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martedì 11 luglio 2023

Philology Jazz Records - the italian Specialist Labels

 


Sì, è vero, vengo sempre meno su queste mie vecchie pagine ma le passioni richiedono risorse e tempo, lo sapete, tutte cose che la quotidianità fagocita ad una velocità sempre più impressionante, ma ci sto lavorando…


Ma bando alle ciance e alle tristezze, torno volentieri per annunciarvi che da qualche giorno la Storia della Philology di Paolo Piangiarelli è finalmente disponibile in versione Kindle o cartacea sulla nota piattaforma.


«Perché faccio dischi?

Perché io amo il Jazz da più di cinquant’anni e, dopo centinaia di concerti e migliaia di dischi ascoltati, ad un certo momento mi sono stancato del ruolo passivo di ascoltatore. Avevo sempre più spesso idee di possibili incontri tra diverse sonorità o di progetti originali, desideravo approfondire i songbook di determinati autori e cercavo chi aveva il coraggio di sfidare le consuetudini dei soliti standards che, peraltro io amo…

Tutte cose che mi sarebbe piaciuto ascoltare su disco, ma quei dischi non esistevano, non si trovavano sul mercato ed allora ho deciso di farli io quelli che avrei voluto che altri facessero per me, ma non li facevano, quei dischi mancavano, insomma…»



Con queste parole Paolo Piangiarelli esordì nella prima intervista che realizzai nel 2008. Da quel momento mi fu subito chiaro il coraggio e la passione di Paolo, studioso e vorace amante del Jazz, ben prima che produttore per la sua etichetta discografica e continuai a raccogliere i suoi pensieri e le sue intenzioni, fino alla fine.


Questo libro racconta la storia della sua etichetta Philology, nata nel 1987 a Macerata e che negli anni ha prodotto circa 600 dischi "esclusivamente" di Jazz. Il libro si apre con un breve saggio sul panorama discografico degli anni 1968/1989, che sono quelli che videro il jazz italiano diventare maturo, e si chiude con l'intero catalogo Philology, che documenta i tanti dischi di Chet Baker, Phil Woods, Lee Konitz, Tony Scott, Massimo Urbani e Renato Sellani, tra gli altri.

Le interviste a Enrico Rava, Tiziana Ghiglioni, Franco D’Andrea, Enrico Pieranunzi, Paolo Fresu, Fabrizio Bosso, Stefano Bollani e Massimo Manzi, anche loro presenti nel catalogo Philology, contribuiscono a tratteggiare il profilo dell’uomo dietro al registratore.

Le foto di Carlo Pieroni e le riproduzioni a colori delle Copertine dei LP delle etichette indipendenti specializzate, come la DIRE Records, la HORO, la Black Saint/Soul Note, la RED Record e la Splasc(H) Records, rendono il volume qualcosa che ancora mancava nella discografia del jazz italiano, ed è solo l’inizio…



Enjoy it!

*****

Photos by Carlo Pieroni


martedì 28 settembre 2021

Black and Blue - 10 italian Music postcard, in Blues flavor, from 1946 to 1977

TRACKSLIST:
l. Blues del Dom – 3:26
Nino Culasso (tp), Pietro Cottiglieri (cl), Jesùs Pia (tenor s), Eraldo Romanoni (p), Giuseppe 
Barenghi (g), Ubaldo Beduschi (bass), Claudio Gambarelli (drm), Roberto Nicolosi (arr)
Milano, February 13, 1946
From 78rpm Odeon H18158, “Jazzisti Italiani” series

2. Black and Blue – 2:45
Roman New Orleans Jazz Band: Giovanni Borghi (tp), Luciano Fineschi (trne), Marcello Riccio 
(cl), Ivan Vandor (tenor s), Giorgio Zinzi (p), Bruno Perris (g), Carlo Loffredo (bass), Peppino 
D’Intino (drm)
Milano, January 13, 1953
From LP Columbia 33QPX 8017, “Italian Jazz of the Roaring 50’s”

3. Blues all’Alba – 5:46
Eraldo Volonté (tenor s), Giorgio Gaslini (p), Alceo Guatelli (bass), Ettore Ulivelli (drm)
Milano, 1960
From “La Notte” OST, EP Voce del Padrone 7EMQ 189

