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lunedì 14 febbraio 2022

ALTRO CHE SAN VALENTINO – Non c’è Amore tra il Jazz e le politiche culturali.

Raccolgo e condivido volentieri il pacato intervento di Stefano Maltese, figura chiave del Jazz siciliano - ma di rilievo internazionale - agitatore culturale con la sua ricerca personale che prende “forma pubblica” con l’associazione Labirinti Sonori e la sua Label di diretta emanazione che, in merito alla candidatura della bellissima Siracusa come capitale della cultura 2024, comunica apertamente lo stupore di non essere stato nemmeno interpellato dalle Amm.ni locali, nonostante la sua Storia.


Con una ciclicità oramai scontata, ma non per questo meno dolorosa, abbiamo visto e segnalato nel tempo la stessa sorte toccare al Open Jazz Festival di Ceglie, diretto dal compianto Faggiano, al Talos Festival di Ruvo di Puglia, creato e diretto per quasi trent’anni da Pino Minafra, al Bari in Jazz diretto da Roberto Ottaviano o all’Open World Jazz Festival di Ivrea, diretto da Massimo Barbiero e, purtroppo, a tanti altri…


Ogni volta l’assessore di turno (tanti, forse troppi?) o non ha proprio risposto o, come nel caso di Siracusa, si è difeso dietro la “chiamata alle armi” a cui ognuno poteva partecipare di sua spontanea volontà; pratica presumibilmente legittima nel criterio dell’appello pubblico ma manchevole nel rispetto dell’identità culturale e della memoria storica conclamata sul territorio che l’Assessore deve per forza conoscere.


Dice bene Gianni Morelenbaum Gualberto: «I responsabili di un progetto artistico devono conoscere il mondo in cui agiscono, meglio persino di coloro che lo vivono. È Lei che deve andare a cercare gli artisti, anche se conosco abbastanza bene il mondo della politica per immaginare che Assessori e cortigiani varî siano abituati ai questuanti che strisciano alle loro porte, rendendo omaggio a un potere che sa di provincialismo bizantino. Insomma, poiché voi non conoscete il mondo di cui pretendete di occuparvi, volete la manina alzata come per coloro che a scuola vogliono andare di corsa al bagno».


Quello che trovo ancor più strano è la scarsa presenza degli altri musicisti “per fare cerchio” intorno a casi come questo e, soprattutto, la quasi totale assenza sul pezzo della “critica ufficiale”, cioè la carta stampata specializzata. Siamo stanchi? Ci stiamo abituando al peggio? Accettiamo ogni decisione come inesorabile?


Io credo che se non facciamo sentire la nostra voce, pur se piccola come la mia, prima o poi non ci sarà più nulla per cui suonare (a parte le commissioni miserrime di Spotify) né, tantomeno, qualcosa che valga la pena raccontare (a parte le veline dei Festival Vatuttobene, grazie). 

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Art by Mario Schifano
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Oggi non è che il ricordo di ieri, e domani non è che il sogno di oggi.
The Prophet, Kahlil Gibran

domenica 4 luglio 2010

Soffiare sul Fuoco - Intervista a Roberto Ottaviano

Who wants to kill Jazz? #3

Piccolo Nudo - 1964

Il discorso sui Festival Jazz e le politiche culturali delle Amministrazioni italiane, iniziato con il post sull'Open Jazz Festival di Ceglie, e proseguito con l'intervista a Gianni Lenoci, continua a dispiegare i suoi tanti aspetti, non senza partecipazione o contraddizioni in essere.

Ad esempio Francesco Martinelli, con il quale intrattengo da diverso tempo rapporti di scambio "epistolare", che ringrazio infinitamente per mettere a disposizione la sua esperienza e per indicarmi sempre "altre" strade, nonostante la sua partecipazione ed il malessere nel vedere un'altra creazione culturale dissolversi sotto le maglie dei mancati investimenti, mi dice:
« considero un errore da parte degli organizzatori di festival il non costituire una propria associazione che gestisca il festival su commissione degli enti locali. In questo modo ci si consegna mani e piedi legati ai politici dell'ente gestore, precludendosi allo stesso tempo la possibilità di fare il festival con risorse proprie, accedendo ad altri fondi (regione, CEE, privati) e non traendo nessun insegnamento nè dalla lezione dei  festival come quello di Ruvo (ultimo analogo esempio  in ordine di tempo) nè da quella del tradizionale associazionismo del movimento operaio e sindacale nè da quella dei collettivi di musicisti ancora operanti (LMC, AACM) che per usare l'espressione di un grande e dimenticato pugliese, Giuseppe Di Vittorio, sono riusciti a fare la mossa del cavallo »

In effetti, a mio parere, questo apre ad una nuova via di ragionamenti, legati alla forza di una proposta ed alla salvaguardia della propria idea che deve essere si condivisa, ma non ceduta, perchè una volta  possono essere le istituzioni locali, un altra un premier o vicepremier di turno e, un'altra ancora, un investitore privato che guarderà al bilancio anzichè al programma.

Nel frattempo le adesioni sono aumentate con interventi di Massimo Barbiero (la prossima intervista), Stefano Maltese, Pasquale Innarella, Cavallanti & Tononi e Luca Aquino, che ha dato piena partecipazione, nonostante il suo nome figuri nel cartellone del Festival snaturato di Ceglie e gli interventi si esprimono sempre di più in un ambito globale, con una forza incendiaria dilagante, come questo che segue.

Testa d'uomo (Diego) - 1961

"Il sax è un veicolo ed il jazz è oggi più che mai un mezzo per contattare altre realtà e comunicare delle cose".

Un affermazione del genere potrebbe far pensare ad un grande Maestro come Duke Ellington, Charlie Mingus, John Coltrane o Miles Davis, perché hanno comunicato attraverso il jazz senza farsi mai mettere il bavaglio dalle etichette, ed invece è la sintesi di Roberto Ottaviano, sassofonista, compositore e didatta, e la dice lunga sulla statura della sua figura in seno al panorama musicale di questo Paese.


Attivo dai primi anni Ottanta, Roberto Ottaviano ha debuttato nel 1983 con l'album "Aspects" in cui si dimostra già maturo per incidere alcuni brani in solo e, negli altri, si circonda di personalità fortemente significative della "New Way of Italian Jazz" come Giancarlo Schiaffini e Carlo Actis Dato.

Ma in quello studio nel pieno centro di Bari, città dove Roberto è nato il 21 dicembre del 1957, tra le bianche e basse case del porto, il sassofonista ebbe l'intuizione di volere anche un giovane e sconosciuto trombettista, che apporterà un notevole contributo alla diffusione del jazz del nostro paese:
«Per me era la prima volta in uno studio di registrazione e fu in quell'occasione che per la prima volta mi ascoltai. Ascoltando dalla regia mi resi conto con piacere e stupore non solo che il mio timbro era sufficientemente caldo ed umano, ma che si amalgamava bene con quello degli altri strumenti suonati da colleghi certamente più esperti di me. La musica di Ottaviano era molto libera e avanzata rispetto a quello che avevo fatto fino ad allora. Vedevo i miei colleghi e Roberto annuire all'ascolto del tema che avevo appena esposto o dell'assolo, come se fossi stato un solista navigato capace di camminare sull'acqua o, peggio, sui carboni ardenti sopra i quali avevo l'impressione di trovarmi.» *

Diego seduto mentre legge il giornale - 1952/53

Nel suo primo disco, in perfetto equilibrio tra scrittura ed improvvisazione, Roberto Ottaviano sembra voler racchiudere tutte le sue future intenzioni ed elabora già da allora la sua poetica.
Le particolari combinazioni delle varie personalità musicali, in sintonia o in antitesi con il suo lessico personale, e la ferma volontà di intervenire negli ambiti cosiddetti tradizionali, per aggiornarne la struttura dalle fondamenta, daranno vita ad un dialogo nuovo, avanzato ed inaudito rispetto al jazz italiano degli anni Ottanta, che delineerà la cifra stilistica del sassofonista barese degli anni a venire.

