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giovedì 26 dicembre 2019

Tullio De Piscopo Quintet _ Future Percussion, 1978



Sono diversi i motivi che mi hanno portato oggi a scegliere questo titolo, tra tanti…

Certo, quello squisitamente musicale dovrebbe aprire il post dal momento che, dopo tanta inattività fisica, se non quella mascellare e gastrointestinale, la musica qui riportata ha i ritmi predominanti che sono un viatico alla sopita circolazione, grazie proprio alla batteria scoppiettante di Tullio De Piscopo, agli innumerevoli cambi di rotta imprevisti di Luis Agudo (ascoltate la Title track) ed al robusto tono portante di Larry Nocella (Scetate/Garrison my Dear).


Poi c’è l’aspetto collezionistico ‘ché, se anche queste registrazioni sono oramai sparse un po’ dappertutto nella rete (da Spotify ai tanti blog che le hanno riproposte in passato), sfido chiunque si definisca anche lontanamente un appassionato a dire di non avere vibrato almeno un po' davanti a questo o un altro di quei dieci titoli che restano fondamentali nella nutrita collana autoctona dedicata al Jazz from Italy dalla Carosello.


Certo, formalmente non dovrei sottovalutare nemmeno l’aspetto "critico", perché De Piscopo, che è stato indubbiamente un fuoriclasse del suo strumento e che ha accompagnato decine di nomi altisonanti del Jazz di casa nostra o internazionale (Azzolini, Barigozzi, Basso, Buratti, Rusca o Massimo Urbani ma anche Slide Hampton, Grappelli, Mulligan, Piazzolla o Kai Winding) è stato spesso lasciato un po' ai margini del panorama che si è tentato di ricostruire intorno a questa musica, forse perché anche lui è rimasto condizionato dalle sue frequenti relazioni con la sorella “leggera” (che lo hanno visto al fianco di Celentano e Cutugno, Mina, Jannacci e Donaggio, Mino Reitano, la Vanoni, la Zanicchi e Pino Daniele) o proprio vittima dell'abusato concetto di musica "commerciale” spesso confuso con “popolare”, o forse per il suo essere "personaggio semplice" ed attaccato alle origini o chissà per cos'altro, fatto sta’ che in oltre cinquant’anni di suonata carriera io ricordo, per esempio, una sola intervista sulle colonne di Musica Jazz, ma questa è storia vecchia e ve l’ho già raccontata qui.


Ma oramai voi mi conoscete, chi più e chi meno, e sapete che le mie scelte sono dettate anzitutto dal mio stato d’animo. 

Perché in fondo questo blog altro non è che un diario personale, un “carnet de route” che ho spesso condiviso con altri viandanti, uno specchio riflesso, un doppio che prende spunto da me stesso eppur vive di una sua propria autonomia e nient’altro… per cui posso tranquillamente confidarvi che ‘stamattina è stato solo quell’aggettivo a farmi fare la scelta di mettere sul piatto questo disco anziché un altro, proprio per quel semplice “FUTURE” in maiuscolo che si è preso tutta la mia attenzione…


Ora il futuro ha smesso di mostrarsi a me come un solido e lunghissimo ponte levatoio, che collega il “qui e ora” ad un domani si dettagliato e pianificato, ma lontano e sfumato nel blu, ed ha assunto la forma di tante piccole tessere bianche da colorare a piacere ed incastrare l’una all’altra, necessarie per colmare soltanto piccoli vuoti momentanei, ideali per creare pezzi di scelte di volta in volta cangianti. 

E, seppur qualche mese fa tutto sia iniziato come un’opzione praticamente obbligata, più che ricercata, posso dirvi che in queste settimane il godere del presente, l’attenzione alle piccole cose, il poter procedere seguendo il mio ritmo, sono diventate le mie più preziose possibilità e, in fondo, forse, erano già il ritratto più fedele della mia Natura, solo che tutto il resto che mi girava intorno non mi permetteva più di ricordare.



