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lunedì 6 giugno 2016

(to be continued...) Mario Schiano, Giancarlo Schiaffini, Bruno Tommaso - Gruppo Romano


Io non so voi cosa cercate quando navigate in rete... certo, immagino un'occasione per sapere cosa c'è da fare in città, uno spunto per mostrare con un click una comune passione o anche solo un giro distratto del web per perdere tempo.
Io infatti, che mi rispecchio in questa forma virtuale nei profili accennati dai vostri passaggi, non conosco tutti i vostri interessi e tantomeno li inseguo, eppure spesso mi sono chiesto se questo blog sia destinato a vivere nella ricchezza di un corale colloquio elettronico o a morire nell'ombra sintetica ed alternata della partecipazione a senso unico.


Sì, perché il motivo per cui pubblico sempre più raramente è da ricercarsi nella mancanza di pura conversazione improvvisa ed immediata, nella carenza di incontri, affiancati o contrari ai miei percorsi, che arricchiscano una collettiva intenzione di ricercare sentieri di consapevolezza che non siano quelli già tracciati ed assicurati.
O, intendiamoci, magari il problema è tutto mio, fatto sta che non mi incuriosisce più il consueto botta e risposta da 140 caratteri o la ripetizione, in mille sfumature di grigio, della stessa notizia funerea o festosa. Addirittura mi infastidisce oggi l'incapacità d'intenderci al primo colpo con decine di appassionati che da tempo hanno scelto una forma simile, eppur diversa dalla mia, per poter rappresentare una comune passione.


Boh, magari sto solo invecchiando e, come consuetudine, mi sto inacidendo, però è grazie ad incontri come questo che ancora non mi sono fatto saltare gli Hard Disk. A voi invece cosa vi tiene vivi?
(to be continued...)

Art by David Lapham

«Come tre cospiratori, suonando assieme s'intendono per cenni; non serve loro partitura alcuna, il dialogare del Trio e quello comune col silenzio conduce la musica lontano dai manierismi del genere, lungo sentieri inediti che prendono le mosse dalle idiosincrasie di ciascuno di loro, in un indeterminato fluttuare che compone e decompone continuamente figure sonore che mai restano»

Giampiero Cane, dalle note di copertina


Credits:

Label: Discoteca di Stato
Catalog#: CD DDS 98-1

Country: Italy
Recorded in Rome, at the Discoteca di Stato on February 21st 1998,
for the anniversary of the Mario Schiano's first jazz concert

Mario Schiano (alto & soprano saxes),
Giancarlo Schiaffini (trombone),
Bruno Tommaso (bass)



Tracklist:


1. Until Now - 1'38"
2. Tendency - 3'42"
3. Proneness - 6'18"
4. And The Others Two? - 2'20"
5. Bent - 4'26"
6. Leaning - 4'38"
7. Self Appreciation - 6'58"
8. Henceforth - 11'30"
9. (to be continued...) - 0'37"


lunedì 1 giugno 2015

Mario Schiano - Domenico Guaccero - Bruno Tommaso - Alessandro Sbordoni _ De Dé, 1977


«Le circostanze degli incontri tra Mario Schiano e Domenico Guaccero, due personaggi così distanti per formazione, sono ormai nebbiose, perse nella memoria di giorni concitati. Il primo incontro con il compositore viene narrato nell’intervista di Stefania Gianni a Mario Schiano (in Archivio Musiche del XX secolo, volume monografico su Domenico Guaccero, Palermo 1995), in maniera palesemente fantastica: i due – senza mai essersi visti prima? – si incontrano nei corridoi durante una seduta di registrazione, e Schiano invita Guaccero a prendere parte a due brani di On The Waiting List, terzo disco ufficiale di Schiano, registrato dal 17 al 19 Dicembre 1973. […]


De Dé verrà registrato nel Febbraio del 1977; della collaborazione con Guaccero non uscirà su disco altro documento, fino alla pubblicazione nel 1990 da parte della Splasc(h) di un Lover Man registrato dal vivo nel 1978 durante una trasmissione RAI (SUD, CD H 501-2).

