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martedì 11 luglio 2023

Philology Jazz Records - the italian Specialist Labels

 


Sì, è vero, vengo sempre meno su queste mie vecchie pagine ma le passioni richiedono risorse e tempo, lo sapete, tutte cose che la quotidianità fagocita ad una velocità sempre più impressionante, ma ci sto lavorando…


Ma bando alle ciance e alle tristezze, torno volentieri per annunciarvi che da qualche giorno la Storia della Philology di Paolo Piangiarelli è finalmente disponibile in versione Kindle o cartacea sulla nota piattaforma.


«Perché faccio dischi?

Perché io amo il Jazz da più di cinquant’anni e, dopo centinaia di concerti e migliaia di dischi ascoltati, ad un certo momento mi sono stancato del ruolo passivo di ascoltatore. Avevo sempre più spesso idee di possibili incontri tra diverse sonorità o di progetti originali, desideravo approfondire i songbook di determinati autori e cercavo chi aveva il coraggio di sfidare le consuetudini dei soliti standards che, peraltro io amo…

Tutte cose che mi sarebbe piaciuto ascoltare su disco, ma quei dischi non esistevano, non si trovavano sul mercato ed allora ho deciso di farli io quelli che avrei voluto che altri facessero per me, ma non li facevano, quei dischi mancavano, insomma…»



Con queste parole Paolo Piangiarelli esordì nella prima intervista che realizzai nel 2008. Da quel momento mi fu subito chiaro il coraggio e la passione di Paolo, studioso e vorace amante del Jazz, ben prima che produttore per la sua etichetta discografica e continuai a raccogliere i suoi pensieri e le sue intenzioni, fino alla fine.


Questo libro racconta la storia della sua etichetta Philology, nata nel 1987 a Macerata e che negli anni ha prodotto circa 600 dischi "esclusivamente" di Jazz. Il libro si apre con un breve saggio sul panorama discografico degli anni 1968/1989, che sono quelli che videro il jazz italiano diventare maturo, e si chiude con l'intero catalogo Philology, che documenta i tanti dischi di Chet Baker, Phil Woods, Lee Konitz, Tony Scott, Massimo Urbani e Renato Sellani, tra gli altri.

Le interviste a Enrico Rava, Tiziana Ghiglioni, Franco D’Andrea, Enrico Pieranunzi, Paolo Fresu, Fabrizio Bosso, Stefano Bollani e Massimo Manzi, anche loro presenti nel catalogo Philology, contribuiscono a tratteggiare il profilo dell’uomo dietro al registratore.

Le foto di Carlo Pieroni e le riproduzioni a colori delle Copertine dei LP delle etichette indipendenti specializzate, come la DIRE Records, la HORO, la Black Saint/Soul Note, la RED Record e la Splasc(H) Records, rendono il volume qualcosa che ancora mancava nella discografia del jazz italiano, ed è solo l’inizio…



Enjoy it!

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Photos by Carlo Pieroni


lunedì 26 dicembre 2022

La Vita è Bella, anche se un po' scalcinata!


Non so voi ma, come succede al povero George Bailey tutti gli anni (da più di settant’anni!!!), anche a me è capitato qualche volta di avere scoramenti che mi impedivano di vedere una possibile via di uscita e, di conseguenza, mi son ritrovato qualche volta a pensare (ma non così spesso come lui, povero...) se non sarebbe stato meglio non essere mai nato (soprattutto durante festività come queste) anche se, a differenza di George-tapino, non mi ha mai sfiorato l’idea del suicidio (almeno fino ad oggi). 

Quest’anno poi, proprio come per James/George, uguale-uguale, anche per me alla vigilia di Natale qualcuno mi ha inviato una specie di angelo (sì, quello di seconda classe lo so, ma forse è già tanto per uno come me) che mi ha in qualche modo mostrato che la vita è meravigliosa se riscaldata almeno un po’ dal fuoco della passione.


Tutto questo perché il mio Clarence (va beh, in realtà era un corriere UPS che ho visto solo di spalle, ma è pur sempre Natale e un po’ di romanticismo ci sta, no?) mi ha consegnato un qualcosa che mi ha mostrato come sia possibile superare le umane fragilità e che, ai miei occhi, si è mostrato subito come una delle cose più belle degli ultimi due anni!



