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martedì 24 dicembre 2019

Chet Baker 4et Live at Teatro degli Infernotti, Torino December 19, 1979


Ph by Luciano Viti

Chet Baker era nato ieri. Questo non aggiunge molto alla sua biografia, ma è un dato di fatto. Chet Baker è stato indubbiamente uno tra i più ispirati ed irripetibili musicisti jazz, ed anche questo dovrebbe essere cosa nota ai più, ed il condizionale non è utilizzato a caso.

«Ti posso garantire che molti musicisti giovani, anche tra quelli che suonano con me e che sono fantastici, non hanno mai ascoltato il Quartetto di Gerry Mulligan con Chet Baker, che è per me una pietra miliare del Jazz, non solo perché Chet non ha mai più suonato come suonava lì, ed infatti è esploso proprio con quei dischi del ’52-’53, quando ha vinto anche il referendum [1]. Poi Chet ha fatto altre cose, anche quelle molto belle e poetiche, ma come suonava in quel contesto non ha più suonato, con quella agilità e rapidità di pensiero, quella capacità di tradurre in suono tutto quello che gli passasse per la testa… originalissimo… a volte sembrava un Don Cherry con tecnica, eppure “non sapeva niente”… ma te lo ricordi il solo di Chet su Bark for Barksdale?[2] viene dopo un assolo di Mulligan, buono ma molto tradizionale, e poi entra lui con una frase che io ogni volta mi chiedo da dove gli sia mai arrivata quella espressione lì, è imprevedibile e pazzesca… Questo è stato il gruppo che mi ha proprio aperto le porte al Jazz moderno e poi da lì…»[3]


Eppure le tragiche situazioni che hanno affollato la sua vita pubblica, e travolto ovviamente quella privata, hanno facilitato l’approccio di molti nel trattare Chet Baker più come un’icona da idolatrare o smitizzare, offuscando così la sincera ricerca musicale o sminuendo il suo spessore di musicista. Basterebbero i titoli di alcuni magazines dell’epoca per capire meglio cosa intendo dire, visto che pubblicavano a titoli cubitali frasi infelici tipo “Il Veleno del Jazz” (Il Reporter 36 – 1960), oppure “La Magica Tromba di Chet Baker è caduta nella Fossa delle Vipere” (Il Tirreno – 1960), o “La Paura mi Aspetta alla Porta” (L’Europeo – 1961) e “La Tromba Avvelenata” (Epoca – 1961), fino ad “Amici Italiani Aiutatemi Voi” (Novella 35 – 1963) o ancora “Chet Baker: Storia di Dolore” (Down Beat – 1964).


Chet Baker era nato il 23 dicembre 1929 a Yale, in Oklahoma ed è stato indubbiamente uno tra i più ispirati ed irripetibili musicisti jazz. 

Io voglio ricordarlo così, più con la sua musica spesso inedita (e nel LIVE che segue lo è nel vero senso della parola) che con le sue luci ed ombre d’umanità, le stesse di ognuno di noi.

CB, Halema e Chesney Aftab, Milano Feb. 1960

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Chet Baker Quartet
Recorded Live at Teatro degli Infernotti, Torino
December 19, 1979

Chet Baker (trumpet, voc #2, #5),
Dennis Luxion (piano),
Riccardo Del Frà (bass)
Roberto Gatto (drums)

Ph by Ralph Quinke


CB Quartet, Live in Torino 1979 - Part One

1. Someday my prince will come - 9:10
2. But not for me – 10:55
3. ‘Round midnight – 12:15
4. Broken wing – 10:08

         CB Quartet, Live in Torino 1979 - Part Two

5. There will never be another you – 15:52
6. Once upon a summertime – 13:24
7. Blue ‘n boogie – 11:45






[1] New Star award in DownBeat’s first International Jazz Critics Poll in 1953
[2] Gerry Mulligan Quartet – Fantasy, 1953
[3] Intervista ad Enrico Rava, Novembre 2019

sabato 28 aprile 2012

"Down" _ Chet Baker 4tet _ Live at the Subway Club Cologne _ 22 March, 1980 _ 3rd Set



“An Afternoon at Home” e “Down”.
Con queste altre due lunghe tracce, si concludono le registrazioni che ci restano a memoria di quella intensa giornata passata nel Subway Club da Chet Baker, in compagnia di Nicola Stilo al flauto, Riccardo Del Fra al basso e Dennis Luxion al piano, il 22 marzo 1980. Quasi due ore e mezza di musica filata, per fortuna fissata su nastro da Rudolf Kreis, patron della CIRCLE Records, che altrimenti sarebbe rimasta soltanto nelle emozioni dei fortunati avventori di quel piccolo club di Colonia.