Nei quattro anni che separano il primo incontro in studio (i due brani del ’73) dall’intero LP registrato insieme (De Dé, 1977), i rapporti tra Schiano e Guaccero si intrecciano al di fuori delle sale da concerto, figuriamoci di quelle di registrazione. Si tratta di anni frenetici per Schiano. Egli è attivamente impegnato a coniugare le sue passioni musicali con quelle civili, interviene con il suo gruppo a manifestazioni politiche e sociali, dà il suo contributo alla creazione di strutture culturali nelle periferie romane; la temperie nazionale contagia anche il mondo del jazz, che apparentemente accetta la musica del sassofonista invitandolo a partecipare a festivals come Umbria Jazz e Bologna. Schiano rimane legato alle correnti e alle cantine jazzistiche, e non prende parte alle occasioni in cui si mescolano improvvisatori di tutte le origini, che vedono invece tra i partecipanti i suoi collaboratori Schiaffini e Iannaccone. Nella intervista citata infatti egli ricorda come l’atteggiamento di un musicista come Franco Evangelisti, fondatore di Nuova Consonanza, fosse ben diverso da quello di Guaccero, proprio dal punto di vista della partecipazione emotiva, elemento che Schiano ha sempre valutato sopra tutti gli altri. Schiano e Guaccero infatti creano una diversa formazione, denominata Laboratorio Musicale, che tra il 1977 ed il 1978 svolge una intensa attività nelle sedi allora possibili per una musica di confine: Feste dell’Unità, Case del Popolo, Circoli culturali della sinistra di tutte le sfumature.


È un periodo in cui Schiano conduce a maturazione alcune delle sue esperienze più importanti, ma trova allo stesso tempo nell’ambito più strettamente jazzistico difficoltà a perseguire il proprio progetto. Dopo gli splendidi risultati di SUD e di Partenza di Pulcinella per la Luna (RCA – Vista TPL1 1117), tra il 1975 e il 1977 Schiano esperisce una serie di tentativi in direzioni diverse. Crea un proprio gruppo completamente nuovo, di strumentazione jazzistica. È il quintetto con Nofri, Maurino, Caporello e Ascolese: l’ex quartetto Spirale. Il gruppo purtroppo non ha praticamente mai inciso: unica traccia un brano di 10’ in una antologia oggi introvabile [1]. Esso attraversa un momento particolarmente felice con una serie di concerti molto soddisfacenti nell’Aprile/Maggio 1975, in Toscana in particolare. Egli collabora nel 1976 con Roberto Bellatalla e Lino Liguori, sia in trio che nelle varie formazioni di Progetto per un Inno (it ZSLT 70030); poi suona con un altro gruppo tutto nuovo, con Maurizio Urbani, Francesco Maccianti e Nicola Vernuccio (Test, Red Record VPA116). È una fase di passaggio prima di Gospel (L'Orchestra OLP 10015) in duo con Guido Mazzon, della esaltante esperienza di A European Proposal (Horo Records HDP 35-36), della serie delle riuscite collaborazioni in stile “rivista” con Vittorini; il sassofonista napoletano sembra alla ricerca di situazioni nuove e stimolanti, di personalità giovanili da valorizzare. Una nota contemporanea di Dario salvatori su Paese Sera a proposito del Festival Jazz al Folkstudio sembra confermare questa inquietudine: “La serata di ieri è stata quella più sorprendente, con Mario Schiano che invece di presentarsi con un suo gruppo ha preferito suonare accompagnato da Antonello Salis, pianista dei Cadmo”. La collaborazione con Salis produrrà nel 1978 uno dei più begli album del jazz italiano, Old Fashioned (Carosello CLE 21043), ma non si solidifica in un rapporto stabile di collaborazione.


De Dé rientra a pieno titolo in questa fase di ricerca, in cui rappresenta una direzione del tutto diversa, la ricerca di un mondo di suono puro, analoga a quella intrapresa da Roscoe Mitchell a Chicago e dall’AMM in Inghilterra. Al disco partecipano anche Alessandro Sbordoni, poi ritornato ad un’attività di composizione, e Bruno Tommaso, che impiega percussioni ed oggetti sonori di vario tipo oltre che la viola da gamba, fatto estremamente raro per lui al di fuori della musica antica. Estraendo il venerabile pezzo di vinile dalla sua custodia non si può fare a meno di ricordare che la maggior parte delle poche centinaia di copie stampate furono avviate al macero per recuperare il vinile, e che oggi ne sono in circolazione 50 o 60 esemplari».