Ovviamente una favola può durare 100’, 120’, anche 130 minuti o due giorni ma, come tutte le cose belle, prima o poi deve finire per far tornare alla ribalta le umane criticità, i limiti, le questioni irrisolte e le infinite alternative possibili, tutti quei fantasmi insomma che durante la storia se ne sono rimasti nascosti tra le quinte, in attesa della scritta FINE («ma pagato il debito cosa succederà a George e alla “Prestiti e mutui”? E se dovesse fallire, cosa succederebbe agli inquilini delle sue casette?» si chiede Raffaele Meale nella sua recensione al Film).


È bastata quindi una nuova sfogliata per notare alcune leggerezze, qualche scivolone, certe dimenticanze e diversi refusi nel mio testo.

L’aspetto grafico poi, diciamo che è un po’ naif… gabbia troppo ampia che spinge alcune foto e/o testi sui margini o fin dentro la rilegatura, una formattazione del testo che butta i grassetti e i corsivi un po' alla rinfusa, posizionamento arbitrario e didascalie sommarie delle foto; tutto in puro stile Philology, direi…


«Che cosa vuoi Mary? Puoi dirmelo. Vuoi la luna? Se la vuoi io la prenderò al laccio per te…» dice George a Mary in una delle sequenze forse più note e sicuramente tra le più smielate del film. 


Ma sì, perché in fondo la vita è bella pur senza dover essere una fiaba e, tantomeno, senza l’ossessiva ricerca della perfezione. 



Frank Capra, secondo me, questo lo sapeva bene e infatti non è un caso che l’angelo che ravvede il protagonista sia un figuro scalcinato, forse un po’ ritardato e addirittura senza ali, perché la sua forza sta proprio nella perfetta semplicità di una comunicativa impareggiabile e nella capacità di far vedere a George che, alla fine, saranno solo i suoi amici e i semplici abitanti di Bedford Falls che, raccogliendo la cifra necessaria, lo aiuteranno a risolvere in pratica i suoi problemi, senza bisogno d’interventi divini.


Ed è così che, per concludere questa natalizia metafora, il libro che oggi stringo tra le mani torna ad essere come una delle cose più belle dei miei ultimi due anni perché, con tutti i suoi difetti, è riuscito a “mettere in moto” tantissime persone intorno al tema, a creare relazioni inaspettate che hanno partecipato attivamente alla sua realizzazione e a dare forma, concreta e reale, ad un contemporaneo racconto di Natale, l'unico per me possibile. 



venerdì 11 febbraio 2022

A European Proposal _ Bennink, Megelberg, Rutherford, Schiano _ HORO 1978


 - New Upload -

«… specifico e diverso è il caso di Mario Schiano, su cui vorremmo fermare il discorso, proprio perché si tratta del “caso” più discusso tra quelli della “free music” e perché esso bene risponde a questa linea interpretativa che assume la “testimonianza contingente” come motivazione dello sviluppo del “free” in Italia, nel senso di un’attività sovrastrutturale strettamente collegata e determinata dall’andamento della struttura sociale, politica, economica, sottostante»

Mario alzò gli occhi dalla rivista e controllò l’orologio della cucina, anche se erano passati solo pochi minuti dall’ultima volta che aveva guardato l’ora, poi riprese a leggere.
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«Roma, inverno 1965: i musicisti che cominciano a cimentarsi nelle cantine di Trastevere con le nuove forme di “free music” (musica libera nel senso che rifiuta i vecchi codici del jazz) provengono quasi tutti dalla provincia italiana, cioè da un serbatoio inutilizzato d’intelletti e fantasia. […] Mario Schiano appartiene a questa corrente migratoria, provenendo da Napoli, che, anche nel contesto del sottosviluppo meridionale resta un’area separata»

Guardò nuovamente la copertina del giugno 1975 di Musica Jazz, tenendo il segno con le dita, che se anche riportava la foto del veterano Red Norvo, aveva finalmente dedicato alla sua discussa figura un lungo articolo a firma di Alberto Rodriguez, il primo che cercasse di far luce sulla sua ricerca e, fin’ora, ancora l’unico.
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«È un musicista che ama e suona il jazz, ma è subito chiaro (ecco il primo tratto distintivo) che le furbizie, l’esuberanza sentimentale, il binomio “lacreme e core” e persino il melenso interclassismo di tanta musicaccia napoletana hanno giocato un ruolo nella sua storia e nella sua formazione »