4. P.N. Blues – 2:46
Sergio Fanni (tp), Eraldo Volonté (tenor sax, bar. sax), Ettore Righello (p), Giorgio Buratti 
(bass), Gil Cuppini (drm)
Milano, April 19, 1960
From EP Cetra EPD 38, “Jazz in Italy n.3” series

5. Thinkin’ Blues – 4:28
Chet Baker (tp), Piero Umiliani (p., arr), Big Band
Roma, March 1962
From “Smog” OST, LP RCA PML 10320

6. Echoes Of Harlem – 3:26
Bruno Canfora with Radio Rai Big Band: Cicci Santucci, Nino Culasso (tp), Marcello Rosa
(trne), Baldo Maestri (soprano sax), Beppe Carrieri (tenor sax)
Roma, July 12, 1977
From “Tribute To Ellington”, CD Twilight Music / Via Asiago 10 TWI CD AS 05 21

7. Una Tromba e un Blues – 5:10
Oscar Valdambrini (tp), Dino Piana (trne), Glauco Masetti (alto s), Eraldo Volonté (tenor sax), 
Giancarlo Barigozzi (bar. sax), Piero Umiliani (p., arr), Giorgio Azzolini (bass), Lionello Bionda 
(drm)
Milano, March 1966
From “JAZZ DALL’ITALIA n.2 : Big Band Blues”, LP Omicron LPM 007

8. Donna Lu – 2:36
Oscar Valdambrini (tp), Gianni Basso (tenor s), Dino Piana (trne), Renato Sellani (p), Giorgio 
Azzolini (bass), Lionello Bionda (drm)
Milano, January 10, 1967
From “Exciting 6”, LP GTA Records JA 603

9. Circeo – 2:51
Same as #4

10. Blues For Alexandra – 5:20
Romano Mussolini (fender p), Piero Montanari (el. bass), Roberto Spizzichino (drm), Tullio De 
Piscopo (perc.)
Roma 1974
From “Mirage”, LP PDU Pld.A 6018

11. It Don't Mean A Thing – 2:33
Mario Schiano (voc), Cicci Santucci (tp, flgh), Maurizio Giammarco (tenor, soprano sax), 
Antonello Vannucchi (p), Giorgio Rosciglione (bass), Gegè Munari (drm)
Roma, March 1999
From “My Funny Valentine”, CD SPLASC(H) CDH 697

sabato 18 aprile 2020

Lee Konitz & Stefano Bollani TenderLee (for Chet Baker)_ Live in Rome at La Palma, 1998



Ricordare i nomi ed i luoghi degli innumerevoli locali che a Roma aprivano e chiudevano partecipando a dare forma alla colonna sonora della mia “formazione” musicale è, forse, un gioco scemo dettato dalla nostalgia che ogni tanto, però, mi ritrovo inconsciamente a fare…

Potrei snocciolare i soliti nomi tipo Music Inn, Big Mama o Alexanderplatz, ma soprattutto i meno noti tipo Caffè Caruso o il Caffè Latino, dove ho visto Massimo Urbani spesso, anche se i ricordi più forti restano legati al Black Out, al Uonna, al Forte Prenestino, l’Akab, il Fonclea, il Brancaleone, l’Evolution, la Locanda Atlantide, il Circolo degli Artisti e persino il Qube ma, come dicevo, fare una lista senza aggiungere il calore di quei momenti è, e resterebbe, esercizio inutile di masturbazione privata mentale.


C’è un Club però al quale sono veramente affezionato… forse perché aprii le porte in maniera inaspettata praticamente sotto casa, forse perché permetteva di viverlo praticamente tutto l’anno, con i due palchi di cui uno all’aperto, forse perché alla fine degli anni Novanta diede vita ad una programmazione che nella Capitale mancava, portando con nonchalance nella periferia di Roma Est nomi tipo Elvin Jones, McCoy Tyner, Evan Parker, John Abercrombie, Roy Ayers, Cassandra Wilson, John Zorn, Jason Moran, Brad Mehldau ma anche organizzando vere e proprie maratone, come le  "carta bianca" di Enrico Rava e Paolo Fresu, il primo “piano solo” di Bollani  e tantissimi altri che non riesco nemmeno a ricordare… Il periodo d’oro de La Palma, andò dal 1998 al 2003, con la programmazione artistica di Flavio Severini. 


