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giovedì 17 ottobre 2013

Giorgio Gaslini Double _ MESSAGE _ 1973


Credits:

Label: BASF
Catalog#: Z23312 (Lp, 1973)
Soul Note 121356/7-2 (Cd. 2008)

Country: Italy
Recorded: a Milano, Studio 7, il 9 e 12 marzo 1973. 

1a Formazione: Massimo Urbani (as), Enrico Rava (tr), Paul Rutherford (tb), Gianni Bedori (ts, bass fl), Giorgio Gaslini (p, dir), Bruno Tommaso (b), Filippo Monico (dr).

2a Formazione: Guido Mazzon (tr), Danilo Terenzi (tb), Vincenzo Caroli (fl), Maurizio Giammarco (ss), Tommaso Vittorini (ts), Patrizia Scascitelli (p), Roberto Della Grotta (b), Franco Tonani (dr), Nicola Raffone (perc)



Tracklist:

1. Message – part one (G. Gaslini) 16’15”
2. Message – part two (G. Gaslini) 16’00”

lunedì 1 luglio 2013

Gaetano Liguori Collective Orchestra _ Inchieste sul Jazz italiano 1952 - 2013


C’è stato un tempo in cui i dibattiti sul jazz si creavano e si sviluppavano tra gli “uomini di cultura” del nostro paese e, perché no, anche tra gli appassionati.

Probabilmente il primo tentativo risale al 1952, quando Gigi Movilia traeva alcune conclusioni su due paginette apparse su Musica Jazz, intervistando lo scrittore Vitaliano Brancati, il pittore Giuseppe Migneco ed il critico Franco Abbiati, oltre ad alcuni lettori della rivista.
 .

Poi venne il momento in cui furono coinvolti direttamente i musicisti, i critici e gli operatori del settore, ed avvenne per la prima volta grazie a Pino Candini che aprì l’inchiesta, sempre sulle pagine di Musica Jazz, nell’aprile 1956, intervistando Giampiero Boneschi, Gil Cuppini, Rodolfo Bonetto, Roberto Capasso, Franco Fayenz e Livio Cerri, protraendo il dibattito nei mesi di maggio e giugno in cui registrò le opinioni di Attilio Donadio, Gianni Basso, Arrigo Polillo, Berto e Franco Pisano, Oscar Valdambrini, Carlo Loffredo e Lilian Terry, per concludere l’analisi nel numero di agosto 1956, grazie alle impressioni di Piero Umiliani, Aurelio Ciarallo, Carlo Peroni, Adriano Mazzoletti e Alessandro Protti.
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Ma forse il lavoro più completo in merito è quello nato dalla volontà di Enrico Cogno, che nel 1970 realizzò un intero libro dal titolo “Jazz Inchiesta Italia”, edito dai tipi della Cappelli di Bologna, unico nel suo genere e, purtroppo, fuori catalogo da diversi anni. 

La completezza del lavoro non si deve esclusivamente alla fogliazione maggiore del libro rispetto agli articoli citati, ma più al taglio che Cogno seppe dare all’opera, sfruttando l’energia e l’acquisita consapevolezza degli uomini del jazz, che mai come negli anni Settanta fu palese e spontanea nei loro pensieri, quanto nella loro musica.
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Nel libro di Cogno la lista dei nomi del jazz si allunga notevolmente, ed ora è quasi completamente rinnovata nelle presenze di Enrico Intra, Giorgio Gaslini, Eraldo Volonté, Enrico Rava, Giorgio Albertazzi, Franco D’Andrea, Alberto Rodriguez, Giorgio Azzolini, Franco Tonani, Giovanni Tommaso, Franco Pecori, Giorgio Buratti, Enrico Maria Salerno, Claudio Lo Cascio e Mario Schiano, tra gli altri. 

