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lunedì 1 luglio 2013

Gaetano Liguori Collective Orchestra _ Inchieste sul Jazz italiano 1952 - 2013


C’è stato un tempo in cui i dibattiti sul jazz si creavano e si sviluppavano tra gli “uomini di cultura” del nostro paese e, perché no, anche tra gli appassionati.

Probabilmente il primo tentativo risale al 1952, quando Gigi Movilia traeva alcune conclusioni su due paginette apparse su Musica Jazz, intervistando lo scrittore Vitaliano Brancati, il pittore Giuseppe Migneco ed il critico Franco Abbiati, oltre ad alcuni lettori della rivista.
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Poi venne il momento in cui furono coinvolti direttamente i musicisti, i critici e gli operatori del settore, ed avvenne per la prima volta grazie a Pino Candini che aprì l’inchiesta, sempre sulle pagine di Musica Jazz, nell’aprile 1956, intervistando Giampiero Boneschi, Gil Cuppini, Rodolfo Bonetto, Roberto Capasso, Franco Fayenz e Livio Cerri, protraendo il dibattito nei mesi di maggio e giugno in cui registrò le opinioni di Attilio Donadio, Gianni Basso, Arrigo Polillo, Berto e Franco Pisano, Oscar Valdambrini, Carlo Loffredo e Lilian Terry, per concludere l’analisi nel numero di agosto 1956, grazie alle impressioni di Piero Umiliani, Aurelio Ciarallo, Carlo Peroni, Adriano Mazzoletti e Alessandro Protti.
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Ma forse il lavoro più completo in merito è quello nato dalla volontà di Enrico Cogno, che nel 1970 realizzò un intero libro dal titolo “Jazz Inchiesta Italia”, edito dai tipi della Cappelli di Bologna, unico nel suo genere e, purtroppo, fuori catalogo da diversi anni. 

La completezza del lavoro non si deve esclusivamente alla fogliazione maggiore del libro rispetto agli articoli citati, ma più al taglio che Cogno seppe dare all’opera, sfruttando l’energia e l’acquisita consapevolezza degli uomini del jazz, che mai come negli anni Settanta fu palese e spontanea nei loro pensieri, quanto nella loro musica.
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Nel libro di Cogno la lista dei nomi del jazz si allunga notevolmente, ed ora è quasi completamente rinnovata nelle presenze di Enrico Intra, Giorgio Gaslini, Eraldo Volonté, Enrico Rava, Giorgio Albertazzi, Franco D’Andrea, Alberto Rodriguez, Giorgio Azzolini, Franco Tonani, Giovanni Tommaso, Franco Pecori, Giorgio Buratti, Enrico Maria Salerno, Claudio Lo Cascio e Mario Schiano, tra gli altri. 

Nel centro dell’inchiesta troviamo anche «la gente», come disse Enrico, non gli appassionati-abbonati del primo sondaggio, non gli uomini di cultura blasonati e trasversali al jazz, ma le persone vere: gli impiegati e gli studenti, un vigile urbano ed una fioraia, l’operaio metalmeccanico ed un perito elettronico e poi il macellaio, il tranviere, la cassiera, il telefonista… un lavoro interessantissimo ed unico, e forse per questo non più ristampato.
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Tornando a Musica Jazz, anche Gianfranco Salvatore utilizzò la forma dell’inchiesta per sviluppare la seconda parte di un dossier su «jazz e didattica», pubblicato nel gennaio e febbraio 1984, invitando ad intervenire sette jazzisti italiani quali Bruno Biriaco, Tullio De Piscopo, Franco D’Andrea, Claudio Fasoli, Giorgio Gaslini, Enrico Pieranunzi e Bruno Tommaso. Ma restò un episodio isolato.
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Infatti dobbiamo arrivare al 1988, quando Maurizio Franco propose un nuovo ed organico dibattito, «Jazz italiano: tra crescita e ritardi», sempre sulle pagine di Musica Jazz. Una vera e propria tavola rotonda, condotta dal critico e dal direttore dell’epoca, quel Pino Candini che aveva già mostrato il suo interesse per le inchieste, in cui ritroviamo alcuni autorevoli senatori di questa musica, come Gianni Basso e Giorgio Gaslini, un nuovo alfiere come l’inestimabile Franco D’Andrea, una giovane leva come Flavio Boltro ed un imprevedibile trait d’union tra queste ultime due generazioni musicali, come Guido Mazzon.
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L’articolo è molto interessante nella sua forma, anche perché anziché usare la forma dell’intervista singola poi raccolta in lavoro collettivo, come avvenne per il libro di Cogno, ci permette di assistere ad un vero botta e risposta tra i partecipanti, attraverso il quale le impressioni degli uni influenzano inevitabilmente il contenuto esposto dagli altri, mostrando le diverse sfaccettature del pensiero singolo ed offrendo nuovi percorsi comuni al dibattito.
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Le domande principali indagavano lo stato di salute del jazz suonato nella nostra penisola, l’annosa integrazione nel panorama internazionale, le problematiche relative alla sfera lavorativa, i rapporti con la critica ed i futuri propositi auspicabili dagli ospiti. Per le risposte, potete sfogliare da soli il dossier a questo link.