***

Tullio De Piscopo Quintet

Future Percussion



Label: Carosello
Serie: Jazz from Italy
Catalog#: CLE 21038
Format: LP

Country: Italy
Recorded at Studio CAP,
Milan, January 1978

Tullio De Piscopo (drums),
Larry Nocella (tenor sax),
Giorgio Cocilovo (guitar),
Luigi Bonafede (piano),
Lucio Terzano (bass),
Luis Agudo (percussion)


Tracklist:


A1. Scetate _ Garrison My Dear - 6:07
A2. Barbara - 6:48
A3. La Mia Natura - 6:52




B1. Future Percussion - 6:45
B2. Say It (Over and Over Again) - 5:00
B3. 3 For Larry - 7:53



sabato 2 maggio 2015

Tullio De Piscopo Quintet with Luis Agudo _ Future Percussion, 1978


Lo devo ammettere. Non smetto mai di tentare di comprendere la diretta proporzione che corre tra la partecipazione sui palcoscenici e sui documenti discografici di alcuni musicisti jazz, e la presenza degli stessi sulle pagine della letteratura musicale. Non lo so perché, ma è così. So però perché sono così curioso: ho il brutto vizio di voler capire.


È il caso, non isolato, di Tullio De Piscopo, che vanta un curriculum di tutto rispetto, avendo suonato ed inciso a fianco di compagni del calibro di Enrico Intra, Franco Cerri, Gianni Basso & Oscar Valdambrini, Dino Piana, Renato Sellani, Giorgio Azzolini, Attilio Donadio, Mario Rusca, Giovanni Tommaso, Sante Palumbo, Giorgio Buratti, Guido Manusardi, Oscar Rocchi, Massimo Urbani, Enrico Pieranunzi... e sono solamente i primi nomi che mi vengono in mente tra i jazzisti italiani. A questi si devono aggiungere almeno Gerry Mulligan, Astor Piazzolla, Kai Winding, Julius Leroy Farmer, Tony Scott, Dave Samuels, Woody Shaw, Slide Hampton, Gato Barbieri, Billy Cobham, Don Cherry, Bob Berg, Famaudou Don Moye, Wayne Shorter, Mike Melillo, Nanà Vasconcelos e chissà quanti altri.



Eppure, cercando sull’indispensabile “Il Jazz in Italia Vol.2” di Adriano Mazzoletti (EDT 2010), trovo appena due riferimenti al batterista napoletano: un accenno nel capitolo Il Dopoguerra ed Oltre, dedicato a Napoli, ed una nota nella discografia di Franco Cerri. Nella “Grande Enciclopedia del Jazz” (Curcio 1982) sempre a cura del Mazzoletti, un paragrafetto con tanto foto esiste, essenzialmente biografico, che non riporta nessuna interpretazione critica rispetto alla figura professionale.


Gian Carlo Roncaglia, si spinge chiaramente un po’ oltre: nel IV° volume de “Una Storia del Jazz” (Marsilio Editori, aprile 1982), dedica il paragrafo più ampio a De Piscopo, nel capitolo Quattro Modi di Intendere la Batteria nel Jazz « […] alla fine degli anni Sessanta arrivò a Milano e si rilevò come batterista di estremo interesse con Basso, Valdambrini, Cerri, Intra. Accompagnatore apprezzatissimo per anni e poi finalmente leader di suoi gruppi e compositore assai interessante, De Piscopo rappresenta come pochi il jazz italiano d’oggi, non sordo a contaminazioni che non fanno mai scordare come i suoi grandi maestri siano stati Elvin Jones e Tony Williams, anche se la componente partenopea non è certo assente dalla sua robusta personalità»; poi sintetizza nuovamente un profilo anche nel suo “Italia Jazz Oggi” (De Rubeis, 1995), dove gli dedica qualche riga nel capitolo de Gli anni Sessanta e Settanta, e tratteggia ancora un opinione in merito, anche se riflette più l’aspetto fisico che altro: «ancora da Napoli, poi, arrivò un pirotecnico batterista che s’era fatto le ossa sotto il Vesuvio da ragazzo: Tullio De Piscopo, musicista che ancora oggi rappresenta uno degli esempi più significativi nel panorama jazzistico italiano».


Allora inizio a spulciare la mia collezione di Musica Jazz e, nonostante l’intensa attività di De Piscopo, documentabile già dai primi Settanta, le tante brevi notizie e le diverse recensioni ai dischi in cui compare mi aiutano appena ad afferrare il profilo abbozzato dalla critica ufficiale. Poi trovo un’intervista del 1982, unico approfondimento concesso da Giorgio Lombardi, e mi sembra un’epifania.


Mi sposto su Discogs.com, alla ricerca di documenti sonori che mi possano aiutare nella ricerca ed i nomi affiancati a quello del Nostro diventano variegati; ai già citati jazzmen si aggiungono Adriano Celentano, Mina, Enzo Jannacci, Ornella Vanoni, Iva Zanicchi, Mino Reitano, Toto Cutugno, Roberto Vecchioni, Fabrizio De Andrè, Giorgio Gaber, Pino Donaggio, Domenico Modugno, New Trolls, Franco Battiato e tanti altri.