Francesco Martinelli,
dalle note di copertina della ristampa in CD di De Dé, Splas(h) CDH 510.2, 1998

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Credits:

Mario Schiano - Domenico Guaccero
Bruno Tommaso - Alessandro Sbordoni
De Dé

Label: Folkstudio
Catalog#: FK 5008
Format: LP

Country: Italy
Recorded in Rome,
1st Febbruary 1977


Mario Schiano (alto sax, snare drum, cymbals, maracas),
Domenico Guaccero (vibes, timpani, cymbals, bottles, glass tube, 
glass chimes, box chimes, maracas, paper p., 
african thumb piano, vocals, synth., flute)
Alessandro Sbordoni (prepared piano, cymbals, flute, bottle chimes,
copper sheet, african thumb piano, vocals, synth., vibes, timpani)
Bruno Tommaso (bass, bass rebeca, cymbals, triangle,
paper chimes, pitch can, organ, maracas)


Tracklist:


A1. De Dé - 20:43



B1. Lissio - 2:55
B2. Quattroetrentacinque - 4:33
B3. Sequentia - 3:55
B4. Quell'estate Senza Te - 5:14
B5. Come Silenzi - 3:00






[1] Martinelli fa riferimento al doppio LP “Trianon ’75 – Domenica Musica” (RCA TCM2 1178), album di registrazioni dal vivo effettuate al Teatro Trianon di Roma in vari concerti tenuti tra Aprile e Maggio 1975, sul quale è riportata la traccia Just Married (selezione dalla suite), che almeno ora potete ascoltare



giovedì 2 aprile 2015

Mario Schiano Trio - If Not Ecstatic We Refund _ 1970


«Cinque anni abbondanti prima di riuscire a fare un disco. Poi, nel 1970, dopo un altro anno e mezzo di speranzosa attesa, compare If Not Ecstatic We Refund: 500 copie, distribuite fra critici e amici, qualche decina di esemplari gettati in fondo al Tevere da acquirenti distratti. Non succede nulla. Parte della critica accetta in toto le mie ipotesi, un’altra parte, di gran lunga più vasta, dichiara che la libertà del mio sax è un pretesto per mascherare enormi magagne tecniche. Col tempo il giudizio diverrà più sfumato: la libertà è una gran bella cosa, ma la tecnica rimane approssimativa. Che dire al riguardo, se non che preferisco fare una nota all’ora che però sia mia, magari brutta, bruttissima, però mia? Questi signori si sono dimenticati che io non sono un jazzista, non sono un imitatore, che non devo vendere niente a nessuno, mai».

Mario Schiano in “La Realtà del Nuovo Jazz italiano”, a cura di  Franco Bolelli e Roberto Gatti, GONG n°5/6, giugno 1977


Se Mario Schiano ha impiegato più di cinque anni per pubblicare il suo primo disco, io c’ho messo molto di più a procurarmene una copia. Quando l’ho trovato, pur se amputato nella sua graffiante forma donatale da Fabi De Sanctis, l’ho amato subito, forse anche di più per via di quella sconsiderata violenza.
Cinquecento copie sono veramente poche, soprattutto in un mondo in cui gli stolti, mentalmente congelati nei loro limiti di forma, sono molti di più. Intanto lo potete nuovamente ascoltare. Un giorno forse a questo disco rispunterà la coda. Da un tipo come Schiano, questo non dovrebbe meravigliarvi.


«Lentamente i complessi italiani chef anno il free jazz aumentano di numero: ne sorgono di nuovi, altri si convertono. Non sarò io a dolermene, sia per la crescente simpatia che porto a questa scuola, sia perché ho l’impressione che le mistificazioni, da parte degli immancabili “dritti”, siano sempre meno agevoli da perpetrare. Fino a qualche tempo fa, il free era per tutti noi uno stile che adottava simboli non chiari, nei quali era arduo orientarsi. Oggi è sopravvenuta l’assuefazione acustica, e inoltre abbiamo cercato di aggiornare i nostri strumenti di giudizio, anche se finora ne abbiamo parlato troppo poco, e nell’operazione – tuttora in corso – l’istinto prevale, per il momento, sulla ragione.
    Per di più, è ormai evidente che il free, oltre a non essere un affare per nessuno (intendo proprio sotto il profilo economico), è forse il tipo di jazz più difficile da suonare correttamente. Per dedicar visi sul serio occorre un solido corredo tecnico, e occorre conoscere a fondo non soltanto il jazz di oggi, ma anche quello di ieri, per capire come e perché ci si è arrivati. Rimane l’interrogativo, più volte avanzato da qualcuno, circa il punto se un europeo possa, sul piano dei contenuti, adottare positivamente la poetica di una musica che trae la sua linfa dal furore dei ghetti negri di Harlem, di Chicago e di Detroit. Ma ritengo che si tratti di un falso problema. Da noi esistono fin troppe motivazioni equivalenti alle radici di quel furore, che d’altronde nulla vieta di sentire e di vivere come proprio. Mi stupirei soltanto di scoprire, un giorno o l’altro, un reazionario fra coloro che cercano di far urlare il proprio strumento. Ho l’impressione però che ciò non accadrà mai. Dicevo appunto che i dritti sono ormai con le spalle al muro.