Nel centro dell’inchiesta troviamo anche «la gente», come disse Enrico, non gli appassionati-abbonati del primo sondaggio, non gli uomini di cultura blasonati e trasversali al jazz, ma le persone vere: gli impiegati e gli studenti, un vigile urbano ed una fioraia, l’operaio metalmeccanico ed un perito elettronico e poi il macellaio, il tranviere, la cassiera, il telefonista… un lavoro interessantissimo ed unico, e forse per questo non più ristampato.
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Tornando a Musica Jazz, anche Gianfranco Salvatore utilizzò la forma dell’inchiesta per sviluppare la seconda parte di un dossier su «jazz e didattica», pubblicato nel gennaio e febbraio 1984, invitando ad intervenire sette jazzisti italiani quali Bruno Biriaco, Tullio De Piscopo, Franco D’Andrea, Claudio Fasoli, Giorgio Gaslini, Enrico Pieranunzi e Bruno Tommaso. Ma restò un episodio isolato.
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Infatti dobbiamo arrivare al 1988, quando Maurizio Franco propose un nuovo ed organico dibattito, «Jazz italiano: tra crescita e ritardi», sempre sulle pagine di Musica Jazz. Una vera e propria tavola rotonda, condotta dal critico e dal direttore dell’epoca, quel Pino Candini che aveva già mostrato il suo interesse per le inchieste, in cui ritroviamo alcuni autorevoli senatori di questa musica, come Gianni Basso e Giorgio Gaslini, un nuovo alfiere come l’inestimabile Franco D’Andrea, una giovane leva come Flavio Boltro ed un imprevedibile trait d’union tra queste ultime due generazioni musicali, come Guido Mazzon.
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L’articolo è molto interessante nella sua forma, anche perché anziché usare la forma dell’intervista singola poi raccolta in lavoro collettivo, come avvenne per il libro di Cogno, ci permette di assistere ad un vero botta e risposta tra i partecipanti, attraverso il quale le impressioni degli uni influenzano inevitabilmente il contenuto esposto dagli altri, mostrando le diverse sfaccettature del pensiero singolo ed offrendo nuovi percorsi comuni al dibattito.
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Le domande principali indagavano lo stato di salute del jazz suonato nella nostra penisola, l’annosa integrazione nel panorama internazionale, le problematiche relative alla sfera lavorativa, i rapporti con la critica ed i futuri propositi auspicabili dagli ospiti. Per le risposte, potete sfogliare da soli il dossier a questo link.


Maurizio Franco proseguì idealmente il tema nell’anno successivo con «Jazz italiano: il momento della verità», che vedeva questa volta coinvolti i pensieri di Paolo Damiani, Enrico Pieranunzi, Paolo Fresu, Maurizio Giammarco, Roberto Ottaviano e Bruno Tommaso.
Qui l’intervistatore si spingeva sui temi estetici della definizione di “jazz italiano”, riprendeva le problematiche lavorative con focus sulla quotidianità e sull’esclusione dei nostri da molti grandi festival estivi, sull’iperproduzione discografica sbocciata sul finire degli anni Ottanta e, nuovamente, sul rapporto con la critica.


Franco ha continuato in seguito ad approfondire il tema dei dibattiti, scavando in argomenti trasversali come «scrittura e improvvisazione», nell’aprile del 1993, con Enrico Intra, Giovanni Tommaso, Gianni Bedori, Claudio Fasoli, Claudio Angeleri ed Umberto Petrin ed in quello più ristretto sul «sax tenore», nel marzo 1995, con Gianni Basso, Maurizio Giammarco, Pietro Tonolo, Michele Bozza ed un ospite straniero, ma di casa in Italia, Michael Rosen.
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Poi, secondo le mie ricerche, a cavallo del secondo millennio nessun tema fu più sviluppato attraverso l’inchiesta, come se i critici italiani avessero bollato il dibattito come cosa noiosa e vecchia o come se i musicisti del nostro paese, ora travolti da una più vasta visibilità, non avessero più il tempo e le intenzioni di discutere apertamente della loro situazione. 

Resistevano solo le animate chiacchiere sui risultati del più noto referendum nazionale, del dopo Top Jazz per intenderci, e questo la dice lunga sui nuovi modi di partecipare agli eventi abbracciati nel nostro paese, dove solo le mere analisi di una classifica riescono a risvegliare i sopiti animi di partecipazione collettiva.
 .

Infatti, quasi un anno fa, restai molto colpito dall’inchiesta di Enrico Bettinello sui «collettivi jazz: tra innovazione ed ardua visibilità», pubblicata su Musica Jazz. Non tanto per la nuova riproposta di una modalità di critica rara e decisa, ma soprattutto dal tentativo, di un giovane uomo del nostro panorama culturale, di affrontare il tema direttamente alla fonte. 