Allora mi chiedo, forse condizionato dalla lettura de “Il Jazz e i luoghi comuni della musica di nicchia”, riflessione di Riccardo Sacchi appena apparsa su Free Fall Jazz, se la critica è rimasta confusa per via de «l’abusato concetto di “musica commerciale” spesso confuso con “popolare”, che non è esattamente la stessa cosa: lo stesso jazz è sempre stato di fatto parte della musica popolare, comunque non pensato per una ristretta nicchia di cultori un po’ blasé. Purtroppo, fare associazioni mentali automatiche, del tipo “musica di nicchia = musica d’arte” e “musica popolare = musica commerciale” è il passo che ne consegue, per quanto ingiustificato e facilmente confutabile». O se, più semplicemente, non abbia nel proprio DNA il gene del feedback e la predisposizione all’esposizione.


Come spesso accade, mi viene in aiuto “Storia del Jazz Moderno Italiano” di Arrigo Zoli (Azi edizioni, 1983) dove, in calce alla scheda biografica, viene riportato il seguente profilo critico: «Ha un controllo tecnico pressoché perfetto e una quadratura metronomica. Queste brillanti qualità gli permettono di svolgere un’intensa attività oltreché nell’ambito jazzistico in quello della musica leggera e della musica per sonorizzazioni. Da questo ecumenismo batteristico e dal carattere decisamente esuberante dell’uomo, vengono talvolta a determinarsi particolari situazioni in cui la musica viene richiesta di mettersi al servizio di Tullio, con i prevedibili squilibri. Quando invece è Tullio a porsi con discrezione al servizio del jazz, il suo tocco sornione, il fraseggio largo, il relax, la spiccata musicalità regalano bellissime sensazioni». 


Metto su un paio dei suoi dischi più famosi degli anni ’70, quando cioè De Piscopo suonava ed incideva con Giorgio Baiocco, Sante Palumbo, Larry Nocella, Luigi Bonafede, Lucio Terzano, Sergio Farina o Giorgio Cocilovo e capisco al volo cosa intendesse Zoli. Questo Future Percussion, fosse anche solo per la presenza di Larry Nocella, meriterebbe di essere ristampato subito. Ma si sa, la comprensione ed il mercato non sempre sono felicemente collegati. 
 

Ora, se vi va, potete almeno rileggere quell’unica intervista ed ascoltare questo disco.

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Credits:

Tullio De Piscopo Quintet
Future Percussion

Label: Carosello
Serie: Jazz from Italy
Catalog#: CLE 21038
Format: LP

Country: Italy
Recorded at Studio CAP,
Milan, January 1978

Tullio De Piscopo (drums),
Larry Nocella (tenor sax),
Giorgio Cocilovo (guitar),
Luigi Bonafede (piano),
Lucio Terzano (bass),
Luis Agudo (percussion)



Tracklist:


A1. Scetate _ Garrison My Dear - 6:07
A2. Barbara - 6:48
A3. La Mia Natura - 6:52



B1. Future Percussion - 6:45
B2. Say It (Over and Over Again) - 5:00 
B3. 3 For Larry - 7:53



mercoledì 30 ottobre 2013

Urbani /Bonafede /Di Castri /Pellegatti /DeJohnette /Surman /D’Andrea /Terzano _ video, 1980

Appunti per una video/discografia di Massimo Urbani _ Video

Programma TV – RAI – 18’34”
1. Dubbio (L. Bonafede)
2. uk. t.



Formazione #1: Massimo Urbani (as), Luigi Bonafede (p),
Furio Di Castri (b), Paolo Pellegatti (dr)
Formazione #2: Massimo Urbani (as), John Surman (ss, bar),
Franco D'Andrea (p), Lucio Terzano (b), Jack DeJohnette (dr)
Registrato: a Milano, Jam al Capolinea, 20 novenbre 1980

Note: Premiazione dell’Associazione Nazionale dei Critici Discografici. Breve intervista.

mercoledì 2 ottobre 2013

Massimo Urbani _ DEDICATION to A.A. & J.C. – MAX’S MOOD _ 1980


Credits:

Label: RED RECORD
Catalog#: VPA 160/165 (2 Lp, 1980);
   VPA 160.2 (Cd, 1994)
Country: Italy
Recorded: in Bologna, 
Music Center, 1980 June