Già dal suo esordio, quindi, verrà considerato come una delle voci europee più interessanti, uno dei profili strumentali più significativi, un uomo curioso ed atipico nel panorama nostrano, che vive la sua progettualità artistica lontano dalle mode, con vera poesia, con coraggio e coerenza.
Roberto Ottaviano nasce jazzman, insomma.


Poi gli incontri con i suoi mentori, come Lester Young e John Coltrane amati sui dischi, ma anche Evan Parker e Jimmy Giuffre con i quali partecipa ad alcuni workshop e, su tutti, Steve Lacy, con il quale approfondirà lo studio del soprano, nel periodo '80 -'86 tra Parigi e l'Italia. Contemporaneamente sente il bisogno di una formazione "pura", ed inizia ad approfondire la propria tecnica strumentale con il grande virtuoso classico Federico Mondelci.

Nei suoi trent'anni in jazz, Ottaviano non incide moltissimo a proprio nome «perché in un mondo che ha perso l'intervallo, che non conosce più l'attimo per fermarsi a riflettere su ciò che accade, io preferisco "scendere"» dice, ma in tutte le sue formazioni Roberto non ha perso di vista il "cuore del problema", cioè quello di utilizzare la sua Arte per comunicare una visione onesta, creativa, attuale e libera dai condizionamenti, sia nei gruppi a proprio nome come i Praxis, Six Mobiles, Pow Wow, Parabola, Koinè, Icaro o Pinturas sia nei progetti nei quali appare, come la MinAfric Orchestra di Pino Minafra, i Nexus di Cavallanti & Tononi, la Mitteleuropa Orchestra di Andrea Centazzo, il quintetto "Africa Mood" con il batterista sud africano Louis Moholo.

La Piazza - 1948

In questi anni ha collaborato e condiviso il palcoscenico, e la propria passione, con alcuni fra i più importanti musicisti americani, europei ed extraoccidentali, molto vari per stile e concezione ma ugualmente spinti dalla stessa aspirazione inventiva.

Alcuni fra questi: Dizzy Gillespie, Art Farmer, Mal Waldron, Pino Minafra, Reggie Workman, Andrew Cyrille, Albert Mangelsdorff, Chet Baker, Enrico Rava, Tomasz Stanko, Georg Grawe, Franz Koglmann, Barre Phillips, Keith Tippett, Giorgio Gaslini, Paul Bley, Steve Swallow, Irene Schweizer, Palle Danielsson, Kenny Wheeler, Ran Blake, Henry Texier, Paul Bley, Aldo Romano, Myra Melford, Tony Oxley, Misha Mengelberg, Han Bennink, Francis Bebey, Trilok Gurtu, Lamina Kontè, il "Singing Drums" di Pierre Favre.

Inoltre, dal 2005, Roberto Ottaviano è direttore artistico del Festival Bari in Jazz, e vorrei partire proprio da qui con le domande.

Ritratto di Mme Marguerite Maeght - 1961

JfI: Roberto, cosa spinge un musicista a tenere vivo un Festival jazz nell'Italia di oggi?

RO: Ovviamente rispondo per me. Sento come una specie di impegno morale nei confronti di tutti coloro che hanno contribuito a creare questa meravigliosa sintesi di arte ed umanità, di modernità “ecologica”, di rispetto ed evocazione dello spirito degli antenati, di bellezza tangibile e stimolo intellettuale. Naturalmente c’è poi l’esigenza di rendere più vivibile lo spazio intorno a me.


JfI: In una città del nostro bellissimo sud è più difficile?

RO: Tutto qui è più difficile. Paradossalmente solo i frutti della natura, seppur coltivati con sacrificio, crescono prepotentemente anche se vengono spesso distrutti perché sacrificati alle logiche del “mercato” (come le coltivazioni di pomodori nel Brindisino, etc…).

L’aspirazione ad una evoluzione dinamica e la responsabilizzazione delle Amministrazioni pubbliche, la lungimiranza mecenate di alcune imprese private e la sete di cultura delle comunità, sembra che da noi non riescano proprio ad attecchire.

Ritratto di James Lord - 1964

JfI: I contributi della Provincia o del Comune sono importanti per un Festival del genere, dove la progettualità si slega dagli obiettivi di rientro del profitto e dove lo spettacolo è offerto gratuito a tutti?

RO: Sono essenziali. La “politica” culturale può certamente orientarsi verso scelte diverse, diversi contenuti, ma tuttavia non può esimersi dall’occuparsi, per l’appunto, di cultura. L’idea di molti nostri amministratori di fare cultura attraverso la realizzazione di “eventi” che hanno come semplice equazione il fatto di riempire le piazze e far ballare le folle, è demagogica e falsa. A destra e a sinistra.

Lungi da me voler dare definizioni assolute di cultura, ma ritengo che il compito di una Amministrazione pubblica sia quello di sostenere in tutti i modi quelle iniziative che servano a far crescere una comunità, a creare degli scambi attivi, a mettere in moto dei processi individuali e collettivi attraverso i quali i cittadini possano diventare migliori e migliorino le relazioni personali ed interpersonali.
L’intrattenimento è un'altra cosa.
Lo spettacolo che possiede già una sua forte visibilità ed un indotto commerciale non ha bisogno del sostegno delle Istituzioni. Né tantomeno artisti, agenzie ed associazioni che li promuovono.

Annette col maglione rosso - 1961

JfI: Ma è possibile che in questo paese ci stiamo abituando all'idea che le istituzioni e la ricerca culturale siano agli antipodi?

RO: In passato la cosidetta classe politica che popolava le istituzioni era complessivamente di diverso profilo. Tra le sue fila c’erano più persone che provenivano da contesti di una certa levatura intellettuale. Il “Berlusconismo” è stata una svolta epocale che ha travolto e devastato tutto generando l’illusione di un annientamento dei regimi, creandone di fatto uno solo più forte, trasformando l’informazione, la formazione, i desideri, le necessità e capovolgendo i valori.

A me è capitato di sentire una affermazione di un Assessore che volentieri “auspicava” la fuga di questi cervelli rompicoglioni. A questo punto è quindi naturale che la “ricerca culturale” sia diventata sinonimo di “fanullonismo”. Al dramma poi aggiungiamo la beffa che la Berlusconite ha contagiato anche la sinistra che nello pseudo tentativo di emanciparsi da questa malattia ne ha contratto invece tutti i sintomi. Il “cazzeggio” impegnato o l’impegno nel cazzeggiare, certi feticci strumentalizzati su cui varrebbe la pena di effettuare qualche studio antropologico (I Blues Brothers, i Balcani, la Taranta e la musica brasiliana, il Mediterraneo…….).