Qui l’autore intervistava alcuni musicisti che parlavano a nome dei collettivi che rappresentavano, nello specifico El Gallo Rojo, Improvvisatore Involontario e Franco Ferguson, chiedendo il loro parere sul perché gli stessi collettivi presenti sulla scena nazionale trovassero così poco riconoscimento nei festival e nelle rassegne più famose.
Come dicevo restai colpito ma, allo stesso tempo, rimasi deluso del poco spazio di sviluppo concesso ad un argomento tanto complesso ed importante.
 

Per questo saluto con vera partecipazione il nuovo dibattito proposto da Enrico sulle pagine di All About Jazz, « Inchiesta esclusiva: perché nei cartelloni dei Festival mancano spesso alcuni musicisti italiani? », dove Bettinello incontra Piero Bittolo Bon, Silvia Bolognesi, Paolo Botti, Francesco Cusa, Francesco Diodati, Nicola Fazzini, Pasquale Mirra, Fabrizio Puglisi, Fulvio Sigurtà e Daniele Tittarelli, ponendo loro una serie di domande, perlopiù su temi prettamente lavorativi, che dovrebbero affascinare e, davvero, far riflettere tutti gli operatori che girano intorno al jazz, tanto quanto le risposte ottenute dai musicisti stessi.
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Per questo apprezzo e condivido la modalità di racconto di Enrico Bettinello, che invece di ristampare i consueti pensieri dei soliti noti, dona voce a quelle spigolature più sotterranee ed interessanti del visibile, perché invece di girare intorno al tema, evitando domande scomode per lasciare in pace gli animi, affronta l’argomento vis-à-vis. 

Perchè, secondo me, anziché dare la colpa alla solita crisi, questa musica ha davvero bisogno di nuova linfa, da entrambi i lati del palcoscenico, a prescindere se sia giovane o meno, ma che sia energia curiosa e coraggiosa come la sana analisi deve essere, specialmente quella riferita ad una musica come il jazz, che ha nella scoperta e nella considerazione dell’imprevisto la sua radice originaria.
 .

«definire in modo sistematico ed universale è infatti impossibile. Resta solo la possibilità di descrivere o di compiere valutazioni relative, fondate su una premessa ideologica o politica. Ma per far questo occorre lo spazio necessario per svolgere, in modo il più possibile chiaro, un discorso che, coinvolgendo problemi di estetica, di comunicazione, di linguistica ed insieme di psicologia, di sociologia ed anche di politica, possa essere autenticamente critico; diventi quindi uno strumento utile per il giudizio della massa dei fruitori, e non una opinione impressionistica, generica, isolata, espressa alla buona o magari con pretese d’importanza. Anche parlare del cosiddetto jazz italiano, in termini valutativi, comporta le stesse difficoltà definitorie. Per questo motivo trovo utile fare un discorso di pura testimonianza, un discorso in cui il critico diventa partigiano e militante così com’è il musicista. 

[…] vi è una colpa nella critica italiana, nei confronti dei musicisti, che difficilmente può trovare scusanti. Non è una critica militante, capace di affiancarsi alle esperienze di un determinato gruppo di musicisti, condividendole, tentandone una teorizzazione ed una spiegazione, ed insieme proponendo linee varianti o indicazioni di ricerca.»
 .

Così Alberto Rodriguez cercava di rispondere alla domanda “che cos’è il jazz” postagli da Enrico Cogno più di quarant’anni fa, ed è curioso notare come ancor oggi, nonostante le possibilità d’interagire sui “nuovi media”, argomenti come quello proposto da Bettinello su AAJ, e riportato anche su alcuni blog amici a carattere jazzistico, non raccolgano i dovuti commenti, che invece si sprecano in loop sulle tematiche relative alla questione se Umbria Jazz faccia ancora del jazz, sull’autorevolezza dei vari critics poll o sulla superiorità degli afroamericani rispetto agli altri abitanti dei confini del mondo del jazz.