Io seguii molto da vicino quegli eventi, dall’inaugurazione almeno fino all’estate del 2000 quando, per un clamoroso errore giudiziario, un mio carissimo amico – e coinquilino nell’appartamento che avevamo “sopra” il Club -, fu accusato di partecipazione al tragico assassinio di Massimo D'Antona, con conseguenze devastanti per tutti noi e, ovviamente, per lui, che ne uscì finalmente “pulito” solo due anni e sette mesi dopo (avete letto bene), con un trafiletto di scuse che mai resse il confronto con le prime pagine di tuti i giornali di quasi tre anni prima.


Io, nel frattempo, avevo cambiato casa e quartiere (potete immaginare perché), Flavio Severini balzò all’Auditorium e la Palma chiuse i battenti nel 2007 ma questo, se la memoria non m’inganna, fu proprio uno dei concerti inaugurali del club, registrato alla bene e meglio e messo a disposizione del “tesoriere” Piangiarelli per la sua Philology qualche anno dopo.



Label: PHILOLOGY
Catalog#: W 163.2
Format: CD

Recorded LIVE in Rome at La Palma Club, December 5-6, 1998


Lee Konitz (alto sax, vocal #3)
Stefano Bollani (piano)
Pietro Ciancaglini (bass)
Fabrizio Sferra (drums, vocal #3)



Tracklisting:


1.     Blues for Chet – 10:28
2.     My Funny Valentine – 12:17
3.     Just Friends – 11:41
4.     It Could Happen To You 7:27
5.     But Not For Me – 10:38
6.     What’s New – 13:09
7.     I’ll Remember April – 12:25




martedì 24 dicembre 2019

Chet Baker 4et Live at Teatro degli Infernotti, Torino December 19, 1979


Ph by Luciano Viti

Chet Baker era nato ieri. Questo non aggiunge molto alla sua biografia, ma è un dato di fatto. Chet Baker è stato indubbiamente uno tra i più ispirati ed irripetibili musicisti jazz, ed anche questo dovrebbe essere cosa nota ai più, ed il condizionale non è utilizzato a caso.

«Ti posso garantire che molti musicisti giovani, anche tra quelli che suonano con me e che sono fantastici, non hanno mai ascoltato il Quartetto di Gerry Mulligan con Chet Baker, che è per me una pietra miliare del Jazz, non solo perché Chet non ha mai più suonato come suonava lì, ed infatti è esploso proprio con quei dischi del ’52-’53, quando ha vinto anche il referendum [1]. Poi Chet ha fatto altre cose, anche quelle molto belle e poetiche, ma come suonava in quel contesto non ha più suonato, con quella agilità e rapidità di pensiero, quella capacità di tradurre in suono tutto quello che gli passasse per la testa… originalissimo… a volte sembrava un Don Cherry con tecnica, eppure “non sapeva niente”… ma te lo ricordi il solo di Chet su Bark for Barksdale?[2] viene dopo un assolo di Mulligan, buono ma molto tradizionale, e poi entra lui con una frase che io ogni volta mi chiedo da dove gli sia mai arrivata quella espressione lì, è imprevedibile e pazzesca… Questo è stato il gruppo che mi ha proprio aperto le porte al Jazz moderno e poi da lì…»[3]


Eppure le tragiche situazioni che hanno affollato la sua vita pubblica, e travolto ovviamente quella privata, hanno facilitato l’approccio di molti nel trattare Chet Baker più come un’icona da idolatrare o smitizzare, offuscando così la sincera ricerca musicale o sminuendo il suo spessore di musicista. Basterebbero i titoli di alcuni magazines dell’epoca per capire meglio cosa intendo dire, visto che pubblicavano a titoli cubitali frasi infelici tipo “Il Veleno del Jazz” (Il Reporter 36 – 1960), oppure “La Magica Tromba di Chet Baker è caduta nella Fossa delle Vipere” (Il Tirreno – 1960), o “La Paura mi Aspetta alla Porta” (L’Europeo – 1961) e “La Tromba Avvelenata” (Epoca – 1961), fino ad “Amici Italiani Aiutatemi Voi” (Novella 35 – 1963) o ancora “Chet Baker: Storia di Dolore” (Down Beat – 1964).