    Fra i nostri freemen, Mario Schiano è un veterano perché pratica il free da quando i primi echi sono giunti fino a noi, e perché, chiaramente, questa musica è per lui una presa di posizione radicale, un modo di essere che investe tutti gli aspetti della vita. Ripenso alle sue appassionate dichiarazioni rilasciate a Enrico Cogno («No, ditemi che non ho tecnica, che la voce non va, che non vi piace quello che suono, ma non che la mia libertà è una scusa. Io vedo le armonie di un chorus come un tunnel, vedo i buchi nei quali mi posso infilare con un movimento che è un’onda, che lo prende di fianco, che si infila di sotto, che esce di lato e ci ritorna se ne ha voglia, ma non per cercarmi degli alibi») e ne ritrovo il senso nella sua musica. Lo colgo nelle sue frasi arroventate, vertiginose, con le quali cerca di esternare una folla di idee e di emozioni, negli improvvisi momenti di distensione, nei motivi accennati e subito distorti e frantumati, nei pacati omaggi ad Albert Ayler che non sono in contraddizione con la ricerca di una originalità che è già a portata di mano.
    Un elogio sincero a Schiano, dunque, nel quale vanno inclusi, sullo stesso piano, Bruno Tommaso e Franco Pecori, che svolgono il loro discorso in perfetta sincronia formale e sostanziale col suo. Il brano più audace è If Not Ecstatic We Refund, il più bello è forse Collage, ma non c’è niente da scartare. L’unico particolare del disco che non mi è piaciuto è una bizarra coda biforcuta di cartone (la coda di un diavolo, o di un non so quale animale) che spuntava dal quadrato della copertina. Dico “spuntava” perché confesso di averla tagliata, visto che l’album non entrava nello scaffale».

Recensione di Franco Fayenz da Musica Jazz n°286 – Luglio 1971

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Credits:

Label: C.E.D.I.
Catalog#: GLP 81027
Format: LP
Country: Italy
Recorded: at "Sound Workshop Studio",
Rome, April 25, 1970

Mario Schiano (alto sax),
Bruno Tommaso (bass, piano),
Franco Pecori (drums)
  


Tracklist :


A1. If Not Ecstatic We Refund - 19:15




B1. Uè, Chi Vò Vevere - 2:34
B2. Collage - 12:20
B3. Moonlight In Vermont - 2:21
B4. Rita/Gli 70 - 3:14




A questo link la cover integra [sic!]

giovedì 16 gennaio 2014

Top Jazz 2013 - Franco D’Andrea, Modern Art Trio 1970


Nel 70° anno di vita della rivista Musica Jazz si è appena concluso il trentunesimo Top Jazz, che ha visto l’affermazione di Franco D’Andrea (Merano, 8 marzo 1941), ai primi posti in due delle categorie “italiane” e di Wayne Shorter (Newark, New Jersey, 25 agosto 1933), sul podio, per il jazz internazionale, in tre categorie.


Sul numero attualmente in edicola della rivista trovate tutti i risultati, ed il solito prezioso estratto sonoro a completamento della classifica, mentre sul sito web di Musica Jazz i voti di ciascun giurato per le singole categorie.


D’Andrea, che è sicuramente uno dei musicisti più interessanti ed originali del nostro panorama, è da sempre stato un assoluto protagonista del premio Top Jazz, infilando cinque vittorie consecutive fin dalla prima edizione del 1982, per poi dissolversi all’ombra di Enrico Rava nel decennio degli anni Novanta.


È dalla metà degli anni 2000 che il pianista di Merano riappare intensamente nei pensieri della critica e degli aficionados, con un primo posto nel 2005, tra l’altro in ex aequo con Gianluca Petrella e successivamente nel 2008, in ex aequo con Enrico Pieranunzi. 