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Credits:


Collective Orchestra



Label: PDU
Catalog#: Pld.A 6051
Format: LP
Country: Italy
Recorded
February 3rd & 4th, 1976



Guido Mazzon (trumpet),
Massimo Urbani (alto sax),
Edoardo Ricci (alto sax),
Giancarlo Maurino (soprano sax),
Sandro Cesaroni (tenor sax, flute),
Danilo Terenzi (trombone),
Roberto Bellatalla (bass),
Roberto Del Piano (fender bass),
Pasquale Liguori (drums),
Filippo Monico (drums),
Gaetano Liguori (piano)



Tracklisting:
 

Collective Suite - 21:38



Nuova Resistenza - 18:47
 

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Art by Diego Rivera

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mercoledì 24 aprile 2013

Giovanna Marturano in Bimba Col Pugno Chiuso meet Guido Mazzon in E Ora Parliamo Di Libertà


Non c’è altra via che combattere, questo è il fatto, e non combattere il giorno stabilito, cioè quando c’è un anniversario, ma combattere tutti i giorni, in tutti gli episodi della vita.
Dal lavoro si può andare in pensione, ma dalla lotta no. La lotta non si può mollare, anche quando sembra che non c’è nessun risultato possibile, serve sempre. Non è vero che lottare non serve.

Giovanna Marturano è una piccola donna di 101 anni, con la gioia di vivere di una bambina.


Mio padre era il classico impiegato dello stato, che ci teneva alla carriera e non si occupava di politica. Lui non era fascista, non gli piaceva il fascismo, mia madre invece era proprio contro il fascismo.

Nelle sue parole risuona la storia del ‘900 italiano, quella di una donna e di una famiglia comune, come la definisce lei, ma che comune non è.


Il nuovo, la civiltà, l’evoluzione da chi viene? Non viene certo dagli anziani. Dobbiamo avere anche un po’ di modestia e non andare dai giovani come dei professori, non è questo che serve, dobbiamo imparare anche da loro.
L’esperienza che abbiamo fatto non basta, dobbiamo fare ogni giorno nuove esperienze, sennò non possiamo spostare niente, questa è la cosa.

La sua è una storia di parte, di quella parte che per un secolo ha lottato contro il totalitarismo fascista e per una vera giustizia sociale.


Io c’ho una certa età, ogni tanto me la sento ed ogni tanto non mi sembra vero ma, per quanto poca forza io abbia, sono decisa a continuare a lottare ancora. Una delle cose più importanti che posso fare è portare la mia testimonianza, perché ormai siamo pochi, a poter testimoniare di persona, delle lotte che abbiamo fatto

Giovanna sa raccontare e le piace farlo, attraverso i suoi libri, attraverso incontri con le nuove generazioni, attraverso interventi politici, davanti ad una videocamera.


Il fascismo è stato un obbrobio, una cosa tremenda, è stato l’imitazione della libertà, della democrazia, della giustizia.
Un giorno mio fratello andò vicino a Milano per aiutare dei compagni ad impiantare una tipografia clandestina. Come si può immaginare, ci fu una spiata e i fascisti andarono sul luogo e lo trovarono che stampava manifesti.


Di conseguenza vennero a casa nostra all’alba per fare una perquisizione e trovarono la traduzione dal francese di un libro “proibito” intitolato Fascisme et révolution e loro cominciarono ad indagare su chi aveva fatto la traduzione. La traduzione la facevamo in tre: mio fratello, mia sorella ed io e la scrittura di mia sorella e di mio fratello si somigliavano, mentre la mia no. Quando mi chiesero chi faceva quel lavoro io negai, ma loro presero un quaderno che c’era in casa con il mio nome e cognome, gli appunti di chimica, e ripeterono: e questo?!... e mi portarono in galera.

Lo fa con la lucidità di chi ha vissuto la vita e conosce il senso vero delle cose, ma soprattutto lo fa con ironia e schiettezza.


Mentre mi portavano in galera in taxi, perché io sono andata in taxi in galera, con un carabiniere e due agenti in borghese, tre persone… una pericolosa…, si fermarono davanti al carcere minorile e mi chiesero: scusate quanti anni avete?! Perché io allora ero giovanissima…
L’arresto di mio fratello fu il più tremendo, poi ci fu quello di mia madre, che ci colpì a tutti molto, ma questo era l’arresto mio e, sinceramente… non me ne fregava niente.

Spesso cerchiamo miti lontani e icone rivoluzionarie, solitamente non crediamo possibile essere partecipi di qualcosa di importante nella nostra semplice quotidianità. Per Giovanna è stato naturale ma, per fortuna, qualche volta c’è chi si impegna per aiutarci a ricordare questo.
Di fatto, si chiamano Todomodo.


