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lunedì 26 dicembre 2022

La Vita è Bella, anche se un po' scalcinata!


Non so voi ma, come succede al povero George Bailey tutti gli anni (da più di settant’anni!!!), anche a me è capitato qualche volta di avere scoramenti che mi impedivano di vedere una possibile via di uscita e, di conseguenza, mi son ritrovato qualche volta a pensare (ma non così spesso come lui, povero...) se non sarebbe stato meglio non essere mai nato (soprattutto durante festività come queste) anche se, a differenza di George-tapino, non mi ha mai sfiorato l’idea del suicidio (almeno fino ad oggi). 

Quest’anno poi, proprio come per James/George, uguale-uguale, anche per me alla vigilia di Natale qualcuno mi ha inviato una specie di angelo (sì, quello di seconda classe lo so, ma forse è già tanto per uno come me) che mi ha in qualche modo mostrato che la vita è meravigliosa se riscaldata almeno un po’ dal fuoco della passione.


Tutto questo perché il mio Clarence (va beh, in realtà era un corriere UPS che ho visto solo di spalle, ma è pur sempre Natale e un po’ di romanticismo ci sta, no?) mi ha consegnato un qualcosa che mi ha mostrato come sia possibile superare le umane fragilità e che, ai miei occhi, si è mostrato subito come una delle cose più belle degli ultimi due anni!



Ovviamente una favola può durare 100’, 120’, anche 130 minuti o due giorni ma, come tutte le cose belle, prima o poi deve finire per far tornare alla ribalta le umane criticità, i limiti, le questioni irrisolte e le infinite alternative possibili, tutti quei fantasmi insomma che durante la storia se ne sono rimasti nascosti tra le quinte, in attesa della scritta FINE («ma pagato il debito cosa succederà a George e alla “Prestiti e mutui”? E se dovesse fallire, cosa succederebbe agli inquilini delle sue casette?» si chiede Raffaele Meale nella sua recensione al Film).


È bastata quindi una nuova sfogliata per notare alcune leggerezze, qualche scivolone, certe dimenticanze e diversi refusi nel mio testo.

L’aspetto grafico poi, diciamo che è un po’ naif… gabbia troppo ampia che spinge alcune foto e/o testi sui margini o fin dentro la rilegatura, una formattazione del testo che butta i grassetti e i corsivi un po' alla rinfusa, posizionamento arbitrario e didascalie sommarie delle foto; tutto in puro stile Philology, direi…


«Che cosa vuoi Mary? Puoi dirmelo. Vuoi la luna? Se la vuoi io la prenderò al laccio per te…» dice George a Mary in una delle sequenze forse più note e sicuramente tra le più smielate del film. 


Ma sì, perché in fondo la vita è bella pur senza dover essere una fiaba e, tantomeno, senza l’ossessiva ricerca della perfezione. 



Frank Capra, secondo me, questo lo sapeva bene e infatti non è un caso che l’angelo che ravvede il protagonista sia un figuro scalcinato, forse un po’ ritardato e addirittura senza ali, perché la sua forza sta proprio nella perfetta semplicità di una comunicativa impareggiabile e nella capacità di far vedere a George che, alla fine, saranno solo i suoi amici e i semplici abitanti di Bedford Falls che, raccogliendo la cifra necessaria, lo aiuteranno a risolvere in pratica i suoi problemi, senza bisogno d’interventi divini.


Ed è così che, per concludere questa natalizia metafora, il libro che oggi stringo tra le mani torna ad essere come una delle cose più belle dei miei ultimi due anni perché, con tutti i suoi difetti, è riuscito a “mettere in moto” tantissime persone intorno al tema, a creare relazioni inaspettate che hanno partecipato attivamente alla sua realizzazione e a dare forma, concreta e reale, ad un contemporaneo racconto di Natale, l'unico per me possibile. 



martedì 8 febbraio 2022

the Giants are in Town! Sinesio & Music Inn present: Johnny Griffin - HORO Records 1974


Il 24 gennaio 1974, in Largo dei Fiorentini 3, all’angolo con la più “blasonata” Via Giulia, aprì a Roma il Music Inn di Pepito & Picchi Pignatelli.



Non era certo l’unico Jazz Club della capitale, che all’epoca ne vedeva già aperti diversi, tra cui “il Clubino” o il “Folkstudio” e del resto anche Pepito aveva inaugurato già nel ’71 il Blue Note in via dei Cappellari, 74 (poi chiuso per via dei primi casini giudiziari del “principe”), ma il Music Inn è stato e resterà IL LOCALE per antonomasia, e non credo solo per noi romani. 



Immagino che tutti abbiate sentito parlare almeno una volta di questo Club, o che vi siate ritrovati a vedere spezzoni, oramai leggendari, passati su Blob o Schegge alle tre di notte, registrati proprio in quella “grotta” e sono molto felice che una narratrice sensibile come Carola De Scipio, che ha già saputo raccontare con tanta profondità e rara grazia la figura di Massimo Urbani, si stia dedicando (con Roberto Carotenuto e le musiche di Enrico Pieranunzi) a un documentario su quello che è stato il mito di riferimento dei Jazz Club italiani, per l’aspetto da Cave, per la fama dei suoi gestori, per la cucina strepitosa (all’inizio gestita da Riccardo Lay) e, soprattutto, per i nomi stratosferici che presentava una sera dopo l’altra sul suo piccolo palco…



Basta scorrere oggi una loro qualsiasi programmazione per accorgersi che era proprio un’altra epoca per la Musica… 

L’apertura di fine gennaio ’74 fu affidata a Basso & Valdambrini, in Sestetto con Dino Piana; a seguire ci furono i “Summit”, il quintetto guidato da Dusko Gojkovic con Bobby Jones al tenore poi, per un’intera settimana, Mal Waldron e Steve Lacy e, a chiudere, Art Farmer. E il livello dei programmi proseguiva su questo tono: Franco Cerri con una ritmica romana, la Big Band di Tommaso Vittorini e Enrico Pieranunzi e poi Dexter Gordon, Kenny Drew, Flavio e Franco Ambrosetti (con J. F. Jenny Clarke al basso e Daniel Humair alla batteria)...  In un soleggiato giorno di aprile poi, arrivò Johnny the little giant Griffin, che suonò per un’intera settimana “accompagnato” dal Modern Art Trio (o buona parte dei Perigeo, se preferite…), cioè Franco D’Andrea al piano, Giovanni Tommaso al contrabbasso e Bruno Biriaco alla batteria.



