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domenica 22 settembre 2013

Massimo Urbani _ Urlo _ 1988


Sono passati tre mesi dall’ultima ricerca che ho realizzato per questo blog, ed intendo da quando pubblicai l’inedito di Massimo Urbani col gruppo SPIRALE, corredandolo con l’intervista a Giampaolo Ascolese.
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In mezzo altri piccoli post, come quello dedicato ai Five for Jazz, quintetto voluto da Luigi Bonafede che affiancava la voce di Max a quella di Pietro Tonolo, due aggiornamenti della discografia del sassofonista romano, l’articolo che tentava una panoramica sul metodo dell’inchiesta sul jazz italiano, attraverso il disco della Collective Orchestra di Gaetano Liguori, quello che annunciava la dipartita di Aldo Sinesio, protagonista della straordinaria avventura della HORO e poco più.
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Quasi tre mesi in cui ho vissuto altro, viaggiato parecchio, risolto certe cose personali ed accettate altre, preso nuovi contatti, ascoltato musica diversa ed abbozzato alcune possibili recensioni, in forma di assolo.
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In questo lasso di tempo (lungo? brevissimo?? questione d’opinioni) avevo schizzato anche un approfondito articolo su un altro disco di Massimo Urbani, l’intenso e “fantomatico” Urlo, registrato in studio a Verona nel 1988 e licenziato per la Elicona solo nel 1994, con Massimo Faraò, Piero Leveratto e Gianni Cazzola, più Carlo Atti al tenore aggiunto in un paio di tracce.
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Tre pagine, in cui mi districavo nella discografia dell’altosassofonista di Monte Mario, in cui m’intrippavo nella scelta del titolo di questo lavoro, presumibilmente postuma dal momento che Massimo Faraò, in un’intervista a Musica Jazz, faceva riferimento a “Cool Blues” per il titolo dell’album.
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Tre paginette in cui tentavo un approccio in forma d’intervista col pianista genovese che, per chissà quali motivi, è rimasta incompleta ed ha lasciato questo lavoro chiuso nel cassetto elettrico del mio pc.
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Tre fogli zeppi d’appunti che ho ritrovato oggi e che, se paragonati a mero supporto della musica incisa in quei due giorni di ottobre di quasi venticinque anni fa, erano inutili già in partenza, tanto quanto tre false piste da seguire esclusivamente con gli occhi del ragionamento.



Per questo li ho eliminati in un click, tenendo per me solo l’eco della loro intenzione, e lasciando a voi la libertà di comporre il resto.


Art by Andrea Pazienza

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Credits:

Urlo

Label: ELICONA
Catalog#: 3343-2
Format: CD
Country: Italy
Recorded
October 9 and 17, 1988

Massimo Urbani (alto sax),
Massimo Faraò (piano),
Piero Leveratto (bass),
Gianni Cazzola (drums),
Carlo Atti (tenor sax on *)



Tracklist:


Half Tone – 3:48
Flatland – 5:56
Autumn in New York – 4:04
Confirmation – 3:47




Urlo – 7:13
What’s New* – 4:36
Cool Blues* - 4:19


lunedì 8 luglio 2013

FIVE FOR JAZZ - Luigi Bonafede, Massimo Urbani, Pietro Tonolo, Piero Leveratto, Paolo Pellegatti - LIVE IN SANREMO AND PESARO, 1984


Registrammo «Five For Jazz – Live in Sanremo & Pesaro» nell’84. È stato il mio secondo disco con lui, e ricordo che Massimo ha suonato come sempre in un modo incredibile, dimostrando una padronanza strumentale e di linguaggio veramente alta. Devo dire che lui considerava quella incisione come una delle sue migliori.


I pezzi erano miei, ma chiamai il gruppo Five For Jazz. Feci io la direzione musicale, e non per megalomania: è stata l’unica «tassa» che ho imposto perché volevo un’unità di intenti e una coerenza di repertorio. Volevo che tra un pezzo e l’altro ci fosse un minimo denominatore comune, un sound di gruppo molto riconoscibile pur nel rispetto dei ruoli, idee e personalità dei singoli musicisti; comunque, questa è un po’ anche una mia caratteristica.


Il disco è stato fatto per la Splasc(h) da Spagnoli, con Alberto Alberti. Con questo disco siamo stati ad Umbria Jazz, a Nizza… era un gruppo che andava. C’era Pietro Tonolo, e con Massimo era una coppia che funzionava, anche se uno era del Polo Nord e uno dell’Equatore, ma davano quello che mancava l’uno all’altro. A Massimo mancava una conoscenza scientifica della musica, che era la forza di Pietro. A volte tendeva ad esasperare la situazione, sia emotivamente che nella durata del solo, che faceva sempre con gusto e maestria. Delle volte faceva degli assoli bellissimi, ma troppo lunghi. Grazie al modo di Pietro, Massimo diventava più contenuto e sintetico, trasmettendo ugualmente tutta la sua emotività. 

