Visualizzazione post con etichetta Liguori Gaetano. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Liguori Gaetano. Mostra tutti i post

sabato 21 dicembre 2019

Poi, ad un certo punto... Jazz Workshop 1977




Non c’è niente da fare…
ogni decisione personale, qualsiasi “spinta” individuale, tutte le azioni che decidiamo di compiere, per quanto siano attività esclusivamente “intime & private”, prendono una forma concreta e condizionata innegabilmente dalle circostanze, che riflettono, pur se in modalità distorta e tagliata su misura, la flora e la fauna dell’ambiente che ci circonda, nel bene e nel male.


«Molto francamente, posso dire che a quei tempi il fatto di essere così considerato sia dal pubblico che dalla critica mi riempiva d’orgoglio, ma stava anche diventando una prigione dorata: non per i guadagni, beninteso, ma perché m’impediva di continuare a sviluppare il mio lavoro. Ricordo che allora suonavo molto “free” con una carica emozionale e fisica che conservo ancora perché fa parte del mio modo di essere, di vivere e di pormi di fronte alle cose, e la gente vedeva solo questo, o quasi, condizionando anche me, impedendomi di andare avanti, di suonare altre cose. C’è voluto un periodo di ripensamento, di inattività quasi totale, per capire dove andare, cosa fare»[1].


Lo aveva capito Massimo e lo aveva pensato pure il mio alter-ego, nel post di oramai due anni e mezzo fa quando, senza trovare alcuna risposta, aveva tentato una via di salvezza allontanandosi da questo Blog e dai «suoi simili, che costituivano fragili gruppi momentanei, che privilegiavano il suono delle parole anziché la forza dei loro contenuti, che non sapevano più godersi un momento di piacere seduti nel bel mezzo della loro solitudine e che anzi giravano in continuazione intorno al proprio IO, stordendolo di parole fasulle, riempiendo i silenzi di richieste di amicizie fittizie, mostrando fotografie impalpabili che prendevano il posto del loro reale profilo».


Poi, ad un certo punto, qualcosa cambia e spesso è difficile dire esattamente quando ed anche come, ma il perché risuona chiaro fin da subito. Siamo solo dei piccolissimi frammenti di tutto un resto più grande, un agglomerato di infinitesimi elementi di connettività, utili alla rete se tenuti insieme ma facilmente bypassabili come singoli punti. E solo quando torni a comunicare con un semplice sguardo, quando senti vibrare nuovamente qualcosa nel profondo delle comuni intenzioni, quando spalanchi la finestra dell’anima per far uscire il “tanfo psichico”, quando torni a percepire anche solo l’ombra sincera dell'affetto e della solidarietà, insomma, che puoi tornare a sentirti vivo e, di colpo, affamato come una bestia selvaggia, devi solo alzare il naso e puntare la noia, per poi sfamarti di succulenta trasformazione.


Questo Concerto non riporta probabilmente nulla di così eclatante o indimenticabile, se non fosse per la possibilità di sentire ancora “musica inedita” di Massimo Urbani, Steve Lacy, Enrico Rava o Danilo Terenzi, tra gli altri, ma coltiva l’idea di preziosa collettività, conserva la magia del processo creativo, rinnova l’urgenza di comunicare senza rete di protezione ed allunga la durata del sogno, fosse solo per qualche altro minuto o per tanti anni a venire. 


Ecco, questo nuovo post lo dedico a voi, che mi siete stati più vicini nonostante la distanza, e che non devo nemmeno citarvi perché lo sapete già dove eravate, dove stavate rispetto a me negli ultimi due anni.

Art by Egon Schiele

*****


Enrico Rava (tp); Paul Rutherford, Danilo Terenzi (trbn); Steve Lacy, Evan Parker (soprano sax); Massimo Urbani (alto sax);  Gaetano Liguori (p); Kent Carter, Roberto Bellatalla (bass); Filippo Monico (drums); Tony Oxley (drums, electronics)

01. Intro by Giacomo Pellicciotti (01:38)
02. Workshop #1 (13:13)
03. Workshop #2 (09:52)
04. Workshop #3 (10:37)
05. Workshop #4 (07:37)
06. Workshop #5 (13:39)
07. Workshop #6 (07:43)
08. Workshop #7 (06:53)
09. Intro by Gaetano Liguori (0:58)
10. Workshop #8 [inc.] (15:50)






[1] Massimo Urbani, intervista di Carlo Verri, MJ Marzo 1981

lunedì 28 ottobre 2013

Gaetano Liguori Idea Quintet featuring Massimo Urbani & Danilo Terenzi LIVE AT PALAZZINA LIBERTY, MILANO, 22 marzo 1979