In quel contesto agiva un altro personaggio fondamentale per il Jazz a Roma di quegli anni, Aldo Sinesio, che in totale sinergia con la programmazione del Music Inn non perdeva mai l’occasione di registrare quei giganti arrivati in città. Fu così che nacque la serie Jazz A Confronto della HORO e la gig di Johnny Griffin chiuse la prima decina, in maniera onesta e generosa col suo hard bop moderno, ma sarebbe benissimo potuta stare sul podio, secondo me, fosse solo per il primo titolo del Lato A, che fu un atto d’amore per il Club dei Pignatelli ed una conferma della sua statura, che risuona forte ancora oggi.



Sì, era sicuramente un’altra epoca quella, in cui potevi sedere al bancone del Music Inn con personaggi come Ornette Coleman, McCoy Tyner, Bill Evans, Jackie McLean, Max Roach o Chet Baker... anzi, forse era proprio un altro pianeta.

*****



Label: HORO
Catalog#: HLL 101-10
Format: LP
Country: Italy

Recorded at “Titania’s Studio”,
Rome on 1974, April 7

Johnny Griffin (tenor sax),
Franco D'Andrea (p), Giovanni Tommaso (bass), Bruno Biriaco (drums)



Tracklisting:

Side A

A1) Music Inn Blues - 8'44"
A2) For The Love Of - 8'07"


Side B

B1) Always Forever - 7'11"
B2) Keep Going - 12'02




mercoledì 5 gennaio 2022

Cogli l'attimo... a Paolo Piangiarelli

C’è stato un momento, oramai due anni fa, in cui mi è sembrato davvero che fosse possibile realizzare e diffondere un corposo libro tributo a Paolo Piangiarelli ed alla sua creatura prediletta, la Philology Records.


La famiglia arrivò a me credo grazie a Franco Bergoglio, che mi mise in contatto con Daniele Massimi di Musicamdo / Macerata Jazz e sicuramente per via dell’intervista fiume che avevo realizzato con Paolo nel febbraio 2017 e solo in parte pubblicata sul mio blog.

Si parlava di un rilancio dell’intero catalogo, di necessarie ristampe e nuove incisioni e si voleva dare forza a tutto questo con un ampio racconto della storia dell’etichetta di Macerata (che poi sarebbe stato il ritratto più fedele di Piangiarelli che si poteva mai realizzare), operazione che fu annunciata anche alla stampa locale.

Io ne fui da subito entusiasta e proposi, oltre ad utilizzare stralci inediti dell’intervista, di contestualizzare il tutto con attuali interviste ai musicisti che avevano fatto parte della sua “scuderia”. Fu così che grazie ai generosi contatti di alcuni amici, su tutti quel “gaittone” di Guido, mi ritrovai a solleticare i ricordi di Enrico Rava, Franco D’Andrea, Tiziana Ghiglioni, Enrico Pieranunzi, Fabrizio Bosso e tanti altri, tra cui addirittura Paolo Fresu, che con Piangiarelli aveva realizzato un solo album, se pur significativo, quel tributo a Luigi Tenco ancor oggi grondante emozioni. E, ovviamente, tutti ne raccontarono delle belle sulla Label e sul suo patron…


Nel frattempo noi mettevamo ordine nello sconfinato catalogo, stilavamo piani di diffusione, abbozzavamo progetti di mostre fotografiche e di ascolti sensoriali che avrebbero costituito il contesto della presentazione, spesso su Zoom o presso un tavolo del Mercato di Termini, zona “facile” per gli incontri tra me, unico romano, e i marchigiani Cristiana Piangiarelli, Daniele, appunto, Diego e forse qualcun altro che ora mi sfugge.



Alla fine terminai il lavoro a tempo di record per i miei canoni, sbobinando e trascrivendo parte delle interviste che, vista la ghiotta occasione, avevo realizzato in maniera più ampia rispetto al tema (potevo farmi sfuggire i ricordi di Rava, Pieranunzi e D’Andrea anche su Sinesio e la HORO???) e quasi mi commossi quando inviai il filONE definitivo (dopo tante revisioni, eh…) e dissi che, se andava bene a tutti, saremmo finalmente potuti andare in stampa per essere così pronti per la 51° edizione del Macerata Jazz al Teatro Lauro Rossi!!! wOw!


Dopo aver ricevuto il lavoro completo e ingaggiati da tanta “storia” che, forse, nemmeno loro conoscevano bene sul loro Paolo, la famiglia iniziò a ragionare però su un editore di rilievo, anziché un’autoproduzione, su una distribuzione nazionale (magari anche in edicola con allegato il famigerato CD compilation), su una traduzione (necessaria) ed una stampa in grande formato e quadrichrom per le copertine. Per me il mio scritto valeva molto meno del famoso primo “assolo nasale” che Charlie Parker aveva eseguito nella cabina telefonica (e Piangiarelli pubblicato in un mare di critiche) e, anche se quest’aumentata attenzione non poteva che rendermi orgoglioso, tentai di riportare tutti con i piedi per terra per portare a termine l’operazione, in maniera forse meno enfatica ma di certo più sicura… 


Insomma, alla fine abbiamo perso l’attimo… il libro è rimasto nel mio Hard Disk (dovrei scrivere il libro dei libri nel cassetto, un giorno) non venne più dato alle stampe né in piccolo né in pompa magna ed io sono molto dispiaciuto perché ora suonerebbe come un “coccodrillo” mentre all’epoca, anche se Paolo stava già molto male, sarebbe stato ancora un meritato riconoscimento che nemmeno la stampa specializzata aveva mai concepito. Unico insegnamento (peraltro molto noto): cogli l’attimo, perché la vita non resta ferma a guardare, mai.



Tra l’altro, non mi sono nemmeno mai scusato con tutti quei Musicisti che mi hanno dedicato il loro tempo ed i loro ricordi e lo faccio ora, anche se per questo naufragio, speriamo momentaneo, all'epoca non ero io il capitano.


domenica 3 giugno 2012

Piana - Valdambrini Sextet, 1989


Dino Piana conobbe Oscar Valdambrini un mese dopo la sua prima incisione per la CETRA, quella registrata venerdì 30 settembre 1960, in cui era affiancato da Gianni Basso amico sin dall’infanzia, quando si preparò per incidere il primo disco con il Quintetto più famoso e longevo del jazz italiano. 