Molti di coloro che ci hanno preceduto, e che incalzavano i politici, si sono ritirati a vita privata, alcuni fra noi cominciano ad essere davvero stanchi e diradano il loro impegno, le nuove generazioni sono pericolosamente divise tra quelli che si allattano alle mammelle di “Amici” e “Uomini e donne”, Corona e Belèn, i fratelli Vanzina, i vari Millionaire , e tra quelle che ritengono davvero, aimè, che Renzo Arbore ed il suo Sud populista e da cartolina, la Dandini, Veltroni, Vasco e MTV, siano una possibile alternativa.

Gli antipodi cui fai riferimento dunque stanno diventando sempre più una distanza cosmica.

Ritratto di Jean Genet - 1957

JfI: Tu hai fatto tournée in diverse parti del mondo, e collabori con musicisti internazionali. Questo ottuso atteggiamento di chi detiene il potere, è "una storia tutta italiana"?

RO: Fino a qualche tempo fa credevo di sì ma debbo dire che, confrontandomi con amici e colleghi d’oltralpe e d’oltreoceano, il fenomeno sta diventando globale.
Scene come quelle dei vari G8 e G20 di recente, in cui i potenti e le loro “corti” sembrano sempre più “staccati” dal mondo reale, i loro privilegi che crescono mentre il pianeta va in malora e con esso degrada tutto, sono un brutto segno.

La maggioranza sopravvive, si adatta, prende le misure e si accontenta di ciò che sembra indispensabile (ovvero ciò che la Televisione gli dice che è indispensabile) aspirando al “Bingooooo!!!!”, mentre una minoranza vive in un eterno golden resort.

with Reggie Workman & Andrew Cyrille

JfI: Secondo te, come mai pochissimi musicisti italiani hanno accolto questa discussione? Non dovrebbero essere loro i primi ad avere interesse nella salvaguardia della "biodiversità" nel jazz?

RO: In verità non è che nel nome del Jazz siamo tutti uguali o simili. Anzi. Molti vivono una idea del Jazz che è una continua Swing Era. Una euforia costante e cialtrona in cui si afferma una diversità dagli altri ma in fondo è solo l’ostentazione di uno status differente, per non mischiarsi, risultando invece molto “omologati”. Questi non sanno neppure quali siano state le ragioni che hanno spinto Ellington a scrivere “Money Jungle” o Roach “Freedom Now”, Coltrane “Alabama” o Mingus “Haitian Fight Song”. Per loro la musica non serve a far discutere, serve solo ad avere un “look”.

Pure alcuni di quei musicisti che in anni non sospetti erano attivisti di un Jazz, che magari non ritenevano dovesse essere “veicolo sociale”, e che però incarnava un pensiero forte, oggi dichiarano che i tempi sono cambiati. Che non serve più essere “contro” a tutti i costi. Che la rivoluzione non interessa più a nessuno. Di questo passo non solo il sistema ci fagociterà nel suo mortifero humus, ma non avremo più domande e la musica sarà solo una grande unica ed appiattita risposta.

Ritratto di Caroline - 1964

JfI: C'è stato un momento in cui l'impegno sociale e la ricerca culturale era voluta e sentita da tutti (penso agli anni Settanta). Poi c'è stato un declino dei sogni e l'affermazione della mercificazione di tutti i valori (ed intendo gli anni Ottanta). Ora c'è questa frattura, che sembra indolore, che in realtà nasconde la malattia di non pensare a come stiamo ed offre la cura nel fare i soldi con un gratta&vinci o con uno scoop pecoreccio.
Esiste ancora una speranza nell'alchimia culturale del jazz?

RO: Credo nel valore dell’autonomia. Il Jazz mi ha insegnato questo. Proprio negli anni ’70 di cui tu parli io sono maturato come adulto con e grazie al Jazz. Anni in cui era possibile ancora ascoltare le suites del Duca e le visioni elettriche di Miles, la drammaturgia di Archie Shepp e la voce autentica e non costruita di Ella, le sperimentazioni dell’A.E.O.C. e quelle di tanti improvvisatori radicali europei. Se si recupera questa varia ricchezza e la si distoglie dal misero chiacchiericcio cabarettistico verso cui oggi, artefici molti organizzatori e autorità mass-mediatiche, tendono a portarlo, allora forse quell’alchimia potrà ancora funzionare ad ampio respiro. Viceversa sarà solo una bombola d’ossigeno come riserva personale per chi la praticherà.

Ritratto del Professor Corbetta - 1961

JfI: Tu, nel 2008 a Ceglie, hai riproposto il progetto JAZZERIE, con Nico Stufano, Maurizio Quintavalle e Mimmo Campanale, riunendo quello storico gruppo dopo vent'anni. Qual'era il senso di quell'operazione?

RO: Pierpaolo Faggiano ha creduto nell’operazione ripropositiva a distanza di una vera e propria epoca dall’origine di quel progetto, una specie di omaggio ad un tipo di “proto-gruppo” del genere in Puglia. Per me è stata l’occasione per ritrovare vecchi amici con i quali abbiamo condiviso un periodo della nostra storia musicale, ma niente di più. Credo di essermi espresso meglio e con maggiore identificazione in altri contesti.


JfI: Che ricordo hai di quel Festival e di quella cittadina?

RO: Per me il Ceglie Open Jazz Festival era una specie di roccaforte per una certa progettualità musicale. Come lo sono stati l’Europa Jazz Festival di Noci ed il Talos di Ruvo. Come per quelli comunque ci volevano degli amministratori coraggiosi. Senza, era purtroppo prevedibile che fosse destinato ad essere spazzato via dal 7° cavalleggeri, segregando i suoi animatori all’interno di una riserva. Al suo posto ovviamente, altrettanto prevedibile, un bel festivalino stelle strisce e spaghetti.

Secondo me bene farebbero gli artisti interpellati a disertare per rispetto a ciò che il Festival è stato (ma si sa come spesso siano ricattabili anche con un piatto di lenticchie…..), e meglio farebbero gli Amministratori a non vituperare un progetto che “è stato” e, se proprio non sanno farne a meno, ideare una cosa completamente diversa. E’ sempre più facile racimolare consenso immediato piuttosto che rimboccarsi le maniche e fare un lavoro di educazione e stimolo della curiosità, serio ed impegnativo.

La storia non è nuova e ormai facciamo la conta tra i vari festival che subiscono questa sorte in Italia. Il fatto è che il Ceglie Open Jazz Festival era già una riserva, con sostegni risicatissimi.

La madre dell'artista - 1937

JfI: "Un Dio Clandestino", «sempre più nascosto e costretto a rivelarsi in condizioni di grande difficoltà», come dici tu, è il titolo del tuo ultimo lavoro. Titolo tristemente attuale ma che indica un riferimento, forse una speranza. Com'è il Dio al quale ti rivolgi, uomo di oggi e musicista di jazz?