Chet Baker era nato il 23 dicembre 1929 a Yale, in Oklahoma ed è stato indubbiamente uno tra i più ispirati ed irripetibili musicisti jazz. 

Io voglio ricordarlo così, più con la sua musica spesso inedita (e nel LIVE che segue lo è nel vero senso della parola) che con le sue luci ed ombre d’umanità, le stesse di ognuno di noi.

CB, Halema e Chesney Aftab, Milano Feb. 1960

***

Chet Baker Quartet
Recorded Live at Teatro degli Infernotti, Torino
December 19, 1979

Chet Baker (trumpet, voc #2, #5),
Dennis Luxion (piano),
Riccardo Del Frà (bass)
Roberto Gatto (drums)

Ph by Ralph Quinke


CB Quartet, Live in Torino 1979 - Part One

1. Someday my prince will come - 9:10
2. But not for me – 10:55
3. ‘Round midnight – 12:15
4. Broken wing – 10:08

         CB Quartet, Live in Torino 1979 - Part Two

5. There will never be another you – 15:52
6. Once upon a summertime – 13:24
7. Blue ‘n boogie – 11:45






[1] New Star award in DownBeat’s first International Jazz Critics Poll in 1953
[2] Gerry Mulligan Quartet – Fantasy, 1953
[3] Intervista ad Enrico Rava, Novembre 2019

lunedì 2 dicembre 2013

A Trumpet for the Sky _ Chet Baker Trio, Live at Club 21, Paris 1983 _ Vol. 2


Tempo fa avevo condiviso con voi il Volume 1 di questo live, dato dal trio di Chet Baker al Club 21 di Parigi sul finire dell’estate del ’83, e mi ero così intrippato nel discorso delle registrazioni inedite e delle pubblicazioni discografiche che ho continuato affannosamente a ricercare ed archiviare i tanti bootleg di CB sparsi tra gli aficionados, dimenticandomi di pubblicare il secondo CD.


Poi, grazie al contatto di Jean Philippe Poibeau, webmaster del sito ufficiale di Michel Graillier, mi sono ricordato di doverlo fare.


Ecco il completamento di quel concerto fantastico che Paolo Piangiarelli ha voluto registrare e condividere, un po’ con lo stesso spirito che tiene in vita questo blog, donando cioè la possibilità di ascoltare quasi tre ore della musica di Baker, la più vera, spontanea e sempre nuova che io tengo con cura sugli scaffali della mia memoria e che, ovviamente, era OOP da troppo tempo.

********************



Credits:

A Trumpet for the Sky _ Vol. 2

Label: Philology
Catalog#: W 56.2
Format: CD
Country: Italy
Recorded at Club 21, Paris
1st and 2nd September 1983

Chet Baker (trumpet, voc),
Michel Graillier (piano),
Riccardo Del Frà (bass)


 

Tracklist :
 

1) Cheryl – 10:22
2) When I Fall In Love – 14:54
3) Mr. B – 11:02




4) Sad Walk – 9:37
5) Four – 9:18
6) Arbor Way – 12:41
7) This Is Always – 10:56

lunedì 3 giugno 2013

A Trumpet for the Sky _ Chet Baker Trio, Live at Club 21, Paris 1983 _ Vol. 1


Tempo fa girava la storia del collezionista francese, Yves Lucas, che aveva 64 LP di Chet Baker pubblicati fino al 1980 nella sua collezione e che si sorprese, nel maggio del ’88, ad averne più del doppio.


Penso che ad oggi potremmo facilmente contare più di 200 dischi a nome del trombettista di Yale, almeno questa è la mole che occupano sui miei scaffali, escludendo il materiale che è stato ristampato più e più volte con titoli e cover diversi ed i tanti bootleg mai pubblicati né in vinile, né in CD. Un’affascinante costellazione musicale, per una stella più unica che rara.