Ora erano quasi le 22:00, vicino alla porta la custodia del suo sax e sulla sua sedia una piccola borsa di tela erano pronte, come lui, alla partenza, ma c’era ancora un po’ di tempo.
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«La scelta del jazz (di una musica ugualmente densa di significati e provenienze popolari) costituisce per Schiano proprio il risultato di questa reazione, e si trasforma in strumento di liberazione, ipotesi futuribile, mezzo per cambiare e cambiarsi»

Aspettava da un momento all’altro il trillo del citofono, con il quale un taxi lo avrebbe portato in stazione e da lì, viaggiando tutta la notte, avrebbe raggiunto Cremona per il concerto.
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«In questo mondo la presenza di Schiano costituisce una vera e propria contraddizione, nel senso che un giovinotto con un sax persino scassato, incapace di rovesciare un giusto quantitativo di note all’ora, come se fossimo alla FIAT, non andava bene, e più che ai musicisti, ad un certo establishment organizzativo romano, abituato a coccolare pochi pupilli e ad adorare qualunque cosa purchè proveniente dall’America»

Al Teatro Ponchielli ci sarebbero stati quei due ragazzacci olandesi ad attenderlo, che aveva incontrato per la prima volta a Lovere un anno prima, e poi solo un’altra volta in quel club vicino al Colosseo, più quel baffuto ragazzo inglese, che aveva la fama di prodigioso trombonista, ma che lui non aveva mai incrociato su un palco. Si sarebbero capiti? Aveva pensato per un istante.
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«Intanto ci sembra giusto riconoscere all’interno di quegli esperimenti almeno due diversi momenti di ricerca, che corrispondono a precisi sviluppi del discorso musicale: la prima fase (dal 1966 alla fine del 1970) si caratterizza per un totale rovesciamento dei “codici jazzistici” tradizionali; la seconda fase (dal 1971 al oggi) rivela invece un recupero di vecchi stilemi del jazz, inseriti, in termini di “contaminazione”, in un contesto che rimane aperto alla libera improvvisazione, all’interno della quale compaiono elementi tematici e melodici sempre più frequenti»
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Marcello, Don, Ray, Jerome, Sheila, Bruce… Sorrise con gli occhi alla vista di quella foto. Erano passati quasi tre anni dalla pubblicazione di quell’articolo, lui non si era mai fermato ma pochissimi in Italia sembravano accorgersene. Contava su una mano gli interventi che lo citavano in maniera approfondita: quello di Giampiero, quello di Enrico, il primo “internazionale” a firma di Alain Gerber e questo. 
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Non poteva ancora sapere che un giorno John Corbett lo avrebbe definito «sax legend» sul “Down Beat”, che Kewin Whitehead sarebbe volato apposta da Chicago a Trastevere per intervistarlo e pubblicare tutto su “Pulse!”, che Philippe Renaud gli avrebbe dedicato l’unica copertina della sua vita su “Improjazz”, che Francesco Martinelli avrebbe custodito i suoi archivi, studiato la sua vita e gli avrebbe dedicato la più completa discografia a suo nome, che Kazue Yokoi avrebbe fatto conoscere la sua biografia ai lettori giapponesi di “Jazz HIHYO”, che Raùl Mao & Pablo Mancòn avrebbero fatto lo stesso per il jazz fan spagnoli, pubblicando una lunga intervista su “Cuadernos de Jazz”, che avrebbero scritto diverse tesi di laurea su di lui, che l’Archivio di Stato avrebbe acquisito la sua discografia completa…
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«Resta solo da aggiungere a proposito della storia musicale di Schiano e delle sue qualità, che è soprattutto dal vivo che è possibile cogliere gli elementi di reale novità che questo musicista ha saputo introdurre nella fase di costruzione del linguaggio del free jazz in Italia: uno dei punti di maggior rilievo del suo lavoro è stato ed è, come abbiamo già detto, quello di produrre “melodia”, di suonare “tematicamente”»

