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domenica 8 gennaio 2017

The Freexielanders «Looking Back, Playing Forward», ovvero, Inventare Nuovi Ricordi


Certo, per iniziare degnamente il nuovo anno, avrei dovuto parlare della mia indiscutibile classifica Top - essenziale ai più -, o del perché le riviste di Jazz chiudono senza lasciare traccia - e del percome quelle che rimangono impilate ad imputridire, non puzzano ancora -. Avrei dovuto indagare sul segreto di "restare originali" nonostante il successo, oppure avrei dovuto fare luce sulle infinite vie del nuovo jazz, che nuovo non è - e nemmeno jazz -, ma allora cos'è?!?
Invece me ne sto qui, a raccogliere briciole di emozioni, a seguire mollichelle per ritrovare la curiosità, ad ascoltare storie che non sapevo ed a ricordare cose che non ricordavo di ricordare...

Insomma, senza tante pippe vi assicuro che la musica uno può godersela alla grande.


E sì, perché quale altro sentimento può nascere dalla relazione - per molti impossibile, per altri platonica, per alcuni incestuosa - tra il piano rag di Scott Joplin ed il trombone slide di Giancarlo Schiaffini?
Sapevate che Fred Rose, cantautore di Nashville, e Jelly Roll Morton, "inventore" del jazz di New Orleans in realtà sono fatti uno per l'altro?
Avevate mai raccolto la confidenza che la musica di Misha Mengelberg - figura storica della scena improvvisativa contemporanea - andasse a braccetto con il mood tipico delle colonne sonore della Commedia all'Italiana?


Inventare nuovi ricordi non solo si può, sembrano dire The Freexielanders con il loro «Looking Back, Playing Forward», pubblicato per la Rudi Records di Massimo Iudicone, ma si deve, aggiungo io. E quando succede beh, è amore al primo ascolto...


Ora qualcuno penserà che è un altro modo per "buttarla in caciara", per confondere l'alto con il basso, il qui con il là ed il pro con il quo,  ma già i curricula dei musicisti dovrebbero fare da garanti, dal momento che parliamo di una formazione che racchiude il top degli improvvisatori contemporanei di almeno due generazioni - quantomeno della scena romana - come Giancarlo Schiaffini, Eugenio Colombo, Gianfranco Tedeschi, Alberto Popolla, Errico De Fabritiis e Francesco Lo Cascio tra gli altri.


Anche la scaletta segue un filo coerente, elaborando per lo più tracce che sono state scritte e arrangiate negli anni ’30, o che sono nel DNA degli esecutori, nonostante ai protagonisti piaccia raccontare che «tutto nasce dal ritrovamento casuale di un pacco di partiture poco conosciute in vendita in un mercatino delle pulci di una qualche città europea, rimaste impolverate per tutto questo tempo ed oggi nel pieno di una crisi, che a detta di molti ricorda quella del ’29, hanno trovato un richiamo irresistibile».


Potrei raccontarvi che il disco si apre con un intenso medley che racchiude "St. James Infirmary" a "Gotta get to St. Joe" e ricordarvi che il primo è un pezzo tradizionale di anonime origini (nonostante l'attribuzione a Joe Primrose) reso famoso da Louis Armstrong nel 1928, mentre lo swingante pezzo di Joe Bishop a me ha ricordato la forma impressa da Woody Herman e la sua Orchestra nel '42. Ma non è questa la vera forza dell'incipit: musica triste e musica allegra, Wasp music e Black music, tutto confluisce nel grande fiume della musica bella.
Questa la vera intro, per chi è capace di ascoltare.


Poi si prosegue con uno dei pezzi più "vecchi", "On the Banks of the Wabash" di Paul Dresser (1897), che sembra tagliato apposta per l'ottetto che risuona come un corpo unico, screziato dal vibrafono di Lo Cascio, attualizzato dalla voce scoppiettante di Eugenio Colombo e definitivamente iconizzato dal solo di Errico De Fabritiis, ma anche questa sarebbe una formale pista falsa, almeno finché non si scorgono le prime luci del terzo pezzo e la nebbia della ragione comincia a diradarsi.


E sì, perché il terzo pezzo è forse quello più spontaneamente naturale, oltreché il più attuale, essendo "Peer’s Country Song" già presente nel "Live in Soncino" della ICP Orchestra del 1979, primo incontro tra il pianista ucraino/olandese con Schiaffini e Colombo (e con Rava, Trovesi e Renato Geremia, tra gli altri). Citare Mengelberg, ed indirettamente omaggiarlo, è un'affermazione d'intenti valida anzitutto per ribadire l'importanza del collettivo ma anche una dichiarazione d'amore per questo musicista unico. 