Bimba col pugno chiuso vuole raccontare il percorso esistenziale di Giovanna, partendo dai suoi ricordi di bambina che vide la marcia fascista su Roma nel ‘22, fino ad arrivare alla sua attuale lettura del presente e al suo costante impegno politico, che le fa dire “non c’è altra via che combattere, questo è il fatto. Dal lavoro si può andare in pensione, dalla lotta no.”


A differenza del classico documentario di memorie, non si avvale di materiale di repertorio. Le parole di Giovanna prendono forma attraverso il disegno e ci conducono in una nuova dimensione, dove ricordo personale e storia collettiva si fondono e confondono. I racconti di Giovanna sono infatti “illustrati” da disegni ed animazioni realizzati da MaurizioRibichini, in collaborazione con Salvo Santonocito e Adriano Mestichella, con le musiche di Amy Denio, Roberto Fega, Ludovica Valori, Roberta Montisci, Paolo Camerini e Bianca Giovannini.


Bimba col pugno chiuso è prodotto da 441 persone e realtà associative, sparse in tutta Italia e non solo, che hanno scelto di sostenere la sua realizzazione attraverso la campagna di crowdfunding, che è stata lanciata sul portale produzionidalbasso.com, e pure questo è lottare.


Domani, 25 aprile 2013, si potrà godere di Bimba col pugno chiuso al cinema Aquila di Roma, via L’Aquila 66, al Pigneto; doppia proiezione: alle ore 20:30 e alle ore 22:30.

Guardare, in rarissimi casi, è un po' come partecipare.
Buona visione!



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Credits:

Label: PDU
Catalog#: Pld. A. 6024
Format: LP
Country: Italy
Released: 1975, february

Guido Mazzon (tp, flgh, p),
Roberto Bellatalla (bass), Toni Rusconi (drums).

On track «UFFA!» add
Daniele Cavallanti (ten. sax), Filippo Santi (trne), Edoardo Ricci (alto sax)

Tracklisting:


A1) Ed Ora Parliamo Di Libertà (prima parte)
A2) G.M.M. 8.7.74
A3) Canto Facile – Biancaneve
A4) C’era Una Volta Un Re
 .


B1) Fino Alle Radici
B2) «UFFA!»
B3) Rigmarole
B4) Ed Ora Parliamo Di Libertà (seconda parte)



lunedì 22 aprile 2013

L’Arte in Questione, ovvero per riprendere, certamente non per concludere, ma nemmeno per lasciar cadere nel vuoto ideologico, la questione del download _ The Unrepentant Ones by Mario Schiano, Mazzon, Schiaffini, Geremia, Tommaso, Rusconi _ 1986


Una delle cose che ho imparato in fretta nel mio lavoro, da quando le e-mail sono diventate lo strumento principe della comunicazione, al pari degli sms nei rapporti personali mediati dalla tecnologia, è stato di lasciar decantare le risposte.


Nel senso che, a differenza della diretta comunicazione interpersonale, che dona allo strumento verbale una percentuale minima di significante, forte dell’empatia e della comunicazione non verbale che tutto il corpo emana, le risposte scritte a temi delicati o ad annosi problemi sgorgate dallo scrivere torrenziale ed inviate simultaneamente attraverso un’infinitesimale click, spesso offuscano il dialogo attraverso nebbie interpretative ed ombre di fredde sentenze.


Per questo torno solo oggi a Reflections on Download, quel post che ha raccolto diversi commenti e, soprattutto, un utile confronto tra alcuni dei frequentatori di questo stupido blog.

Senza cadere nella retorica, ringrazio tutti quelli che hanno dedicato un poco del loro tempo al tema, e spero che un giorno questo verrà ripreso ed affrontato su platee più ampie, come le pagine di una storica rivista o in qualche tavola rotonda di un lungimirante festival, perché si può essere d’accordo o meno sul download, ma non si può eludere quello che questa modalità, una volta rivoluzionaria, ha portato alla storia della fruizione della musica.