Il discorso sul mercato ipertrofico sarebbe troppo lungo e, per me, poco interessante, anche se ho trovato diversi spunti di riflessione su "Il Caso Chet Baker", l'articolo dedicato all’argomento da Giuseppe Piacentino. È comunque un tema che si dovrebbe esaminare per tutte le pubblicazioni “ufficiali” saltate fuori dai cassetti privati dei fan o dagli archivi dei produttori e vale per Chet, come per Miles, Monk o Trane, solo che per il caso Baker, andrebbe affrontato navigando in un mare sconfinato di etichette, prima che di pubblicazioni, a differenza degli altri, comunemente più fedeli.
 .

La diatriba sugli inediti, invece, è l’aspetto più interessante del ragionamento, in quanto salvare delle testimonianze dall’oblio, a prescindere dalla qualità sonora o dai rumori di fondo, è un segno di grande apertura mentale e di capacità di vedere oltre lo steccato del mercato comune, e la loro condivisione trasmette generosità ed una tutela della memoria storica, poco comune ai più.


«La questione non è oziosa. Ormai sta finendo un’epoca: finora sono stati i privati a salvare dal naufragio i sacri testi del jazz. Ma i documenti diventano vecchi, fragili, e si accumulano in montagne: per i privati sarà impossibile continuare a conservarli. Che facciamo allora, buttiamo tutto? Oppure riversiamo su disco qualunque starnuto?»


Questo è l’incipit di un articolo di Marcello Piras, apparso su Musica Jazz nel 1990, per recensire “Brownie and Chet” un disco della Philology che documentava per sempre degli esercizi casalinghi in solo su “Cherokee” di Clifford Brown ed una quarantina di minuti inediti di Chet Baker, registrati perlopiù in studi televisivi tra il 1954 ed il ’56 con, tra gli altri, Phil Urso e Scott La Faro.


Anche “A Trumpet for the Sky” è un live registrato “dai tavoli” del Club 21 di Parigi da Paolo Piangiarelli, probabilmente il 1° ed il 2 di settembre 1983. Basta sentire le richieste di fare silenzio che partono appena prima di “Leaving” per capire che ci troveremo ad ascoltare un live così com’è stato, senza la fredda pulizia delle registrazioni preparate ma con tutta l’atmosfera di una serata unica, con il chiacchiericcio in sottofondo che potrebbe disturbare i puristi, ma che mi fa sentire ancora più vicino a quel palcoscenico, anziché immaginare l’evento dietro un asettico vetro di uno studio qualsiasi.


Ed infatti Chet suona magnificamente per un’ora e mezza, nella prediletta formazione in trio con Michel Graillier al piano e Riccardo Del Frà, che è straordinario al contrabbasso. Il racconto di Baker qui sembra pulito e spedito come raramente gli succederà in questi ultimi anni, con un’insolita propensione per le note alte, ed una rinnovata capacità di tenerle, con una fascinazione per il momento che lo porta a dilatare i temi ben oltre i dieci minuti soliti…


Magari qualcuno si sentirà frustrato nell’ascolto imperfetto di questo live, che si completa in un secondo volume di prossima condivisione, sopporterà con fatica il basso che è predominante nella traccia, non nella forma, di questa registrazione, ma sarebbe come voler cambiare continuamente tavolo a concerto iniziato, anziché chiudere gli occhi e lasciarsi andare all’emozione.

A me non piace farlo, e credo che nemmeno Chet approverebbe.
 

«Era importante evitare che questo materiale andasse perduto» dice ancora Piras nell’articolo citato, affermazione che calza a pennello anche per questo caso, «bene ha fatto chi lo ha portato finalmente alla luce del sole».


Ciao Chet,
grazie Paolo!