Lo stesso amore che, senza remore o steccati mentali, viene mostrato per Duke Ellington che, con "Come Sunday" e "Mood Indigo", firma i due pezzi successivi, nell'arrangiamento prezioso di Schiaffini. Cos'altro dire di questi due pezzi... forse la cosa più vera è anche la più semplice e cioè che, fra tutti, sembrano quelli suonati direttamente con il cuore, piuttosto che con altri muscoli.


In mezzo c'è l’affascinante e profumato "Voci del Deserto" del misconosciuto Felice Montagnini, che in realtà ha dato voce dietro le quinte ad una miriade di film diretti da Nunzio Malasomma, Comencini, Mattoli e Steno, tra gli altri. Atmosfera magica offerta dall'ensemble in call and response con il trombone di Schiaffini che, grazie ad un groove portante impartito dal contrabbasso di Gianfranco Tedeschi, permette al collettivo momenti di empatia unica ed a Popolla e Colombo un intenso quanto sinuoso scambio melodico (cit. da Gaia Critica).


Ora un critico serio direbbe che "la registrazione prosegue con raro dinamismo col foxtrot di Fred Rose "Black Maria" (1930) che, a dispetto della nota ballabile cantabilità, si presenta come un collettivo infuocato e frastagliato". Io vi posso solamente dire che il pezzo in questione non ci mette molto a scatenare irresistibilmente il battere del mio piede.


Segue "Yardbird Shuffle" di James A. Noble (1941), sbilenca eppur dolce come non era immaginabile fare, sfaccettata da brevi assoli dei quali, su tutti, si staglia il clarinetto di Alberto Popolla, fino ad arrivare a "Cannonball Blues" di Jelly Roll Morton (1926), arrangiata da Eugenio Colombo, introdotta da un Tedeschi in tutt'uno col suo strumento.


"Sabor de Habanera" di Giancarlo Schiaffini potrebbe essere la degna conclusione, ‘ché rimarca una comune e possibile influenza latina di tanti brani di quel periodo - o comunque di molti degli amori di questo combo -. Sensuale l'apertura al tenore di De Fabritiis, che Colombo evidenzia ma non salva dallo struggente l'assolo al clarinetto basso di Popolla, il tutto senza mai perdere il gusto più solare che c'è all'origine di questa danza. A me ha scaldato il cuore…


Così come si è aperto, il disco viene suggellato dall'impetuosa "The Great Crush Collision March", che è il pezzo più indietro nel tempo che i Freexielanders sono andati a scovare, dal momento che fu scritta da Scott Joplin nel 1896 e che racchiude tanto della squisita pazzia di questo progetto e della mai banale ironia dei suoi "architetti".
Si inizia con la "rigida" cadenza tipica della marcia, che trasmuta poi nella veloce sincope del ragtime - ed offre emozionali spunti riflessi di un ballo di Paese alle mie orecchie - per concludersi poi nella follia cacofonica di uno scontro indimenticabile.

Mo, ditemi che ero solo io a non conoscere questa storia…


Certo, per iniziare degnamente il nuovo anno avrei dovuto darmi un tono, invece me ne sto qui in pigiama e ciabatte a godere come un porco nel vedere la Sig.ra Semplicità prendere da dietro Mr. Storiaricca, con tanto di preliminari ma senza precauzioni mentali.


Ma non è tutto qui, ed anzi mi scuso con i Freexie della mia banale interpretazione del loro più strutturato lavoro, non solo perché il disco nasconde anzitutto una Malus Track che vi invito a scoprire, e dal vivo il gruppo ha già approcciato altri temi come "Bye Bye Blackbird" di Ray Henderson, "Li'i Darlin" di Neal Hefti, "Java Rossa" di Angelo Ramiro Borrella, "Siboney" di Ernesto Lecuona – e chissà quanti altri saranno già stati riscoperti dalla polvere ed aspettano solo di essere suonati - ma, come si dice, è sempre meglio alzarsi da tavola con un po' di fame, per cui...



Sì, lo sentivo già ma ora ne sono certo. Si possono abbracciare in un unico contesto musiche diverse ed "antiche", improvvisarci sopra e rimanere coerenti con se stessi. Nessuna magia, nessun mistero, basta solo sedersi - mai troppo comodi - looking back, playing forward e godersi le proprie emozioni.