Sapeva che a Cremona avrebbero registrato il concerto, ma non voleva nemmeno pensare a cosa si sarebbero detti loro quattro, per non sciupare la naturalezza dell’incontro, per non avvilire l’empatia del linguaggio. L’unica cosa certa era la lingua con la quale avrebbero comunicato.
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«Non vanno dimenticate infine la concezione e le scelte politiche che stanno al fondo di questo discorso musicale, e che sono anch’esse il risultato di una storia: dalla origine napoletana, dai rapporti con la melodia e la vena popolare della sua regione, dalle esperienze costruite giorno dopo giorno, nel corso del suo soggiorno romano, Schiano ha derivato una precisa concezione del ruolo del musicista nella società, dell’uso e del significato del prodotto musicale che non può limitarsi ad essere pura merce, oggetto di consumo, ma deve diventare strumento di scambio, “linguaggio” che rispecchi le esigenze di intere comunità, e che possa “parlare ed essere parlato”»
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Gli piacevano quelle righe, perché venivano dal passato ma, in qualche modo, guardavano avanti. Non sapeva assolutamente cosa avrebbe suonato la sera dopo, ma era certissimo che aveva sempre amato il jazz, come amava il varietà ed il night…
Il citofono interruppe finalmente i suoi pensieri.
Chiuse serenamente il cassetto dei suoi ricordi, spense la luce, imbracciò il suo strumento, aprì la porta ed iniziò a scendere le scale fischiettando una melodia bellissima e frammentata, che sembrava provenire dalla sua memoria, eppur si mostrava nuova come non mai.
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Credits:

A European Proposal

Label: HORO
Catalog #: HDP 35-36
Format: LP
Country: Italy

Recorded Live at Teatro Ponchielli,
Cremona, April 24, 1978


Paul Rutherford (trne, euphonium),
Mario Schiano (alto sax),
Misha Mengelberg (piano),
Han Bennink
(drums, perc., cymbals, bass cl, fiddle, whisdle, toys)


Tracklisting:

Tristezze di Sanluigi - 19:01


Tristezze di Sanluigi - 19:01


Tristezze di Sanluigi - 20:00


Tristezze di Sanluigi - 21:30


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Il testo «citato» è tratto da "Il Caso Schiano", 
di Alberto Rodriguez
Musica Jazz n°6 - Giugno 1975

martedì 8 febbraio 2022

the Giants are in Town! Sinesio & Music Inn present: Johnny Griffin - HORO Records 1974


Il 24 gennaio 1974, in Largo dei Fiorentini 3, all’angolo con la più “blasonata” Via Giulia, aprì a Roma il Music Inn di Pepito & Picchi Pignatelli.



Non era certo l’unico Jazz Club della capitale, che all’epoca ne vedeva già aperti diversi, tra cui “il Clubino” o il “Folkstudio” e del resto anche Pepito aveva inaugurato già nel ’71 il Blue Note in via dei Cappellari, 74 (poi chiuso per via dei primi casini giudiziari del “principe”), ma il Music Inn è stato e resterà IL LOCALE per antonomasia, e non credo solo per noi romani. 



Immagino che tutti abbiate sentito parlare almeno una volta di questo Club, o che vi siate ritrovati a vedere spezzoni, oramai leggendari, passati su Blob o Schegge alle tre di notte, registrati proprio in quella “grotta” e sono molto felice che una narratrice sensibile come Carola De Scipio, che ha già saputo raccontare con tanta profondità e rara grazia la figura di Massimo Urbani, si stia dedicando (con Roberto Carotenuto e le musiche di Enrico Pieranunzi) a un documentario su quello che è stato il mito di riferimento dei Jazz Club italiani, per l’aspetto da Cave, per la fama dei suoi gestori, per la cucina strepitosa (all’inizio gestita da Riccardo Lay) e, soprattutto, per i nomi stratosferici che presentava una sera dopo l’altra sul suo piccolo palco…



Basta scorrere oggi una loro qualsiasi programmazione per accorgersi che era proprio un’altra epoca per la Musica… 

L’apertura di fine gennaio ’74 fu affidata a Basso & Valdambrini, in Sestetto con Dino Piana; a seguire ci furono i “Summit”, il quintetto guidato da Dusko Gojkovic con Bobby Jones al tenore poi, per un’intera settimana, Mal Waldron e Steve Lacy e, a chiudere, Art Farmer. E il livello dei programmi proseguiva su questo tono: Franco Cerri con una ritmica romana, la Big Band di Tommaso Vittorini e Enrico Pieranunzi e poi Dexter Gordon, Kenny Drew, Flavio e Franco Ambrosetti (con J. F. Jenny Clarke al basso e Daniel Humair alla batteria)...  In un soleggiato giorno di aprile poi, arrivò Johnny the little giant Griffin, che suonò per un’intera settimana “accompagnato” dal Modern Art Trio (o buona parte dei Perigeo, se preferite…), cioè Franco D’Andrea al piano, Giovanni Tommaso al contrabbasso e Bruno Biriaco alla batteria.