Massimo Urbani (as); Luigi Bonafede (p); 
Furio Di Castri (b); Paolo Pellegatti (dr)



Tracklist:

1.Dedications - To Albert Ayler e John Coltrane - (M.Urbani) 16’25”
2.Naima (J.Coltrane) 9’20”
3.L’amore (L. Bonafede) 10’00”
4.Max’s Mood (M.Urbani) 13’50”
5.Scrapple from the Apple (C.Parker) 3’50”
6.Speak Low (K.Weill) 6’20”
7.Soul Eyes (M.Waldron) 10’20”



lunedì 8 luglio 2013

FIVE FOR JAZZ - Luigi Bonafede, Massimo Urbani, Pietro Tonolo, Piero Leveratto, Paolo Pellegatti - LIVE IN SANREMO AND PESARO, 1984


Registrammo «Five For Jazz – Live in Sanremo & Pesaro» nell’84. È stato il mio secondo disco con lui, e ricordo che Massimo ha suonato come sempre in un modo incredibile, dimostrando una padronanza strumentale e di linguaggio veramente alta. Devo dire che lui considerava quella incisione come una delle sue migliori.


I pezzi erano miei, ma chiamai il gruppo Five For Jazz. Feci io la direzione musicale, e non per megalomania: è stata l’unica «tassa» che ho imposto perché volevo un’unità di intenti e una coerenza di repertorio. Volevo che tra un pezzo e l’altro ci fosse un minimo denominatore comune, un sound di gruppo molto riconoscibile pur nel rispetto dei ruoli, idee e personalità dei singoli musicisti; comunque, questa è un po’ anche una mia caratteristica.


Il disco è stato fatto per la Splasc(h) da Spagnoli, con Alberto Alberti. Con questo disco siamo stati ad Umbria Jazz, a Nizza… era un gruppo che andava. C’era Pietro Tonolo, e con Massimo era una coppia che funzionava, anche se uno era del Polo Nord e uno dell’Equatore, ma davano quello che mancava l’uno all’altro. A Massimo mancava una conoscenza scientifica della musica, che era la forza di Pietro. A volte tendeva ad esasperare la situazione, sia emotivamente che nella durata del solo, che faceva sempre con gusto e maestria. Delle volte faceva degli assoli bellissimi, ma troppo lunghi. Grazie al modo di Pietro, Massimo diventava più contenuto e sintetico, trasmettendo ugualmente tutta la sua emotività. 

Pietro era l’opposto di Massimo anche negli atteggiamenti; ha un modo diverso di esprimere il suo lato viscerale e sanguigno, quasi statuario, e con Massimo dopo un quarto d’ora era sistemato. Quindi Massimo suonava un po’ più regolare e Pietro, pur mantenendo le sue caratteristiche di musicista superpreparato, contenuto, era influenzato dalla visceralità di Massimo; senza rendersene conto aveva acquisito un «lasciarsi andare» maggiore e dei tempi più lunghi.


Aveva un suo suono tra i più belli insieme a quelli di Trane, Parker e Larry. Massimo aveva un impatto musicale emotivo degno dei più grandi. Purtroppo non si è dato il tempo di scoprirlo e tanto meno gliel’ha dato il nostro ambiente. Lui cercava in maniera istintiva, inconscia, come un animale cerca di mangiare quando ha fame. Non credo che si fosse mai posto, come tutti i veri artisti, il problema se avesse o non avesse trovato uno stile.


Bisogna ricordare che Massimo ha iniziato a suonare il jazz a quattordici anni, con Gaslini. Era normale, quasi fisiologico, che cercasse le origini di questa musica e che questa operazione poi l’aveva portato a qualche confusione. Il musicista è anche soprattutto un uomo e Massimo aveva problemi interiori psicologici oggettivi, molto più impellenti, più profondi e più importanti del suo stile, avendolo per giunta di natura. Ma se vogliamo sottintendere che non aveva cambiato la storia del jazz allora entriamo in un altro discorso, tra l’altro molto delicato e molto soggettivo. Massimo, fino a che c’è stato, non ha cambiato la storia in maniera determinante come lo hanno fatto Miles, Trane, Parker, Monk; come non l’hanno cambiata il 90% dei jazzisti di tutto il mondo. Certonon l’hanno cambiata Keith Jarrett o Wynton Marsalis o Mike Brecker, o un tango suonato da una fisarmonica; ma tutti questi, compreso Massimo, l’hanno fatta la storia. I Miles ed i Trane, senza tutti i precedenti, senza i loro partners e senza tutti noi, non avrebbero potuto cambiare proprio niente.