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Art by
(1901 – 1970)
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The Freexielanders

Aurelio Tontini, trumpet
Giancarlo Schiaffini, trombone
Eugenio Colombo, alto sax
Errico De Fabritiis, tenor sax
Alberto Popolla, clarinet, alto clarinet
Francesco Lo Cascio, vibraphone
Gianfranco Tedeschi, double bass
Nicola Raffone, drums


Looking Back, Playing Forward
Rudi Records
Cat # RRJ1032
Recorded the 13-14th December 2015 by 
Lucio Leoni, Monkey Studios, Rome
Mixed and mastered April 2016, 
Francesco Lo Cascio & Lucio Leoni, Monkey Studios, Rome
Cover photo by Alessandro Carpentieri

Tracklist:

St. James Infirmary/Gotta get to St. Joe (Joe Primrose/Joe Bishop) (7:59)
On the Banks of the Wabash (Paul Dresser) (6:10)
Peer’s Country Song (Misha Mengelberg arr. by E. Colombo) (4:19)
Come Sunday (Duke Ellington, arr. by G. Schiaffini) (6:04)
Voci del Deserto (Felice Montagnini) (5:20)
Mood Indigo (Duke Ellington, arr. by G. Schiaffini) (5:08)
Black Maria (Fred Rose) (5:51)
Yardbird Shuffle (James A. Noble) (4:35)
Cannonball Blues (Jelly Roll Morton, arr. by E. Colombo) (4:31)
Sabor de Habanera (Giancarlo Schiaffini) (3:50)
The Great Crush Collision March (Scott Joplin, arr. G. Schiaffini) (4:50)


mercoledì 16 dicembre 2015

HOODOO BLUES & ROOTS MAGIC _ "le mie radici sono nel mio giradischi"

ovvero, Meno Pippe e Più Blues !


Qualche anno fa la Atavistic Records promuoveva la sua serie di ristampe free jazz  (Unheard Music Series) con una t-shirt che riportava questa citazione di Evan Parker (My Roots Are in My Record Player), e non è un caso che sia riportata anche tra le dediche del lavoro dei ROOTS MAGIC, perché non era possibile trovare una frase migliore per aprire questo racconto.


E si, perché HOODOO BLUES mi ha ricordato tanto una di quelle "compilation" su cassetta che facevamo senza sosta quando eravamo vivi, come viatico dei lunghi viaggi avventurosi per adolescente oggettività, come pegno prezioso per gli amici più cari, come rimedio curativo alle prime delusioni d'amore, vere e proprie sequenze cucinate per le date speciali, musicali poesie per le prime ragazze cadute in amore...


Niente a che vedere con le sconfinate playlist che aggiungono solo varietà agli odierni distratti ascolti. Quello era un momento unico in cui la raccolta e l'ascolto dei dischi, la scelta delle tracce, la creazione della sequenza, la compilazione delle info ed anche di un'artigianale copertina sul piccolo cartoncino rendevano elettrico il più noioso dei pomeriggi o creativa la notte più insonne.


Certo, la differenza tra una di quelle cassette e questo disco è notevole: lì non c'era l'incanto di nuovi arrangiamenti, non c'era la sorpresa di ritrovare pezzi dimenticati e nemmeno la scoperta di pezzi nuovi accomunati dalla stessa fratellanza di respiro; c'era invece un pizzico di malinconico déjà vu già dal secondo ascolto, perché era solo la scelta dei temi e la loro correlazione a tenere in vita la magnetica creatura. Ma in entrambi c'è forse lo stesso piacere dell'ascolto puro, la necessaria condivisione come consolidamento dell'intesa, la volontà di decidere il mood del momento, il coraggio e l'orgoglio di mettersi a nudo senza troppe maschere. 


Alberto Popolla (clarinetti), Errico De Fabritiis (sassofoni), Gianfranco Tedeschi (contrabbasso) e Fabrizio Spera (batteria), suonano con maestria, avendo alle spalle una storia degna del massimo rispetto, nonostante l'attenzione alternata della più canonica critica musicale. Qui poi c'è pure magia e, in un mondo abbastanza piatto e schermato, non è cosa da poco.