Gli ultimi tre Top Jazz, dal 2011 ad oggi, vedono di nuovo in primo piano Franco D’Andrea, ed anche il suo profilo è stato meglio analizzato, con la pubblicazione di “Profumo di Swing”, la biografia realizzata nel 2007 da Francesco Carta per i Quaderni di Siena Jazz e col documentario “Jazz Pianist”, realizzato da Andreas Pichler nel 2006 per i tipi della Miramontefilm.


D’Andrea è presente nella storia del jazz italiano fin dalla fine del 1959, quando si stabilì a Bologna e fece la conoscenza di Amedeo Tommasi, passando poi per la prima volta a Roma sotto l’ala creativa di Nunzio Rotondo, dal 1963 a quasi tutto il 1965, e per un primo breve soggiorno milanese, che lo vide scritturato al club Intra’s, in quartetto con Gianni Basso, Giorgio Azzolini e Gil Cuppini.


Ma c’è un “secondo periodo romano” nella vita di Franco D’Andrea che è molto interessante e poco conosciuto, che va dall’autunno del 1967 fino all’estate del 1972, data in cui a Roma venne inciso Azimut, primo disco dei Perigeo.


E c’è un librettino, presumibilmente del 1983 e da anni non più disponibile, sul quale D’Andrea espresse al meglio l’estetica, la poetica e gli incontri di quel periodo ad Arrigo Zoli, che s’intitola “…fortissimamente jazz! Incontro con Franco D’Andrea”. 


Ecco, quest’anno io non ho votato Franco nel Top Jazz, e la condivisione di parte di questo ricercato testo, corredata da uno dei suoi dischi più preziosi ed affascinanti, è il mio riconoscimento alla sua grande Arte, alla sua impagabile modestia, alla sua onestà intellettuale, all’operosità d’altri tempi ed alla sua creatività infinita.


 «AZ: Dopo il primo periodo milanese, di ricerca quasi “in vitro”, nell’autunno del ’67 ti trasferisci a Roma con la famiglia che ora comprende, oltre a Marta, l’appena nato Stefano. Come mai questo ritorno a Roma?

FDA: Fin dall’anno precedente l’amico Franco Tonani si era spostato a Roma e mi teneva regolarmente informato di quanto avveniva nella capitale oltre ad invitarmi spesso a raggiungerlo. Da parte mia ero incerto sul da farsi per il fatto che Marta continuava a lavorare e le prospettive che mi venivano offerte sembravano allettanti sul piano artistico, ma non ugualmente su quello strettamente economico. Alla fine la piattezza dell’elettroencefalogramma della situazione milanese mi convinse a rompere gli ultimi indugi e partii.
A Roma, ricordo nitidamente, mi trovai immerso in una situazione ed un’atmosfera a dir poco eccitanti. Musicalmente tutto era ritenuto possibile: era assolutamente vietato avere pregiudiziali ed inibizioni. In uno stesso concerto si potevano ascoltare formazioni Dixieland e gruppi free. Questi ultimi potevano comprendere musicisti autodidatti, jazzisti, “colti contemporanei” in uno spirito di coesistenza del tutto pacifica. L’approccio alla musica, naturalmente free, se si fa eccezione per il Gruppo Romano Free Jazz (Schiano, Schiaffini, Marcello Melis, Franco Pecori poi Paul Goldfield), era di tipo spiccatamente spontaneistico, una sorta di jam session free. Tra l’latro vigeva l’abitudine di riunirsi di preferenza nella villa dell’architetto Fabio De Sanctis dove oltre ai romani erano spesso presenti musicisti forestieri di varia estrazione. Debbo confessare che quasi sempre mi annoiavo ritenendo ormai superata la fase dello spontaneismo. Non mancarono comunque serate o momenti degni d’interesse e di citazione quali gli interventi di Don Moyè, allora a noi sconosciuto, di Roberto Laneri, da cui ascoltai per la prima volta i “frullati” col clarinetto, di John Coppola che, sulla scia di Cage, preparava i pianoforti e suonava sulla cordiera in maniera eccellente, di Enzo Gardenghi ossia di un misconosciuto saxofonista veneziano che fu protagonista di un episodio illuminante: in una situazione canonica in cui tutti, lui compreso, si muovevano in varie tonalità, vari ritmi, etc, piazzò una nota bassa stentorea e restando poi su questa nota a mo’ di pedale, determinando un contrasto veramente suggestivo tra il sax che rimaneva fermo mentre tutto si muoveva all’intorno (a posteriori mi viene alla mente una considerazione che credo attribuibile a Pierre Boulez secondo la quale quando tutto si muove, quando tutti i parametri vengono variati si corre il rischio che il risultato sia la stasi, la piattezza assoluta. Ebbene Gardenghi aveva fornito col suo pedale l’elemento di fissità rispetto al quale il movimento veniva compreso e giustificato).