RO: Un Dio che si interroghi una volta di più e non una di meno. Che sappia dare il peso alle parole ma ancora di più ai fatti. Che trovi il tempo senza perderlo. Che sappia accarezzare ma che sappia anche menare le mani. Un Dio che non si atteggi o che si attribuisca a tutti i costi un ruolo ma che sappia vivere il suo tempo in pace con gli altri cercando sempre più di capirne le ragioni e che offra il suo spazio per stimolare le riflessioni. Un Dio che partecipi alle Jam Sessions!

Ritratto di Yanaihara - 1958

JfI: Non ho mai pensato che una musica come il jazz potesse morire, e tutte le volte che l'ho sentito o che l'ho letto, la musica che amo ha sempre dimostrato una vitalità inaspettata. Ma di questi tempi...
Tu pensi che si debba iniziare a scavare qualche fossa?

RO: Oggi più che mai. Arriva un momento dell’esistenza in cui o stai da una parte o stai dall’altra. Devi prendere posizione, se hai preso coscienza…

Spazi dialettici quanti ne vogliamo, ma poi dobbiamo dichiararci. Non possiamo continuare a vivere nell’opportunismo e spacciare una cosa per un'altra. Insieme al libero mercato ci ritroviamo questa idea ambigua che ci deve essere spazio per tutti, che tutta la musica è bella, che basta un sax e l’improvvisazione.

Cominciamo col pretendere maggiore rigore ed informazione. Carta stampata, radio e opinion leaders che blaterano di cose che neanche conoscono, fanno danni irreparabili e dipingono un mare anonimo in cui si annega facilmente.

Caroline - 1961

JfI: La tua oculata produzione ci ha abituati a "frutti" pregiati, come un ottimo vino d'annata. Ci sono progetti speciali nel tuo immediato percorso artistico ed evolutivo?

RO: Sto per fondare una mia etichetta discografica. Visto che fino ad oggi non sono riuscito a trovarne una che potesse davvero svolgere un lavoro soddisfacente dal punto di vista degli investimenti sulla promozione e della diffusione, tanto vale che ci provi in proprio. Molti artisti si stanno orientando in tal senso e del resto tanti altri lo hanno già fatto in passato (vedi ad esempio Paul Bley e Ornette).
Il primo disco potrebbe essere un lavoro che registrerò a New York il prossimo autunno.

L'uomo che si rovescia - 1950

JfI: Roberto, grazie per il tuo tempo e, soprattutto, per la tua musica.

RO: Grazie a voi per “soffiare sul fuoco”……


* Paolo Fresu " Musica Dentro " - Feltrinelli, Milano - ottobre 2009

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Tutte le immagini sono di
Alberto Giacometti
1901 - 1966

"...non costruisco se non distruggendo,
non avanzo se non voltando le spalle alla meta."


martedì 29 giugno 2010

Il Fuoco sotto la Cenere - Intervista a Gianni Lenoci

Who wants to kill Jazz? #2


Concetto Spaziale - 1960

Dopo il post sull'Open Jazz Festival, alcune considerazioni hanno assunto nuova forma.

Da parte delle istituzioni, c'è stato il silenzio totale (evidentemente non siamo cittadini degni...) però sembra che abbiano mantenuto la promessa (ricordate? il festival si farà....)

Le novità riguardo al Festival di Ceglie che circolano in rete, sono ancor più preoccupanti: sembra che l'Amministrazione continuerà a usare lo stesso nome del Festival (snaturandolo ovviamente), affidando la direzione a non si sa bene chi, e fregandosene del fatto che Pierpaolo Faggiano era stato designato come direttore artistico fino al 2010 (ex delibera della giunta comunale del 2008).

In pratica, dal momento che il Festival è a tutti gli effetti del Comune, si fotteranno tutto: nome, logo, sito web e precedenti esperienze. Un appropriazione degna del metodo più usato da questo nostro governo: l'abuso di potere (tanto l'opinione pubblica li condonerà e la legge la fanno loro, per cui nessuno li denuncerà).

Il programma prevederebbe : Paola Arnesano (Omaggio a Elis Regina), Minnie Minoprio, Maria Pia De Vito e Luca Aquino. La prima è l'unica che riporta la data sul suo sito web (4 agosto ore 22:00), della seconda davvero mi stupisco che faccia ancora concerti, mentre per gli ultimi due, la speranza che disertino l'appuntamento è tanta.

Concetto Spaziale - 1957

Questo getta una luce ancor più preoccupante sulla faccenda perché, come mi ha raccontato Massimo Barbiero in riferimento al Paone Open Jazz Festival (intervista in corso di pubblicazione)  "...bisognava trovare il modo di dare a qualcuno del denaro, non sempre sono appalti, cattedre, ospedali... no, si può anche solo strappare a chi l'ha creata una manifestazione e darla da gestire al proprio figlio, alla propria amante o a qualcuno che il partito ha deciso che deve essere «sistemato... »"
Per quanto riguarda le partecipazioni a questa discussione, sinceramente mi aspettavo un'adesione più alta ad una problematica come questa. Pochi gli operatori culturali tra quelli che ho contattato (su tutti ringrazio Franco Bergoglio, saggista e autore, tra l'altro, del libro JAZZ! Appunti e note del secolo breve).

Pochi anche i musicisti, che per primi dovrebbero vivere questa problematica sulla loro pelle e nella loro coscienza. Ringrazio quindi Roberto Ottaviano, Massimo Barbiero, Stefano Maltese  (oltre a quelli che, ci spero ancora, verranno) e Gianni Lenoci, dal quale ho deciso di riprendere il discorso.


Gianni Lenoci, pianista, compositore ed insegnante, nato a Monopoli (BA) il 06 giugno 1963, è stato tra i primi musicisti a voler dichiarare la propria solidarietà al Festival di Ceglie (con Roberto Ottaviano, Massimo Barbiero e Stefano Maltese, che seguiranno), non credo per appartenenza geografica, perchè come dice lui "ciò che conta sono i percorsi individuali", quanto per le sue qualità personali, che esprime nel senso del rischio, nella cultura profonda e vera (non l'erudizione), nella capacità di trascendere la tecnica, nell'amore per il suono, nella spiritualità e nell'umanità, oltre che per dichiarare il proprio orrore nella mancanza di onestà intellettuale di alcuni, nel confondere l'arte con il mercato dell'arte.

Diplomato al "Santa Cecilia" di Roma, ed in musica elettronica al Conservatorio Niccolò Piccinni di Bari, Lenoci elabora l'impronta più evidente della sua espressione musicale nell'evoluzione permanente, "io vado verso l'inaudito" dice in un'intervista, che esprime attraverso l'attitudine intermediale, interdisciplinare, multisensoriale e transculturale della sua ricerca, in piena sinergia con i linguaggi dell'arte contemporanea.

E', inoltre, docente di Jazz presso il Conservatorio "Nino Rota" di Monopoli.