Credits:

Private recording
Recorded: a Milano, live at Palazzina Liberty, il 22 marzo 1979

Massimo Urbani (as), Danilo Terenzi (trb), 
Gaetano Liguori (p), Roberto Del Piano (fender b), Filippo Monico (dr)

Tracklist:

1. Peppina (G. Liguori) 14'44"
2. ¾ Per Danilo (G. Liguori) 12'52"
3. Il Tango (G. Liguori) 13'38"
4. Ballata Per Un Vicolo (G. Liguori) 07'40"
5. Corale Per Albert Ayler (G. Liguori) 11'30"
6. Suite Del Terzo Mondo (G. Liguori) 36'09"
7. Geronimo Boogie (G. Liguori) 04'33"
8. Unidentified Song by R.Rudd 07'55"

Note: Il Gaetano Liguori Idea Quintet, suonò per quattro sere consecutive al teatro/centro sociale voluto da Dario Fo e Franca Rame, dal 20 al 23 marzo 1979; La Philology ha pubblicato la registrazione di un altro concerto tenuto il 20 marzo 1979 [vedi registrazione #34];


Thanks to 

sabato 26 ottobre 2013

Jazz Workshop _ LIVE IN CREMONA _ 1977


Credits:

Private recording
Recorded: live a Cremona, 6 settembre 1977

Massimo Urbani (as), Enrico Rava (tp), 
Paul Rutherford, Danilo Terenzi (trb), 
Steve Lacy, Evan Parker (ss), Gaetano Liguori (p), 
Kent Carter, Roberto Bellatalla (b), 
Filippo Monico (dr), Tony Oxley (dr, elect.)

Tracklist:

1. Intro by G.Pellicciotti (01:38)
2. Workshop #1 (13’13”)
3. Workshop #2 (09’52”)
4. Workshop #3 (10’37”)
5. Workshop #4 (07’37”)
6. Workshop #5 (13’39”)
7. Workshop #6 (07’43”)
8. Workshop #7 (06’53”)
9. Intro by G. Liguori (0’58”)
10. Workshop #8 [inc.] (15’50”)

Thanks to 

venerdì 18 ottobre 2013

Gaetano Liguori Idea Quintet featuring Massimo Urbani & Danilo Terenzi _ LIVE AT PALAZZINA LIBERTY MILANO _ 1979


Credits:

Label: PHILOLOGY
Catalog#: W 145.2 (Cd, 1999);

Country: Italy
Recorded: a Milano, live at Palazzina Liberty, il 20 marzo 1979

Massimo Urbani (as), Danilo Terenzi (trb), 
Gaetano Liguori (p), Roberto Del Piano (fender b), Filippo Monico (dr)

Tracklist:

1. Peppina (G. Liguori) 12’47”
2. ¾ Per Danilo (G. Liguori) 12’35”
3. Il Tango (G. Liguori) 14’15”
4. Ballata Per Un Vicolo (G. Liguori) 7’20”
5. Corale Per Albert Ayler (G. Liguori) 12’31”
6. Suite Del Terzo Mondo 1° parte (G. Liguori) 18’12”

lunedì 1 luglio 2013

Gaetano Liguori Collective Orchestra _ Inchieste sul Jazz italiano 1952 - 2013


C’è stato un tempo in cui i dibattiti sul jazz si creavano e si sviluppavano tra gli “uomini di cultura” del nostro paese e, perché no, anche tra gli appassionati.

Probabilmente il primo tentativo risale al 1952, quando Gigi Movilia traeva alcune conclusioni su due paginette apparse su Musica Jazz, intervistando lo scrittore Vitaliano Brancati, il pittore Giuseppe Migneco ed il critico Franco Abbiati, oltre ad alcuni lettori della rivista.
 .

Poi venne il momento in cui furono coinvolti direttamente i musicisti, i critici e gli operatori del settore, ed avvenne per la prima volta grazie a Pino Candini che aprì l’inchiesta, sempre sulle pagine di Musica Jazz, nell’aprile 1956, intervistando Giampiero Boneschi, Gil Cuppini, Rodolfo Bonetto, Roberto Capasso, Franco Fayenz e Livio Cerri, protraendo il dibattito nei mesi di maggio e giugno in cui registrò le opinioni di Attilio Donadio, Gianni Basso, Arrigo Polillo, Berto e Franco Pisano, Oscar Valdambrini, Carlo Loffredo e Lilian Terry, per concludere l’analisi nel numero di agosto 1956, grazie alle impressioni di Piero Umiliani, Aurelio Ciarallo, Carlo Peroni, Adriano Mazzoletti e Alessandro Protti.
 .