«All’inizio non leggevo una nota di musica. E non sono stato in grado di leggere per molto tempo. Il mio mestiere è sempre stato una scoperta, almeno fino alla Coppa del Jazz. Quando incisi il primo disco con il Sestetto, Oscar mi fece andare a casa sua. Per ore e ore suonò con la tromba le parti che avrei dovuto fare io, finché non le avevo memorizzate. Erano arrangiamenti difficili di Gruntz e di Libano, ma con Oscar non si usciva finché non era tutto perfettamente a punto. La sera abbiamo suonato alla Taverna Messicana ed il mattino dopo eravamo in sala d’incisione»
Da quel giorno il suo rapporto con Basso & Valdambrini andò avanti fino a che la vita lo permise. 


In quegli anni ‘60, il Sestetto si ritrovò ad incidere almeno tre dischi che vanno annoverati nella storia del jazz: il primo dell’aprile 1960 porta semplicemente il nome della band “Basso Valdambrini Quintet plus Dino Piana" (Jolly LPJ 5010); il secondo, “The Best Modern Jazz in Italy 1962” (RCA PML 10326), è il documento che ha decretato la vittoria del Sestetto al concorso indetto dalla casa di cosmetici Arden, che si svolse al Teatro San Marco di Milano in quell’anno; il terzo disco che deve essere menzionato è del gennaio 1967, e fu dato alle stampe con il titolo “Exciting 6” (GTA JA 603) e ci permette di ascoltare la maturità e l’importanza di quel combo per il futuro sviluppo del jazz italiano.
In mezzo, nel dicembre 1962, uscì anche un quarto LP del Sestetto, con il titolo “Bossa Nova” (Ricordi MRJ 8006). 


Ma in quei “Favolosi Anni Sessanta” questi ragazzi fecero molto altro.
Per esempio volarono a New York, perché il concorso “Arden for Men” del 1962 prevedeva per il complesso vincitore una scrittura per alcune esibizioni in due prestigiosi club negli USA, L’Half Note ed il Birdland e, a quei tempi, non era cosa comune, come ricorda Arrigo Polillo sul quotidiano “Il Giorno”: «Il Sestetto Italiano di Basso & Valdambrini andrà, entro le prossime settimane, a Nuova York, dove si esibirà per qualche tempo in uno dei più rinomati locali jazzistici del mondo. L’ambita scrittura (non era mai accaduto prima che un complesso italiano si esibisse a Nuova York) è il premio messo in palio da una nota casa produttrice di cosmetici e da un settimanale romano che, insieme, hanno bandito un concorso fra i migliori complessi di jazz moderno italiani».


Purtroppo il sindacato dei Musicisti di NY proibì loro di suonare «Non avendo potuto suonare, siamo andati ad ascoltare: Miles Davis che suonava con J.J. Johnson e Winton Kelly, ma anche Art Farmer e Dizzy Gillespie. Poi abbiamo assistito ad una seduta d’incisione della Big Band di Joe Morello», ricorda Dino Piana.


Poi entrarono anche a “La Scala” di Milano, in occasione di un grande evento, come ricorda Pino Candini sul quotidiano “La notte” del 19 novembre del 1965: «Il jazz entra alla Scala… Il grande passo non verrà compiuto per mano di Duke Ellington, che ha già una certa familiarità con l’Orchestra scaligera avendo preso a prestito due anni fa alcuni suoi musicisti per l’incisione di un disco sinfonico, né dal Modern Jazz Quartet, ormai abituato ad esibirsi nei conservatori. No, per questo debutto, che non mancherà di suscitare vivaci polemiche, sono stati scelti i jazzisti italiani capeggiati da Gil Cuppini: essi prenderanno parte ad uno spettacolo assai composito di Maner Lualdi, intitolato “Gershwiniana”, che andrà in scena il 20 dicembre. Gilberto Cuppini, investito dell’importante incarico, si è messo al lavoro per riunire i componenti della sua “Concert Jazz Band” che così brillantemente si esibì il marzo scorso al festival del jazz di Sanremo. Saranno quindi della partita i trombettisti Oscar Valdambrini e Fermo Lini, i trombonisti Dino Piana e, forse, Mario Pezzotta, i sassofonisti Glauco Masetti, Gianni Basso ed Eraldo Volonté, il chitarrista Alberto Pizzigoni, il contrabbassista Giorgio Azzolini, probabilmente il pianista Enrico Intra, più naturalmente Cuppini alla batteria»


Fu solo nel 1969 che l’attività del Sestetto subì un rallentamento, quando Dino Piana venne assunto a Roma nell’Orchestra della RAI TV. Il Quintetto Basso-Valdambrini registrò ancora una sonorizzazione per la Fonit Cetra (se non inedita, sconosciuta i più) e, dopo qualche mese, anche Gianni Basso giunse nella Capitale, andando a rinnovare la sezione ance dell’Orchestra della Radio RAI. Nel 1971, fu la volta di Oscar Valdambrini, che andò a sostituire Baldo Panfili che andò in pensione, entrando anche lui nelle fila dell’Orchestra della TV. Per un momento sembrò che Roma potesse riunire nuovamente quei ragazzi protagonisti del jazz “moderno” italiano, ma Gianni lasciò qualche mese dopo l’Orchestra della Radio e quell’oscuro lavoro che sembrava averlo condannato ad un’avvilente routine,  tornando a Milano. 