Concetto Spaziale, Attese - 1959

Attivo sulla scena musicale da oltre vent'anni, registra la sua musica in oltre sessanta dischi e si esibisce in molteplici formazioni che vanno dal piano solo alla grande Orchestra, passando per i piccoli combo. Negli anni collabora con i più importanti nomi del jazz e della musica improvvisata contemporanea come Massimo Urbani, Steve Lacy, Joelle Leandre, Steve Grossman, Harold Land, Bob Mover, Enrico Rava, Glenn Ferris, Eugenio Colombo, Giancarlo Schiaffini, Don Moye, Han Bennink, Antonello Salis, Carlo Actis Dato, David Gross, Stephen Heckel, Paul Lovens, Sakis Papadimitriou, Georgia Sylleou, Jean-Jacques Avenel, John Betsch, Markus Stockhausen, Steve Potts, Carlos Zingaro, John Tchicai, Kent Carter, William Parker.

Lenoci, performer e compositore, si forma sulla stratificazione delle sue esperienze che, partendo come pianista classico, incrocia le urgenze della musica contemporanea e si nutre della potenzialità affabulatrice del linguaggio afroamericano del jazz e degli uomini che lo parlano. Ovviamente hanno contribuito a portare nuova linfa vitale le correnti degli ascolti, su tutte la black music di Stevie Wonder e degli Earth, Wind & Fire.

Questo accumulo di espressioni, fuse insieme in una sintesi personale, sono scaturite in una zona nuova tra le più affascinanti della musica contemporanea, che è quella costruita ed abitata dal pianista.
Pertanto, sono onorato di essere suo ospite.


JfI: Gianni, è possibile che in questo paese ci stiamo abituando all'idea che le istituzioni e la ricerca culturale siano agli antipodi?

GL: Certo. E' la realtà.
Solo per limitare il campo (il discorso è complesso e stratificato): fenomeni come i tagli all'Università e Conservatorio ed una riforma di questi ultimi completamente priva di amore e rispetto per la musica, sono la punta dell'iceberg di un tessuto politico (e sociale) logoro e privo di alcuna competenza da parte delle istituzioni. Da qualsiasi parte ci si ponga. Destra, sinistra e centro hanno le medesime colpe e responsabilità.

Concetto Spaziale - 1959

JfI: Tu effettui spesso concerti o workshops all'estero e collabori con musicisti internazionali. Questo ottuso atteggiamento di chi detiene il potere, è "una storia tutta italiana"?

GL: Sì. Il problema italiano inoltre è la mancanza di una "controcultura" che realmente possa offrire un'alternativa valida al degrado nel quale affoghiamo ogni giorno.

Concetto Spaziale - 1968

JfI: Secondo te, come mai pochissimi musicisti italiani hanno accolto questa discussione? Non dovrebbero essere loro i primi ad avere interesse nella salvaguardia della "biodiversità" nel jazz?

GL: Dal mio punto di vista, la maggior parte dei musicisti di jazz italiani e non (in particolare quelli più in vista e che quindi dovrebbero essere di esempio) non fa jazz ma semplice pop music. O perlomeno usano procedure jazzistiche per improvvisare ornamenti su canzoncine et similia. Ma il risultato estetico (ed anche l'atteggiamento etico, perchè no?) è prossimo al pop.
In realtà tutto ciò non fa altro che celebrarne il disamore e l'estinzione (del jazz). Sfido chiunque a dimostrare il contrario. Capisco perfettamente che questa formula pop è remunerativa in termini economici, ma credo sia limitante dal punto di vista della propria ricerca estetica e dei contributi che si possono dare a quest'Arte.
L'importante è che ogni fiume scorra nel proprio letto.

Capisco che il postmodernismo ha contribuito a mischiare "l'alto" con "il basso", ma ora più che mai credo si debba prendere coscienza dei limiti di questa visione. Da parte di molti c'è stata una sorta di rimozione collettiva verso il jazz nella sua componente di ricerca, o comunque c'è un atteggiamento acritico verso la Storia. Se l'ultimo Coltrane (solo per fare un esempio) ha portato il linguaggio in una certa area 40 anni fa, forse è il caso di rifletterci e non rimuovere il tutto come se fosse stato un sogno di un pazzo visionario.
Il valore sociale di un artista risiede nel suo diritto ad essere esoterico.

Concetto Spaziale - 1952

JfI: Il rimedio all'omologazione culturale, dovrebbe partire dai musicisti stessi, dai critici che non si schierano abbastanza o dal pubblico che, finchè l'educazione musicale nelle scuole italiane sarà ferma al flautino ed al triangolo e la TV deterrà il potere, dovrà fare una fatica doppia?

GL: Io non credo per niente a questa balla secondo la quale bisognerebbe dare al pubblico ciò che vuole.
E' esattamente il contrario. Io ho fiducia nell'uomo. Il pubblico è di gran lunga più sensibile ed intelligente rispetto ai musicisti e giornalisti e tutto lo star system in questione. Nessuno nutrirebbe un figlio solo con le merendine. Ergo: diamo al pubblico semplicemente bellezza e contenuti.

Tanto per uscire dal campo del jazz (e non urtare le sensibilità dei colleghi): tutta la grande Arte possiede già tutto. Ogni brano è uno spaccato esistenziale - in Mozart troviamo la leggerezza e la profondità contemporaneamente - in un gioco di rimandi e sovrapposizioni. C'è humor e dramma, come nella vita. Pertanto operazioni di rilettura e/o semplificazione alla Allevi, sono semplicemente ridicole (e dannose).

Ti dirò che non credo neanche ci sia bisogno di educazione musicale in termini tecnici. La musica ha bisogno di essere ascoltata. E' di "educazione all'ascolto" ciò di cui abbiamo bisogno. Ascolto dell'altro, dell'individuo, ascolto interiore. Ancora una volta, l'Arte potrebbe essere il modello politico (sociale) cui educare le nostre coscienze.

Concetto Spaziale - 1959/1960

JfI: C'è stato un momento in cui l'impegno sociale e la ricerca culturale era voluta e sentita da tutti (penso agli anni Settanta). Poi c'è stato un declino dei sogni e l'affermazione della mercificazione di tutti i valori (ed intendo gli anni Ottanta). Ora c'è questa frattura che sembra indolore, perchè è meglio non pensare a come stiamo e fare i soldi con un gratta&vinci. Ci può essere un futuro senza l'estensione del nostro passato?

GL: Noi siamo il nostro passato.

Concetto Spaziale, Attesa - 1966

JfI: Tu hai suonato nel 2008 a Ceglie, nella produzione originale della John Tchicai & the Open Orchestra, che ricordo hai di quel Festival?

GL: Un bellissimo ricordo. Ringrazio ancora Pierpaolo Faggiano (Direttore artistico del Festival) per avermi offerto l'opportunità di scrivere un brano per l'Orchestra.

Concetto Spaziale - 1956

JfI: E di Tchicai, che ha inciso "Ascension" con Coltrane ed è stato fondatore del New York Art Quartet?

GL: Un uomo di grandissima spiritualità e sincerità. Il suo incontro mi ha insegnato tantissimo. 
Un Maestro che ti comunica la bellezza del navigare nel mare aperto.

Concetto Spaziale, Attese - 1962

JfI: Perchè è importante un Festival come Ceglie nella "sperduta" provincia italiana?

GL: Proprio perchè la provincia italiana da sempre è portatrice di quei valori umani etici ed estetici a cui alludevo prima.
Pertanto l'atteggiamento dell'attuale amministrazione verso il Festival diretto da Faggiano è ancorpiù deplorevole ed intellettualmente miope.