AZ: In conclusione come consideri oggi questo periodo?

FDA: Sicuramente molto positivo, stimolante e fecondo, specie a livello psicologico per il senso di ampia libertà, addirittura per la spregiudicatezza con cui venivano combinati materiali e situazioni fino ad allora ritenuti inaccostabili.


AZ: È proprio in questo periodo e in questa atmosfera che nasce il MAT, ovvero il Modern Art Trio. Perché e con quale stella polare nacque?

FDA: il MAT nacque per volontà mia e di Tonani. Entrambi avevamo portato avanti i nostri studi e quindi precisato i nostri obiettivi musicali per cui sentivamo un forte desiderio di riprendere il progetto di un trio. Dopo l’aperitivo milanese sentivamo l’esigenza di un lauto pranzo romano.
La stella polare, così su due piedi, poteva essere individuata nel tentativo di razionalizzare la free music. E questo bisogno di ordinare, di dare una forma a quel magma sonoro che era il free jazz era da noi fortemente avvertito anche per il fascino che proveniva dalla consapevolezza di inoltrarci in un territorio pressoché inesplorato. Infatti la maggioranza delle proposte che arrivavano dagli Stati Uniti batteva un’altra strada, la strada della contestazione, del coinvolgimento emozionale, della ricerca dell’energia intesa come fine a se stessa. I dischi ESP, l’ultimo Coltrane, Shepp (ricordo lo “storico” concerto di Lecco nel 1967 dove fece grande scalpore e scandalo il suo modo di “vomitare” musica e/o rumori sul pubblico) si muovevano prevalentemente in questa direzione. Qualche eccezione c’era, come ad esempio i citati New York Art Quartet e On This Night e, a mio parere, su di un livello inferiore Unit Structures di Taylor a causa del suo culto della velocità che concedeva pochissimi spazi, ma erano appunto delle eccezioni. Il tentativo consapevole di dare una vera forma fu compiuto successivamente ad opera soprattutto di Anthony Braxton ed in maniera, a mio personale giudizio, discutibile per il fatto che il free americano fu praticamente europeizzato in una chiave eccessivamente colta che finì per sterilizzarlo.


AZ: Non hai citato Ornette?

FDA: Ornette, che a giusto titolo, poteva essere considerato il padre della free music era rimasto in una situazione paradossalmente più appartata e tradizionale, tutto sommato sul tempo, fortemente bluesy e con un feeling che tendeva al lirismo piuttosto che all’incazzatura.


AZ: Col ’68 la contestazione arrivò pure in Italia e quanto hai riferito in precedenza sulla situazione romana lo dimostra apertamente. Il MAT ne fu forse indenne?

FDA: Decisamente no, il ’68 entrò anche nella nostra musica, ma per linee interne nel senso che la contestazione non veniva evidenziata programmaticamente, e quindi scopertamente, bensì era avvertibile nell’energia e nell’intensità emotiva delle nostre esecuzioni.


AZ: Sul piano strettamente musicale quale poteva essere considerata la vostra novità più significativa?

FDA: Senza dubbio la serialità che tra l’altro gli americani non hanno praticamente mai accettato fino in fondo nemmeno nell’ambito colto.


AZ: Per quale ragione?

FDA: Forse perché ritenuta troppo poco “commerciale”. Ricordo infatti un’intervista a Don Ellis nella quale la serialità era considerata monotona, con un solo colore per cui veniva preferito il politonalismo.


AZ: Circa la serialità non era forse apparsa già fino dal 1957 in Tempo e Relazione op.12 dell’indigeno Giorgio Gaslini?

FDA: Si, sia pure in una prospettiva diversa se non addirittura opposta. Noi partivamo in verità dal jazz (personalmente non avevo fatto altro come musicista) per recuperare eventualmente alcuni elementi europei mentre Gaslini, al contrario partiva dal colto europeo, almeno in quel disco, per approdare al jazz con la conseguenza che i colori, la pronuncia strumentale, etc risultavano chiaramente europei.