In realtà la discografia compilata da compilata da Thorbjørn Sjøgren riporta ancora due tracce suonate in quella giornata, Tempus Fugit di Bud Powell e Night Bird di Enrico Pieranunzi, non comprese nell’edizioni in vinile e solamente la seconda traccia è stata pubblicata nell’edizione in CD di questo live.


La traccia a firma di Bud Powell ha una storia affascinante, che vale la pena riportare, anche se, come tutte i racconti che costituiscono la storia di una musica in gran parte documentata e in parte leggendaria, meriterebbe un approfondimento. Si racconta che nel novembre del 1947, durante una rissa in un bar di Harlem, Powell fu colpito alla testa e necessitò di cure mediche. Venne così trasportato prima al Harlem Hospital, poi al Bellevue e, dieci giorni dopo, venne richiesto ricovero presso il Creedmoor State Hospital, un ospedale psichiatrico. Diversi elettroshock, e le continue terapie farmacologiche, segneranno per sempre la sensibilità del pianista di New York, che sarà ricoverato frequentemente, come all’inizio del 1949.


Il 19 gennaio di quell’anno Pearl Young, la madre di Bud Powell, si reca a visita presso il Creedmoor e chiede il permesso di far uscire il figlio per permettergli di fare una seduta di registrazione per Norman Granz. Il 23 febbraio Powell viene accompagnato da un infermiere in uno studio, dove lo attendono Ray Brown al basso e Max Roach con la sua batteria, dove registra sei brani, che vedranno la luce solamente nel 1956. Appena il trio termina "All God's Chillun Got Rhythm" ultimo brano registrato in quell’occasione, Bud Powell viene nuovamente “scortato” in ospedale.
La prima traccia, appunto, portava il titolo di “Tempus Fugue-it”, una delle sue composizioni più raffinate che, purtroppo, Bud Powell non ha più ripreso nella sua, pur breve, intensa carriera discografica.


Chet Baker affronterà questo tema per la prima volta nel 1975, in un live al Village Vanguard di New York e lo riprenderà almeno una ventina di volte nel suo repertorio, ogni volta che la vertigine della velocità toccava i suoi sensi, come nel live al “Le Dreher” di Parigi, registrato nel giugno 1980, che state ascoltando dopo quella incisa da Powell.

Ma torniamo al terzo set di quella gig del 20 marzo 1980, ed al disco che ne è stato registrato. Due tracce resteranno negli archivi degli appassionati, dicevamo, “An Afternoon at Home” e “Down”.


È curioso notare nella ricerca di Chet Baker, oggi che ha appena superato la soglia dei cinquant’anni, la volontà di recuperare brani appena sfiorati nella sua giovinezza, per attualizzarli e renderli nuovamente utili alla costituzione del suo odierno repertorio.
E non è cosa scontata, ‘chè tanto Baker ha sempre suonato vecchi standards di trent’anni fa, direte voi, tantomeno in questo momento, perché mai come in questi ultimi dieci anni Chet è stato aperto a lasciarsi innamorare da nuove canzoni.


Penso a “Leaving” o a “Beautiful Black Eyes”, incontrate per la prima volta nel 1978, a “Love for Sale”, avvicinata appena un anno prima, a “Beatrice”, frequentata dal 1979 o a “Night Bird”, conosciuta solo nel 1980, a “Arbor Way” o alla bellissima “Estate” del 1983, a “Portrait in Black and White” del 1986 e potrei continuare, tanti sono i brani che ormai possiamo definire nuovi standards. Eppure, in questo lungo concerto tedesco, Baker sembra essere immerso nei suoi ricordi migliori quando, a metà degli anni Cinquanta, era all’apice del successo.