Concetto Spaziale - 1959

JfI: Quali sono le prossime tappe "certe" del tuo percorso artistico ed evolutivo?

GL: Continuare a lavorare sempre più alla definizione ed alla profondità del mio linguaggio come un vasaio fa con la creta.

Concetto Spaziale - 1964

JfI: Quale strada, tra quelle che ancora non conosci, vorresti trovarti davanti domani?

GL: Strade che riservano sorprese inaspettate.


Concetto Spaziale - 1952

JfI: Gianni, grazie per il tuo tempo e, soprattutto, per la tua musica.

GL: Grazie a te, per lo spazio e l'attenzione concessami.

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Tutte le immagini sono di
Lucio Fontana 1899 - 1968


"...non è che bucavo per rompere il quadro 
- no - 
ho bucato per trovare qualcosa..."

lunedì 21 giugno 2010

Who killed the Ceglie Open Jazz Festival? Intervista a Pierpaolo Faggiano

Mario Schifano - Smalto su carta - 1963 
Se c'è una cosa che non sopporto tra i tanti comportamenti ottusi dei cittadini di questo paese è la capacità di distruggere tutto.

Davvero, non riesco a sopportare la mancanza di continuità nel costruire sui percorsi già segnati, magari modificando la visibilità e illuminando gli angoli bui, non comprendo perchè non ci si impegni a fornire nuove unità abitative, rispettando il paesaggio presistente, senza il bisogno di demolire tutto o, semplicemente, perché non si tenti di irrorare di nuove arterie la viabilità già tracciata e funzionante dello stesso paese.
Un popolo che invece di rispettare quello che si è già strutturato, abbatte e cementifica in attesa del solito condono, che stratifica la sua ignoranza, sommergendo i risultati delle precedenti esperienze di cumuli di nuove macerie, non è quello destinato all'evoluzione sociale ed alla crescita culturale.

Mario Schifano - Pittura - 1959

Questo, insieme all'atteggiamento sempre più diffuso di dividersi in squadre e fazioni è quello che davvero odio di più della mia stessa gente.

Da diverso tempo, seguendo il consiglio di un amico indiretto (Boris - 09'27"), avevo smesso di interessarmi agli spiccioli avvenimenti quotidiani che non facevano altro che crearmi incomprensibili sbandamenti e mi ero chiuso a riccio, in un mondo sospeso tra l'onirico sogno immateriale e la necessaria pratica manuale.

Ma certe volte non si può stare fermi a guardare, certe volte davvero non si può.

Mario Schifano - NO - 1960

Mi spiego meglio.

Poco più di dieci anni fa, nasceva uno di quei festival che era la realizzazione di un sogno personale e la materializzazione che un arte senza confini è possibile.

Mediterraneo Jazz Festival fu il primo nome della rassegna curata da Pierpaolo Faggiano in quel di Ceglie, un paese collinare tra Brindisi e Taranto, ed apriva al rilancio culturale ed artistico di una comunità di 21.000 anime situata nella splendida, ma poco turistica se non per i trulli, valle d'Itria, nell'Altosalento. Non più una serie anonima di concerti sparsi per i locali del centro, ma una rassegna vera e propria, viva nel seno del territorio.

Mario Schifano - Grande Particolare - 1963

Già da questa prima edizione, voluta da Rino Conte, assessore alla Cultura dell'epoca, si sarebbero dovuti intravedere i presagi e le sventure di un'avventura simile.

Intanto il cartellone, che presentava nomi di prestigio come il bergamasco Gianluigi Trovesi, l'olandese Ernst Rejiseger, poi Gianni Coscia e Simone Guiducci, e ancora Roberto Gatto, Achille Succi e Giovanni Tommaso, tra gli altri, dava corpo ad un'iniziativa di grande respiro, che si inseriva perfettamente nel contesto abitato da altre realtà culturali pugliesi, come il Talos Festival di Ruvo e l'Europa Jazz Festival di Noci.

Allo stesso tempo, il Festival di Ceglie, andava ad illuminare di luce nuova un altro paesaggio di qualità tra quelli nati nei posti più impensabili della Provincia italiana, lontano dagli inutili fasti delle grandi città dove non accade nulla che non sia già noto e presenziato dai soliti noti, come il Time in Jazz di Berchidda, l'Atina Jazz Festival in provincia di Frosinone, il Sant'Anna Arresi Jazz Festival in Provincia di Carbonia, nel Sulcis Iglesiente, il Roccella Jazz Festival in provincia di Reggio Calabria, il Bari in Jazz e molti altri.

Mario Schifano - Indicazione di Giorno - 1988

Immaginatevi lo shock culturale per questa cittadina, che annovera tra le sue occasioni di incontro e socialità le tradizionali feste folkloristiche ed alcune iniziative private, pensate anche all'incredibile opportunità che veniva offerta agli abitanti del luogo e dei paesi limitrofi,  atrimenti tagliati fuori da eventi di rilievo per sola "colpa" di natura geografica e comprenderete lo sforzo per l'amministrazione comunale e per l'ideatore del Festival.

Una scelta coraggiosa che avrebbe potuto scottare chi non era abituato a così tanta libera creatività, una proposta che la maggior parte degli uomini politici avrebbero rifiutato a priori, perchè avrebbero creduto che i cittadini, proprio quei cittadini che li avevano eletti a governare, non erano pronti a tale sforzo culturale.

Ed invece, vincendo il pregiudizio, la prima edizione del festival di Ceglie fu un successo straordinario (perchè l'arte non ha confini, dicevamo in apertura): tre giorni di grande musica in cui Ceglie visse il suo momento di gloria. Quella rassegna è rimasta nel cuore di molti cegliesi (ma soprattutto di coloro che accorsero dai paesi limitrofi) e fu, per Pierpaolo Faggiano, l'avverarsi di un sogno.

Mario Schifano - Un Cielo Pieno di Cultura - 1965

Ma i sogni, si sà, sono fatti della stessa sostanza delle nuvole e, in quello stesso 1998, quella giunta comunale uscì dal palazzo e l'avventura del Jazz a Ceglie, terminò lì.

Pierpaolo, da quel fatidico anno, convinto del valore che aveva assunto quell'iniziativa che lui aveva fortemente voluto per tutta la comunità, continuò a proporre la sua idea ai vari amministratori della sua città, che si succedettero ininterrottamente dal 1999 al 2004 e, finalmente, nella figura di Patrizio Suma, trovò nuovamente una persona che sapeva ascoltare le esigenze dei suoi concittadini (non è questo un requisito fondamentale per governare un popolo?) e che, forse, credeva ancora nei sogni.

Nel 2005, la rassegna fu di nuovo patrocinata dalla Provincia e dal Comune e, con la stessa consapevolezza che bisognava creare un Festival "altro", che parlasse non solamente il linguaggio della musica di intrattenimento ma, soprattutto, quello più stimolante della ricerca, che recuperasse la natura "aperta" del Jazz e che avesse una sua precisa identità progettuale, ascrivibile unicamente a Ceglie, nacque l'Open Jazz Festival.

