazione delle sue molteplici sfaccettature, dovrebbe ricevere il giusto ritorno mediatico e, soprattutto, il meritato spazio di espressione nelle programmazioni concertistiche, che però confondono sempre più i concerti con gli aperitivi, che barattano meschinamente la creatività, il confronto con l'attualità ed i nuovi fermenti culturali con l'intrattenimento, ed è impossibile pensare che questo possa andare a genio con un profilo del genere, che afferma:

«Vanno fatte scelte, prima che musicali, di vita, altrimenti la musica che suonerai sarà solo la manifestazione della tua inconsistenza, e non importa con quante scale, settime diminuite o modulazioni la riempirai.» 


E' sempre più raro, al giorno d'oggi, sentire un musicista affermato parlare in questi termini: «Il jazz - e la musica in genere - non può essere rassicurante, non deve distrarre, l'arte deve portarci a pensare, nel caso contrario ha fallito la propria necessità.»

Ed è ancor più prezioso il fatto che Massimo Barbiero, questo il nome da cui scaturiscono tali pensieri, in naturale oscillamento tra il senso etico ed una personale idea filosofica, abbia accettato di percorrere "questa strada" cioè il web per farlo, anzichè la tradizionale critica su carta stampata, onorandoci della sua presenza, unica nel panorama italiano.


Tra i gruppi da lui ideati, sicuramente il progetto più longevo ed interessante è quello chiamato Enten Eller, un quartetto jazz contemporaneo fondato nel 1984, indirizzato verso una ricerca timbrica e ritmica che raggiunge il massimo dell'espressione nella libertà di composizione e nell'improvvisazione solistica (Alberto Mandarini, Maurizio Brunod e Giovanni Maier), e che al suo interno ha inglobato da Tim Berne a Javier Girotto come voci aggiunte, e speciali.

La sua seconda importante creatura è ODWALLA, nata nel 1989 come un ensemble di sole percussioni che vive di una scrittura più complessa e ragionata, nonostante la riduzione essenziale all'aspetto primordiale della musica, al suono primigenio fatto di pelle, legno e metallo (Matteo Cigna, Andrea Stracuzzi, Alex Quagliotti, Stefano Bertoli, Doudù Kwateh).

Anche in questo progetto si aggiungono di volta in volta voci nuove ed amiche come Billy Cobham, Doussou Tourrè, Peppe Consolmagno, Lamine Sow, Lao Kouyate, Nihar Metha o l'ultima grande guest, Famoudou Don Moye, che incontrerà il gruppo nella serata che avrà luogo giovedì 11 novembre, e non è per una ricerca di sapori etnici che Barbiero apre sul palcoscenico globale, quanto piuttosto per mischiare linguaggi, pronunce e culture, unica via per comprendere meglio il mondo in cui viviamo.


La creazione musicale di Barbiero è trasversale a tutte le arti, in cui ognuna si nutre reciprocamente dell'altra, ed include la danza, la fotografia ed il cinema (su tutti il Progetto del 2006 ispirato a “Il settimo sigillo ” di Ingmar Bergman).

Ovviamente c'è anche la letteratura, che rappresenta fonte inesauribile di ispirazione e di approfondimento, già dal nome del suo primo gruppo: Enten Eller è il titolo dell’opera principale del filosofo danese Søren Kierkegaard (pubblicata in italiano come Aut-Aut).
Il primo incontro dello stesso gruppo con Tim Berne, ha per titolo "Melquiades" (1999), un personaggio magico di Gabriel García Márquez che abita le pagine di "Cent'anni di solitudine" ed un altro disco, che vede sempre la presenza di Berne nell'organico, s'intitola "Auto da Fé" (2000), ispirato dall'unico romanzo di Elias Canetti.

Anche nei lavori più recenti, come Marmaduke (2009) con l'immancabile Maurizio Brunod, Claudio Cojaniz e Alexander Balanescu, la letteratura è uno special guest, in questo caso con una frase di Jean Paul Sartre riportata nel booklet che dice: «Non temere, non cederò. Farò loro orrore, poiché non ho altro modo di amarli, darò loro degli ordini, poiché non ho altro modo di obbedire. Rimarrò solo, con questo cielo vuoto sopra la mia testa, poiché non ho altro modo di essere con tutti. C'è da fare questa guerra, e la farò.»


Mai frase come questa mi è sembrata più attuale e più aderente alle tematiche che da qualche tempo cerco di approfondire. E' da questo incipit che parte l'intervista.

JfI: Massimo, ci spieghi cosa sta succedendo con quello che ancora viene chiamato il Festival Jazz  di Pavone? 

MB: Ma, è difficile spiegare, posso fare una riflessione sul programma del Festival Jazz  di Pavone (?), che ad ogni modo ci rifiutiamo di chiamare Open Jazz, non riconoscendolo come tale.

Spacciare questa “cosa” per un “festival” e chiedere contribuiti pubblici è veramente il limite a cui credevamo non si potesse giungere…..e tutto questo tra il silenzio generale… L’imbarazzo per simili comportamenti in questo territorio ormai non ha più nessuna decenza. Questa è una rassegna di una qualunque birreria torinese, una festa di paese….con che coraggio si può spacciare per un festival ?
Noi abbiamo invitato la stampa ad informarsi sul curriculum dei musicisti che si esibiranno. Prova né è che non esiste una promozione in termini nazionali, né sulle riviste di settore né alcun tipo di organo d’informazione se non locale. E questo solo pochi giorni prima dell’inizio, se fosse una cosa seria sarebbe irresponsabile una simile promozione.