Per rendere l’idea della “smania musicale” di Gianni Basso, basterà ricordare i palcoscenici di alcune città da lui visitate negli anni Settanta: Bergamo, Oslo, Ostenda, Lubiana, Roma, Milano, Alessandria, Locarno, Saint Vincent, Orvieto, Perugia, Zagabria, Foggia, Nizza, Malcesine, Napoli, Varsavia, Ferrara… Se le città toccate possono sembrare un semplice campionario di località e date, per abbozzare appena un ritratto musicale di quegli anni, basterà ricordare i partners del sassofonista astigiano: Maynard Ferguson, Phil Woods, Sonny Stitt, Slide Hampton, Kenny Clarke, Illinois Jacquet, Gerry Mulligan, Buddy Collette, Idrees Sulieman, Tony Scott, George Coleman, Toots Thielemans, Art Farmer, Clark terry, Dizzy Gillespie, Dusko Goykovich…


Ma torniamo a Piana e Valdambrini «Quando Gianni andò via da Roma, con Oscar decidemmo comunque di continuare il discorso musicale», racconta Piana.
Il primo disco a loro nome è una sonorizzazione del 1973, “10 Situazioni”, uscita per la Globe Records (SLP 1005) ancora in Sestetto, con Antonello Vannucchi al piano, Giorgio Rosciglione al basso elettrico, Silvano Chimenti alla chitarra e Sergio Conti alla batteria. Nel giugno 1976, segue un interessante disco per la HORO, con tre tromboni aggiunti a Piana, Enrico Pieranunzi al piano, Bruno Tommaso al basso e Roberto Podio alla batteria.
Nello stesso anno, per la Vedette del Maestro Armando Sciascia, Piana & Valdambrini registreranno “Afrodite” (VPA 8337), in quintetto con Oscar Rocchi al piano, Giorgio Azzolini al basso e Tullio De Piscopo alla batteria.


Nel 1978 si unì a loro il figlio di Dino Piana, come seconda tromba, compositore e, soprattutto, eccellente arrangiatore, ma dovremmo attendere più di dieci anni per avere una prova su disco della nuova formazione. Nel luglio 1989, grazie alla Penta Flowers di Franco De Gemini ( il celebre the Man with Harmonica, entrato nella storia per la colonna sonora di C’era una volta il west di sergio Leone, scritta da Morricone), il Piana – Valdambrini Sextet torna sugli scaffali degli appassionati, con il disco omonimo (CD PIA 004), dove i due senatori sono affiancati da Franco Piana alla tromba ed al flicorno, appunto, Enrico Pieranunzi al piano, Massimo Moriconi al basso e Roberto Gatto alla batteria.


È di questo disco che vi volevo parlare quando ho iniziato questo post, ma forse ora basterà la musica.

Buon ascolto!

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Credits:

Piana – Valdambrini Sextet

Label: PENTAFLOWERS
Catalog #: CD PIA 004
Format: CD
Country: Italy

Recorded at Titania Studio,
Rome, on July 12, 13 and 18, 1989

Oscar Valdambrini (tp, flgh),
Dino Piana (valve trne),
Franco Piana (tp, flgh),
Enrico Pieranunzi (piano),
Massimo Moriconi (bass),
Roberto Gatto (drums)




Tracklisting:

1) Lunga Vita al Jazz – 16:24
2) African Mood – 7:30
3) Tradizione – 18:22



4) Spagna – 13:35
5) Hello Mr. Parker – 6:23
6) Salmanazar – 3:45

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lunedì 23 gennaio 2012

TOP JAZZ STORY _1982 - 2011

OVVERO: È PIÙ FACILE CHE UN APPASSIONATO SI METTA A CRITICARE UN CRITICO, CHE UN CRITICO INIZI AD ASCOLTARE I MUSICISTI CON ORECCHIO APPASSIONATO, O CHE UN MUSICISTA S’IMPEGNI A FAR APPASSIONARE UN ASCOLTATORE?


“È stata la grande festa del jazz italiano. Una celebrazione più che meritata da parte dei musicisti, i cui nomi, come i lettori sanno, sono usciti dai risultati del referendum Top Jazz da noi promosso tra oltre cento «addetti ai lavori» di tutta Italia. Lo scopo di questa consultazione – giova ribadirlo – non era quello di stabilire una precisa graduatoria di valore (nessuno crede a queste cose – che appartengono piuttosto al mondo dello sport – e noi meno che mai) bensì di mettere in evidenza musicisti e complessi che nell’anno passato hanno avuto modo di proporre, con concerti e dischi, un’immagine di se stessi particolarmente positiva”.

Con queste parole Pino Candini recensiva la serata organizzata da Musica Jazz al Ciak di Milano il 7 Marzo 1983, all’indomani del primo referendum indetto dalla rivista, all’epoca diretta da Arrigo Polillo.

tormento-interiore_1925

In realtà, e per dovere di cronaca, un contest era stato precedentemente tentato dalla rivista già nel maggio 1963, sotto la direzione di Giancarlo Testoni, che attraverso la compilazione di un questionario chiese ai lettori dell’epoca di esprimersi sullo stato del jazz dividendo l’inchiesta tra i musicisti italiani ed accorpando gli americani ed europei in una seconda parte della scheda.
.
Il risultato fu che, nel numero 200 della rivista (ottobre 1963), uscì un articolo firmato dall’intera redazione ed intitolato “Un referendum impossibile” per via delle tante schede irregolari ricevute che disegnavano la volontà di alcuni di vincere a tutti i costi la gara, a discapito di una corretta ed utile fotografia del panorama jazzistico italico.


Ma torniamo al Top Jazz, quello che con questo nome è arrivato fino ai giorni nostri e che fu pubblicato per la prima volta nel gennaio 1983, per tentare di fare il punto sull’annata jazzistica appena conclusa, quella del 1982. Questa volta a rispondere furono esclusivamente un centinaio tra critici, giornalisti specializzati, organizzatori di concerti, responsabili di rubriche radiofoniche o televisive che, attraverso otto sezioni del referendum, così votarono:
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Miglior disco italiano
Opening Night di Enrico Rava Quartet

Miglior musicista italiano
Franco D’Andrea

Miglior gruppo italiano
Enrico Rava Quartet

Miglior disco straniero
We Want Miles di Miles Davis

Miglior musicista straniero
Sonny Rollins

Miglior gruppo straniero
Freddie Hubbard Superstars Quintet

Miglior nuovo talento internazionale
Winton Marsalis

Evento dell’anno
Il ritorno di Miles Davis in Italia.
 .
 primo acquerello astratto_1910

Ovviamente, le critiche al referendum videro luce simultaneamente all’ideazione del Top Jazz stesso, e questo è sano, ma spesso si ricadeva in un semplice contro dibattito soggettivo (Tizio dovrebbe procedere Caio, e non viceversa), o in cavilli superficiali che sembravano più una scusa per attaccar maretta che altro. Una su tutte, la diatriba sul periodo preso in considerazione in merito alla categoria Miglior Disco dell’anno, che per logica avrebbe dovuto seguire l’ordinamento del calendario solare (1 Gen – 31 Dic), ma per ovvie ragioni d’impaginazione e stampa non poteva includere il mese di Dicembre nelle valutazioni. Anche questo dettaglio scatenò ulteriori polemiche che richiesero, ogni volta, la pubblicazione del periodo di riferimento (a volte cambiato in 1 Dic – 30 Nov).
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Questa prima edizione fu documentata su LP, con la registrazione di parte del concerto tenuto nella sera del 07 marzo ed i partecipanti italiani, cosa rara sia allora che oggi, usufruirono anche di un passaggio televisivo nella trasmissione Blitz, condotta da Gianni Minà e registrata il giorno precedente al concerto.