Ma forse il lavoro più completo in merito è quello nato dalla volontà di Enrico Cogno, che nel 1970 realizzò un intero libro dal titolo “Jazz Inchiesta Italia”, edito dai tipi della Cappelli di Bologna, unico nel suo genere e, purtroppo, fuori catalogo da diversi anni. 

La completezza del lavoro non si deve esclusivamente alla fogliazione maggiore del libro rispetto agli articoli citati, ma più al taglio che Cogno seppe dare all’opera, sfruttando l’energia e l’acquisita consapevolezza degli uomini del jazz, che mai come negli anni Settanta fu palese e spontanea nei loro pensieri, quanto nella loro musica.
 .

Nel libro di Cogno la lista dei nomi del jazz si allunga notevolmente, ed ora è quasi completamente rinnovata nelle presenze di Enrico Intra, Giorgio Gaslini, Eraldo Volonté, Enrico Rava, Giorgio Albertazzi, Franco D’Andrea, Alberto Rodriguez, Giorgio Azzolini, Franco Tonani, Giovanni Tommaso, Franco Pecori, Giorgio Buratti, Enrico Maria Salerno, Claudio Lo Cascio e Mario Schiano, tra gli altri. 

Nel centro dell’inchiesta troviamo anche «la gente», come disse Enrico, non gli appassionati-abbonati del primo sondaggio, non gli uomini di cultura blasonati e trasversali al jazz, ma le persone vere: gli impiegati e gli studenti, un vigile urbano ed una fioraia, l’operaio metalmeccanico ed un perito elettronico e poi il macellaio, il tranviere, la cassiera, il telefonista… un lavoro interessantissimo ed unico, e forse per questo non più ristampato.
 .

Tornando a Musica Jazz, anche Gianfranco Salvatore utilizzò la forma dell’inchiesta per sviluppare la seconda parte di un dossier su «jazz e didattica», pubblicato nel gennaio e febbraio 1984, invitando ad intervenire sette jazzisti italiani quali Bruno Biriaco, Tullio De Piscopo, Franco D’Andrea, Claudio Fasoli, Giorgio Gaslini, Enrico Pieranunzi e Bruno Tommaso. Ma restò un episodio isolato.
 .

Infatti dobbiamo arrivare al 1988, quando Maurizio Franco propose un nuovo ed organico dibattito, «Jazz italiano: tra crescita e ritardi», sempre sulle pagine di Musica Jazz. Una vera e propria tavola rotonda, condotta dal critico e dal direttore dell’epoca, quel Pino Candini che aveva già mostrato il suo interesse per le inchieste, in cui ritroviamo alcuni autorevoli senatori di questa musica, come Gianni Basso e Giorgio Gaslini, un nuovo alfiere come l’inestimabile Franco D’Andrea, una giovane leva come Flavio Boltro ed un imprevedibile trait d’union tra queste ultime due generazioni musicali, come Guido Mazzon.
.
 .
L’articolo è molto interessante nella sua forma, anche perché anziché usare la forma dell’intervista singola poi raccolta in lavoro collettivo, come avvenne per il libro di Cogno, ci permette di assistere ad un vero botta e risposta tra i partecipanti, attraverso il quale le impressioni degli uni influenzano inevitabilmente il contenuto esposto dagli altri, mostrando le diverse sfaccettature del pensiero singolo ed offrendo nuovi percorsi comuni al dibattito.
 .

Le domande principali indagavano lo stato di salute del jazz suonato nella nostra penisola, l’annosa integrazione nel panorama internazionale, le problematiche relative alla sfera lavorativa, i rapporti con la critica ed i futuri propositi auspicabili dagli ospiti. Per le risposte, potete sfogliare da soli il dossier a questo link.


Maurizio Franco proseguì idealmente il tema nell’anno successivo con «Jazz italiano: il momento della verità», che vedeva questa volta coinvolti i pensieri di Paolo Damiani, Enrico Pieranunzi, Paolo Fresu, Maurizio Giammarco, Roberto Ottaviano e Bruno Tommaso.
Qui l’intervistatore si spingeva sui temi estetici della definizione di “jazz italiano”, riprendeva le problematiche lavorative con focus sulla quotidianità e sull’esclusione dei nostri da molti grandi festival estivi, sull’iperproduzione discografica sbocciata sul finire degli anni Ottanta e, nuovamente, sul rapporto con la critica.