******************** 


Credits:

A Trumpet for the Sky _ Vol. 1

Label: Philology
Catalog#: W 55.2
Format: CD
Country: Italy
Recorded at Club 21, Paris
1st and 2nd September 1983

Chet Baker (trumpet, voc),
Michel Graillier (piano)
Riccardo Del Frà (bass),

 

1) Leaving - 15:18
2) Margarine - 7:50
3) My Funny Valentine - 11:40
4) Love for Sale - 4:29



5) Funk in Deep Freeze - 3:23
6) Ellen and David - 10:51
7) Arbor Way - 11:55
8) Just Friends - 6:03
9) Margarine (II) - 7:53

venerdì 24 maggio 2013

Chet Baker Quartet _ Deep In A Dream Of You _ 1976


Nel numero ancora in edicola di Musica Jazz, ci sono due articoli su Chet Baker che, attraverso la ricorrenza dei venticinque anni trascorsi dalla sua scomparsa, approfondiscono alcuni aspetti e tratteggiano un nuovo ricordo del trombettista di Yale.


Il primo, a firma di Gian Mario Maletto, ricostruisce in una manciata di pagine la vita, la carriera e le sue registrazioni dagli esordi agli anni Settanta, ripercorrendo anche le tragiche situazioni che hanno affollato la sua vita pubblica e travolto quella privata.


Un ritratto dovuto, specialmente nel funesto anniversario, ma che non aggiunge molto al già noto e che, soprattutto, non genera quesiti e nuove curiosità, almeno tra i vecchi patiti di Chet, se non nella diretta domanda: quanti ascoltavano sul serio il suo jazz?


Ma sul secondo articolo, dal titolo “CB in Italia – L’Ultimo Chorus” a firma di Luciano Viotto, appassionato jazz fan e compilatore di diverse discografie, tra cui una delle prime sulla musica del divino Miles autoprodotta nel 1989, si trovano invece diversi spunti di ragionamento e non poche affermazioni utili a stimolare nuove ricerche, per fare almeno luce su alcuni aspetti tralasciati precedentemente sulla storia di questo musicista che, se alcuni non riescono davvero a considerarlo tra i più grandi e geniali di questa musica, è stato indubbiamente uno tra i più ispirati ed irripetibili autori del jazz, «in grado di coniugare una sofferta poetica ad un lirismo assoluto»


Ad esempio, Luciano inizia ad analizzare il rapporto di Baker con l’Italia, che fu il tema dell’ampia monografia scritta da Salvatore G. Biamonte, sempre per i tipi di MJ nel ’94, chiedendosi come sia maturato oltre le motivazioni di natura artistica, passando attraverso i tanti rapporti umani che, solo in parte, sono stato raccolti nel libro di Paola Boncompagni e Aldo Lastella (Stampa Alternativa 1991).


Oppure accenna al fatto che la bibliografia disponibile non sia propriamente esaustiva, dal momento che non approfondisce e collega le tante fonti ordinarie, orali e documentarie, come le lettere o gli articoli dei quotidiani, per tentare di coprire alcune lacune nella biografia bakeriana e, anzi, creando a volte una cronologica confusione.
 .
E ancora Viotto si chiede quanto la facilità di trattare Chet Baker come un’icona, come nel voluminoso libro di James Gavin (B&C Dalai 2004), abbia offuscato la sincera ricerca musicale o sminuito l’analisi degli altri interessi culturali dell’uomo Baker.

 .
Infine, è impossibile non toccare il versante discografico, sterminato e, per alcuni, gonfiato a dismisura dopo la sua morte, come ebbe a raccontare Giuseppe Piacentino nell’articolo “Il Caso CB: Un Mercato Impazzito”, pubblicato su MJ nel 1990.


Quest’ultimo, è uno dei due temi che da anni cerco di ordinare in maniera il più possibile esaustiva anche io, insieme alla tesi che c’è un rapporto tra i diversi momenti musicali di Baker ed i differenti tipi di sostanze allucinogene che  abitavano il suo corpo. Perché della droga e di Chet se ne parla da sempre, ma solo come fatto di costume e di bieco indirizzo morale, con i magazines che s’inventavano il titolo più a effetto possibile, tipo “Il Veleno del Jazz” (Il Reporter 36 – 1960), oppure “La Magica Tromba di CB è Caduta nella Fossa delle Vipere” (Il Tirreno – 1960), come “CB: Storia di Dolore” (Down Beat – 1964) o “La Paura mi Aspetta alla Porta” (L’Europeo – 1961), fino ad “Amici Italiani Aiutatemi Voi” (Novella 35 – 1963)…