(Barbiero fa riferimento al Luglio 2010, periodo in cui ho realizzato l'intervista - N.d.A)


Il rispetto per chi suona non è in discussione, ma il valore di mercato della manifestazione e meno di zero, nessuno partirebbe mai da Biella o Aosta per una simile manifestazione, ed i festival si fanno con criteri oltre che culturali soprattutto turistici, devono esser volano per fare scoprire il territorio, questo avviene in tutto il mondo.

Le nostre edizioni avevano nomi come Jeff Berlin, Billy Cobham, Miroslav Vitous, Paolo Fresu, Horacio Hernandez, Gianluigi Trovesi,Tenores de Bitti, Danny Gottliebed, Percussionisti del Regio, Carlo Actis Dato, Adam Naussband, Odwalla, Enten Eller, Ellen Cristhe, Claudio Lodati, ecc…..giornalisti e fotografi di livello europeo.
Tutto questo è stato distrutto in pochissimo tempo.

Ci consola sapere che quella che consideriamo la vera edizione, la nona si terrà a novembre come gli ultimi tre anni tra Ivrea e Banchette il cui livello non è mai sceso e ha nei suoi ideatori (gli stessi che da 30 edizioni lavorano sull’Euro Jazz Festival) l’elemento di continuità,serietà e soprattutto qualità,che non è mai stato tradito.

Ciò che spiace e rischiare di venire confusi come Ivrea Jazz Club con quella situazione,da noi creata, ma da cui vogliamo oggi fortemente prendere le distanze.
Questo per chiarezza e trasparenza, qualunque iniziativa anche amatoriale come questa, è benvenuta, ma non si può spacciare Tavernello per Barolo ai danni di cittadini che non conoscono a fondo la materia di cui si tratta, è questione, prima di tutto, d’onestà intellettuale.
Ma soprattutto perché questo è un lavoro serio e responsabile, e noi non possiamo rischiare per la nostra immagine di venir confusi con simili operazioni.


JfI: I contributi pubblici sono importanti per un Festival del genere, dove la progettualità si slega dagli obiettivi di rientro del profitto e dove lo spettacolo punta alla ricerca ed alla qualità anzichè al mero intrattenimento? 

MB: Sono importanti, ma non sono più destinati a quell’obbiettivo da tempo, o almeno per molte situazioni, di tagli, chiusure di festival o “trasformazioni”. Mi spiego meglio: sarebbe troppo semplice leggere come la conseguenza dei soliti due presupposti:
1) operatori culturali incapaci, mediocri politici, mediocri uomini piccoli filistei che hanno responsabilità più grandi di quanto essi siano in grado di comprendere.
2) Una vendetta per cambio di fazione politica post elezioni, per distruggere tutto quello che hanno fatto quelli prima…


Secondo me c’è né una terza, ed è da diversi anni che avanza, ho provato ad esprimerla in qualche intervista negli ultimi anni, mi mi pare non venga colta.

Cioè sino a qualche tempo fa pochi consideravano i festival jazz utili, strategici per la propria immagine, economicamente interessanti. Sembravano più che altro elementi da usare in determinati contesti per rilanciare una località, dove il caso vi aveva fatto nascere un’amante della musica e/o un musicista che più o meno gratuitamente avrebbe messo a disposizione tempo, energia e passione per la realizzazione di un’idea.
Per un politico, un uomo di potere, era più utile comprare una squadra di calcio, una tv… ma ormai i soldi sono sempre meno e le occasioni diminuiscono…

Quindi perché i festival jazz ? quelli piccoli, nicchie di contenuti musicali, artistici, umani e anche turistici (non è una così brutta parola se usata in modo costruttivo, tipo “i suoni delle dolomiti”)…
Perche..? Perchè bisognava trovare il modo di dare a qualcuno del denaro, non sempre sono appalti, cattedre, ospedali….no si può anche solo strappare a chi l’ha creata una manifestazione e darla da gestire al proprio figlio, alla propria amante o qualcuno che il partito ha deciso che deve essere “sistemato”...

L’ho vissuta sulla mia pelle questa violenza, questo pattume culturale, becero e privo di una qualsiasi dignità…. Serve una coscienza, forse non di classe, ma una coscienza si, altrimenti non sparirà solo Ceglie, Pavone ed altri Open Jazz… ma anche Clusone o S.Anna Arresi…..o peggio verranno ripensati come allegri e spensierati aperitivi dove deambulare tra un accordo di piano ed un paio di libri da scambiarsi (ma non da leggere), credendo di essere immersi nella cultura con qualcuno che ci spiegherà poi come tutti noi non abbiamo capito nulla del mondo che sta cambiando.


JfI: Cosa spinge un musicista a tenere vivo un Festival jazz nell’Italia di oggi?

MB: Mah, forse la passione o la necessità d’impedire che qualche speculatore se ne impadronisca, anche l’utilità di sviluppare propri progetti perché no, ma che ad ogni modo credo ancora legittimo e utile (senza l’euro jazz non avremo cominciato una collaborazione con Berne). Di certo non il denaro quello se vuoi fare un festival con un’idea forte, non di consenso, non potrai che usarlo per la manifestazione.  