Per avere un’altra edizione del Top Jazz documentata su supporto sonoro, dovremmo attendere il 1999, anno nel quale la rivista pubblicò in CD i risultati del sondaggio, aprendo ad una tradizione che va avanti ancora oggi.
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La seconda edizione del Top Jazz fu quella del 1984 (l’annata ’83, chissà perché, non ebbe il suo referendum), anno in cui risposero ottanta «addetti ai lavori», questa volta a nove domande leggermente diverse, con l’aggiunta del miglior nuovo talento italiano, divise nelle seguenti categorie:

Miglior disco italiano
No Idea of Time di Franco D’Andrea Quartet

Miglior musicista italiano
Franco D’Andrea

Miglior gruppo italiano
Lingomania

Miglior nuovo talento italiano
Paolo Fresu

Miglior disco straniero
Historic Concerts di Max Roach & Cecil Taylor

Miglior musicista straniero
Miles Davis

Miglior piccolo complesso straniero
Miles Davis

Miglior grande orchestra straniera
Gil Evans

Miglior nuovo talento internazionale
Bobby McFerrin
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improvvisazione-XXVI_1912

C’è da dire che, per la trasparenza del poll, sin dal principio la rivista pubblicò la lista dei votanti, il dettaglio delle votazioni (chi vota cosa) e, almeno dal 1999, tutti i nomi a seguire dopo i primi in classifica, anche quei dischi e/o musicisti che avevano ricevuto un solo voto a favore.
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In ogni caso, da quello spunto iniziale datato ‘82, il Top Jazz è andato avanti quasi ininterrottamente fino ad oggi, con la formula di raccontare nel primo numero di ogni nuovo anno della rivista, le produzioni, gli accadimenti ed i personaggi che hanno segnato l’anno appena concluso o, quantomeno, quelli che avevano attirato l’attenzione della critica specializzata.
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Uno scossone si ebbe con l’edizione del 2004, quando Alessandro Achilli e Luca Conti, due redattori di Musica Jazz, resero pubblico il fatto, segnalato come anomalo, che alcuni giurati avevano votato dei musicisti italiani in una delle categorie dedicate ai jazzisti internazionali (MJ Febbraio 2005). Da quello spunto pubblicarono una lettera aperta alla rivista, in cui lanciavano il quesito “ma il jazz italiano è davvero maggiorenne?” e proponevano una nuova regola, cioè quella di non considerare votabile come “nuovo talento” chi avesse già pubblicato almeno un disco da leader.
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Nella risposta di Filippo Bianchi, all’ora Direttore, si intravedono “in nuce” i cambiamenti che scuoteranno di lì a breve l’assetto del referendum, e della rivista tutta. Bianchi, seguendo una tradizione connaturata alla rivista e di nobili intenti, chiama all’appello i lettori, i musicisti ed i critici che votano nel Top Jazz per conoscere pubblicamente le loro impressioni ed avviare così un dibattito allargato.
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Tra le risposte interessanti, oltre che condivisibili dal sottoscritto troviamo quella di Antonia Tessitore (RaiRadio3) che esprime dubbi sull’utilità del referendum, se non altro perché compilato da “persone specializzate che non rappresentano certo l’ascoltatore medio italiano […] dato che molti non comprano i dischi ma li ricevono” e propone di chiedere ai distributori/rivenditori un dettagliato rapporto annuale sulle vendite, oltre che tornare a coinvolgere i lettori.

Maurizio Franco (Musica & Dischi, Musica Oggi) concorda con il Direttore sulla divisione tra jazz italiano ed il resto del mondo, “per non partecipare alla scomparsa delle culture nazionali. Sarebbe una tragedia culturale, una globalizzazione della mente artistica che uccidendo i relativismi culturali ridurrebbe la varietà dei modi di esprimersi”.

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Ottimo l’intervento di Paolo Damiani che trova giusto e doveroso che un periodico italiano di jazz si occupi dei musicisti nazionali per valorizzarli e farli conoscere e sottolinea che “ci sono musicisti italiani che fanno jazz e non musicisti che fanno jazz italiano”. La lettera di Damiani, che è quella di un musicista è utile ricordarlo in questa sede, ci lascia con più domande che risposte: “chi compone il gruppo ZU? Dove sono finiti maestri come Gaslini, Intra, Cerri, Schiano, Tommaso, Cazzola? È giusto inserire Gianni Lenoci nella categoria nuovo talento? I giurati hanno ricevuto tutti i CD? E chi glieli manda, l’etichetta discografica o il musicista?” ed una costruttiva proposta “i temi all’ordine del giorno dovrebbero essere altri che un innocuo e divertente giocattolo chiamato Top Jazz: Quanto Jazz viene prodotto e proposto in RAI? Perché la Scala programma solo Jarrett? E perché il più mal ridotto teatro di periferia tenta di imitare la Scala, senza averne possibilità? Per cui ragioniamo sull’urgenza di costruire un coordinamento di soggetti diversi che rappresenti le varie anime del jazz che si produce, si studia e si diffonde oggi in Italia”.