In quel contesto agiva un altro personaggio fondamentale per il Jazz a Roma di quegli anni, Aldo Sinesio, che in totale sinergia con la programmazione del Music Inn non perdeva mai l’occasione di registrare quei giganti arrivati in città. Fu così che nacque la serie Jazz A Confronto della HORO e la gig di Johnny Griffin chiuse la prima decina, in maniera onesta e generosa col suo hard bop moderno, ma sarebbe benissimo potuta stare sul podio, secondo me, fosse solo per il primo titolo del Lato A, che fu un atto d’amore per il Club dei Pignatelli ed una conferma della sua statura, che risuona forte ancora oggi.



Sì, era sicuramente un’altra epoca quella, in cui potevi sedere al bancone del Music Inn con personaggi come Ornette Coleman, McCoy Tyner, Bill Evans, Jackie McLean, Max Roach o Chet Baker... anzi, forse era proprio un altro pianeta.

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Label: HORO
Catalog#: HLL 101-10
Format: LP
Country: Italy

Recorded at “Titania’s Studio”,
Rome on 1974, April 7

Johnny Griffin (tenor sax),
Franco D'Andrea (p), Giovanni Tommaso (bass), Bruno Biriaco (drums)



Tracklisting:

Side A

A1) Music Inn Blues - 8'44"
A2) For The Love Of - 8'07"


Side B

B1) Always Forever - 7'11"
B2) Keep Going - 12'02




lunedì 23 dicembre 2019

Stafford James with Enrico Rava - HORO 1975, Jazz A Confronto #26


In questi giorni sto raccogliendo molte interviste a diversi protagonisti di questa musica per un progetto di cui spero potervi raccontare a breve.

Ora, al di là dell’aspetto pratico in cui alcuni “famosi vecchi leoni” ti concedono tutto il tempo del mondo direttamente in live recording ed altri, anche misconosciuti giovin virgulti, posticipano, vogliono leggere le domande in anticipo e danno sòle, ed anche volendo superare l’annosa questione che tenta di spiegare il “perché” di una intervista loffia, che quasi sempre si riconduce alle domande mosce dell’intervistatore (e ci sta’) e raramente alla possibilità di una scarsa capacità di dare forma ad un racconto di alcuni intervistati (e pure questo ci sta’ tutto), è di altro che vi vorrei parlare.



E sì, perché di queste ore passate intorno ad un tavolo o al telefono, quello che più mi è rimasto impresso non sono tanto le parole sulla Musica, ma sono le vicende su tutto quello che gli gira intorno che mi raccontano di più della persona che ho di fronte. 



Per esempio con Enrico Rava, dopo aver conversato amabilmente su alcuni suoi dischi con tante frasi “arrrotondate” e raccolto alcuni spunti da lui offerti al tema («forse la gente non lo sa, ma sia io che Franco D’Andrea, siamo dei grandi appassionati di Dixieland») ne ho colto uno che inizialmente mi è sembrato uno scivolone per una intervista di Jazz, cioè quel gancio emotivo che mi era stato offerto dal libretto di Altan, impresso nella mia memoria di appassionato di Comics tanto quanto la Musica di Noir, se non un pochino di più…



Ed invece questo tema trasversale ha aperto ad argomenti imprevisti e fantastici, che ci ha portato a discutere in modo più “sbragato” e per questo più sincero di BD, cioè di Moebius quanto di Tex, dei francesi che, nonostante tutto, non sembrano cogliere più al volo le occasioni («io avrei fatto uscire proprio il fumetto con una sua autonomia, magari con il CD allegato)», della Giungla brasiliana dove l’uomo bianco non era mai stato, di Raymond Chandler e Dashiell Hammett (ben più che dell’amato Carver o del temibile Proust), di cantanti da Osteria e di vecchi tromboni a coulisse puzzolenti, di quell’esilarante video RAI del 1974 e dei riflessi emotivi di Michelangelo Pistoletto, dei Living Theatre e di tanti altri incontri indelebili con i fratelli Bertolucci, Gianni Amico e soprattutto, Marcello Melis. 