Maurizio Franco proseguì idealmente il tema nell’anno successivo con «Jazz italiano: il momento della verità», che vedeva questa volta coinvolti i pensieri di Paolo Damiani, Enrico Pieranunzi, Paolo Fresu, Maurizio Giammarco, Roberto Ottaviano e Bruno Tommaso.
Qui l’intervistatore si spingeva sui temi estetici della definizione di “jazz italiano”, riprendeva le problematiche lavorative con focus sulla quotidianità e sull’esclusione dei nostri da molti grandi festival estivi, sull’iperproduzione discografica sbocciata sul finire degli anni Ottanta e, nuovamente, sul rapporto con la critica.


Franco ha continuato in seguito ad approfondire il tema dei dibattiti, scavando in argomenti trasversali come «scrittura e improvvisazione», nell’aprile del 1993, con Enrico Intra, Giovanni Tommaso, Gianni Bedori, Claudio Fasoli, Claudio Angeleri ed Umberto Petrin ed in quello più ristretto sul «sax tenore», nel marzo 1995, con Gianni Basso, Maurizio Giammarco, Pietro Tonolo, Michele Bozza ed un ospite straniero, ma di casa in Italia, Michael Rosen.
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Poi, secondo le mie ricerche, a cavallo del secondo millennio nessun tema fu più sviluppato attraverso l’inchiesta, come se i critici italiani avessero bollato il dibattito come cosa noiosa e vecchia o come se i musicisti del nostro paese, ora travolti da una più vasta visibilità, non avessero più il tempo e le intenzioni di discutere apertamente della loro situazione. 

Resistevano solo le animate chiacchiere sui risultati del più noto referendum nazionale, del dopo Top Jazz per intenderci, e questo la dice lunga sui nuovi modi di partecipare agli eventi abbracciati nel nostro paese, dove solo le mere analisi di una classifica riescono a risvegliare i sopiti animi di partecipazione collettiva.
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Infatti, quasi un anno fa, restai molto colpito dall’inchiesta di Enrico Bettinello sui «collettivi jazz: tra innovazione ed ardua visibilità», pubblicata su Musica Jazz. Non tanto per la nuova riproposta di una modalità di critica rara e decisa, ma soprattutto dal tentativo, di un giovane uomo del nostro panorama culturale, di affrontare il tema direttamente alla fonte. 


Qui l’autore intervistava alcuni musicisti che parlavano a nome dei collettivi che rappresentavano, nello specifico El Gallo Rojo, Improvvisatore Involontario e Franco Ferguson, chiedendo il loro parere sul perché gli stessi collettivi presenti sulla scena nazionale trovassero così poco riconoscimento nei festival e nelle rassegne più famose.
Come dicevo restai colpito ma, allo stesso tempo, rimasi deluso del poco spazio di sviluppo concesso ad un argomento tanto complesso ed importante.
 

Per questo saluto con vera partecipazione il nuovo dibattito proposto da Enrico sulle pagine di All About Jazz, « Inchiesta esclusiva: perché nei cartelloni dei Festival mancano spesso alcuni musicisti italiani? », dove Bettinello incontra Piero Bittolo Bon, Silvia Bolognesi, Paolo Botti, Francesco Cusa, Francesco Diodati, Nicola Fazzini, Pasquale Mirra, Fabrizio Puglisi, Fulvio Sigurtà e Daniele Tittarelli, ponendo loro una serie di domande, perlopiù su temi prettamente lavorativi, che dovrebbero affascinare e, davvero, far riflettere tutti gli operatori che girano intorno al jazz, tanto quanto le risposte ottenute dai musicisti stessi.
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Per questo apprezzo e condivido la modalità di racconto di Enrico Bettinello, che invece di ristampare i consueti pensieri dei soliti noti, dona voce a quelle spigolature più sotterranee ed interessanti del visibile, perché invece di girare intorno al tema, evitando domande scomode per lasciare in pace gli animi, affronta l’argomento vis-à-vis. 