Nessuno, invece, ha mai indagato sul possibile eco degli effetti delle sostanze predilette da Chet e la sua musica, sulla sua particolare  concezione del tempo, sempre così preciso e puntuale sull’aspetto ritmico e, allo stesso tempo, così dilatato sull’aspetto percettivo. Ad esempio, si sa che Baker scoprì tardi lo speedball, mix di coca&ero e, secondo me, tutta la sua musica dalla fine dei Settanta in poi è caratterizzata da questo swingante passare da un’oppiacea sensazione, al suo anfetaminico opposto.
 .
Oppure, provate ad ascoltare la colonna sonora del film/documentario di Bruce Weber, frutto di una produzione da star (qui si parla di 200.000$ per Chet, molto più di quanto lui incassasse in un intero anno di estenuanti tours)… dopo che per anni CB si era adattato a suonare ed incidere per un paio di centoni a sera ed a sopportare il tutto con quello che trovava al volo in un qualsiasi vicolo nei pressi del club, pochi istanti prima del set… in questo caso, invece, niente surrogati, ma ero e coca di prima qualità, e si sente!


Ma questo, forse, è solo il mio trip, ed è ancora troppo embrionale rispetto al primo tema, cioè fare ordine nella sterminata discografia, per cui torniamo là.

Ad esempio c’è quest’album a nome del Chet Baker Quartet, edito per una oscura etichetta svedese nel 1988 e poi ristampato dalla Moon nel ’90 (MLP 026-1), che sembra essere stato registrato dal vivo al Music Inn di Roma, genericamente nel 1976.
Dico sembra perché Mario Luzzi, recensendo  il disco su MJ nel maggio ’89, mise in dubbio il fatto che Isla Eckinger, uno dei bassisti prediletti da Chet in quel periodo, fosse mai venuto a Roma, al Music Inn, in quell’anno.
 .

Il 1976 è un anno importante per Baker, che ha 46 anni, perchè segue il suo secondo ritorno sulle scene europee (la prima lunga assenza fu dopo il processo di Lucca), avvenuto al Festival di Pescara, il 14 luglio 1975, dopo la leggendaria storia del pestaggio e della conseguente rottura dei denti.


La continua presenza di Baker nel locale di Largo dei Fiorentini in quel ‘76, è cosa certa: è stato più volte raccontato che Pepito Pignatelli affidò la direzione del Music Inn proprio al trombettista in quell’estate romana.
E le cronache disponibili, come ad esempio la pagina locale degli spettacoli de l’Unità, riportano nello specifico il Chet Baker Quartet dal 2 al 30 luglio 1976 al Music Inn, con il fedele Jacques Peltzer al flauto, ma con Roberto Della Grotta al basso, e con Hal Galper al piano (anche se nel trafiletto leggiamo di un fantomatico H. Gelter - sic - al piano).
 .

Certamente Isla Eckinger era presente alla registrazione del disco, dato alle stampe con il titolo “Deep In A Dream Of You“, in quanto nominato da Baker stesso nella presentazione del quartetto al pubblico del club, impressa sul vinile, ma il dubbio resta nella data e nella location.

In effetti, io il dubbio sulla location ce l’avevo prima di leggere tutta ‘stà storia riportata da Luzzi, in quanto gli applausi del pubblico, registrati anch’essi su disco, risultano troppo ampi per una grotta sotterranea in pietra com’era il Music Inn.
 .

Cercando ancora sui giornali dell’epoca, questa volta sull’archivio storico de La Stampa, ho ritrovato i componenti del quartetto, esattamente come riportati nelle note di copertina dell’album, agli inizi dell’anno allo “Swing Club” di Torino, almeno dal 29 al 31 gennaio 1976, visto che per la data del 28 il cronista riportava al basso l’inglese Peter Ind, che a me non risulta abbia mai suonato con Chet (ma con Gerry Mulligan sì), ma in quella prima recensione viene anche scritto che il pianista è Harold Stanko - sic -, al posto di Danko.