JfI: Ma è possibile che in questo paese ci stiamo abituando all’idea che le istituzioni e la ricerca culturale siano agli antipodi? 

MB: Temo che siamo ormai ben oltre quanto dici, non c’è neanche stata una discussione, sto aspettando quando ci si desterà scoprendo in che stato siamo, dove siamo….ma questa classe politica è in grado di percepirlo ? vorrei dirti si, non sai quanto lo vorrei, ma temo che ce la stiamo raccontando tra di noi questa miseria. Altrove si parla di Reality e legittimo impedimento e tutto con la stessa passione, negli stessi contesti, con la stessa miseria.


JfI: Tu hai fatto tournée in diverse parti del mondo, e collabori con musicisti internazionali. Questo ottuso atteggiamento di chi detiene il potere, è “una storia tutta italiana”? 

MB: Con tutta l’umiltà che posso metterci, credo proprio di si.
La situazione almeno per quanto riguarda la musica e l’arte, solo in Francia, Germania o Olanda, è del tutto diversa. Il rispetto e la comprensione di quanto ciò sia una risorsa per la comunità in quei luoghi è percepito molto più chiaramente, qui non solo non è percepito dal cittadino medio, ma la classe politica piano piano l’ha trasformata in una risorsa “promozionale” per se stessi….come se Wagner o Marsalis esistessero principalmente per permettere a qualcuno di mettersi in mostra di riflesso.    


JfI: Secondo te, come mai pochissimi musicisti italiani hanno accolto questa discussione? Non dovrebbero essere loro i primi ad avere interesse nella salvaguardia della "biodiversità" nel jazz? 

MB: Mah, qui tutti tengono famiglia, i musicisti/strumentisti, specie i jazzisti (quelli di oggi, quelli italiani) con una cultura più propensa a “fatemi suonare, a me va bene così..”
Difficilmente vedono, capiscono come il denaro muova anche interessi personali dietro finte manifestazioni culturali.
Difficilmente comprendono ciò che il free, il sessantotto, la coscienza di classe insegnava che siamo tutti sfruttati. Non sto facendo un trito ragionamento marxista, ma penso soprattutto a testi fondamentali, come quelli di Leroy Jones o Comolli, Carles… non siamo in America, non siamo neri….? Quindi non possiamo essere comunque sfruttati….?

È una lettura troppo banale…?  Forse, ma a non vedere cosa stava succedendo, non ci si è accorti che qualcuno con dei festival jazz è diventato ricco, che altri usano meno della metà del budget per organizzarlo, che nessuno è in grado né ha voglia di infilarsi in una critica di questo tipo, o sul progetto culturale (quando c’è) o a cosa ci può essere dietro a determinate operazioni. Sto parlando della maggioranza, certo che so che molti musicisti e giornalisti condividono queste riflessioni, ma forse quelli che possono permetterselo e che hanno scelto una coerenza intellettuale. 


JfI: E la critica specializzata, si schiera al fianco dei musicisti in cui crede, fornisce feedback negativi a progetti deboli o, piuttosto, è assente? 

MB: C’è pigrizia, stanchezza nella critica… poi c’è quella guidata che deve promuovere qualcosa o qualcuno, stessa cosa per i festival.
Fingere di non vederlo è da ingenui o illusi, potrei accettare più semplicemente di non avere talento ma visto che molti di quelli come te, hanno sentito in questi anni che qualcosa c’è, diventa pesante “resistere” a questa onda di qualunquismo e a volte anche di interessi privati. 


JfI: Il rimedio all’omologazione culturale, dovrebbe partire dai musicisti stessi, dai critici che non si schierano abbastanza o dal pubblico che, finché l’educazione musicale nelle scuole dell’obbligo italiane sarà ferma al flautino ed al triangolo e la TV deterrà il potere, dovrà fare una fatica doppia? 

MB: Secondo me è che non si avverte nemmeno il problema.
Io insegno, il mio rapporto con gli allievi è prima di tutto umano, parlare di Davis o di Peter Gabriel di Sartre o di Tolkien mi sembra naturale, ma loro sono come dire “spenti” nessuno li ha mai innescati, accesi. C’è una scuola, un contesto sociale amorfo, finto, privo di curiosità… che li priva di quella naturale propensione a cercare. La musica nelle scuole ? i licei musicali ? meglio tacere e non dire cosa c’è dietro a tutto questo vuoto…..chissà cosa direbbe Pasolini oggi ?


JfI: C'è stato un momento in cui l'impegno sociale e la ricerca culturale era voluta e sentita da tutti (penso agli anni Settanta). Poi c'è stato un declino dei sogni e l'affermazione della mercificazione di tutti i valori (ed intendo gli anni Ottanta). Ora c'è questa frattura, che sembra indolore, che in realtà nasconde la malattia di non pensare a come stiamo ed offre la cura nel fare i soldi con un gratta&vinci o con uno scoop pecoreccio. Esiste ancora una speranza nel futuro del jazz? 

MB: Per me è come disse Samuel Beckett, io suono perché non so fare altro (non parlo di tecnica, o di sopravvivenza economica) ma di ciò che da un senso alla mia vita, di ciò che mi rende “libero”. A quel punto poco importa il resto, ma credo, citando Tolkien, che “c’è sempre speranza”, anche per il jazz quindi.