Infatti, il primo dei due brani che concludono la registrazione del live at Subway Club del 1980, è stato scritto da Russ Freeman, ed inciso per la prima volta nel novembre 1956 da Chet Baker, col quartetto condiviso con l’autore del pezzo.
Chet riprenderà “An Afternoon at Home” per altre tre sole volte, a distanza ravvicinata, e poi se ne dimenticherà nuovamente. La prima in un concerto con lo Stuttgard Jazz Group, con ospite il trombettista e Charlie Mariano all’alto, registrato in germania il 21 gennaio 1980, la seconda al Club Le Dreher di Parigi, con un giovanissimo Maurizio Giammarco, documentata dal video di Léon Terjanian il 29 febbraio dello stesso anno e l’ultima in questa serata al Subway Club, ventiquattro anni dopo averla suonata con il suo amico Freeman.


Anche Down fu suonata da Baker per la prima volta nell’ultima settimana del luglio 1956, subito dopo il rientro negli USA dal suo primo tour europeo, in quella maratona musicale avvenuta al Forum Theater di Los Angeles in compagnia di Bobby Timmons e Phil Urso, tra gli altri. Ma questa song, a differenza di “An Afternoon at Home”, diventerà uno degli standard preferiti da Chet Baker negli ultimi anni, che la suonerà almeno per una trentina di volte, questo ci risulta tra le tante serate che, in qualche modo, si sono salvate dall’oblio del tempo.
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Ma su questo brano c’è un’altra questione che m’incuriosisce e merita un altro po’ del nostro tempo.

Molto spesso, anche nelle discografie più accreditate di Baker, Down viene riportato come “Shifting Down”, brano scritto da Kenny Dorham e, per quello che so io, inciso nell’ottobre del 1958. La sua prima pubblicazione risale all’anno dopo, nell’album “The Stereo Drive” del Cecil Taylor Quintet, con John Coltrane al tenore (riportato con il nome di Blue Train nel disco, per evitare noie con la Prestige), l’autore del brano alla tromba, Chuck Israels al basso e Louis Hayes alla batteria.
L’album è conosciuto anche con il titolo di “Hard Driving Jazz” e, nel 1963 mi pare, è stato ristampato sotto il nome del sassofonista di Hamlet, nel disco “Coltrane Time”.
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Chet Baker, come dicevamo, registra Down nel 1956 e, a parte l’incongruenza delle date, i due brani non sono da me assimilabili, cioè si tratta di un blues, non c’è dubbio, ma qualcosa non torna.
Ora, io non sono in grado di fare un’analisi musicologia dei due brani, e non ne ho nemmeno la voglia perché preferisco ascoltare con la pancia anziché con le funzioni razionali del mio cervello, e sicuramente non mi stupisce la trasfigurazione di un brano che, nel jazz, significa interpretazione e rinnovamento, ma ogni caso qui c’è qualcosa che non mi torna.
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Continuo a cercare tra i miei dischi, che ritengo spesso più affidabili delle mie elucubrazioni logiche, ed infatti trovo che nella sua prima seduta di registrazione per la Prestige, Miles Davis non solo incontra per la prima volta Sonny Rollins, ma incide un brano che porta il titolo di “Down”.
Metto su il pezzo ed inizio a leggere le liner notes di Ira Gitler: siamo nell’Apex Studios di NYC, è il 17 gennaio 1951 e queste incisioni, poco conosciute e riunite con un'altra session del 1953, saranno stampate solo nel 1956, con il titolo di “Miles Davis and Horns”. Appena ascolto le prime note, mi rendo conto che ci siamo, è questo il pezzo che Chet Baker suonerà fino alla fine dei suoi giorni.
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Allora riprendo il disco della Circle, lo giro per vedere il retro della copertina e, con una punta di delusione, scopro che c’è ancora scritto il nome di Kenny Dorham tra le parentesi vicino a Down. Comincio a scrivere questo post, sperando d’incontrare qualcuno che mi sappia spiegare, mi fido un po’ di più dei miei sconclusionati pensieri e mi ascolto tutto il concerto del Subway di filato.

Ora, se volete, potete farlo anche voi.