Chissà perché, ma ancora una volta l’aver defibrillato “Jazz from Italy” mi fa pensare che la vita quotidiana è l’Arte più interessante che ci sia… 



«potrei dirti che io non ho una vera vita sociale con i musicisti, devo dire la verità… certo, siamo amici da anni, ci divertiamo sul palco subito prima e dopo aver suonato, mangiamo e cazzeggiamo insieme e questo crea feeling, ma spesso, fuori da questo contesto, mi annoio molto, perché si parla solo di Musica e di pettegolezzi musicali, mentre nella mia vita ho tanti altri interessi…»


JfI: Altan ti ha iconizzato in maniera tagliente e spesso arcigna, mentre io trovo molta ironia in Enrico Rava e c’è una cosa che ho sempre desiderato chiederti: quel video RAI in cui suonate in quartetto con Massimo Urbani, Calvin Hill e Nestor Astarita e vi “autoproclamate” i migliori musicisti del mondo... ma a chi è venuta in mente una storia così???

Enrico Rava: lì eravamo a Torino, ed il direttore della RAI di quegli anni era Folco Portinari, che era un Poeta anche abbastanza importante e, tra l’altro, era stato per un certo periodo anche il fidanzato di Juliette Greco e che, ovviamente, adorava il Jazz. Io, quando ho fatto quelle cose in RAI con Massimo, vivevo a NY e lui restò molto colpito dalla mia musica ed ogni volta che tornavo in Italia mi organizzava sempre qualcosa… il regista di quel video poi era Maurizio Corgnati, uomo coltissimo e collezionista di pittura, che fu quello che raccolse Milva, che era cantante da Balera e l’ha fatta diventare una donna raffinata, comunque anche lui si entusiasmò a sua volta del nostro gruppo e fu proprio sua l’idea di quel video, ironica ovviamente, che noi all’inizio osteggiammo imbarazzati, ma poi ci divertì e ne comprendemmo la portata.



JfI: esilarante, ma non solo, visto che era mamma-RAI del 1974 ed il brano che accennate è “Closer”, pezzo affatto semplice appena uscito sul disco della HORO


ER: si, esattamente. Poco prima che io cominciassi a registrare per la ECM avevo inciso per Aldo Sinesio a Roma. Devi sapere che Sinesio era il fratello di un Senatore democristiano, personaggio “pesante” in Sicilia e di lui ricorderò sempre una cosa molto simpatica, cioè che il giorno dopo la registrazione di quel disco noi saremmo partiti per dei concerti, tra cui alcune date al Brass Club di Palermo e, proprio poco prima che partissimo, Aldo mi disse “Enrico, se a Palèmmo hai bisogno di quaccòsa, di quàssìasi cosa» [imita il dialetto il siciliano] «tu fai un nummero di telefono, un nummero quàssìasi e, quànno rispònnono, dicci subbito che sei amico di Aldo Sinesio” [risate]. Un personaggio vero Sinesio, ed era molto amico di Camilleri che, a sua volta, era molto appassionato di Jazz.



JfI: c’è un altro disco di quella serie che ascolto spesso e volentieri, quello con Stafford James… peccato che quel catalogo sia praticamente irreperibile ai più

ER: è vero, non si sa che fine abbia fatto, perché c’erano cose davvero interessanti, ricordo Gil Evans e Archie Sheep, per esempio. Ma il fatto è che passa il tempo e le cose spariscono... sembra normale a tanti, anche se non lo è.


Art by Francesco Tullio Altan


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JAZZ A CONFRONTO 26

STAFFORD JAMES - HLL 101-26


Label: HORO
Catalog#: HLL 101-26
Format: LP
Country: Italy

Recorded in, Rome 1975, July 31

Stafford James (bass), Enrico Rava (trumpet),
Dave Burrell (piano), Beaver Harris (drums)




Tracklisting:

JAZZ A CONFRONTO 26 - Side A

A1) Costa Bruciata - 9'40"
A2) Neptune's Child - 12'18"





JAZZ A CONFRONTO 26 - Side B

B1) City Of Dreams - 5'16"
B2) I Ain't Named It Yet - 11'46"