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Termino con la risposta di Francesco Martinelli che ci riporta alla realtà e ci ricorda: “tutte le riviste fanno i loro polls: Leonard Feather s’inventava i risultati di Metronome per promuovere i musicisti di be-bop, che negli anni Quaranta nessuno avrebbe altrimenti votato; la rigorosa Cadence chiede ai collaboratori d’indicare i loro dischi preferiti, ma non somma i voti dando un vincitore finale. In arte non c’è né un migliore né un peggiore, ci sono solo opzioni diverse che risuonano diversamente con le sensibilità delle diverse persone. Il Top Jazz per me ha valore solo come evento di carattere mediatico, al meglio come promozione di questa musica presso un pubblico più vasto, al peggio come luogo d’infinito gossip”.
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Chi volesse leggere l’intero carteggio (MJ Mar_Apr 2005), può fare richiesta al Centro Studi della Fondazione Siena Jazz.
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Nel numero di Novembre 2005 Bianchi pubblica una lettera aperta in cui cita Pasolini dello splendido "Uccellacci e uccellini" e, attraverso le parole pure di Ninetto dichiara di lasciare tutto così com’è, o quasi, assumendosene ovviamente le responsabilità. Conferma che il Top Jazz è il referendum del mondo del jazz italiano, apprezza le proposte di modificare l’elezione del nuovo talento, ma ci ricorda che questo è un Paese che soffre più di ogni altro in Occidente di una sorta di «superfetazione legislativa», che crea irrisolvibili labirinti normativi nei quali a tutti è toccato perderci o tentare di districarci con ingenti energie, per cui potremmo ottenere molto di più delegiferando anziché continuando a legiferare.
 .

Di conseguenza, nell’edizione del 2007 - ventesima edizione del Top Jazz - la rivista decise di dedicare esclusivamente al jazz italiano il referendum.
 .

“Perché si cambia? Qual è il significato di spostarsi da una visione così vasta, tale da abbracciare addirittura il jazz nel mondo intero, ad un obiettivo molto più concentrato? Possiamo partire dal rischio di una stanchezza della formula, tradotta negli ultimi anni in ripetitività dei risultati. Ma assai più forte sentivamo l’esigenza di adeguare il Top Jazz a questa lunga stagione di grande creatività e reputazione internazionale che il jazz di casa nostra sta vivendo. Non è, quindi, una scelta «provinciale», della coltivazione di un privato orticello; è al contrario un impegno tendente a dare agli esiti del referendum il massimo risalto internazionale, proprio per un meno superficiale riconoscimento. Se ormai tutte le consorelle straniere, Down Beat in testa, ci dicono quanto siano bravi alcuni (i più noti) dei nostri, noi a tutti forniamo un quadro generale in cui di bravi ce ne sono molti altri, che magari oltre frontiera non hanno mai sentito nominare, e magari anche l’appassionato nostrano trascura.
 .
Tutto questo si muove in una logica di «promozione» che da sempre appartiene allo spirito del Top Jazz, al di là della spettacolarità delle classifiche”.
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La rivista, nella sua dichiarazione d’intenti era chiara e, nelle stesse nove sezioni del sondaggio, poté ampliare i settori in cui valutare i musicisti italiani creando cinque categorie a carattere individuale. Sessanta esperti tornarono a votare e, nel gennaio del 2008, questa la classifica che si presentò agli occhi dei lettori appassionati:

Disco dell’anno
Al Tempo che Farà di Paolo Damiani
ex aequo con The Third Man di Rava & Bollani

Musicista dell’anno
Enrico Rava

Formazione dell’anno
Italian Instabile Orchestra

Miglior nuovo talento
Giovanni Guidi

Compositore o Arrangiatore dell’anno
Dino Betti Van Der Noot

Strumentista dell’anno – Ottoni
Gianluca Petrella

Strumentista dell’anno – Ance
Daniele D’Agaro

Strumentista dell’anno – Pianoforte, Tastiere, Chitarra
Roberto Cecchetto
ex aequo con Stefano Bollani

Strumentista dell’anno – Basso, Batteria, Miscellanea, Voce
Roberto Gatto
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improvvisazione-VII_1910

Ancora una volta le polemiche dei lettori infuriarono.
Prima si contestò la decisione di guardare solo al jazz italiano, scelta che sembrava retrograda, riduttiva e provinciale ai più, nonostante le esplicite premesse degli organizzatori, e questo fa sorridere se si pensa che per i primi 30/40 anni la rivista veniva spesso accusata di esterofilia a discapito dei musicisti del Bel Paese.
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Secondo si confutò la scelta, arbitraria ma legittima, di mettere insieme le pere e le mele, di accorpare cioè strumenti abbastanza differenti sotto la stessa categoria, che creava perlopiù pasticci anziché utili distinguo tra i vari musicisti. In questo caso la rivista difese la posizione, intanto ricordando in modo ironico ai lettori che già in altre occasioni l’idea di mettere insieme le pere con le mele era stata utilizzata nell’Arte, ed aveva dato risultati grandiosi, come nel caso delle nature morte di Paul Cézanne poi, assumendo toni più seri, dichiarando che gli accorpamenti erano necessari, altrimenti la furia metodologica imporrebbe una categoria a sé per l’ottavino, una per il fagotto, una per il violoncello e così via, dal momento che tanti sono gli strumenti atipici che, anche nel jazz, hanno avuto personalità illustri.
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Nel gennaio 2009 si dichiara pubblicamente il successo dell’iniziativa “con l’adesione alla nuova formula che resta molto alta a livello nazionale, per la quale hanno votato anche critici illustri che non avevano mai votato prima”. E si affermano alcuni assestamenti tra le regole, che comunque sarebbero esistite da sempre, come “non esistono pari merito” e che “tra i nuovi talenti non sono rieleggibili i vincitori dei precedenti sondaggi”. Alla fine, i cinquantasei «addetti ai lavori» così si esprimono in merito al Top Jazz 2008:
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Disco dell’anno
Canto di Ebano di Gabriele Mirabassi

Musicista dell’anno
Franco D’Andrea
ex aequo con Enrico Pieranunzi

Formazione dell’anno
Quintorigo

Miglior nuovo talento
Livio Minafra

Compositore o Arrangiatore dell’anno
Riccardo Brazzale

Strumentista dell’anno – Ottoni
Gianluca Petrella

Strumentista dell’anno – Ance
Daniele D’Agaro
ex aequo con Stefano Di Battista

Strumentista dell’anno – Pianoforte, Tastiere, Chitarra
Antonello Salis

Strumentista dell’anno – Basso, Batteria
Giovanni Tommaso

Strumentista dell’anno –Miscellanea, Voce
Maria Pia De Vito
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Nella ventisettesima edizione, per il Top Jazz 2009, la rivista ci tiene a sottolineare che “le graduatorie non sono importanti soltanto nella loro parte alta”, invitando così i lettori a scorrere tutta la lista fino in fondo, perché il Top Jazz fotografa un panorama e non esclusivamente le cime più alte e, senza aggiungere ulteriori informazioni, pubblica la nuova opinione dei sessanta critici di turno, così espressa:

Disco dell’anno
Stunt di Fabrizio Bosso & Antonello Salis
ex aequo con New York Days di Enrico Rava Quintet

Musicista dell’anno
Enrico Rava

Formazione dell’anno
Gianluca Petrella Cosmic Band

Miglior nuovo talento
Luca Aquino

Compositore o Arrangiatore dell’anno
Dino Betti Van Der Noot

Strumentista dell’anno – Ottoni
Fabrizio Bosso

Strumentista dell’anno – Ance
Francesco Bearzatti

Strumentista dell’anno – Pianoforte, Tastiere, Chitarra
Dado Moroni

Strumentista dell’anno – Basso, Batteria
Roberto Gatto

Strumentista dell’anno –Miscellanea, Voce
Maria Pia De Vito
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L’anno successivo, per il Top Jazz 2010, le categorie salgono a dodici ed i sessanta esperti premiano quanto segue:

Disco dell’anno
X (Suite for Malcolm) di Francesco Bearzatti Tinissima Quartet

Musicista dell’anno
Stefano Bollani

Formazione dell’anno
Tinissima Quartet

Miglior nuovo talento
Silvia Bolognesi

Compositore o Arrangiatore dell’anno
Paolo Damiani

Strumentista dell’anno – Ottoni
Fabrizio Bosso

Strumentista dell’anno – Ance
Rosario Giuliani

Strumentista dell’anno – Pianoforte, Tastiere
Danilo Rea

Strumentista dell’anno – Chitarra
Roberto Cecchetto

Strumentista dell’anno – Basso
Danilo Gallo

Strumentista dell’anno – Batteria
Roberto Gatto

Strumentista dell’anno –Miscellanea, Voce
Stefano Pastor
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Ed arriviamo alla ventinovesima edizione, quella del Top Jazz 2011, i cui risultati appena pubblicati riaccendono la miccia alle polemiche, spesso faziose ed inutili, che offrono singoli frame di personalissimi punti di vista, anziché una visione panoramica che indichi la strada del futuro, illuminando la scarsità di proposte del popolo jazzofilo tutto, l’immobilità di certa critica ed il cambio alla direzione della rivista (sicuramente non solo per questo motivo) tra Filippo Bianchi, uscente con gli onori della Storia e Luca Conti, nuovo Direttore di quella che è, e rimane, la più storica rivista specializzata sul jazz del nostro Paese.

 milieu-accompagné_1937
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Questi i voti, che segnalano, almeno a detta della rivista, la quasi totale variazione tra i vincitori dell’attuale edizione e quella precedente :

Disco dell’anno
Around Ornette di Giovanni Falzone Quintet

Musicista dell’anno
Rita Marcotulli

Formazione dell’anno
Franco D’Andrea Quartet
ex aequo con Livio Minafra Quartet

Miglior nuovo talento
Fulvio Sigurtà

Compositore o Arrangiatore dell’anno
Dino Betti Van Der Noot

Strumentista dell’anno – Ottoni
Giovanni Falzone

Strumentista dell’anno – Ance
Francesco Bearzatti

Strumentista dell’anno – Pianoforte, Tastiere
Franco D’Andrea

Strumentista dell’anno – Chitarra
Lanfranco Malaguti

Strumentista dell’anno – Basso
Enzo Pietropaoli

Strumentista dell’anno – Batteria
Zeno De Rossi

Strumentista dell’anno – Voce
Maria Pia De Vito

Strumentista dell’anno –Miscellanea
Stefano Pastor
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Ora, dopo questo lungo, personalissimo ed opinabile excursus, voi penserete che una chiara idea su come debba essere organizzato un referendum io ce l’abbia in mente ed invece, continuo a pormi delle domande, tipo:
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•    è possibile che dopo quasi trent’anni non si sia riusciti ad offrire una documentazione più vasta dei risultati? Cioè dopo aver pubblicato in CD la selezione dei primi classificati, non si può far lo stesso con i successivi votanti, in modo da promuovere la più ampia fauna del mondo del jazz?
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 •    Non è ancora arrivato il momento d’inserire una categoria per il jazz in rete? Eppure gli spazi dove le discussioni si fanno più frequentemente sono sempre di più sul web.
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•    Non avrebbe senso valutare tra i nuovi talenti anche quei musicisti ai quali i dischi “convenzionali” non sono ancora stati prodotti, ma che mettono in condivisione la loro musica sul web, MySpace, i tanti blog etc? Forse aiuterebbe anche quei pochi produttori rimasti ad essere più coraggiosi ed aggiornati sul panorama e, se la valutazione di quel vasto mondo sommerso non fosse in linea con i tempi a stampa di una rivista, forse si potrebbe utilizzare il sito di Musica Jazz e renderlo così più vivo e frequentato, mettendo addirittura in download i brani vincitori.
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•    E ancora, non sarebbe utile inserire la categoria sul miglior critico, e lasciare solo questa a libera votazione dei lettori, in modo da creare un contest anche tra gli addetti ai lavori che, in alcuni casi, porti stimoli e feedback al loro operato?