JfI: Non ho mai pensato che una musica come il jazz potesse morire, e tutte le volte che l’ho sentito o che l’ho letto, la musica che amo ha sempre dimostrato una vitalità inaspettata. Ma di questi tempi…
Tu pensi che si debba iniziare a scavare qualche fossa? 

MB: No non ancora, dobbiamo solo evitare di diventare autoreferenziali, di chiudersi in piccole nicchie, di essere confusi con i prodotti da salotti televisivi, ciò che è finto credo sia destinato a non sopravvivere. Ci sono musicisti nella nostra “categoria” che da tempo hanno trasformato il suonare in mettere in mostra ciò che sanno fare, ecco non dobbiamo inseguire quel modello credo sia lì l’errore.
E quello di una certa critica di non saper vederlo o per limiti o per opportunismo. 


JfI: Per salvare il jazz – e soprattutto le nostre coscienze – pensi che dobbiamo andare in guerra? 

MB: Si dovrebbe sapere chi è il nemico però….che a volte è dove meno te l’ho aspetti, spesso vicino a te.


JfI: Personaggi come Peppo Spagnoli, patron della Splasc(h) che ha pubblicato gran parte dei tuoi lavori, sono in via di estinzione, purtroppo, ma fin’ora le tue produzioni hanno sempre goduto di buona distribuzione di ottimi riscontri critici, eppure la presenza dei tuoi gruppi dal vivo è cosa rara nei cartelloni delle manifestazioni italiane.
Secondo te il motivo è culturale, politico o “semplicemente” imprenditoriale, per il modo in cui s’intende la produzione dai gestori di locali, che sono spesso anche i nuovi direttori di Festival jazz? 

MB: Si collega a quanto già detto, panorama di festival appiattito, privo di coraggio, organizzatori che mirano al facile consenso, al mero guadagno, una certa critica che ha ridefinito “l’idea d’immagine” del jazz, quindi serve suonare standars e avere una cantante figa… un po’ come per i gruppi rock da birreria, che devono fare per forza le cover. L’originalità non è più un valore per quel tipo di mercato. Se dovessi guardare le recensioni avute nella mia vita dovrei aver fatto migliaia di concerti e guadagnato parecchio… 


JfI: L’ultimo lavoro degli Enten Eller – Ecuba, Splasc(h) 2010 – vede la presenza di Javier Girotto, come voce speciale aggiunta ad un progetto unico. L’ultima volta che avete avuto un ospite di rilievo, anche la critica internazionale se n’è accorta. Cosa ci dobbiamo aspettare da questo ultimo disco?

MB: Niente, noi siamo contenti del lavoro, di come Javier si è riconosciuto nel progetto, come accadde del resto con Tim Berne, il resto viene dopo. Quando suono o penso un progetto non faccio calcoli di quanti concerti porterà quel musicista se fa il cd con noi… non né sono capace né m’interessa… in “Euclide” suonò Achille Succi, Jazzman in Francia gli diede cinque stelle, eppure l’esterofilia della critica italiana notò di più Berne… potrei raccontare aneddoti imbarazzanti rispetto alla critica, da molti ho imparato cose importanti riguardo quel che avevo suonato (Sessa, Martinelli, Leonardi, Buttafuoco, Bazzurro), in altre situazioni ti chiedi se hanno idea di cosa sia un do maggiore.


JfI: Negli ultimi anni la tua produzione ha avuto uno sviluppo esponenziale, superando le barriere del supporto fisico (CD, DVD, Book) così come fai nella tua musica, abbattendo gli steccati tra stili e musicisti. Cosa c'è nel futuro immediato di Massimo Barbiero? 

MB: Suoniamo a breve al festival di Valladolid in spagna con Enten Eller, poi alcune cose con Odwalla, altre in duo con la cantante Rosella Cangini ed una danzatrice, probabilmente un nuovo progetto da incidere quest’autunno (molto particolare) ma aspettiamo di finirlo. Anche se il problema è che non si suona, suonano sempre gli stessi e suonano le stesse cose, la visibilità è minima, cd come “Marmaduke” sono stati ignorati dalla top ten dello scorso anno (nonostante recensioni stellari), certo io sono finito tra i migliori batteristi (probabilmente convogliando il mio solo Nausicaa, Odwalla e Marmaduke).

Forse Enten Eller meriterebbe qualche attenzione in più, no? La recensione di Daniela Floris ha colto bene secondo me il senso del cd, così come si stupì del fatto che Odwalla si vede troppo poco in giro… Ma a parte la solidarietà e la stima rimane il fatto che rispetto alla mole di lavoro svolto si suona troppo poco…

Scusa lo sfogo, speriamo che questa volta qualcuno in più si accorga del lavoro fatto. 


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tutte le immagini sono di
Paul Klee 1879-1940

tutte le foto sono di
*****

domenica 4 luglio 2010

Soffiare sul Fuoco - Intervista a Roberto Ottaviano

Who wants to kill Jazz? #3

Piccolo Nudo - 1964

Il discorso sui Festival Jazz e le politiche culturali delle Amministrazioni italiane, iniziato con il post sull'Open Jazz Festival di Ceglie, e proseguito con l'intervista a Gianni Lenoci, continua a dispiegare i suoi tanti aspetti, non senza partecipazione o contraddizioni in essere.