Il progetto ROOTS MAGIC nasce a Roma nel corso del 2013 e, in questo primo lavoro per la Clean Feed (primavera 2014), i "nostri" non si bagnano semplicemente le mani nelle acque ispiratrici del Mississippi, fiume culla del blues, ma si tuffano nell'interno più sconosciuto e profondo, affondano senza paura i piedi nel fango limaccioso che costituisce il fondale della culla, si lasciano a volte trasportare dalla portante corrente ma, più spesso, fronteggiano lo storico flusso con un'energia contagiosa, rischiando persino il peggio e lasciando così che gli argini mentali si rompano sotto il flusso di una memoria musicale che traccia un'inedita mappa culturale. 


Battono, soffiano, accarezzano e colpiscono i ROOTS MAGIC, incuranti dei confini portano nuova linfa a vecchi brani che, attraversando la storia afroamericana, esondano in un nuovo territorio finalmente globale.
« Nella cultura afroamericana tradizione e tradizionale non vanno d’accordo. Nel jazz – e nella musica nera in generale – appartenere a una tradizione significa far parte di un continuum, riconoscere e omaggiare chi l’ha costruito, spingerlo in avanti rivedendolo, anche radicalmente », dice Antonia Tessitore sulle pagine di Internazionale.


"The HARD Blues", registrata da Julius Hemphill nella sessione che ha prodotto Dogon AD (febbraio 1972) e pubblicata solo tre anni dopo su Coon Bid'ness, apre HOODOO BLUES come una chiara indicazione più delle intenzioni di recupero necessario che dei contenuti musicali. Infatti, diversamente dall'approccio del quartetto di Hemphill, che in origine dilata in venti minuti l'esposizione delle materie prime della sua cultura senza remore tra ingredienti free come piatto principale, radici rhythm’n’blues speziate di Bebop tra gli aromi ed il blues meno canonico come perfetto contorno, la versione dei ROOTS MAGIC riparte dal pedale finale, capovolgendo il flusso in maniera più vicina all'incisione che lo stesso Hemphill ha lasciato su Fat Man And The Hard Blues della Black Saint, storica etichetta italiana di Giovanni Bonandrini, quasi vent'anni dopo la sua prima apparizione. 


Il flusso scorre poi su "UNITY" di Philip Cohran, uno dei fondatori della AACM e membro dell'Arkestra di Sun Ra, pubblicata col suo Artistic Heritage Ensemble nel 1967. A differenza dell'approccio afro-jazz in forma corale della versione originale (14 gli elementi presenti nell'Ensemble), quì è la dinamica tra i due fiati, che spesso s'intrecciano all'unisono e si scambiano i ruoli, ad indicare nel call and response la struttura originaria della musica afroamericana.


"The SUNDAY AFTERNOON Jazz and Blues SOCIETY", scritta da John Carter, è stata pubblicata nel 1970 su Self Determination Music, disco uscito per un'altra etichetta fenomenale: la Flying Dutchman fondata da Bob Thiele a New York nel 1969. Carter, forse uno dei musicisti meno ricordati della storia, in sette anni ha inciso 5 suites che compongono il polittico Roots and Folklore: Episodes in the Development of American Folk Music, a cominciare da Dauwhe (1982) inciso sempre per l’italiana Black Saint. Non credo io debba aggiungere altro per giustificare la scelta dei ROOTS MAGIC d'inserirlo in questo specifico contesto.


Blues for AMIRI B., firmata da Errico De Fabritiis, è una delle più intense dediche a quello che per me è il più importante Poeta de il popolo del blues: Ecco perché siamo il blu(es) / proprio noi / ecco perché noi / siamo il / canto / autentico // Così oscuro & tragico / Così vecchio & / Magico // ecco perché siamo / il Blu(es) noi Stessi // In tribù di 12 / misure / come le strisce / della schiavitù / sulla / nostra bandiera / di pelle” (Funk lore, 1993). 


Qui i fiati di Alberto Popolla e De Fabritiis si trasfigurano in rabbia, gioia e dolore, mentre le percussioni di Fabrizio Spera puntellano un profilo spirituale capace d'insinuare il più profondo dubbio al più incredulo degli scettici e Gianfranco Tedeschi, il musicista rivelazione per mia ignoranza, colora di emozioni semplici un assolo che è più un ritratto del Poeta ideale che un esplicito omaggio all'uomo Everett LeRoi Jones.


Potrei continuare all'infinito a raccontarvi i dettagli di queste tracce, che proseguono con "DARK was the NIGHT" (1928) di Blind Willie Johnson che abbraccia nell'ombra una rilucente "A CALL for all DEMONS" di Sun Ra (da "Angels And Demons At Play" - 1967), che sfiorano la tragica figura di Charley Patton in "POOR Me" (1934) e fanno "pogare" le coscienze in un ribollente "the JOINT is JUMPING" di Tedeschi; chiude il cerchio una alternative take de "The SUNDAY AFTERNOON Jazz and Blues SOCIETY", a ribadire l'importanza del profilo dimenticato del clarinettista texano.