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composizione VII_1913

Ora, se è vero che la maggior parte dei musicisti, nel nostro Paese, suona poco e mal retribuita come conseguenza di un mercato strutturato a piramide il cui vertice è occupato solo da pochissimi artisti, non è vero anche che dovremmo lavorare più sul quotidiano, sull’emancipazione del pubblico dalla dottrina mediatica, sulla diffusione trasversale, sulla cultura musicale che s’insegna a scuola, sulle nuove tecnologie di riproduzione, sulla sensibilità artistica dei proprietari di locali, sulla coscienza politica dei nostri governanti anziché accanirci senza alcuna propositività con quello che è solo un gioco, per quanto in grado di condizionare il mercato o almeno quello che pende dalle labbra delle statistiche di vendita?
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 composizione VIII_1923

Insomma, c’è sicuramente molto da fare e non ci sono soluzioni uniche, ma la prima cosa è tenersi aggiornati con i tempi ed ampliare il proprio punto di vista, sia nella struttura del referendum che tra i fruitori del Top Jazz, perché è impossibile inquadrare tutto un mondo in movimento senza voler mai cambiare posizione.
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Mio nonno, antifascista ed anticlericale più per natura anarchica che per convinzione politica, mi raccontava che tutte le volte che doveva passare in piazza Venezia (alla chetichella, ‘chè erano cazzi), si stupiva di quante persone fossero radunate lì con il braccio teso.
Ma ancor di più si stupì dopo il giudizio del popolo di piazzale Loreto (così lo chiamava), perché da quel 29 aprile, in giro per Roma c’erano moltissimi antifascisti.
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frammento 2 per composizione VII_1913

Io ascoltavo ogni volta incuriosito il suo racconto (gli occhi Robbè, vuoti e tesi come quelle braccia), ma è stato grazie a mia nonna, più morbida ma non meno incisiva, che ho forse capito cosa intendeva dire.
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Lei era solita raccontarmi una storia, che penso riuscirete a capire anche voi e che in ogni caso preferisco lasciarvi come uno stimolo a pensare, piuttosto che aggiungere immodeste soluzioni utili solo a se stesse.
Una storia, dicevo, che faceva più o meno così:
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montagna_1909

C’era una volta un povero vecchio che viveva con la sua nipotina in una casa in cima alla montagna, perché sua figlia, madre della bambina, si era dovuta trasferire giù in paese per lavorare e non poteva ospitare nella stanza che gli avevano destinato i signori presso i quali era a servizio la sua amata figliola.

Allora, per far soffrire meno la distanza alle due donne, ogni lunedì all’alba il vecchio preparava la bambina ed insieme scendevano al paese, attraversando due piccole frazioni poste a metà ed alla base della montagna, e risalivano quando non s’era ancora fatta sera.
Un viaggio lungo e faticoso, alleviato solo dalla felicità che emanava dagli occhi di madre e figlia al loro incontro e da un magro asinello, anziano quanto il padrone, che gli dava un po’ di sollievo trasportandoli durante il tragitto.

Come ogni lunedì, anche oggi il vecchio si alzò prima dell’alba, scaldò un poco di latte per la nipotina che amava, diede un po’ di paglia ed un pezzo di carota all’asino che lo serviva e si preparò.
La bambina a quell’ora non riusciva mai a svegliarsi davvero, allora il vecchio la coprì bene e, come sempre, la caricò sulla groppa dell’asino ed iniziarono il viaggio.

Quando, con la luce del sole, giunsero alla prima frazione, come al solito la bimba si svegliò del tutto e, come i bambini sani ed amati, era iperattiva e cantava a squarciagola in sella all’asino. Gli abitanti del piccolissimo paesello, vedendo la scena da dietro alle finestre, fecero i soliti commenti di quanto era cattiva quella bambina che, con la forza della sua giovane età, se ne stava comodamente in groppa all’asino, mentre il povero vecchio doveva faticare camminando a piedi al suo fianco.
Appena oltrepassato il primo paese, la bimba che amava suo nonno, gli disse che era ora di darsi il cambio. Smontò quindi dall’asino ed aiutò il vecchio a salire per riposarsi un poco.

Quando, a mezzogiorno, arrivarono al paese posto alla base della montagna, gli abitanti del piccolo paesello, vedendo la scena da dietro alle finestre, fecero i soliti commenti di quanto era cattivo quel vecchio che, col potere della sua vecchia età, se ne stava comodamente in groppa all’asino, mentre la povera bambina doveva faticare camminando a piedi al suo fianco.
Appena oltrepassato il secondo paese, il vecchio che teneva al suo asino, smontò per far riposare un poco il povero animale.

Quando finalmente raggiunsero il paese dove lavorava la figlia, madre della bambina, gli abitanti vedendo la scena da dietro alle finestre, fecero i soliti commenti di quanto erano stupidi quel vecchio e quella bambina che, con un asino a disposizione, faticavano camminando a piedi al suo fianco.
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P.S.
Luca Conti ha voluto aggiornarmi personalmente sulla situazione del Top Jazz, facendo cenno a novità che saranno condivise con tutti noi lettori sulle pagine della rivista nei prossimi mesi.

Per quanto riguarda il cambio alla direzione di Musica Jazz, ci rimanda invece al suo scritto che apparirà tra pochi giorni, sul numero in edicola a febbraio.

a Luca, ed alla storica rivista, i migliori auguri di un nuovo inizio.


Credits:

Label: Musica Jazz 
Catalog #: 2 MJP 1014
Format: LP
Country: Italy

Recorded at Milan, Ciak Theatre, 7 March 1983.


Tracklisting:

Side One

A1. Gianluigi Trovesi Trio:
Estampida Suite (Trovesi) – 7:01
Gianluigi Trovesi (bass cl, soprano, small cl, fl, launeddas),
Paolo Damiani (bass), Gianni Cazzola (drums)

A2. Enrico Pieranunzi:
Monologue2 – Introspection (Pieranunzi) – 5:06
Enrico Pieranunzi (piano solo)

A3. Giorgio Gaslini Octet:
Indian Suite (IV Mov.) – part (Gaslini) – 8:42
Giorgio Gaslini (p),
Claudio Allifranchini, Maurizio Caldura (saxes),
Fabio Morgera (tp), Daniele Di Gregorio (vibes, perc),
Giko Pavan (bass), Paolo Pellegatti (drums)
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Side Two

B1. Milan Jazz Quartet:
A Blue Day (Bagnoli) – 5:12
Carlo Bagnoli (bar. Sax), Rudi Migliardi (trne),
Attilio Zanchi (bass), Carlo Sola (drums)

B2. Franco D’Andrea:
No Idea of Time (D’Andrea) – 7:15
Franco D’Andrea (piano solo)

B3. Enrico Rava Quartet plus Massimo Urbani:
Andanada (Rava) – 6:32
Enrico Rava (tp),
Massimo Urbani (alto sax),
Franco D’Andrea (p.),
Giovanni Tommaso (bass),
Barry Altschul (drums)
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Art by
Vasilij Kandinskij
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