Diversi gli spunti che mi hanno aperto a nuove considerazioni:
primo fra tutti quello lanciato da Alessandro, riportando un’interessante articolo di Chris Cutler, musicista e produttore indipendente, che ha dato la stura ad un dibattito sviluppatosi su The Wire. Su questo c’è da dire che se può essere vero che il download, non stabilito dall’artista stesso, potrebbe minare la diversità musicale e mettere a repentaglio la sostenibilità delle piccole etichette discografiche, è anche vero che i nuovi approcci produttivi, così come quelli promozionali forti dei social network, permettono la raccolta di fondi in fase di pre-produzione attraverso il crowdfunding, come per la già citata esperienza de El Gallo Rojo, saltando a piedi pari l’ansia da prestazione, la contrattazione delle royalties (da 5 a 10% sulle vendite) e tutta la difficile filiera della distribuzione del prodotto, creando un rapporto di fidelizzazione diretto tra l’artista e gli appassionati ed un rientro garantito dell’investimento a capo del progetto. 
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E questo non riguarda solo le etichette indipendenti; nuovi modi d’intendere il mercato discografico ci sono stati offerti già diversi anni fa anche dai Radiohead, con la condivisione/pubblicazione dell’album In Rainbows, scaricabile direttamente dal sito ufficiale gratuitamente, o con una libera donazione, al quale è seguito la pubblicazione fisica dello stesso in vinile, in un Deluxe Discbox che conteneva anche  extra tracks, fotografie ed altro.



In ogni caso, nonostante i buoni spunti di ragionamento lanciati dallo scritto di Cutler, mi trovo più in sintonia con un altro Chris quando dice sul suo blog che una piccola band "non ha niente da perdere a cedere gratis la sua musica, niente salvo l'opportunità di vincolarsi a un'azienda, ferma a un modo di far soldi con la musica buono giusto per il secolo scorso. "


Poi è stato abbozzato il discorso sull’etica, analizzandolo però rispetto ai risultati dell’azione, non riguardo alle intenzioni che muovono alla stessa.
Mi spiego:
se un giorno, per salvare un uomo dalle fiamme io mi precipitassi in casa sua, rischiando di bruciare vivo, e poi quell’uomo si rivelasse un individuo spregevole o, addirittura, un pluriomicida… io avrei sbagliato a tentare di salvarlo?


E questo discorso non può lasciarsi confondere nemmeno dal “valore” dell’azione, cioè noi diciamo che il download è cosa buona e giusta, che è utile per cose introvabili e talvolta indispensabili per la conoscenza, ma il gesto resta ugualmente soggetto ad una legge, del 1941, che non dovrebbe ammettere eccezioni, ad esempio:
se io venissi fermato da una pattuglia proprio dopo aver terminato un graffito sul muro, credete che gli agenti deciderebbero il da farsi a seconda della bellezza, o meno, del mio gesto artistico o mi affibbierebbero a prescindere l’art. 639 per deturpamento e imbrattamento di cose altrui?


Per finire, il tema più curioso è stato quello della proprietà intellettuale, o della tutela delle opere dell’ingegno, affrontato sia da GMG che da LC, che ha citato l’illuminatissimo editore dell’Adelphi. Devo dire che l’argomento è interessante, ma solo se in questa sede vogliamo cambiare prospettiva e ridimensionare la tutela della proprietà patrimoniale rispetto a quella dell’intelletto (oppure cambiamo nome al tema, che diventa tutela del salario artistico e via).


Cioè, il Peterson che acquista l’etica a forfait e la rivende a 20€ a cd è ok? E quei proventi son tornati indietro agli artisti o si sono fermati tra Londra e Porto Empedocle? E tutti gli altri musicisti registrati per la HORO che, de facto, si vedono privati dei possibili proventi solo perché chi detiene le carte decide di non renderle disponibili, cosa pensano?

Sull’editoria il discorso sarebbe ancora più ampio, e forse questa non è la sede adatta, basta ricordare che non si sa quanti scrittori in causa ci sono in giro.



Sicuramente, ci sarebbe un discorso di categoria da fare e, oggettivamente, bisognerebbe tentare di ricostituire una nuova tutela del lavoro tutto, ma ci sarebbe anche un concetto più ampio che tocca la possibilità di godere del bene artistico da parte della maggioranza, l’imposizione degli abbassamenti dei prezzi da parte degli artisti stessi, la condivisione come fondamentale elemento culturale ed educativo, le leggi che tutelano la smania di profitto che governa nell’industria discografica, che invece non ha tutelato le “sue” opere culturali (per questo molti dischi sono rari ed introvabili) ma che si è battuta senza tregua per difendere i suoi meschini interessi, solo i suoi, né quelli degli acquirenti e nemmeno quelli dei musicisti.