Potrei continuare all'infinito, dicevo, nella ricerca di relazioni, nell'intento di documentare la storia che si dipana dietro una "semplice" scelta di titoli, ma sarebbe fare un torto alla bellezza dell'insieme, come sminuire la maestosa intensità di un'affascinante struttura focalizzandosi sul dettaglio...


Chi parla della musica, raramente riesce a raccontare dei significati più nascosti dalla superficie musicale e mai, o quasi mai, racconta se se l'è spassata all'ascolto, se non ha resistito e si è messo a ballare nel mezzo del salotto (ché ai concerti si è quasi sempre in quattro), se si è commosso fino alle lacrime e se la musica, insomma, gli è arrivata al cuore passando senza scorciatoie dallo stomaco.


Molto spesso le recensioni dei dischi si dilungano nell'analisi delle intenzioni progettuali, si perdono nella fredda compilazione della lista degli "assolo" o offrono più genericamente un'ulteriore premio alla carriera di un musicista/gruppo che sta a cuore al recensore o il claim concitato sull'enfant prodige del momento, oscillando schizofrenicamente dalla più equilibrata fotografia dell'evento, che termina senza dire nulla (modalità carta stampata), alla faziosa ed incondizionata "acclamazione o distruzione" dell'oggetto in questione (modalità web/forum).


Di solito ci perdiamo ed accaloriamo sulla padronanza tecnica dello strumento, sulla tanto paventata libertà espressiva iscritta nel DNA di questa musica (e cancellata in un attimo dalla limitante necessità di inserirla sotto una specifica etichetta), sulla paternità dello slang musicale a discapito del contenuto espresso... Pensare infatti a questo come ad un disco "semplicemente" di Blues è più che riduttivo, è fuorviante. Cercare nelle mie parole una fredda analisi musicale sarebbe tempo perso: io sono un dilettante, mi appassiono solo a ciò che mi emoziona davvero e racconto quello che non riesco a sognare.


HOODOO BLUES gira tutto sul tema del blues, sembrerà banale, ma se pensate alle 12 misure in cui si alternano i soliti tre accordi, beh, avete perso tempo a leggere queste pagine, perché qui si tratta di "un blues molto free", per dirla à la Mario Gamba, e per me questo è il disco TOP del 2015.


Ora i puristi penseranno "ma come fanno quattro ragazzi italiani a fare veramente del blues?", mentre la domanda giusta sarebbe: ma come mai un disco così bello lo si è dovuto stampare con un'etichetta portoghese?


[Photo and Art by Dave McKean]

lunedì 12 novembre 2012

Amazing Recordings _ alla ricerca dei Franco Ferguson perduti


“Anche per me che ho vissuto mille vite, che ho visto oceani piangere e città impazzire, macchine urlare e legni piegarsi; nonostante conosca come un fratello il sapore del miglior Kaval mai distillato e saprei salutare in dialetto Ainu un qualsiasi abitante di Hokkaidò; benché abbia conversato con campioni del mondo di Cheese Rolling e visto uomini tremare nel corso di un Royal Shrovetide Football; nonostante tutto questo, trovarmi qui a quest’ora, solo, in una macchina parcheggiata di fronte ad un locale chiuso, in una deserta Via Fanfulla da Lodi, ad ascoltare questo disco, mi commuove di passione…”