Ad esempio Francesco Martinelli, con il quale intrattengo da diverso tempo rapporti di scambio "epistolare", che ringrazio infinitamente per mettere a disposizione la sua esperienza e per indicarmi sempre "altre" strade, nonostante la sua partecipazione ed il malessere nel vedere un'altra creazione culturale dissolversi sotto le maglie dei mancati investimenti, mi dice:
« considero un errore da parte degli organizzatori di festival il non costituire una propria associazione che gestisca il festival su commissione degli enti locali. In questo modo ci si consegna mani e piedi legati ai politici dell'ente gestore, precludendosi allo stesso tempo la possibilità di fare il festival con risorse proprie, accedendo ad altri fondi (regione, CEE, privati) e non traendo nessun insegnamento nè dalla lezione dei  festival come quello di Ruvo (ultimo analogo esempio  in ordine di tempo) nè da quella del tradizionale associazionismo del movimento operaio e sindacale nè da quella dei collettivi di musicisti ancora operanti (LMC, AACM) che per usare l'espressione di un grande e dimenticato pugliese, Giuseppe Di Vittorio, sono riusciti a fare la mossa del cavallo »

In effetti, a mio parere, questo apre ad una nuova via di ragionamenti, legati alla forza di una proposta ed alla salvaguardia della propria idea che deve essere si condivisa, ma non ceduta, perchè una volta  possono essere le istituzioni locali, un altra un premier o vicepremier di turno e, un'altra ancora, un investitore privato che guarderà al bilancio anzichè al programma.

Nel frattempo le adesioni sono aumentate con interventi di Massimo Barbiero (la prossima intervista), Stefano Maltese, Pasquale Innarella, Cavallanti & Tononi e Luca Aquino, che ha dato piena partecipazione, nonostante il suo nome figuri nel cartellone del Festival snaturato di Ceglie e gli interventi si esprimono sempre di più in un ambito globale, con una forza incendiaria dilagante, come questo che segue.

Testa d'uomo (Diego) - 1961

"Il sax è un veicolo ed il jazz è oggi più che mai un mezzo per contattare altre realtà e comunicare delle cose".

Un affermazione del genere potrebbe far pensare ad un grande Maestro come Duke Ellington, Charlie Mingus, John Coltrane o Miles Davis, perché hanno comunicato attraverso il jazz senza farsi mai mettere il bavaglio dalle etichette, ed invece è la sintesi di Roberto Ottaviano, sassofonista, compositore e didatta, e la dice lunga sulla statura della sua figura in seno al panorama musicale di questo Paese.


Attivo dai primi anni Ottanta, Roberto Ottaviano ha debuttato nel 1983 con l'album "Aspects" in cui si dimostra già maturo per incidere alcuni brani in solo e, negli altri, si circonda di personalità fortemente significative della "New Way of Italian Jazz" come Giancarlo Schiaffini e Carlo Actis Dato.

Ma in quello studio nel pieno centro di Bari, città dove Roberto è nato il 21 dicembre del 1957, tra le bianche e basse case del porto, il sassofonista ebbe l'intuizione di volere anche un giovane e sconosciuto trombettista, che apporterà un notevole contributo alla diffusione del jazz del nostro paese:
«Per me era la prima volta in uno studio di registrazione e fu in quell'occasione che per la prima volta mi ascoltai. Ascoltando dalla regia mi resi conto con piacere e stupore non solo che il mio timbro era sufficientemente caldo ed umano, ma che si amalgamava bene con quello degli altri strumenti suonati da colleghi certamente più esperti di me. La musica di Ottaviano era molto libera e avanzata rispetto a quello che avevo fatto fino ad allora. Vedevo i miei colleghi e Roberto annuire all'ascolto del tema che avevo appena esposto o dell'assolo, come se fossi stato un solista navigato capace di camminare sull'acqua o, peggio, sui carboni ardenti sopra i quali avevo l'impressione di trovarmi.» *

Diego seduto mentre legge il giornale - 1952/53

Nel suo primo disco, in perfetto equilibrio tra scrittura ed improvvisazione, Roberto Ottaviano sembra voler racchiudere tutte le sue future intenzioni ed elabora già da allora la sua poetica.
Le particolari combinazioni delle varie personalità musicali, in sintonia o in antitesi con il suo lessico personale, e la ferma volontà di intervenire negli ambiti cosiddetti tradizionali, per aggiornarne la struttura dalle fondamenta, daranno vita ad un dialogo nuovo, avanzato ed inaudito rispetto al jazz italiano degli anni Ottanta, che delineerà la cifra stilistica del sassofonista barese degli anni a venire.

Già dal suo esordio, quindi, verrà considerato come una delle voci europee più interessanti, uno dei profili strumentali più significativi, un uomo curioso ed atipico nel panorama nostrano, che vive la sua progettualità artistica lontano dalle mode, con vera poesia, con coraggio e coerenza.
Roberto Ottaviano nasce jazzman, insomma.