Franco ha continuato in seguito ad approfondire il tema dei dibattiti, scavando in argomenti trasversali come «scrittura e improvvisazione», nell’aprile del 1993, con Enrico Intra, Giovanni Tommaso, Gianni Bedori, Claudio Fasoli, Claudio Angeleri ed Umberto Petrin ed in quello più ristretto sul «sax tenore», nel marzo 1995, con Gianni Basso, Maurizio Giammarco, Pietro Tonolo, Michele Bozza ed un ospite straniero, ma di casa in Italia, Michael Rosen.
 .

Poi, secondo le mie ricerche, a cavallo del secondo millennio nessun tema fu più sviluppato attraverso l’inchiesta, come se i critici italiani avessero bollato il dibattito come cosa noiosa e vecchia o come se i musicisti del nostro paese, ora travolti da una più vasta visibilità, non avessero più il tempo e le intenzioni di discutere apertamente della loro situazione. 

Resistevano solo le animate chiacchiere sui risultati del più noto referendum nazionale, del dopo Top Jazz per intenderci, e questo la dice lunga sui nuovi modi di partecipare agli eventi abbracciati nel nostro paese, dove solo le mere analisi di una classifica riescono a risvegliare i sopiti animi di partecipazione collettiva.
 .

Infatti, quasi un anno fa, restai molto colpito dall’inchiesta di Enrico Bettinello sui «collettivi jazz: tra innovazione ed ardua visibilità», pubblicata su Musica Jazz. Non tanto per la nuova riproposta di una modalità di critica rara e decisa, ma soprattutto dal tentativo, di un giovane uomo del nostro panorama culturale, di affrontare il tema direttamente alla fonte. 


Qui l’autore intervistava alcuni musicisti che parlavano a nome dei collettivi che rappresentavano, nello specifico El Gallo Rojo, Improvvisatore Involontario e Franco Ferguson, chiedendo il loro parere sul perché gli stessi collettivi presenti sulla scena nazionale trovassero così poco riconoscimento nei festival e nelle rassegne più famose.
Come dicevo restai colpito ma, allo stesso tempo, rimasi deluso del poco spazio di sviluppo concesso ad un argomento tanto complesso ed importante.
 

Per questo saluto con vera partecipazione il nuovo dibattito proposto da Enrico sulle pagine di All About Jazz, « Inchiesta esclusiva: perché nei cartelloni dei Festival mancano spesso alcuni musicisti italiani? », dove Bettinello incontra Piero Bittolo Bon, Silvia Bolognesi, Paolo Botti, Francesco Cusa, Francesco Diodati, Nicola Fazzini, Pasquale Mirra, Fabrizio Puglisi, Fulvio Sigurtà e Daniele Tittarelli, ponendo loro una serie di domande, perlopiù su temi prettamente lavorativi, che dovrebbero affascinare e, davvero, far riflettere tutti gli operatori che girano intorno al jazz, tanto quanto le risposte ottenute dai musicisti stessi.
 .

Per questo apprezzo e condivido la modalità di racconto di Enrico Bettinello, che invece di ristampare i consueti pensieri dei soliti noti, dona voce a quelle spigolature più sotterranee ed interessanti del visibile, perché invece di girare intorno al tema, evitando domande scomode per lasciare in pace gli animi, affronta l’argomento vis-à-vis. 

Perchè, secondo me, anziché dare la colpa alla solita crisi, questa musica ha davvero bisogno di nuova linfa, da entrambi i lati del palcoscenico, a prescindere se sia giovane o meno, ma che sia energia curiosa e coraggiosa come la sana analisi deve essere, specialmente quella riferita ad una musica come il jazz, che ha nella scoperta e nella considerazione dell’imprevisto la sua radice originaria.
 .

«definire in modo sistematico ed universale è infatti impossibile. Resta solo la possibilità di descrivere o di compiere valutazioni relative, fondate su una premessa ideologica o politica. Ma per far questo occorre lo spazio necessario per svolgere, in modo il più possibile chiaro, un discorso che, coinvolgendo problemi di estetica, di comunicazione, di linguistica ed insieme di psicologia, di sociologia ed anche di politica, possa essere autenticamente critico; diventi quindi uno strumento utile per il giudizio della massa dei fruitori, e non una opinione impressionistica, generica, isolata, espressa alla buona o magari con pretese d’importanza. Anche parlare del cosiddetto jazz italiano, in termini valutativi, comporta le stesse difficoltà definitorie. Per questo motivo trovo utile fare un discorso di pura testimonianza, un discorso in cui il critico diventa partigiano e militante così com’è il musicista. 