Perchè, secondo me, anziché dare la colpa alla solita crisi, questa musica ha davvero bisogno di nuova linfa, da entrambi i lati del palcoscenico, a prescindere se sia giovane o meno, ma che sia energia curiosa e coraggiosa come la sana analisi deve essere, specialmente quella riferita ad una musica come il jazz, che ha nella scoperta e nella considerazione dell’imprevisto la sua radice originaria.
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«definire in modo sistematico ed universale è infatti impossibile. Resta solo la possibilità di descrivere o di compiere valutazioni relative, fondate su una premessa ideologica o politica. Ma per far questo occorre lo spazio necessario per svolgere, in modo il più possibile chiaro, un discorso che, coinvolgendo problemi di estetica, di comunicazione, di linguistica ed insieme di psicologia, di sociologia ed anche di politica, possa essere autenticamente critico; diventi quindi uno strumento utile per il giudizio della massa dei fruitori, e non una opinione impressionistica, generica, isolata, espressa alla buona o magari con pretese d’importanza. Anche parlare del cosiddetto jazz italiano, in termini valutativi, comporta le stesse difficoltà definitorie. Per questo motivo trovo utile fare un discorso di pura testimonianza, un discorso in cui il critico diventa partigiano e militante così com’è il musicista. 

[…] vi è una colpa nella critica italiana, nei confronti dei musicisti, che difficilmente può trovare scusanti. Non è una critica militante, capace di affiancarsi alle esperienze di un determinato gruppo di musicisti, condividendole, tentandone una teorizzazione ed una spiegazione, ed insieme proponendo linee varianti o indicazioni di ricerca.»
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Così Alberto Rodriguez cercava di rispondere alla domanda “che cos’è il jazz” postagli da Enrico Cogno più di quarant’anni fa, ed è curioso notare come ancor oggi, nonostante le possibilità d’interagire sui “nuovi media”, argomenti come quello proposto da Bettinello su AAJ, e riportato anche su alcuni blog amici a carattere jazzistico, non raccolgano i dovuti commenti, che invece si sprecano in loop sulle tematiche relative alla questione se Umbria Jazz faccia ancora del jazz, sull’autorevolezza dei vari critics poll o sulla superiorità degli afroamericani rispetto agli altri abitanti dei confini del mondo del jazz.


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Credits:


Collective Orchestra



Label: PDU
Catalog#: Pld.A 6051
Format: LP
Country: Italy
Recorded
February 3rd & 4th, 1976



Guido Mazzon (trumpet),
Massimo Urbani (alto sax),
Edoardo Ricci (alto sax),
Giancarlo Maurino (soprano sax),
Sandro Cesaroni (tenor sax, flute),
Danilo Terenzi (trombone),
Roberto Bellatalla (bass),
Roberto Del Piano (fender bass),
Pasquale Liguori (drums),
Filippo Monico (drums),
Gaetano Liguori (piano)



Tracklisting:
 

Collective Suite - 21:38



Nuova Resistenza - 18:47
 

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Art by Diego Rivera

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mercoledì 24 aprile 2013

Giovanna Marturano in Bimba Col Pugno Chiuso meet Guido Mazzon in E Ora Parliamo Di Libertà


Non c’è altra via che combattere, questo è il fatto, e non combattere il giorno stabilito, cioè quando c’è un anniversario, ma combattere tutti i giorni, in tutti gli episodi della vita.
Dal lavoro si può andare in pensione, ma dalla lotta no. La lotta non si può mollare, anche quando sembra che non c’è nessun risultato possibile, serve sempre. Non è vero che lottare non serve.

Giovanna Marturano è una piccola donna di 101 anni, con la gioia di vivere di una bambina.


Mio padre era il classico impiegato dello stato, che ci teneva alla carriera e non si occupava di politica. Lui non era fascista, non gli piaceva il fascismo, mia madre invece era proprio contro il fascismo.

Nelle sue parole risuona la storia del ‘900 italiano, quella di una donna e di una famiglia comune, come la definisce lei, ma che comune non è.


Il nuovo, la civiltà, l’evoluzione da chi viene? Non viene certo dagli anziani. Dobbiamo avere anche un po’ di modestia e non andare dai giovani come dei professori, non è questo che serve, dobbiamo imparare anche da loro.
L’esperienza che abbiamo fatto non basta, dobbiamo fare ogni giorno nuove esperienze, sennò non possiamo spostare niente, questa è la cosa.

La sua è una storia di parte, di quella parte che per un secolo ha lottato contro il totalitarismo fascista e per una vera giustizia sociale.


Io c’ho una certa età, ogni tanto me la sento ed ogni tanto non mi sembra vero ma, per quanto poca forza io abbia, sono decisa a continuare a lottare ancora. Una delle cose più importanti che posso fare è portare la mia testimonianza, perché ormai siamo pochi, a poter testimoniare di persona, delle lotte che abbiamo fatto

Giovanna sa raccontare e le piace farlo, attraverso i suoi libri, attraverso incontri con le nuove generazioni, attraverso interventi politici, davanti ad una videocamera.