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Credits:

Chet Baker Quartet
Live at the Subway Club
"Down"
_ 3rd Set _

Label: CIRCLE Records
Catalog #: RK 22380/35
Country: West Germany
Format: LP

Recorded at Subway Club,
in Cologne 1980, March 22

Chet Baker (tp),
Dennis Luxion (p),
Nicola Stilo (fl),
Riccardo Del Fra (bass)
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Tracklisting:

Side One

An Afternoon at Home (R. Freeman) – 17:12
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Side Two

Down (M. Davis) – 20:05



lunedì 23 aprile 2012

Chet Baker 4tet _ Live at the Subway Club Cologne _ 22 March, 1980 _ 2nd Set


Nel 1979 Chet Baker conosce sia Nicola Stilo, con il quale registra in ottobre a Zurigo un album che porta il titolo di Just Friends, che Riccardo Del Fra, che sul finire di quell’anno registra con lui a Roma “Soft Journey”.
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Per tutto il ’79 Chet aveva viaggiato ininterrottamente, come suo solito, tra la Germania, l’Austria, la Francia e l’Italia. Tra giugno ed ottobre, lo troviamo spesso a Copenaghen dove incide, con Doug Raney alla chitarra ed il magnifico Niels-Henning Ørsted Pedersen al contrabbasso, alcuni dei più bei dischi della sua “rinascita”, quelli licenziati con un ottima qualità sonora dalla SteepleChase.
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Nel 1980, la sua discografia ufficiale riporta solo un paio di dischi registrati in studio, il primo a nome di Ron Carter (Patrao – Milestone M9099), inciso negli studi del mitico Rudy Van Gelder in New Jersey a metà maggio ed il secondo in collaborazione con The Boto Brazilian Quartet (Salsamba – Musica MUS3033, ristampato dalla Dreyfus), registrato a metà luglio. Inoltre Baker riprende il lavoro iniziato il 4 dicembre dell’anno precedente, interrotto per una sua influenza a quanto pare, e termina le registrazioni con Enrico Pieranunzi allo studio Emmequattro di Roma, che daranno alla luce il già citato “Soft Journey” con Maurizio Giammarco, Roberto Gatto e Dal Fra, appunto, a completare il quintetto.
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Due dischi ed un paio di tracce in un anno, non fotografano assolutamente la vera energia musicale di Baker, né il suo spasmodico girovagare né, tantomeno, la sua modalità espressiva. Per fortuna troviamo diversi live registrati, più o meno legalmente, che ci fanno conoscere, ancora oggi, più aspetti di quell’annata ed ulteriori dettagli della poetica del trombettista di Yale.
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Il 22 Marzo 1980 Chet Baker è ingaggiato al Subway Club di Colonia, dove suona tre lunghi set che saranno poi pubblicati dalla Circle Records, in compagnia Nicola Stilo al flauto e Riccardo Del Fra al basso, più Dennis Luxion, pianista di Spingfield (Illinois), che aveva conosciuto per la prima volta a Bruxelles, nel febbraio dello stesso anno, quando suonò con l’altoista belga Steve Houben ed il giovanissimo Bill Frisell alla chitarra, incontro documentato in una rara registrazione. 
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La scaletta di quella gig fa riemergere antiche tracce del lontano passato di Chet, rese inesorabilmente fragili dallo scorrere del tempo, imprevedibilmente nuove dalla riconquistata centralità sul palcoscenico del jazz, incredibilmente allungate in un magico loop che trasfigura sintetica narcolessia in romantica trance e che apriranno la strada ad alcuni nuovi classici che subentreranno nel repertorio degli ultimi dieci anni di Chet Baker.
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Nel primo set, dopo una breve presentazione dello stesso Baker, il basso di Del Fra scandisce una “No Ties” di Russ Freeman, quasi 27 minuti in medium tempo.