[…] vi è una colpa nella critica italiana, nei confronti dei musicisti, che difficilmente può trovare scusanti. Non è una critica militante, capace di affiancarsi alle esperienze di un determinato gruppo di musicisti, condividendole, tentandone una teorizzazione ed una spiegazione, ed insieme proponendo linee varianti o indicazioni di ricerca.»
 .

Così Alberto Rodriguez cercava di rispondere alla domanda “che cos’è il jazz” postagli da Enrico Cogno più di quarant’anni fa, ed è curioso notare come ancor oggi, nonostante le possibilità d’interagire sui “nuovi media”, argomenti come quello proposto da Bettinello su AAJ, e riportato anche su alcuni blog amici a carattere jazzistico, non raccolgano i dovuti commenti, che invece si sprecano in loop sulle tematiche relative alla questione se Umbria Jazz faccia ancora del jazz, sull’autorevolezza dei vari critics poll o sulla superiorità degli afroamericani rispetto agli altri abitanti dei confini del mondo del jazz.


 ***********************


Credits:


Collective Orchestra



Label: PDU
Catalog#: Pld.A 6051
Format: LP
Country: Italy
Recorded
February 3rd & 4th, 1976



Guido Mazzon (trumpet),
Massimo Urbani (alto sax),
Edoardo Ricci (alto sax),
Giancarlo Maurino (soprano sax),
Sandro Cesaroni (tenor sax, flute),
Danilo Terenzi (trombone),
Roberto Bellatalla (bass),
Roberto Del Piano (fender bass),
Pasquale Liguori (drums),
Filippo Monico (drums),
Gaetano Liguori (piano)



Tracklisting:
 

Collective Suite - 21:38



Nuova Resistenza - 18:47
 

********************

Art by Diego Rivera

**********



venerdì 13 gennaio 2012

Mario Schiano - EFFETTI LARSEN_Live 1988

OVVERO, FORWARD LOOKING o ELOGIO STRIDENTE DEL CIRCUITO CHIUSO


Se davvero sul finire di questo 2012 dovesse avverarsi la profetica trasformazione radicale predetta dai Maya, mi chiedo come mai gli Inca non abbiano previsto per l’inizio dello stesso anno il decadimento della critica jazz.

Nel numero di Gennaio di Musica Jazz, Filippo Bianchi lamenta la mancanza di competenza come una delle catastrofi della società contemporanea e declina il discorso nell’ambito a lui più congeniale, ricordando che “una volta il jazz era luogo di competenza assoluta. Semmai il limite era il settarismo, magari un certo dilettantismo, ma sempre con una conoscenza accanita della materia”. Uno dei motivi espressi dall'autore come la probabile causa di questa decadenza, è l’ampliamento dell’interesse commerciale che si è sviluppato esponenzialmente sul jazz, in parallelo alla sua maggiore diffusione.

Di conseguenza,  continua il Direttore, “un gran numero di persone si sono avvicinate al jazz, in cerca di un mestiere o di buoni affari. Privi di ogni sensibilità estetica, sono arrivati in questi magri pascoli convinti di trovare l’eldorado, costretti ad immergersi, non a bordeggiare, in una musica che si mostra ostile a chi non la ama, convinti di poter importare qui concetti, regole e teoremi che magari altrove funzionano, ma sono inapplicabili ad un mondo così particolare, governato da leggi proprie, insolite, stravaganti perfino”. 


Ma c’è un altro motivo fondamentale che Filippo ci tiene a segnalare, ed è che “nel jazz, passione e competenza professionale sono inscindibili: la seconda si acquisisce in conseguenza della prima; in sua assenza è difficile comprendere sia l’oggetto, sia quanto gli si muove intorno, cioè il mercato”.

Facile direte voi, parlare così tenendo saldamente in mano le redini di una delle due sole riviste completamente dedicate a questa musica presenti sul panorama italiano. Ma Bianchi è un uomo onesto e coraggioso e ci lascia questo ragionamento come un’eredità su cui ripensare il futuro, dal momento che in fondo alla pagina ci annuncia che questo è l’ultimo editoriale che firma come Direttore di Musica Jazz.


Ora si potrebbe facilmente accusare di conservatorismo l'ex Direttore, cioè “era meglio quando si stava peggio” o di facile melanconia del suo giovanile passato a discapito della difficoltà di comprendere il mondo d’oggi, ma sarebbe un’ulteriore conferma della tesi da lui espressa (e cioè che di quello che è accaduto nel jazz non ci capite un cazzo! N.d A) in quanto tutta la sua parabola professionale è sempre stata orientata con lo sguardo avanti, come testimonia la sua decennale militanza giornalistica raccolta in buona parte ne “Il Secolo del jazz”, le sue curiose direzioni musicali testimoniate dai “Concerti di un certo discorso” per Radiotre o dalle diverse produzioni per etichette coraggiose come la ICP, la Bv Haast o la FMP, la fondazione dell’associazione internazionale Europe Jazz Network o più sinteticamente come descritta nel suo curricula.