«Erano anni molto difficili, soprattutto di grandi pentimenti. Dopo un lungo periodo di riflessione, grazie all’iniziativa di Pasquale Santoli, titolare di quella famosa rubrica che si chiamava “Un Certo Discorso” e grazie anche al direttore di Rai Radio Tre, l’indimenticabile Enzo Forcella, ci fu offerta l’occasione di rivederci tutti, quelli che – grosso modo – erano rimasti tali e quali: Bruno Tommaso, Giancarlo Schiaffini, Renato Geremia, Guido Mazzon […]
Ne venne fuori un bel long playing, promosso da Radio Tre, The Unrepentant Ones, stampato dalla Fonit Cetra, azienda discografica pubblica, consociata Rai. Nel ’90 la casa ristampò il disco in cd, probabilmente perché obbligata a farlo per statuto o cose del genere; un’operazione condotta malissimo, senza alcuna pubblicità, e non ricordo più nemmeno come ne venni a conoscenza. Fatto sta che quando contattai la Cetra per chiedere se era possibile acquistare copie del cd, mi dissero “avrebbe dovuto chiamarci il mese scorso, le abbiam trinciate tutte…”»


Le opere dell’ingegno, invece di essere utilizzate come strumenti di fratellanza, suonate come diffusori di sensibilità, mostrate come immagini di confronto, sono state manipolate per anni dall’industria discografica come armi di guerra, sono state utilizzate dalle major a supporto di una strategia totalizzante, che ha sempre avuto come obiettivo primario il generare profitto. 

Ora che è cambiato il terreno di battaglia, non ci si può appigliare all’etica… poi, certo, ognuno sceglie i propri miti e riporta le proprie citazioni, è legittimo, basta esserne consapevoli.





«L'arte della guerra è il testo più sopravvaluto e sottovalutato dei nostri tempi.
Sopravvalutato perché lo si carica di aspettative taumaturgiche, salvifiche, provvidenziali: a sentire certi apologeti, basterebbe averne in saccoccia una copia per rinascere grandi strateghi. Somigliare all'acqua etc. Sottovalutato perché è un libro da cui poca gente si è dimostrata in grado di apprendere qualcosa.

Se L'arte della guerra fosse davvero la lettura più frequente, amata e ponderata da manager, capi d'impresa, dirigenti di multinazionali etc., costoro si accorgerebbero dei problemi molto prima del loro divenire "emergenze" e del loro sfociare in tracolli, disastri finanziari, crisi, esplosioni di "bolle".


Tra i tanti esempi di battaglie inutili e disgraziate – ingaggiate nelle peggiori condizioni e scegliendo le strategie più controproducenti – combattute dallo stesso manageriato globale che ama citare Sun Tzu, spicca la “lotta alla pirateria musicale”, che spesso è stata una guerra contro internet tout court e, soprattutto, contro il pubblico. È ormai parere diffuso che tale offensiva – in corso da quasi un decennio – si stia concludendo col suicidio dell’industria discografica.

Anziché fluire da monte a valle, aprirsi, innovare, intercettare in modo creativo prassi che si andavano diffondendo a macchia d’olio (la masterizzazione domestica di cd, lo scambio di file nelle reti peer-to-peer), i discografici hanno scelto la battaglia in campo aperto… contro i propri clienti. Repressione, minacce, denunce, tecnologie anti-copia, tasse su cd vergini e masterizzatori, lobbying per ottenere inasprimenti legislativi; i ras del disco hanno fatto il possibile per attrarre l’odio del pubblico, del consumatore stesso di musica. Oggi sono visti come villains, gabellieri, parassiti, le loro prese diposizione sono accolte come l’arrivo dello sceriffo di Nottingham alla festa di compleanno dei coniglietti.