La prima ed unica versione di questa traccia era stata registrata da Baker ventisei anni prima a Los Angeles, con l’autore al pianoforte e, oltre a questa registrata al Subway Club, secondo la dettagliatissima discografia compilata da Thorbjørn Sjøgren, esiste solo un’altra versione incisa nello stesso anno al Club Le Dreher di Parigi e pubblicata dalla WEST WIND sul CD “Tune Up” – Chet Baker in Paris (WW2037). 
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La ballad “In Your Own Sweet Way”, scritta da Dave Brubeck nel ’55 e da lui incisa l’anno dopo nell’album in solo “Brubeck plays Brubeck”, era stata suonata da Chet Baker per la prima volta nel 1962, in una trasmissione della BRT (Belgische Radio en Televisie) e successivamente pubblicata dalla West Wind in un controverso CD intitolato “Stella by Starlight” (WW2033) che è stato stampato (e ristampato) con le note di copertina spesso sbagliate. Poi, sembrava essere sparita dalla memoria di Chet, fino al suo riapparire nel 1979, in quel “Someday My Prince Will Come”, registrato in trio al Montmartre di Copenhagen e, dopo questa serata al Subway, praticamente non uscirà più dal repertorio.
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Nonostante l’attacco incerto ed i tanti soffi che Baker non riesce a convogliare nell’imboccatura, questa traccia possiede sempre un fascino particolare per me, qualcosa di familiare e sfuggente impregna le versioni di Chet e, nonostante quel suo modo dolce di suonarla, io trovo sempre un’impalpabile malinconia dietro a quelle note, che lo accompagneranno fino a quello che è ritenuto il suo ultimo concerto, registrato ad Hannover con la NDR Big Band il 28 aprile del 1988, un paio di settimane prima della sua scomparsa.
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La terza ed ultima traccia del primo set è “Old Devil Moon”, tratta dal musical “Finian’s Rainbow” del 1947, dal quale è stato tratto un film conosciuto in Italia con il titolo “Sulle Ali dell’Arcobaleno”.
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Baker fece sua per la prima volta questa popular song nel lontano 1958, inserendola nell’album “It Could Happen to You” e poi l’abbandonò fino al 1980, quando la riprese in questo live registrato in un giorno di primavera a Colonia. Se nella prima versione le percussioni di Dannie Richmond creano un tappeto latin sul quale la voce cool del giovane Chet si stacca in medium bounce in una trascinante versione, quasi felice, intervallata da un breve, quanto interessante assolo di Kenny Drew al pianoforte, nella sua seconda vita, la Old Devil Moon di questo piccolo club tedesco, viene interpretata da Baker esclusivamente alla tromba, inizialmente come se cantasse e, dopo appena un minuto in cui riaffiora l’originaria melodia, si svela più tirata e pungente, con un fraseggio tendente al fast tempo e con un’inventiva mai stanca per tutta la durata del pezzo, anche in questo caso più di sedici minuti.
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Spesso si è detto che le droghe condizionassero le tante versioni delle stesse canzoni che Chet Baker amava suonare, ma io penso che fossero i piccoli accadimenti della vita a cambiarle ogni volta, così come condiziona tutti il cielo rosso di un lento tramonto romano, una ricca colazione in uno dei più lussuosi hotel di Amsterdam o una lunga attesa nella Arthur Avenue in un pomeriggio piovoso.
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Il secondo set di questo live, è stato pubblicato in un LP che contiene solo due tracce, ognuna della durata di oltre venti minuti.