John Tchicai & the Open Orchestra - IV Ediz 2008

«Ho lavorato a questa idea, sempre più convinto che fosse vincente» dice il suo ideatore, Pierpaolo Faggiano. «Sul piano artistico il Festival ha messo a confronto la musica balcanica della Municipale con la poesia di Vittorino Curci, ha dato spazio alle sperimentazioni tra jazz ed elettronica di Vito Laforgia, Francesco Cusa e compagni, all'improvvisazione senza rete di Eugenio Colombo, Gianni Lenoci, Marcello Magliocchi. Ha lasciato Matthew Shipp libero di dialogare per un'ora con il pianoforte e poi di lasciarsi trasportare dall'impeto "free" insieme a Pasquale Innarella, Roberto Bellatalla e Michele Rabbia. Ha recuperato la tradizione "nera" del Jazz insieme a William Parker, Hamid Drake e John Tchicai. In una parola, ha offerto una panoramica sul jazz di oggi»

Mario Schifano - Grande Angolo - 1963

Ma il Festival di Ceglie, fino allo scorso anno, ha fatto anche molto altro.

Intanto ha mantenuto fede al suo proposito, e in un'epoca di voltagabbana come la nostra, non è cosa da poco.
Poi ha investito energie, ed anche risorse, è ovvio, nella ricerca e ne è pienamente conscio, esattamente all'opposto di moltissimi Ministeri che governano questo paese, che attuano con mano pesante i tagli alla cultura e poi si fasciano la testa se i nostri "cervelli" devono espatriare per avere i giusti riconoscimenti.

L'Open Jazz festival ha anche mantenuto saldo il filo rosso della memoria storica e culturale del nostro paese, proiettando nell'anno della scomparsa un omaggio a Mario Schiano, uno dei Maestri della musica creativa europea (al quale Faggiano ha dedicato un'intervista/biografia quando era ancora in vita, pubblicata per i tipi de Il Manifesto) e, sempre nel 2008, riunendo in esclusiva (20 anni dopo) lo storico gruppo pugliese JAZZERIE, capitanato da Roberto Ottaviano, altra figura di spicco del jazz contemporaneo del nostro paese.

Nell'edizione successiva, sempre in esclusiva per il Festival, sul palco di Ceglie si riuniva l'Idea Trio di Gaetano Liguori con Roberto Del Piano e Filippo Monico, nella riproposizione LIVE (35 anni dopo) dello splendido "I Signori della Guerra", uno dei dischi simbolo di una generazione di musicisti che ha cercato velleitariamente di cambiare il mondo in musica.

Il Festival ha anche offerto uno sguardo trasversale agli eventi cuturali che hanno formato le coscienze di questo secolo, come il progetto originale SINCOPATIE che, partendo da varie riflessioni sugli aspetti filosofici e musicali del futurismo, è scaturito in nel concerto di Mike Cooper.

Mario Schifano - Futurismo Rivisitato a Colori - 1965

Insomma, un lavoro degno del massimo rispetto.

E non crediate che Pierpaolo se la sia "cantata e sonata" da solo, perchè ovviamente, fuori da Ceglie, il Festival ha avuto vasta risonanza, al punto che due importanti label di jazz italiano hanno pubblicato le registrazioni di tre diversi concerti effettuati in esclusiva per il Festival e che Rai Radio 3, sotto la direzione artistica di Pino Saulo, ha dedicato per tre anni consecutivi uno speciale all'Open Jazz Festival.

Altro che un sogno, questa è una realtà oggettiva e funzionale, di cui sarebbe bello ce ne fossero continue repliche in tutti gli angoli ed i paesucoli della nostra penisola ed invece, con la stessa velocità con cui si muovono le nuvole, nel 2010 a Ceglie Messapica cambia ancora giunta comunale et voilà, il Festival non si fà più.

Mario Schifano - Undici Paesaggi Italiani - 1965

Cancellato, abolito, tolto, invalidato, abrogato, distrutto, annientato, soppresso, revocato, rimosso, allontanato.

Mario Schifano - AUT AUT - 1960

Le notizie che si trovano in rete riguardo il cambio di direzione della giunta comunale, sono poche e senza spessore, e paragonano l'impegno culturale al gusto personale, nascondendo la motivazione delle scelte dietro lo spauracchio del libero mercato.

Ora io mi chiedo:

quale azienda sana cancellerebbe un progetto che funziona, sul quale ha investito i propri risparmi per cinque anni, che genera traffico nel punto vendita, che mette in risalto la qualità delle stesse scelte aziendali, che usufruisce di un eco mediatica che costa meno di un messaggio promozionale televisivo e porta in utile molto di più?

Nessuna, io credo, e sono quasi certo perché, al contrario, sarebbe un'azienda fallimentare.

Mario Schifano - Per la strada, ma tutto finto - 1963

Ma, visto che parliamo dei soldi dei contribuenti, il fatto è ancora più grave, perchè la società civile e democratica non è un azienda (anche se in Italia si pensa di si, proprio come chi governa Ceglie) ed ha nei suoi principi, anzichè il profitto, lo scopo di promuovere lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica, quello del rispetto e del diritto del lavoro degli altri, quello di tutelare il patrimonio storico e artistico della Nazione, quello dell'educazione del proprio popolo, quello della tutela delle minoranze linguistiche e/o culturali, ed inoltre ha il dovere di svolgere un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

E non mi venite a parlare di semplici costi, perchè per un'istituzione come lo Stato, il Comune o la Provincia, l'investimento culturale è il pane per i figli del domani. Il resto è propaganda.

Mario Schifano - Propaganda - 1962

A questo punto, non vorrei nemmeno che voi pensaste che l'incipit della mia intolleranza alle squadre e fazioni si sia perso nello scrivere, perchè io non conosco personalmente Pierpaolo Faggiano nè tantomeno, ahimè, ho avuto la fortuna di vedere l'Open Jazz Festival quando era vivo, ma ne ho sentito forte l'eco ed ora provo quella mancanza che si ha quando si perde un padre e, solo allora, si realizza che non si è fatto niente per stargli vicino quando era in vita.

In ogni caso uccidere un elemento di tale rilevanza culturale è un crimine, ed il fatto che solo pochi uomini pubblici si siano schierati apertamente contro tali biechi tagli e quali commenti politici hanno generato, fa capire quanto siamo lontani dalla giusta cura, che potrebbe tenere in vita questo paese.


Nello specifico, la prima lettera aperta che ho ricevuto, e che pubblico con onore, è firmata da Stefano Zenni, Presidente della SIdMA, Società Italiana di Musicologia Afroamericana, docente di Storia del jazz e delle musiche afroamericane presso il Conservatorio di Bologna e Pesaro, nonché di History of Music  of XX and XXI Century, presso la New York University on Florence e molto altro.



Mi piacerebbe tanto che il Sindaco di Ceglie, tale Luigi Caroli o l'Assessore alle attività produttive, turistiche e ricreative (e le politiche culturali, chi le cura a Ceglie?), tale Angelo Palmisano che usa con facilità i social network, avendo una pagina su feissbuck, trovassero la voglia di illuminarci sui loro futuri propositi culturali e si sentissero in obbligo a spiegare ai propri cittadini, ed anche a quelli non di Ceglie come me (perchè la Repubblica è una e indivisibile, anche nelle rappresentazioni e nelle autonomie locali), non tanto i motivi che li hanno spinti a creare un altro festival (perchè dicono che un altro festival ci sarà...), ma piuttosto quelli che li hanno portati a cancellare una realtà esistente, funzionante, sana e ben visibile agli occhi di tutti.