“Cavalcando l’onda”, rinunciando a parte dei profitti facili e a breve termine garantiti fin lì dal monopolio delle tecnologie, le major della musica avrebbero certamente limitato i danni, e forse a quest’ora avrebbero quadrato il cerchio di una “riconversione”. La vittoria perfetta si ottiene evitando lo scontro. Soprattutto se il nemico è elusivo, in quantificabile, abile nell’usare stratagemmi, e se si muove a proprio agio in un territorio ancora non mappato e in costante mutamento. E a maggior ragione se quel “nemico”, in realtà, è il soggetto da cui dipendi e che ti tiene in vita. Che senso ha minacciare e querelare una persona per poi, dopo un istante, blandirla affinchè compri il tuo prodotto? È più plausibile che il minacciato si convinca della necessità di boicottarti, o addirittura sabotarti.


Gli spazi che le major non hanno occupato sono oggi colonizzati da altri soggetti, come MySpace ed altri social network, e la gente continua a scambiarsi musica in rete. Il cd è considerato un supporto moribondo, il consumo di musica è sempre meno incentrato sull’acquisto di un prodotto discografico, e sempre più sull’interazione tra fruizione in rete ed esecuzioni dal vivo. Interazione su cui le major non hanno investito, preferendo la repressione.
Eppure, che quella strategia fosse sbagliata e autolesionista era chiaro dal momento in cui le major fecero chiudere il primo Napster (2000). Gli osservatori più attenti lo fecero notare subito e senza indugi.

Il fatto che quei manager si siano lanciati a capofitto in un’impresa tanto squinternata e infausta è la riprova che Sunzi non l’hanno letto, e se l’hanno letto non l’hanno capito.


Per comprendere cosa non hanno capito, e quali lezioni si possano invece trarre da questo piccolo grande trattato, non c'è di meglio che leggerlo. Leggerlo, e cercare di applicarlo noialtri, nella lotta quotidiana contro la miopia che ci porta al tracollo. 
Gli errori fatti dall'industria discografica sono solo un piccolo esempio, un apologo, una storiella. Su una scala più vasta, la lotta per tenere in piedi - contro ogni evidenza e senso del futuro - l'intera baracca petrolivora si preannuncia ben più velleitaria e demenziale.


Sunzi dice: "L'ira può tramutarsi in gioia, e l'indignazione in piacere; uno stato non può tuttavia risorgere dopo essere stato distrutto, né può un uomo rivivere dopo essere morto."
Un'ovvietà?
Chiedetelo a certa gente, che pare ben lungi dal rendersene conto.»



Wu Ming – introduzione a “L’Arte della Guerra” di Sun Tzu, - Newton Compton editori 2008



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Art by Cy Twombly
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Credits:

The Unrepentant Ones

Label: Fonit Cetra
Italian Jazz Club
Catalog# IJC 005
Format: LP
Country: Italy

Recorded at
“Un Certo Discorso”
Sala M del Centro di Produzione Radiofonico della Rai
Rome
February 17, 1986


Guido Mazzon : trumpet; clarinet in B/2; tp and piano in B/3;
Giancarlo Schiaffini : trombone in B/1 and B/3; tuba in A/1, A/3, B/2, B/4, B/5; trne and tuba in A/2, A/4;
Mario Schiano : alto sax; voice in A/1, B/1;
Renato Geremia : voice in A/1; soprano sax and violin in A/2; 
violin in A/3, B/2, B/4; tenor sax in A/4; piano in B/1; soprano sax in B/3; flute in B/5;
Bruno Tommaso : bass;
Toni Rusconi : drums in A/1, A/3, A/4, B/1, B/3, B/5; 
drums and percussion in A/2; percussion in B/2

In B/4 - Skies Off - only violin, alto sax and tuba



Tracklist:


1. Antenne Justine - 2:48
2. Feel Better - 8:26
3. Tout Doucement à Marghera - 2:00
4. Lottuso (Softwar) - 4:12




1. L'Arte in Questione - 4:53
2. Virtù Appassite - 4:24
3. Ich Mag F.M. - 4:04
4. Skies Off - 1:03
5. Armi e Bagagli - 3:56


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N.B.
Questo disco, in versione CD, era già stato pubblicato tempo fa dall’amico LYM sull’indispensabile Inconstant Sol. Mi scuso per il mirror, ma visto il tema in questione, era il miglior binomio possibile.




[1] Mario Schiano in “Un Cielo di Stelle” di Pierpaolo Faggiano – Manifestolibri 2003