Qui, per la prima volta Chet incide Doodlin’, scritta da Horace Silver e tratta da un classico album di hard-bop registrato alla fine del 1954, una pagina apparentemente semplice che Baker suonò copiosamente dal vivo almeno fino al 1985, anche se è stata incisa solo una seconda, breve versione, in “Chet’s Choice”, registrato in Olanda e pubblicato dalla Criss Cross (1016).
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Di Just Friends che dire, oltreché è un altro esempio di come il jazz abbia saputo scegliere tra i tanti brani della popular music e rinnovarli all’infinito?
La prima versione incisa da Chet Baker risale al Marzo 1955, registrata in quartetto a Los Angeles con Russ Freeman, ma si contano più di settanta versioni nella sua discografia ed è il migliore banco di prova del talento di Baker nell’esibizione scat. Just Friends è così familiare al trombettista, come lo sono My Funny Valentine, There Will Never Be Another You o But Not For Me, che sorprende ogni qual volta che Chet riesce a creare anche solo una sequenza nuova su un tema cosi conosciuto, scritto negli anni Trenta, e che frequenterà fino alla fine dei suoi giorni.
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Buon ascolto!



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Credits:

Chet Baker Quartet
Live at the Subway Club
"Just Friends"
_ 2nd Set _

Label: CIRCLE Records
Catalog #: RK 22380/27
Country: West Germany
Format: LP

Recorded at Subway Club,
in Cologne 1980, March 22

Chet Baker (tp),
Dennis Luxion (p),
Nicola Stilo (fl),
Riccardo Del Fra (bass)
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Tracklisting:

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Doodlin’ (H. Silver) – 22:35
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mediafire
Side Two
easybytez 
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Just Friends (J. Klenner - S. M. Lewis) – 24:36



venerdì 30 marzo 2012

Chet Baker 4tet _ Live At the Subway Club_Cologne_22 March, 1980_First Set


Per me il jazz deve essere ascoltato LIVE, dice sempre un mio carissimo amico e, in fondo, questo suo pensiero nasconde una verità.

E sì, perché l’atmosfera raccolta del club, l’impatto emotivo dell’improvvisazione, la vicinanza con gli strumenti e con le loro infinite sfumature tecniche, la performance fisicamente coinvolgente degli artisti, l’ascolto collettivo in cui si condivide energia, raccoglimento e sorpresa, fanno del live la condizione ideale per ascoltare la musica, in special modo quella che chiamiamo jazz, per la sua mutevole essenza e per la sua originalissima personalità.


Certo, pensare che il jazz sia musica da ascoltare esclusivamente dal vivo è una visione un po’ bohèmienne, e rappresenta solo in parte la verità dell’esperienza musicale ed il significato di questa musica. Perché se è vero che nella contemporaneità dell’evento questa musica si mostra in tutta la sua bellezza e potenzialità, è anche vero che l’ascolto limitato alle umane possibilità temporali e geografiche, taglierebbe fuori tutto quello che non ci è possibile sentire di persona. 


Pensate a come sarebbe oggi composta la nostra esperienza musicale senza la possibilità di aver mai ascoltato registrazioni come il Jazz at Massey Hall del leggendario “The Quintet” del 1953, uno qualsiasi dei live di Lester Young, il bellissimo Duke Ellington live at Newport del ‘56, i tantissimi concerti registrati al Village Vanguard da Coltrane, Rollins, Monk, o Bill Evans, il The Complete Concert del 1964 di Miles Davis (part 1; part 2), Mingus at Antibes, una qualsiasi serata al Birdland, Ornette con gli amici a Parigi nel 1971… e potrei continuare all’infinito.


Per molti jazzisti il live può essere un’occasione per arrotondare lo stipendio, per altri anche solo pura routine ma per i grandi, suonare ogni giorno è più come un carnet de route della propria esperienza musicale.

Chet Baker, in questo, è stato tra i più grandi.


E’ risaputo che della sua corposa discografia, più della metà delle incisioni sono state realizzate negli ultimi quindici anni della sua vita, molto spesso in piccoli club, dove la sua musica è stata frequentemente registrata.

Di questi ultimi anni, musicalmente frenetici, la maggior parte Baker l’ha trascorsa in Europa, luogo che conosceva dal 1955, quando fece il suo primo tour fuori dagli USA con Dick Twardzik. Successivamente, dal 1959 al 1962, Baker restò a lungo in Italia, incidendo a Milano, come si sa, con Gianni Basso, Renato Sellani, Glauco Masetti e Franco Cerri, poi con gli archi aggiunti, poi venne a Roma e registrò prima con Piero Umiliani ed infine con Amedeo Tommasi. In mezzo un po’ di cliniche per tentare di disintossicarsi, Villa Turro a Milano, una a Monza e la Santa Zita di Lucca, il famigerato arresto al distributore di San Concordio ed il più famoso dei processi.


Ma è dal 1975 che la sua presenza divenne assidua in Europa, fino alla sua scomparsa, quell’ultimo volo dalla finestra del Prins Hendrik Hotel di Amsterdam, guarda caso anch’essa avvenuta nel piccolo continente a nord del Mediterraneo. La frequentazione europea di Chet Baker inizia con il suo ritorno sulle scene, dopo quell’altra famosa leggenda che, nel 1968, vede Baker picchiato da misteriosi assalitori che gli ruppero tutti i denti superiori, lasciandolo impossibilitato ad esercitare la sua musica.