Tornando poi a sfogliare le pagine romane de l’Unità, ho trovato ancora i componenti del quartetto, esattamente come riportati nelle note di copertina dell’album, al Music Inn di Roma qualche giorno dopo i concerti di Torino: venerdi 6 e sabato 7 febbraio 1976. 
 .

Ma allora Eckinger a Roma nel 1976 ha suonato o ha ragione Mario Luzzi?
il disco è registrato al Music Inn di Roma o allo Swing di Torino?
e quell’affascinante Chet’s Theme che comprende l’enunciazione dei componenti del quartetto, perché non è mai stato più suonato?

Questi quesiti m’incuriosiscono e possono nascere solo grazie all’ascolto dei cosiddetti “bootleg”, che ancora oggi fanno discutere e che invece offrono infinite sfumature rispetto alle incisioni ufficiali e che trattengono per sempre l’attimo fuggente, come lo stesso Chet, in una lucidissima intervista, raccontò allo stesso Luzzi sempre nel 1976 (MJ Aprile).
 .

«CB: nella musica esci tutte le sere per andare a suonare. Ed è chiaro che cerchi sempre di dare il meglio di te, anche se non sempre ti riesce. Poi succede che suoni malissimo davanti ad un folto pubblico di un grande teatro, e poi magari ti riesce tutto facile davanti al pubblico ristretto di un piccolo locale. E quest’ultima esibizione bellissima rimane solo un episodio della tua vita, rimane una cosa che soddisfa te stesso ma che non lascia traccia.

ML: non sono d’accordo con te; è vero che non lascia una traccia materiale, un documento, però chi ti ha ascoltato in quella serata di grazia se ne ricorderà per sempre.
 .

CB: sì, ma questo non giova alla tua reputazione, anche perché la gente dimentica presto. La gente ti giudica sempre dai dischi che fai, e generalmente negli studi di registrazione non succede mai nulla di veramente valido sul piano emotivo. Esce fuori un prodotto pulito, senza sbavature, tecnicamente perfetto ma poco sentito. Anche se sei nelle migliori condizioni fisiche e mentali, c’è quella atmosfera fredda, grigia, che non ti da nessuna emozione e che non ti permette di stabilire un rapporto diretto con chi ascolterà poi il disco. I dischi servono solo a dimostrare che sai suonare lo strumento e che tipo di musica suoni. Tutto qui. Non riveleranno mai i tuoi veri sentimenti. 


Ho notato che qui da voi molta gente registra la musica che si suona in concerto. Negli Stati Uniti questo non è assolutamente permesso. Da un certo punto di vista, questo può essere un fatto positivo, perché così resta una traccia di quella serata. Il guaio è che queste registrazioni “pirata” vengono spesso messe sul mercato senza che venga chiesta l’autorizzazione ai musicisti, e può anche darsi che quella particolare registrazione ti abbia colto in una serata nera. Non so se lo sai, ma c’è in circolazione un mio disco tratto da una jam session svoltasi a Inglewood, in California, nel club Trade Winds, con Charlie Parker… per quanto mi riguarda, quella registrazione, non avrebbe mai dovuto vedere la luce, anche se Bird e Sonny Criss suonano benissimo»
.

Nel numero ancora in edicola di Musica Jazz, ci sono due articoli su Chet Baker che approfondiscono alcuni aspetti e tratteggiano nuove possibilità di lettura sulla storia del musicista di Yale e, nel box di preview del numero di giugno, la rivista annuncia un dossier su Massimo Urbani ed un CD a sorpresa.
Mi piace!

Anch’io da tempo tengo fermo un inedito del grande Max, in attesa di condividerlo con voi nella giusta occasione; speriamo che la coincidenza con i tipi di MJ sia solamente negli intenti…
 .

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Credits:

Label: Heart Note
Catalog#: HN 008
Format: LP
Country: Sweden
Recorded at Music Inn,
Rome, 1976
(probably)

Chet Baker (trumpet, voc),
Jacques Peltzer (flute),
Isla Eckinger (bass),
Harold Danko (piano)



Tracklisting:


Tidal Breeze – 10:45
If You Could See Me Now – 7:38
.


Look for the Silver Lining – 7:15
Deep In A Dream Of You – 6:55
Chet’s Theme – 5:36
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