Ma Filippo Bianchi non ha certo bisogno della mia difesa, e in effetti basterebbe guardarsi intorno per rendersi conto dell’attuale smarrimento dell’approfondimento critico a discapito dell’apparire nozionistico di tanti scritti sul jazz.


In questi primi giorni dell’anno (anno nuovo, vita nuova, appunto), è apparso un assurdo articolo, tanto curioso quanto inutile e fazioso, a firma di Alberto Contri, collezionista di dischi e di strumenti a corda, contrabbassista e chitarrista che ha suonato nella Bovisa New Orleans Jazz Band di Luciano Invernizzi e nella Swinghera di Vittorio Castelli e caro amico di Lino Patruno, che si auto incarica di raccontare una personalissima, distorta ed errata visione della storia del jazz, che potrebbe essere raccolta in una sola sua frase: “In definitiva, possiamo dire senza ombra di smentite, che il jazz è una musica italo-afro-americana”. 

Ora, forse è inutile sottolineare errori madornali come Richie Sambuka al posto di Richard Kamuca, saxofonista di Philadelphia, frutto di un probabile lapsus alcoolico, ma è impossibile tacere su affermazioni tipo “Jimmy Durante è stato il primo pianista jazz”, che non solo non è vero, ma che sembra tenda ad offuscare un aspetto fondamentale della storia del jazz, il ragtime come parte delle sue origini e tutta quella generazione di strumentisti di New Orleans, creoli e afro-americani, che diedero l’impulso al passaggio dal ragtime al jazz. Penso a Scott Joplin, a James P. Johnson, a Jelly Roll Morton ma anche a Sidney Bechet, a Freddie Keppard, a Joe “King” Oliver…

Gli italo-americani c’erano sì, ma vedere solo loro in quel crogiuolo culturale significa avere gli occhi chiusi, oltre che fare un ragionamento fazioso e revisionista.


Quindi, senza stare a fare il professorino, cosa che non mi compete e che odio, vorrei semplicemente ricordare all’autore che quando si scrive la Storia di una musica le cui radici sono l’intreccio di tante culture differenti, il problema è proprio quello di cercare le fonti e di conseguenza, assegnare le giuste origini. Insomma sig. Contri, la Storia è roba difficile e probabilmente non c’è mai stato un primo ed unico jazzista.


Altri aspetti che possono affermare la probabile profezia sconosciuta degli Inca li troviamo nello scritto di Paolo Savini Nicci, dove ad onor della più pura improvvisazione jazz si mescolano date e si scambiano ruoli e definizioni per costruire una tesi, nell’assunto pseudo-filosofico anche interessante se fosse concretamente strutturata, in cui si afferma che lo spirito dell’innovazione nasce come rediviva fenice dalle ceneri delle crisi economiche e sociali.

Ora, se si può scusare il refuso ortografico e mettiamo il caso si possa perdonare la leggerezza di paragonare il profilo musicale europeo con quello americano e fin’anche quello di accettare l’estrema sintesi dei “suoni gitani” come commento alla poliedrica e sfaccettata figura di Django, non è possibile affrontare un argomento che si nutre dei dati storici e si sviluppa sulla prospettiva cronologica, intrecciando gli accadimenti sociali all’evoluzione dei contenuti culturali, sbagliando le date di partenza. Tanto meglio fare letteratura, prosa, poesia e lasciar perdere la Storia. 


Riguardo alle versioni online delle uniche riviste di jazz italiano, non ho news importanti rispetto a quelle che si sono presentate sulle pagine di Mondo Jazz.
Musica Jazz fin'ora continua ad usare la rete per riproporre tematiche già presenti sul giornale, e questo è estremamente limitativo. Jazzit ha iniziato ad aggiungere contenuti "altri", esclusivamente realizzati sottoforma video.

Entrambe le riviste lasciano sempre più spazio al e-commerce e nessuna s'impegna ad esplorare i nuovi aspetti, ed usufruire delle tante potenzialità, della comunicazione digitale, nemmeno con la funzione primaria, intesa come multimedialità della proposta, con link esterni ai vari testi, downloading, immagini aggiuntive, sampler e quant'altro.