Poi gli incontri con i suoi mentori, come Lester Young e John Coltrane amati sui dischi, ma anche Evan Parker e Jimmy Giuffre con i quali partecipa ad alcuni workshop e, su tutti, Steve Lacy, con il quale approfondirà lo studio del soprano, nel periodo '80 -'86 tra Parigi e l'Italia. Contemporaneamente sente il bisogno di una formazione "pura", ed inizia ad approfondire la propria tecnica strumentale con il grande virtuoso classico Federico Mondelci.

Nei suoi trent'anni in jazz, Ottaviano non incide moltissimo a proprio nome «perché in un mondo che ha perso l'intervallo, che non conosce più l'attimo per fermarsi a riflettere su ciò che accade, io preferisco "scendere"» dice, ma in tutte le sue formazioni Roberto non ha perso di vista il "cuore del problema", cioè quello di utilizzare la sua Arte per comunicare una visione onesta, creativa, attuale e libera dai condizionamenti, sia nei gruppi a proprio nome come i Praxis, Six Mobiles, Pow Wow, Parabola, Koinè, Icaro o Pinturas sia nei progetti nei quali appare, come la MinAfric Orchestra di Pino Minafra, i Nexus di Cavallanti & Tononi, la Mitteleuropa Orchestra di Andrea Centazzo, il quintetto "Africa Mood" con il batterista sud africano Louis Moholo.

La Piazza - 1948

In questi anni ha collaborato e condiviso il palcoscenico, e la propria passione, con alcuni fra i più importanti musicisti americani, europei ed extraoccidentali, molto vari per stile e concezione ma ugualmente spinti dalla stessa aspirazione inventiva.

Alcuni fra questi: Dizzy Gillespie, Art Farmer, Mal Waldron, Pino Minafra, Reggie Workman, Andrew Cyrille, Albert Mangelsdorff, Chet Baker, Enrico Rava, Tomasz Stanko, Georg Grawe, Franz Koglmann, Barre Phillips, Keith Tippett, Giorgio Gaslini, Paul Bley, Steve Swallow, Irene Schweizer, Palle Danielsson, Kenny Wheeler, Ran Blake, Henry Texier, Paul Bley, Aldo Romano, Myra Melford, Tony Oxley, Misha Mengelberg, Han Bennink, Francis Bebey, Trilok Gurtu, Lamina Kontè, il "Singing Drums" di Pierre Favre.

Inoltre, dal 2005, Roberto Ottaviano è direttore artistico del Festival Bari in Jazz, e vorrei partire proprio da qui con le domande.

Ritratto di Mme Marguerite Maeght - 1961

JfI: Roberto, cosa spinge un musicista a tenere vivo un Festival jazz nell'Italia di oggi?

RO: Ovviamente rispondo per me. Sento come una specie di impegno morale nei confronti di tutti coloro che hanno contribuito a creare questa meravigliosa sintesi di arte ed umanità, di modernità “ecologica”, di rispetto ed evocazione dello spirito degli antenati, di bellezza tangibile e stimolo intellettuale. Naturalmente c’è poi l’esigenza di rendere più vivibile lo spazio intorno a me.


JfI: In una città del nostro bellissimo sud è più difficile?

RO: Tutto qui è più difficile. Paradossalmente solo i frutti della natura, seppur coltivati con sacrificio, crescono prepotentemente anche se vengono spesso distrutti perché sacrificati alle logiche del “mercato” (come le coltivazioni di pomodori nel Brindisino, etc…).

L’aspirazione ad una evoluzione dinamica e la responsabilizzazione delle Amministrazioni pubbliche, la lungimiranza mecenate di alcune imprese private e la sete di cultura delle comunità, sembra che da noi non riescano proprio ad attecchire.

Ritratto di James Lord - 1964

JfI: I contributi della Provincia o del Comune sono importanti per un Festival del genere, dove la progettualità si slega dagli obiettivi di rientro del profitto e dove lo spettacolo è offerto gratuito a tutti?

RO: Sono essenziali. La “politica” culturale può certamente orientarsi verso scelte diverse, diversi contenuti, ma tuttavia non può esimersi dall’occuparsi, per l’appunto, di cultura. L’idea di molti nostri amministratori di fare cultura attraverso la realizzazione di “eventi” che hanno come semplice equazione il fatto di riempire le piazze e far ballare le folle, è demagogica e falsa. A destra e a sinistra.

Lungi da me voler dare definizioni assolute di cultura, ma ritengo che il compito di una Amministrazione pubblica sia quello di sostenere in tutti i modi quelle iniziative che servano a far crescere una comunità, a creare degli scambi attivi, a mettere in moto dei processi individuali e collettivi attraverso i quali i cittadini possano diventare migliori e migliorino le relazioni personali ed interpersonali.
L’intrattenimento è un'altra cosa.
Lo spettacolo che possiede già una sua forte visibilità ed un indotto commerciale non ha bisogno del sostegno delle Istituzioni. Né tantomeno artisti, agenzie ed associazioni che li promuovono.

Annette col maglione rosso - 1961

JfI: Ma è possibile che in questo paese ci stiamo abituando all'idea che le istituzioni e la ricerca culturale siano agli antipodi?

RO: In passato la cosidetta classe politica che popolava le istituzioni era complessivamente di diverso profilo. Tra le sue fila c’erano più persone che provenivano da contesti di una certa levatura intellettuale. Il “Berlusconismo” è stata una svolta epocale che ha travolto e devastato tutto generando l’illusione di un annientamento dei regimi, creandone di fatto uno solo più forte, trasformando l’informazione, la formazione, i desideri, le necessità e capovolgendo i valori.