Il fascismo è stato un obbrobio, una cosa tremenda, è stato l’imitazione della libertà, della democrazia, della giustizia.
Un giorno mio fratello andò vicino a Milano per aiutare dei compagni ad impiantare una tipografia clandestina. Come si può immaginare, ci fu una spiata e i fascisti andarono sul luogo e lo trovarono che stampava manifesti.


Di conseguenza vennero a casa nostra all’alba per fare una perquisizione e trovarono la traduzione dal francese di un libro “proibito” intitolato Fascisme et révolution e loro cominciarono ad indagare su chi aveva fatto la traduzione. La traduzione la facevamo in tre: mio fratello, mia sorella ed io e la scrittura di mia sorella e di mio fratello si somigliavano, mentre la mia no. Quando mi chiesero chi faceva quel lavoro io negai, ma loro presero un quaderno che c’era in casa con il mio nome e cognome, gli appunti di chimica, e ripeterono: e questo?!... e mi portarono in galera.

Lo fa con la lucidità di chi ha vissuto la vita e conosce il senso vero delle cose, ma soprattutto lo fa con ironia e schiettezza.


Mentre mi portavano in galera in taxi, perché io sono andata in taxi in galera, con un carabiniere e due agenti in borghese, tre persone… una pericolosa…, si fermarono davanti al carcere minorile e mi chiesero: scusate quanti anni avete?! Perché io allora ero giovanissima…
L’arresto di mio fratello fu il più tremendo, poi ci fu quello di mia madre, che ci colpì a tutti molto, ma questo era l’arresto mio e, sinceramente… non me ne fregava niente.

Spesso cerchiamo miti lontani e icone rivoluzionarie, solitamente non crediamo possibile essere partecipi di qualcosa di importante nella nostra semplice quotidianità. Per Giovanna è stato naturale ma, per fortuna, qualche volta c’è chi si impegna per aiutarci a ricordare questo.
Di fatto, si chiamano Todomodo.


Bimba col pugno chiuso vuole raccontare il percorso esistenziale di Giovanna, partendo dai suoi ricordi di bambina che vide la marcia fascista su Roma nel ‘22, fino ad arrivare alla sua attuale lettura del presente e al suo costante impegno politico, che le fa dire “non c’è altra via che combattere, questo è il fatto. Dal lavoro si può andare in pensione, dalla lotta no.”


A differenza del classico documentario di memorie, non si avvale di materiale di repertorio. Le parole di Giovanna prendono forma attraverso il disegno e ci conducono in una nuova dimensione, dove ricordo personale e storia collettiva si fondono e confondono. I racconti di Giovanna sono infatti “illustrati” da disegni ed animazioni realizzati da MaurizioRibichini, in collaborazione con Salvo Santonocito e Adriano Mestichella, con le musiche di Amy Denio, Roberto Fega, Ludovica Valori, Roberta Montisci, Paolo Camerini e Bianca Giovannini.


Bimba col pugno chiuso è prodotto da 441 persone e realtà associative, sparse in tutta Italia e non solo, che hanno scelto di sostenere la sua realizzazione attraverso la campagna di crowdfunding, che è stata lanciata sul portale produzionidalbasso.com, e pure questo è lottare.


Domani, 25 aprile 2013, si potrà godere di Bimba col pugno chiuso al cinema Aquila di Roma, via L’Aquila 66, al Pigneto; doppia proiezione: alle ore 20:30 e alle ore 22:30.

Guardare, in rarissimi casi, è un po' come partecipare.
Buona visione!



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Credits:

Label: PDU
Catalog#: Pld. A. 6024
Format: LP
Country: Italy
Released: 1975, february

Guido Mazzon (tp, flgh, p),
Roberto Bellatalla (bass), Toni Rusconi (drums).

On track «UFFA!» add
Daniele Cavallanti (ten. sax), Filippo Santi (trne), Edoardo Ricci (alto sax)

Tracklisting:


A1) Ed Ora Parliamo Di Libertà (prima parte)
A2) G.M.M. 8.7.74
A3) Canto Facile – Biancaneve
A4) C’era Una Volta Un Re
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B1) Fino Alle Radici
B2) «UFFA!»
B3) Rigmarole
B4) Ed Ora Parliamo Di Libertà (seconda parte)



sabato 25 dicembre 2010

Guido Mazzon Quartet_Ecologia_1975

Credits:

Guido Mazzon Quartet
- Ecologia -

Label: Edizioni Cultura Popolare
Catalog# VPA 104
Format: LP
Country: Italy


Recorded LIVE at the "Statale" University of Milan,
1975 November 28

Guido Mazzon (tp, p), Edoardo Ricci (alto sax), 
Roberto Bellatalla (bass), Toni Rusconi (drums)


Tracklisting:

Side A

A1) Ecologia, Ecologia ! 10:00
A2) Ecco 12:00



Side B

B1) Il Fascino Discreto dell'Avanguardia 12:15
B2) 3/4 di Rivoluzione 14:50