Con queste parole, Mr Franco Ferguson in persona salutava l’uscita del CD Amazing Recordings, in una fredda notte romana d’inizio 2011, circa un anno e mezzo dopo la nascita del Collettivo dei forieri che indossavano, orgogliosi, il suo nome.
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Come più volte dichiarato dallo stesso Franco Ferguson, anche attraverso l’eco instancabile del prode Folco Steiner, il collettivo è formato da musicisti/e che condividono un approccio critico, creativo e non ortodosso al jazz ed alle musiche ad esso correlate.  Il collettivo si propone di valorizzare e connettere tra loro tutti/e coloro che si muovono in questo ambito. Coinvolgere il maggior numero di musicisti/e in una visione collettiva e cooperativa della musica,dove l'artista si senta parte di un «movimento» e non «singolo tra singoli»
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Se dovessimo pensare ad un Roman Jazz Renaissance del secondo millennio, dopo anni, che son sembrati secoli, in cui il jazz veniva relegato ai grandi eventi incravattati dell’Auditorium o allo scantinato destrorso con consumazione obbligatoria dell’Alexanderplatz, prendendo appena un po’ d’aria nei programmi della Casa del Jazz diretta da Linzi, beh, davanti al signor FrancoF dovremmo toglierci il cappello e per locali come il Fanfulla 101, il Rialto o il Valle occupato, dovremmo fare la fila all’ingresso.
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E se oggi accogliamo (in pochi…) con entusiasmo (sempre più raro…) dischi come “Mansarda”, “If Not - Omaggio a Mario Schiano”, “Jacques Lacan, a true musical story”, “Uomini di Terra”, “Ragh Potato” o “Baap-Sweet dreams, Baby!” è sempre lui che dovremmo ringraziare, mister FFFerguson in person che, se non li ha prodotti, certo li ha guidati, perché Franco Ferguson è il nostro mentore, faro luminoso e luminare, nonché guru e sciamano, luce perpetua che ci indica il cammino nella valle oscura e tenebrosa e, all’occorrenza, anche l’interruttore della luce nei bagni del locale.
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È curioso notare come sul finire del 2010, appena qualche mese dopo che Franco Ferguson fosse riuscito a manifestarsi in uno dei luoghi istituzionali del jazz capitolino, il direttore corrente fu defenestrato e sostituito dall’anziano cavaliere nero...


Il nuovo venuto, dal passato remoto, giurò ovvia continuità, spazio e vitalità ai giovin virgulti del reame e, contemporaneamente, chiuse ogni accesso al Castello del Jazz, specialmente a quelli che avevano valorizzato un orizzontale rapporto musica/pubblico/spazio/creatività, riportando d’incanto il suo regno nel tradizionale distacco palco/platea verticale d’antan.
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Ma Franco Ferguson non si è lasciato abbattere, n0o, non è nel suo stile, che è in perfetto Kirk Douglas!
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Anzi, Mr eFFeeFFe ha tentato di assemblare nuove forme, ha trasdotto attuali suoni prima intraducibili, ha esplorato intatte terre incontaminate dai steccati e, se non ha conquistato ulteriori territori nella contea degli Ahò, è sicuramente avanzato nei nostri cuori, auto-spargendosi in mille venti, e facendoci dono, come un’audace paladino errante e benigno, della coscienza e del principio della memoria immunitaria, per reagire così a tutte le sostanza estranee dal noi.
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A noi resta solamente il dovere di continuare a somministrarci la dose di reagente libertà e, trepidamente, sciogliere le trecce ed aspettarne il ritorno.
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- Untitled 1-2: Alberto Popolla (cl), Alessandro Salerno (g), Francesco Lo Cascio (vibes), Mario Paliano (drums);
- Untitled 3-4: Henry Cook (alto sax, fl), Francesco Lo Cascio (vibes), Giacomo Ancillotto (g), Roberto Raciti (bass), Francesco Cusa (drums), Marta Raviglia (voice);
- Untitled 5-6: Tony Cattano (trbn), Andrea Moriconi (g), Pino Sallusti (bass), Maurizio Chiavaro (drums);
- Untitled 7-8: Pasquale Innarella (alto sax), Silvia Bolognesi (bass), Gulio Maschio (drums);
- Untitled 9-10: Sandro Satta (alto sax), Antonio Jasevoli (g), Roberto Raciti (bass), Roberto Altamura (drums);
- Untitled 11-12: Marco Francescangeli (alto sax), Ezio Peccheneda (g), Francesco Lo Cascio (vibes).
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- Untitled 13-14-15: Henry Cook (alto sax, fl), Pino Sallusti, Roberto Altamura (drums);
- Untitled 16: Marco Bonini (g), Franz Rosati (elet), Daniele De Santis (drums);
- Untitled 17-18: Antonello Sorrentino, Angelo Olivieri (tps), Pasquale Innarella (french horn), Tony Cattano (trbn), Luca Corrado (tuba);
- Untitled 19: Romano Pratesi (tenor sax), Francesco Lo Cascio (vibes), Lillo Quaratino (bass), Claudio Sbrolli (drums);
- Untitled 20: Mauro Guidi (alto sax), Andrea Araceli (p), Lillo Quaratino (bass), Ermanno Baron (drums);
- Untitled 21: Angelo Olivieri (tp), Gino Maria Boschi (g), Roberto Raciti (bass), Ettore Fioravanti (drums).