A me è capitato di sentire una affermazione di un Assessore che volentieri “auspicava” la fuga di questi cervelli rompicoglioni. A questo punto è quindi naturale che la “ricerca culturale” sia diventata sinonimo di “fanullonismo”. Al dramma poi aggiungiamo la beffa che la Berlusconite ha contagiato anche la sinistra che nello pseudo tentativo di emanciparsi da questa malattia ne ha contratto invece tutti i sintomi. Il “cazzeggio” impegnato o l’impegno nel cazzeggiare, certi feticci strumentalizzati su cui varrebbe la pena di effettuare qualche studio antropologico (I Blues Brothers, i Balcani, la Taranta e la musica brasiliana, il Mediterraneo…….).

Molti di coloro che ci hanno preceduto, e che incalzavano i politici, si sono ritirati a vita privata, alcuni fra noi cominciano ad essere davvero stanchi e diradano il loro impegno, le nuove generazioni sono pericolosamente divise tra quelli che si allattano alle mammelle di “Amici” e “Uomini e donne”, Corona e Belèn, i fratelli Vanzina, i vari Millionaire , e tra quelle che ritengono davvero, aimè, che Renzo Arbore ed il suo Sud populista e da cartolina, la Dandini, Veltroni, Vasco e MTV, siano una possibile alternativa.

Gli antipodi cui fai riferimento dunque stanno diventando sempre più una distanza cosmica.

Ritratto di Jean Genet - 1957

JfI: Tu hai fatto tournée in diverse parti del mondo, e collabori con musicisti internazionali. Questo ottuso atteggiamento di chi detiene il potere, è "una storia tutta italiana"?

RO: Fino a qualche tempo fa credevo di sì ma debbo dire che, confrontandomi con amici e colleghi d’oltralpe e d’oltreoceano, il fenomeno sta diventando globale.
Scene come quelle dei vari G8 e G20 di recente, in cui i potenti e le loro “corti” sembrano sempre più “staccati” dal mondo reale, i loro privilegi che crescono mentre il pianeta va in malora e con esso degrada tutto, sono un brutto segno.

La maggioranza sopravvive, si adatta, prende le misure e si accontenta di ciò che sembra indispensabile (ovvero ciò che la Televisione gli dice che è indispensabile) aspirando al “Bingooooo!!!!”, mentre una minoranza vive in un eterno golden resort.

with Reggie Workman & Andrew Cyrille

JfI: Secondo te, come mai pochissimi musicisti italiani hanno accolto questa discussione? Non dovrebbero essere loro i primi ad avere interesse nella salvaguardia della "biodiversità" nel jazz?

RO: In verità non è che nel nome del Jazz siamo tutti uguali o simili. Anzi. Molti vivono una idea del Jazz che è una continua Swing Era. Una euforia costante e cialtrona in cui si afferma una diversità dagli altri ma in fondo è solo l’ostentazione di uno status differente, per non mischiarsi, risultando invece molto “omologati”. Questi non sanno neppure quali siano state le ragioni che hanno spinto Ellington a scrivere “Money Jungle” o Roach “Freedom Now”, Coltrane “Alabama” o Mingus “Haitian Fight Song”. Per loro la musica non serve a far discutere, serve solo ad avere un “look”.

Pure alcuni di quei musicisti che in anni non sospetti erano attivisti di un Jazz, che magari non ritenevano dovesse essere “veicolo sociale”, e che però incarnava un pensiero forte, oggi dichiarano che i tempi sono cambiati. Che non serve più essere “contro” a tutti i costi. Che la rivoluzione non interessa più a nessuno. Di questo passo non solo il sistema ci fagociterà nel suo mortifero humus, ma non avremo più domande e la musica sarà solo una grande unica ed appiattita risposta.

Ritratto di Caroline - 1964

JfI: C'è stato un momento in cui l'impegno sociale e la ricerca culturale era voluta e sentita da tutti (penso agli anni Settanta). Poi c'è stato un declino dei sogni e l'affermazione della mercificazione di tutti i valori (ed intendo gli anni Ottanta). Ora c'è questa frattura, che sembra indolore, che in realtà nasconde la malattia di non pensare a come stiamo ed offre la cura nel fare i soldi con un gratta&vinci o con uno scoop pecoreccio.
Esiste ancora una speranza nell'alchimia culturale del jazz?

RO: Credo nel valore dell’autonomia. Il Jazz mi ha insegnato questo. Proprio negli anni ’70 di cui tu parli io sono maturato come adulto con e grazie al Jazz. Anni in cui era possibile ancora ascoltare le suites del Duca e le visioni elettriche di Miles, la drammaturgia di Archie Shepp e la voce autentica e non costruita di Ella, le sperimentazioni dell’A.E.O.C. e quelle di tanti improvvisatori radicali europei. Se si recupera questa varia ricchezza e la si distoglie dal misero chiacchiericcio cabarettistico verso cui oggi, artefici molti organizzatori e autorità mass-mediatiche, tendono a portarlo, allora forse quell’alchimia potrà ancora funzionare ad ampio respiro. Viceversa sarà solo una bombola d’ossigeno come riserva personale per chi la praticherà.