Mario Schifano - Narcissus Double - 1962

Nella speranza vana che questi uomini si degnino di rispondere ad un cittadino di questo paese attraverso le pagine di un'insulso blog, ho chiesto alcune spiegazioni al (ex) direttore artistico di quel Festival, e lo stesso farò in seguito con tutti i musicisti, gli uomini di cultura, gli organizzatori culturali, gli studiosi di questa musica che io amo e che non può essere trattata come mera merce.

Mario Schifano - Vero Amore n. 21 - 1966

INTERVISTA A PIERPAOLO FAGGIANO

- Ciao Pierpaolo, tu almeno conosci i motivi di questo rifiuto?
 
- La volontà di azzerare il Festival è di natura politica. E quando parlo di politica intendo politica culturale. Già prima che si votasse per il rinnovo della consiliatura (a marzo) sapevo che il Festival era a rischio, perchè giudicato "troppo difficile" (e qui si potrebbe aprire un dibatto dal quale non ne usciremmo più su cosa è musica "difficile" e cosa musica "facile"). Per carità, ogni amministrazione valuta i progetti, fa le sue valutazioni e decide - in maniera legittima - se far continuare a vivere questo o quell'altro, ma dovrebbe quantomeno dare continuità a quelli che hanno prodotto risultati. E i risultati del CeglieJazz Open Festival (soprattutto dal punto di vista mediatico) sono sotto gli occhi di tutti. Sfido chiunque a contestarli. 

 John Tchicai & the Open Orchestra - IV Ediz 2008

- E' possibile che in questo paese ci stiamo abituando all'idea che le istituzioni e la ricerca culturale siano agli antipodi? 

- E proprio così, e quello che è accaduto a Ceglie, in piccolo, è il riflesso del paese in cui viviamo. Non voglio fare paragoni impropri ovviamente, ma i tagli ai grandi festival in Italia sono all'ordine del giorno. Soprattutto quando propongono musica "difficile". In molto sostengono che un amministrazione pubblica non può spendere tanti soldi per un festival di nicchia, di contro però qualcuno potrebbe controbattere che non si possono nemmeno spendere migliaia e migliaia di euro per il solito artista figlio dello star system, del quale domani nemmeno ci si ricorderà più. Una buona amministrazione dovrebbe saper mediare, secondo me, e sopratutto avere il coraggio di scommettere, non rinunciando mai al gusto del nuovo. Non appiattirsi su quello che ci viene propinato dai media come l’unico esistente.   

 Comanda Barabba - IV Ediz 2008

- Le precedenti edizioni del Festival, erano economicamente "sane"?
 
- Sanissime, direi. E' tutto agli atti. Tra l'altro le cifre del Festival sono sempre state abbastanza contenute, se si pensa alle grandi manifestazioni.
 
- Quanta gente visitava il paese in quei giorni?
 
- Qui è giusto essere onesti. Il nostro non è mai stato un festival di massa, è stato seguito all'inizio da un pubblico ristretto che è cresciuto nel tempo in maniera esponenziale. Se devo proprio quantificare direi che il pubblico dell'Open Jazz viaggia sulle centinaia e centinaia di unità. Tutta gente accorsa da paesi limitrofi. Curiosa e preparata, tra l'altro. 

 Quel lungo '68 - Conversazione con Gaetano Liguori - V Ediz 2009

- Qualcuno ti ha fatto notare un incremento dell'economia del paese (hotel, ristoranti, commercianti)?
 
- Non c'era bisogno che qualcuno me lo facesse notare. Era nelle cose. Certo, parliamo di incrementi minimi, ma sempre importanti per una cittadina di 20.000 abitanti come Ceglie Messapica.
 
- Perchè per te è così importante un Festival a Ceglie?
 
- Perché ognuno deve sentirsi partecipe della realtà in cui vive, altrimenti muore. Lentamente. Ognuno deve proporre qualcosa, stimolare una reazione e lo fa secondo la propria sensibilità e la propria professionalità. Il jazz è parte della mia vita, ed è sempre stato un mio sogno realizzare un festival a Ceglie, un festival che proiettasse il nome della mia cittadina nei circuiti nazionali (come è avvenuto), che le desse visibilità. Quando tempo fa sul calendario di Radio3 Suite ho letto per la prima volta il nome di Ceglie Messapica accanto a festival storici come VicenzaJazz, Sant’Arresi, Clusone, Rumori Mediterranei, ho provato una forte emozione. “Finalmente Ceglie esce dal suo isolamento culturale” mi sono detto.

IDEA Trio - V Ediz 2009

- Saresti disponibile ad una collaborazione tra te e la nuova giunta comunale?

- C'è una delibera della precedente amministrazione che mi impegna come direttore artistico fino al 2010. Per questo quando la nuova giunta si è insediata mi sono recato dall'assessore delegato per garantirgli la mia disponibilità e chiedergli che intenzioni avesse rispetto al Festival. Quando mi è stato detto che non c'era la volontà di continuare a tenere in piedi "quel" tipo di Festival e che l'Amministrazione avrebbe organizzato una nuova rassegna, per me la cosa è finita lì, senza polemiche. Ognuno per la sua strada. Certo, io continuerò a perseguire la mia idea di Jazz, una musica viva, figlia del suo tempo, che ponga domande, che non sia musica da sottofondo.

 JAZZERIE '08 - IV Ediz 2008

- Hai ricevuto solidarietà dal mondo del jazz e della cultura in generale?

- Ho ricevuto la solidarietà di amici, musicisti, piccoli imprenditori, operatori del settore, come il presidente SIdMA (che ci ha concesso il patrocinio in due edizioni). Stefano Zenni. Anche in rete, sui blog, su Facebook, si è mosso qualcosa. Una solidarietà che è stata salutare direi, che mi ha dato la spinta a non mollare, ad andare avanti. Dopo una battuta d'arresto iniziale infatti, ho pensato che fosse giusto dare continuità al Festival, cercando di organizzare almeno una serata-evento. Ci stiamo provando.  


 Gaetano Liguori - V Ediz 2009

- Hai in mente nuove forme organizzative per il tuo Festival (associazione, sponsor privati)?

- Si, occorre lavorare da subito per ridare dignità all' Open Jazz sin dal prossimo anno, con il convolgimento di tutte le forze presenti sul territorio. Chi ha detto di credere alle proposte del Festival adesso deve dimostrarlo fattivamente. Dobbiamo tutti sentirci impegnati in una grande battaglia culturale. 


 Roberto Ottaviano - IV Ediz 2008

- So che ci riproverai, in ogni caso ed a prescindere da tutto, possiamo usare queste pagine per comunicare qualcosa?
 
- Ho un rigraziamento da fare. Doveroso. All'Amministrazione Federico, in particolare all'assessore Patrizio Suma, che sin dal 2005 ha creduto al progetto dell'Open Jazz sposando pienamente la sua mission: promuovere la ricerca jazzistica, puntare sulla progettualità (che vuol dire in qualche modo diversificarsi) e sulla documentazione discografica. E a tutti coloro che mi hanno sostenuto. 


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