AZ: Riprendendo il filo del discorso relativo al MAT, cosa puoi dirmi?

FDA: Intanto che il progetto tendeva a combinare il jazz o, meglio, la sensibilità jazzistica con la forma europea, specie l’atonalismo seriale, unitamente ad un polistrumentismo piuttosto spinto. Circa la storia di questo gruppo ricordo che il debutto ebbe luogo a Roma nel dicembre 1967 con Marcello Melis al contrabbasso. Nei primi mesi i risultati furono ovviamente imperfetti: il lavoro del contrabbasso era solamente abbozzato (Melis era libero di esprimersi con la sua cavata imperiosa, con il suo senso del free drammatico ed incalzante) mentre sul piano del polistrumentismo, io e Tonani eravamo duramente impegnati nell’acquisire una tecnica sufficiente sugli strumenti aggiuntivi (il soprano per me, la tromba ed il flauto a coulisse per Franco). Ma nel luglio del 1968 al Festival di Venezia cui partecipammo, il grado di strutturazione aveva già raggiunto un buon livello. Poi dopo qualche avvicendamento tra Melis e Giovanni Tommaso l’organico pervenne al suo assetto definitivo nella primavera del 1969 con Bruno Tommaso (cugino di Giovanni). 

L’inserimento di Bruno fu molto importante possedendo egli le caratteristiche peculiari per la realizzazione del nostro progetto: una notevole capacità di applicazione e di analisi, una intonazione sicurissima (qualità preziosa in un contesto atonale), una eccellente qualità di lettura, una buona duttilità, una consolidata esperienza free. In particolare io e Franco costituivamo un vero e proprio asse e Bruno aveva il compito di mediare le varie situazioni politonali o polimodali che io creavo sulla tastiera oppure di riempire gli spazi durante le sequenze di dialogo tra i fiati. La base strutturale era ricavata dai diagrammi melodici dei temi, ora già in partenza concepiti per questo scopo, con la tecnica precedentemente illustrata. Stavolta però anche il contrabbasso utilizzava i nuclei melodici trovati con la possibilità di permutarli e combinarli in piena libertà. Per quanto riguarda Tonani devo riconoscere che fu sua l’idea, rivelatasi vincente, del polistrumentismo (da parte mia nutrivo dubbi sulla nostra adeguatezza strumentistica); batteristicamente poi era assolutamente personale, dotato di una grande intelligenza musicale ed inoltre, collaborando in quegli anni contemporaneamente con Gaslini e con Romano Mussolini, riusciva con naturalezza ad esprimere il feeling e lo swing del jazz classico ed insieme il senso spiccato della forma della musica colta; sul piano compositivo infine aveva una buona visione d’assieme che gli permetteva di concepire forme lunghe, estese, ad esempio suites, di cui sapeva bene affiancare i colori dei vari movimenti.
Per concludere non vorrei tralasciare di dire che si era determinato un notevole affiatamento come naturale conseguenza di un vero lavoro di gruppo (si discuteva di tutto con grande passione e si provava spesso sia in duo che in trio).


AZ: Nella vostra musica prevaleva la parte scritta o quella improvvisata?

FDA: Direi che prevaleva la parte improvvisata anche se questa, in definitiva, era in gran parte guidata dai nuclei o da altre strutture progettate in anticipo. In altri termini esisteva una scrittura a livello progettuale e non per esteso tipo quella che verrà impiegata da Braxton.


AZ: Nell’aprile del 1970 registrate Modern Art Trio. Lo reputi un disco rappresentativo?

FDA: Complessivamente direi di sì. Comprendeva qualche sequenza non perfettamente razionalizzata compensata però da un entusiasmo e da uno spirito che andranno successivamente sempre più diminuendo.


AZ: Puoi riassumere brevemente le caratteristiche dei vari brani?