Molti sono i documenti “ufficiali” delle sue performance europee dal vivo, cioè quelle organizzate e, di conseguenza, inseriti nella discografia autorizzata, ma molti di più sono quelli che i tanti fans di Baker hanno documentato con passione in giro per il mondo. 

Per esempio, anche il primo concerto dopo il suo ritorno alla scene è un cosiddetto bootleg, che cattura due tracce suonate dal Chet Baker quartet al Festival di Pescara del 14 luglio 1975, e pubblicato postumo per la Philology di Paolo Piangiarelli, e con questo LIVE si potrebbe aprire un lungo discorso sulla differenza tra “Piracy and Bootlegging”, registrazioni pirate e bootleg, perché per molti, forse anche per via del termine inglese che, come al solito, assume più significati, sono un po’ la stessa cosa.


Ed invece dovremmo imparare a distinguere i due aspetti delle registrazioni “unofficial”, perché se per pirate possiamo intendere le copie di una registrazione edita da qualcuno più spesso in studio, e distribuite illegalmente da qualcun altro (e qui si potrebbe aprire un altro lunghissimo dibattito su chi è il pirata nella storia dei diritti artistici), per bootleg s’intende la registrazione non pianificata di un concerto o di una trasmissione radio televisiva.


Nel caso di Chet Baker sarebbe difficile capire quali sono da includere tra gli “autorizzati” e quali no vista la facilità con cui firmava contratti, la mania di essere pagato in contanti e la sua necessità quotidiana di “pagarsi il pane” suonando e, dal suo comportamento, non sembra che lui se ne interessasse poi tanto.
“I work for a lot less than some people, but then I work a lot more”, diceva Chet.

Semmai, chi tenta da sempre di proteggere la proprietà della sua sterminata discografia, sono i proprietari dei diritti, cioè i produttori ed i familiari, che da Baker vivo hanno avuto solo sporadici e necessari contatti, ed ora rivendicano con forza la genealogia della loro economia.


Tra i tantissimi live di Mr CB, ce n’è una serie voluta e documentata da Rudolf Kreis, proprietario della CIRCLE Records, registrata tra Colonia e Parigi dal 1980 al 1981 che, da cinque giorni di concerti, spesso di tre lunghi set, ha tirato fuori la bellezza di otto Long Playing, tutt’ora preziosi e ricercati, nonostante più volte ristampati in piccole tirature, anch’esse all’oscuro di Kreis.

Probabilmente questi LIVE sono solo un’istantanea di quei momenti e, tecnicamente, non suonano bene come quelli registrati dalla danese SteepleChase, che da un concerto del 4 ottobre 1979 ha stampato ben tre dischi, ma offrono ancora un punto di vista unico e la possibilità di ascoltare, se la fantasia non ci permette di assistere, ad alcune serate in compagnia di Chet Baker.


Riprendiamo da qui.

“Il linguaggio della musica è uno, ed è quello dell’anima, là dove le parole ci ingannano con i loro mille significati. È libera di volare in paradiso, di scendere nelle viscere dell’inferno o di starsene a galleggiare nel limbo.
Io amo quei musicisti che cantano, scrivono e suonano ogni nota come se fosse la loro ultima”

Dalla lettera di Luca Flores a Peppo Spagnoli, del 16 ottobre 1990

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Credits:

Chet Baker Quartet
Live at the Subway Club
"In Your Own Sweet Way"
_ First Set _

Label: CIRCLE Records
Catalog #: RK 22380/26
Country: West Germany
Format: LP

Recorded at Subway Club,
in Cologne 1980, March 22

Chet Baker (tp),
Dennis Luxion (p),
Nicola Stilo (fl),
Riccardo Del Fra (bass)


Tracklisting:

Side One

1) Intro by Chet Baker – 0:40
2) No Ties – 26:51



1) In Your Own Sweet Way – 16:05
2) Old Devil Moon – 15:57