Nelle due riviste online è assente una sezione dedicata all'analisi ed alla discussione del mondo del web e nessuna prende in seria considerazione lo scambio, inteso come comunicazione multilaterale, che è il valore aggiunto che davvero può fare la differenza. Mi trovo spesso a rileggere le famigerate "lettere al direttore", che per anni hanno offerto a Musica Jazz il suo lato più frizzante, vivo ed interrelazionale e penso che il web-log potrebbe rappresentare, oggi, la sua forma compiuta per eccellenza.

Ora, se questi spunti nascono da letture online, c’è da dire che la pubblicistica di settore non esula dagli stessi ragionamenti.


Prendiamo il caso dell’immenso lavoro di Adriano Mazzoletti sul Jazz in Italia. Nozionistico ma sicuramente documentatissimo, verrebbe da dire. Utile allo studioso e necessario all’appassionato per districarsi in un vasto panorama fin’ora poco documentato. Difetto immediato, rispetto all’impegno richiesto dalla poderosa lettura, è il troppo sottile fil-rouge di collegamento in termini di racconto, che a volte rischia di spezzarsi a discapito della visione globale, sbilanciando il testo più sul versante enciclopedico che su quello letterario. La monumentale appendice di scritti rari e la sola discografia, però, vale l’acquisto.

Per cui la critica su carta è sana, direte voi, ma l’arbitraria cancellazione, da quella che verrà ritenuta sicuramente la storia ufficiale del jazz italiano, di molte personalità importanti di questa musica, fa pensare alla voluta revisione della Storia da parte dell’autore. Ad esempio, su 1600 pagine Mario Schiano è citato solo a pag.331 e semplicemente come uno dei tanti musicisti provenienti dalla città di Napoli. Eppure Schiano era attivo dalla fine degli anni Cinquanta, nei primi anni ’60 a Roma è già una figura di riferimento e nel 1966 nasce ufficialmente al Folkstudio il Gruppo Romano Free Jazz.


Nemmeno sulla sua ultima fatica, quel volume di quasi 300 pagine con più di 600 fotografie che Mazzoletti ha dato alle stampe con il titolo “L’Italia del Jazz”, Schiano è presente, come sono assenti Carlo Actis Dato, Pino Minafra, Stefano Maltese, Tononi & Cavallanti e tanti altri personaggi del jazz degli ultimi quarant’anni.
È nota l’avversione di Mazzoletti per la musica di Schiano, “ogni volta che mi vedeva era solito ripetermi: Schiano, tu non sai che cosa sia un blues” ricorda Mario nel libro intervista di Pierpaolo Faggiano. Si dovrà attendere l'arrivo di gente illuminata come Alberto Rodriguez, Stefano Arcangeli, Giampiero Cane, Francesco Martinelli ed altri della generazione successiva per una corretta lettura della sua opera, e Mazzoletti, cancellando il suo nome dalla sua storia, ci riporta di cinquant’anni indietro nell’evoluzione del pensiero musicale. Forse l’Adriano del jazz ci farà dono di un altro tomo per illustrare i cinquant’anni esclusi salla sua opera, e me lo auguro, ma ad oggi questa storia è volutamente tronca ed incompleta.


Sull’aspetto delle pubblicazioni jazz italiane, poi, non possiamo sottovalutare la questione delle traduzioni, ricollegandoci al pensiero di Filippo Bianchi in cui si afferma la necessità di passione e competenza professionale. Per non farla troppo lunga, citerò solo il caso del libro sul trombettista di Philadelphia, Lee Morgan, scritto da Tom Perchard e tradotto da Caterina Tonon e Virginia Virtù.
In questo testo troviamo una miriade di errori, frutto di traduzione letteraria e senza passione alcuna, che pesano inevitabilmente sull’insieme della struttura del libro, facendo perdere il gusto della lettura stessa. “Chord changes” diventano i “cambi di corda”, “3 beat” diventa “di tre battute”, e supremamente la “struttura AABA” diventa “struttura LaLaSiLa”; “recording date” è tradotto “appuntamento di registrazione”, “sat in” come “si mise a sedere”, “booking agent”, agenzia di prenotazione, “reed” sta per linquetta, “cornet virtuoso” sarebbe “virtuoso di cornetto”, mentre "horn" è sempre tradotto “corno”. 

Ora, se è vero che abbiamo un patrimonio inesplorato nella possibile traduzione italiana di testi stranieri, è anche vero che inventarsi una nuova lingua non giova alla nostra cultura, se non quando è davvero ricca di passione e competenza.