È una questione di ruoli, e tutti sono ugualmente importanti: le storie ed i suoi cambiamenti. Un infinito mosaico di sfumature umane che lentamente si muovono, è un equilibrio della natura dove un leone non può vivere senza una gazzella, o un insetto senza i fiori.


Purtroppo nel nostro ambiente c’è sempre stata fretta di etichettare, di catalogare, di giudicare, di dare un marchio fin dalla prima nota, senza più mutarlo, continuando a fare abbinamenti e paragoni. Tutto questo non è certo uno stimolo alla ricerca e alla creatività. Se tutti noi, musicisti, critici, discografici, pensassimo di più alle cose essenziali della musica e quindi della vita, che non sono quasi mai chiare da subito, stimolandoci di più con la fiducia anziché con il giudizio; se fossimo meno ansiosi, più umili, più rispettosi delle sfumature e delle fatiche di ognuno di noi; se ascoltassimo con gli occhi, le orecchie, la pancia e tutti i sensi, forse ci sarebbero più stili, più innovazioni, più lavoro e meno frustrazioni. Tornando a Massimo, credo che il suo problema non fosse in nessun caso di tipo musicale, ma di tipo strutturale, psicologico.

Luigi Bonafede, da “L’Avanguardia è nei sentimenti – Vita, morte, Musica di Massimo Urbani” a cura di Carola De Scipio – stampa alternativa 1999



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Credits:

Five For Jazz

Label: SPLASC(H)
Catalog#: CD HP 01.2
Format: CD
Country: Italy
Recorded
May 1984, (tracks 1 to 4),
July 1984 (tracks 5 to 7)

Massimo Urbani (alto sax),
Pietro Tonolo (tenor sax),
Luigi Bonafede (piano & leader),
Piero Leveratto (bass),
Paolo Pellegatti (drums)



Tracklisting:
 

1) Ca’Nova - 16:16
2) Marisa - 3:21
3) Samba Swing - 18:47
4) For Larry - 11:31
(dedicated to the great tenorman Larry Nocella)




1) Lorella - 2:34
2) Atmosfera - 10:34
3) Locomotiva - 6:33

sabato 30 gennaio 2010

Luigi Bonafede Gruppo Jazz - Locomotiva - 1976


This is an important record for me, not only because it contains a piece of the sound of Luigi Trovesi, or because documenting the research, the validity and the beauty of the music of Luigi Bonafede.
This is an important record for me, because I was always given an idea of community, exchange, collaboration genuine and spontaneous, as well as a strong passion and a desire to document the moment.

Even the cover says this:
the ecstasy of enjoyment after creating (Bonafede n°1), the exchange of glances and thoughts (Trovesi, Terzano and Marsano, n°2, 6 and 4), the satisfying search continues (Marchesini and Pellegatti, n°3 and 5, discuss over a copy of Transition by John Coltrane) and then the friendship, art, literature, the smoke and the music enclosed in a single room represented in those splendid 12-inch or 31x31 cm.

And then the music, music that pulls forward, pushing the head in the right, taking account also the last of his wagons because, you know, in the stations of life, you can always reverse the direction, but the link should not be interrupting ...

For this reason, I consider this an album for jazz collectors, real ones.
Or better still, this is an album for jazz lovers, because it represents them, describes them and tells of them better than a thousand useless words mine.

I dedicate this post to Alessandro of Bergamo who contacted me after recognizing some records, that he sold me long time ago, on my blog dedicated to HORO label.
Recognized, you understand, as it does with the children away and loved for a long time, even forever, though now they no longer live in the same house.

Here, this is jazz: liaison, exchange and passion.
Thanks Ale, thank you mate.


Credits:

Bonafedegruppo Jazz - Locomotiva

Label: ARISTON
Catalog# AR LP 12314
Format: LP
Country: Italy

Recorded in Milan, 1976

Luigi Bonafede (piano), Gianluigi Trovesi (soprano sax, alto sax),
Alberto Marchesini (el. guitar), Paolo Marsano (fender bass),
Paolo Pellegatti (drums), Lucio Terzano (bass on #A1, A2, B2)


Tracklisting:

Side A

A1) Locomotiva - 9'44"
A2) Verano - 8'27"



Side B

B1) Stranezza - 6'16"
B2) La Notte - 6'00"
B3) What's Up That's It - 8'13"