FDA: Volentieri. Il disco conteneva sei titoli: It ain’t necessarily so di Gershwin, due suites composte da me e Tonani (Un posto all’ombra e Beatwiz) e tre mie composizioni (URW, Frammento, Echi). Tendenzialmente le suites vedevano un ampio impiego del polistrumentismo per evidenti ragioni di diversificazione dei vari movimenti mentre gli altri brani erano eseguiti in trio nella versione canonica piano-contrabbasso-batteria. In particolare, Un posto all’ombra era così concepito: il I° movimento eseguito dal piano elettrico, contrabbasso con arco, batteria mimava una situazione free di tipo estemporaneo; il II° era incentrato su di un dialogo soprano-tromba al di sopra di uno spazio vuoto che veniva progressivamente riempito dal contrabbasso; il III°, in trio, tendeva a recuperare la tematica modale per cui era basato su di un pedale di do minore e rinviava inoltre ad un tempo rock sia pure in maniera implicita; il IV° era di nuovo un dialogo di tipo free tra il soprano e la tromba, sviluppato in modo più serrato ed incalzante rispetto a quello del I° e con una presenza più aggressiva del contrabbasso con l’arco. Beatwiz prevedeva tre movimenti di cui: il I° veniva preso a tempo medio veloce e, dopo l’esposizione del tema, si risolveva con un solo di piano che vedeva l’impiego della tecnica dei nuclei melodici; il II° vedeva l’esposizione del tema da parte del contrabbasso con l’arco su cui si inserivano in contrappunto il flauto a coulisse ed il piano con effetti sulla cordiera; il III° riproponeva la situazione del I° con il sax soprano in sostituzione del piano. URW lo ricordo con affetto poiché, più degli altri, esprimeva il grado di affiatamento raggiunto; più che al free si riallacciava alla poliritmia della ritmica divisiana degli anni ’60 ed alle progressioni ritmiche di Charles Mingus; il tempo era sempre avvertibile; poteva dare l’impressione di un brano dedicato al piano essendo questo sempre presente, ma in realtà era pienamente sottoposto alla logica di un trio per il fatto che sotto la linea del piano le situazioni erano in costante movimento con continui cambiamenti di ritmo alla maniera vista in We mean the blues. In Echi invece la situazione era maggiormente sbilanciata verso il non tempo nel senso di una tendenza alla frammentazione con impiego della serialità politonale. Frammento si sviluppava su di un giro armonico ponendosi in questo modo al di fuori del discorso generale, ma proprio per questa diversità ne rappresentava un certo arricchimento. It ain’t necessarily so pur essendo uno standard, fu sottoposto al solito trattamento dei nuclei melodici; il tema principale era stato interpretato come bi modale (sol dorico e mi dorico), ma nella parte del contrabbasso veniva evidenziata la nota comune sol con la tendenza ad utilizzare i nuclei con una marcata attrazione tonale verso il sol che diventava in questa maniera una sorta di pedale; nell’inciso il movimento armonico era stato sintetizzato per il contrabbasso con l’impiego di due scale successive comprendenti le note comuni delle varie scale relative agli accordi della struttura originaria del brano; il tempo era duplice: velocissimo nel tema principale e moderato nell’inciso peraltro con un sapore fortemente poliritmico.


AZ: Quando e perché si esaurì il MAT?

FDA: Gli ultimi concerti risalgono al 1972. le ragioni dell’esaurimento di questa formazione furono molteplici: a livello squisitamente personale, a causa della mia tendenza spiccata all’iperstrutturazione del materiale mi ero cacciato in una sorta di vicolo cieco; a livello invece di gruppo, avevamo raggiunto un perfezionismo formale tale da rendere sempre più arduo lo sfuggire al manierismo; inoltre, a causa della difficoltà del progetto ad essere recepito dal pubblico, l’attività concertistica fu tutto sommato piuttosto limitata, ognuno di noi aveva poi iniziato ad accarezzare altri progetti; infine si arrivò, credo, ad un certo grado di saturazione dell’atonalismo con il conseguente apparire di un sentimento di nostalgia verso il tonale».


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Credits:

Label: Vedette
Catalog#: VSM 38545
Format: LP
Country: Italy
Recorded at SOUNDWORKSHOP studio,
Rome, 1970 April 17th and 19st

Franco D'Andrea (piano, el. piano, soprano sax),
Franco Tonani (drums, trumpet, songwhistle),
Bruno Tommaso (bass)



2nd Print, 1978



Label: Vedette
Catalog#: VPA 8434


3rd Print, 2008
Label: Dejavu Rec
Catalog#: DJV 2000041


Tracklist :


1) URW - 7:30
2) Frammento - 4:30
3) Un Posto all'Ombra - 12:00



1) It Ain't Necessarily So - 9:40
2) Echi - 5:25
3) Beatwitz - 8:30


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1935 - 1988