Sulla recensione del libro di Alyn Shipton, Nuova storia del jazz (Einaudi), a firma di Giuseppe Fiorentino per l’Osservatore Romano, non trovo altre parole che invocare davvero la profezia dei Maya o una pioggia di fuoco, un’invasione di cavallette o di punteruoli di tutti i colori, perfino il ritorno del nano prodigio con le sue ballerine in perizoma potrebbe andar bene, fin'anche la morte di bianco vestita, tutto, vi prego tutto, fuorchè questa oscena stupidità.


Insomma, forse l’abbandono del Direttore di Musica Jazz ha scatenato una serie di eventi a catena che sarà difficile contrastare, anche se non sono a conoscenza delle intenzioni di come proseguirà la storica rivista, alla quale faccio i miei migliori auguri, se non altro perché è uno dei due soli baluardi della critica jazz periodica. A questo proposito, vi voglio raccontare l’ultimo pezzetto di questa storia.

Precisamente un mese fa sono stato contattato da Luciano Vanni, direttore di JazzIt, che mi proponeva una collaborazione che non si è realizzata, e che probabilmente non si completerà mai, non tanto per “semplice” diversità dei nostri punti di vista, anzi, dal momento che ritengo la diversità utile e sana, oltre che un ottimo concime per nuovi stimoli, quanto proprio perché sembrano differenti le sensibilità, gli interessi primari e le modalità d’approccio a ciò che per me è, e resta, una vera passione.


Solo qualche giorno fa, precisamente nella data in cui ho pubblicato il post, ne ho parlato di getto, come sono solito fare essendo questo uno spazio personale in cui il jazz appare sempre riflesso e trasdotto dalla mia sensibilità, e chiudevo commentando che probabilmente sono finiti i tempi in cui i contatti tra i lettori ed i direttori delle riviste di jazz, anche semplicemente attraverso la posta del giornale, creavano nuova linfa per il futuro della critica musicale, in cui le idee contrapposte generavano nuovi contenuti, in cui c’era vera curiosità da parte di chi gestiva gli strumenti di comunicazione, son finiti i tempi, insomma, in cui la critica guardava avanti.


Ieri, 14 gennaio, sono stato nuovamente contattato da Luciano che mi ha esposto una serie di motivazioni, come verifiche a priori di disponibilità, probabili fraintendimenti su cosa intendiamo per attività, proposta ancora in progress, e per ultimo, il fatto che l’aver condiviso questo inizio di rapporto apertamente con tutti voi gli poteva creare delle difficoltà e avrebbe potuto causargli anche dei danni.

Ora, a parte il fatto che un semplice, umano contatto effettuato nel mese trascorso tra la prima proposta che avevo ricevuto da lui e la distribuzione in edicola dell’ultimo numero del magazine (non dopo il mio post…) avrebbe chiarito ogni cosa, per me sono ancora poco chiare le spiegazioni che ho ricevuto, pur se ovviamente legittime.


Ma, a prescindere dal mio punto di vista, non ho mai avuto l’intenzione di fare del male a qualcuno attraverso questo spazio, dove tento solo di esporre i miei pensieri, di sollevare qualche dubbio, di condividere per costruire, semmai, oltre che raccontare le mie emozioni.

Per cui, tiro via i dettagli di questa storia dal post e li tengo per me, per i pochi che l’hanno letta nei giorni scorsi e per Luciano Vanni, che ne è stato co-protagonista.

Al termine di questo post confermo la sensazione di sentirmi in un circuito chiuso, dove temo che finiremo tutti assordati dagli effetti Larsen autogenerati dal nostro singolo e smisurato ego.
Ci tengo anche a suggerire, con tutta la modestia che il mio appassionato diletto mi consente di avere, che senza conoscere il significato di forward looking o tantomeno i racconti della famosa profezia degli Inca, domani sarà difficile per tutti andare avanti, specialmente per chi lavora nell'industria della creatività.

Auguri!!!




*************************


 
 Credits:

Label: SPLASC(H)
Catalog #: HP 09
Format: LP
Country: Italy

Recorded at Rome, Colosseo Theatre, 4 March 1988, 2nd Controindicazioni Festival.



Note that the 2nd edition of the Festival came 13 years after the 1st, held in Penne, near Pescara, in 1975. This Roman edition marked the re-birth of the Festival, still going on and one of the major forums for free improvisation in Europe (Francesco Martinelli)

Mario Schiano (alto sax),
Guido Mazzon (trumpet),
Gaetano Liguori (piano),
Lino Liguori (drums)

Tracklisting:

Side One

WE_Part 1 – 18’25”



Side Two

WE_Part 2 – 15’07”



***********************