Ritratto del Professor Corbetta - 1961

JfI: Tu, nel 2008 a Ceglie, hai riproposto il progetto JAZZERIE, con Nico Stufano, Maurizio Quintavalle e Mimmo Campanale, riunendo quello storico gruppo dopo vent'anni. Qual'era il senso di quell'operazione?

RO: Pierpaolo Faggiano ha creduto nell’operazione ripropositiva a distanza di una vera e propria epoca dall’origine di quel progetto, una specie di omaggio ad un tipo di “proto-gruppo” del genere in Puglia. Per me è stata l’occasione per ritrovare vecchi amici con i quali abbiamo condiviso un periodo della nostra storia musicale, ma niente di più. Credo di essermi espresso meglio e con maggiore identificazione in altri contesti.


JfI: Che ricordo hai di quel Festival e di quella cittadina?

RO: Per me il Ceglie Open Jazz Festival era una specie di roccaforte per una certa progettualità musicale. Come lo sono stati l’Europa Jazz Festival di Noci ed il Talos di Ruvo. Come per quelli comunque ci volevano degli amministratori coraggiosi. Senza, era purtroppo prevedibile che fosse destinato ad essere spazzato via dal 7° cavalleggeri, segregando i suoi animatori all’interno di una riserva. Al suo posto ovviamente, altrettanto prevedibile, un bel festivalino stelle strisce e spaghetti.

Secondo me bene farebbero gli artisti interpellati a disertare per rispetto a ciò che il Festival è stato (ma si sa come spesso siano ricattabili anche con un piatto di lenticchie…..), e meglio farebbero gli Amministratori a non vituperare un progetto che “è stato” e, se proprio non sanno farne a meno, ideare una cosa completamente diversa. E’ sempre più facile racimolare consenso immediato piuttosto che rimboccarsi le maniche e fare un lavoro di educazione e stimolo della curiosità, serio ed impegnativo.

La storia non è nuova e ormai facciamo la conta tra i vari festival che subiscono questa sorte in Italia. Il fatto è che il Ceglie Open Jazz Festival era già una riserva, con sostegni risicatissimi.

La madre dell'artista - 1937

JfI: "Un Dio Clandestino", «sempre più nascosto e costretto a rivelarsi in condizioni di grande difficoltà», come dici tu, è il titolo del tuo ultimo lavoro. Titolo tristemente attuale ma che indica un riferimento, forse una speranza. Com'è il Dio al quale ti rivolgi, uomo di oggi e musicista di jazz?

RO: Un Dio che si interroghi una volta di più e non una di meno. Che sappia dare il peso alle parole ma ancora di più ai fatti. Che trovi il tempo senza perderlo. Che sappia accarezzare ma che sappia anche menare le mani. Un Dio che non si atteggi o che si attribuisca a tutti i costi un ruolo ma che sappia vivere il suo tempo in pace con gli altri cercando sempre più di capirne le ragioni e che offra il suo spazio per stimolare le riflessioni. Un Dio che partecipi alle Jam Sessions!

Ritratto di Yanaihara - 1958

JfI: Non ho mai pensato che una musica come il jazz potesse morire, e tutte le volte che l'ho sentito o che l'ho letto, la musica che amo ha sempre dimostrato una vitalità inaspettata. Ma di questi tempi...
Tu pensi che si debba iniziare a scavare qualche fossa?

RO: Oggi più che mai. Arriva un momento dell’esistenza in cui o stai da una parte o stai dall’altra. Devi prendere posizione, se hai preso coscienza…

Spazi dialettici quanti ne vogliamo, ma poi dobbiamo dichiararci. Non possiamo continuare a vivere nell’opportunismo e spacciare una cosa per un'altra. Insieme al libero mercato ci ritroviamo questa idea ambigua che ci deve essere spazio per tutti, che tutta la musica è bella, che basta un sax e l’improvvisazione.

Cominciamo col pretendere maggiore rigore ed informazione. Carta stampata, radio e opinion leaders che blaterano di cose che neanche conoscono, fanno danni irreparabili e dipingono un mare anonimo in cui si annega facilmente.

Caroline - 1961

JfI: La tua oculata produzione ci ha abituati a "frutti" pregiati, come un ottimo vino d'annata. Ci sono progetti speciali nel tuo immediato percorso artistico ed evolutivo?

RO: Sto per fondare una mia etichetta discografica. Visto che fino ad oggi non sono riuscito a trovarne una che potesse davvero svolgere un lavoro soddisfacente dal punto di vista degli investimenti sulla promozione e della diffusione, tanto vale che ci provi in proprio. Molti artisti si stanno orientando in tal senso e del resto tanti altri lo hanno già fatto in passato (vedi ad esempio Paul Bley e Ornette).
Il primo disco potrebbe essere un lavoro che registrerò a New York il prossimo autunno.

L'uomo che si rovescia - 1950

JfI: Roberto, grazie per il tuo tempo e, soprattutto, per la tua musica.

RO: Grazie a voi per “soffiare sul fuoco”……


* Paolo Fresu " Musica Dentro " - Feltrinelli, Milano - ottobre 2009

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Tutte le immagini sono di
Alberto Giacometti
1901 - 1966

"...non costruisco se non distruggendo,
non avanzo se non voltando le spalle alla meta."