Pietro era l’opposto di Massimo anche negli atteggiamenti; ha un modo diverso di esprimere il suo lato viscerale e sanguigno, quasi statuario, e con Massimo dopo un quarto d’ora era sistemato. Quindi Massimo suonava un po’ più regolare e Pietro, pur mantenendo le sue caratteristiche di musicista superpreparato, contenuto, era influenzato dalla visceralità di Massimo; senza rendersene conto aveva acquisito un «lasciarsi andare» maggiore e dei tempi più lunghi.


Aveva un suo suono tra i più belli insieme a quelli di Trane, Parker e Larry. Massimo aveva un impatto musicale emotivo degno dei più grandi. Purtroppo non si è dato il tempo di scoprirlo e tanto meno gliel’ha dato il nostro ambiente. Lui cercava in maniera istintiva, inconscia, come un animale cerca di mangiare quando ha fame. Non credo che si fosse mai posto, come tutti i veri artisti, il problema se avesse o non avesse trovato uno stile.


Bisogna ricordare che Massimo ha iniziato a suonare il jazz a quattordici anni, con Gaslini. Era normale, quasi fisiologico, che cercasse le origini di questa musica e che questa operazione poi l’aveva portato a qualche confusione. Il musicista è anche soprattutto un uomo e Massimo aveva problemi interiori psicologici oggettivi, molto più impellenti, più profondi e più importanti del suo stile, avendolo per giunta di natura. Ma se vogliamo sottintendere che non aveva cambiato la storia del jazz allora entriamo in un altro discorso, tra l’altro molto delicato e molto soggettivo. Massimo, fino a che c’è stato, non ha cambiato la storia in maniera determinante come lo hanno fatto Miles, Trane, Parker, Monk; come non l’hanno cambiata il 90% dei jazzisti di tutto il mondo. Certonon l’hanno cambiata Keith Jarrett o Wynton Marsalis o Mike Brecker, o un tango suonato da una fisarmonica; ma tutti questi, compreso Massimo, l’hanno fatta la storia. I Miles ed i Trane, senza tutti i precedenti, senza i loro partners e senza tutti noi, non avrebbero potuto cambiare proprio niente.

È una questione di ruoli, e tutti sono ugualmente importanti: le storie ed i suoi cambiamenti. Un infinito mosaico di sfumature umane che lentamente si muovono, è un equilibrio della natura dove un leone non può vivere senza una gazzella, o un insetto senza i fiori.


Purtroppo nel nostro ambiente c’è sempre stata fretta di etichettare, di catalogare, di giudicare, di dare un marchio fin dalla prima nota, senza più mutarlo, continuando a fare abbinamenti e paragoni. Tutto questo non è certo uno stimolo alla ricerca e alla creatività. Se tutti noi, musicisti, critici, discografici, pensassimo di più alle cose essenziali della musica e quindi della vita, che non sono quasi mai chiare da subito, stimolandoci di più con la fiducia anziché con il giudizio; se fossimo meno ansiosi, più umili, più rispettosi delle sfumature e delle fatiche di ognuno di noi; se ascoltassimo con gli occhi, le orecchie, la pancia e tutti i sensi, forse ci sarebbero più stili, più innovazioni, più lavoro e meno frustrazioni. Tornando a Massimo, credo che il suo problema non fosse in nessun caso di tipo musicale, ma di tipo strutturale, psicologico.

Luigi Bonafede, da “L’Avanguardia è nei sentimenti – Vita, morte, Musica di Massimo Urbani” a cura di Carola De Scipio – stampa alternativa 1999



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Credits:

Five For Jazz

Label: SPLASC(H)
Catalog#: CD HP 01.2
Format: CD
Country: Italy
Recorded
May 1984, (tracks 1 to 4),
July 1984 (tracks 5 to 7)

Massimo Urbani (alto sax),
Pietro Tonolo (tenor sax),
Luigi Bonafede (piano & leader),
Piero Leveratto (bass),
Paolo Pellegatti (drums)



Tracklisting:
 

1) Ca’Nova - 16:16
2) Marisa - 3:21
3) Samba Swing - 18:47
4) For Larry - 11:31
(dedicated to the great tenorman Larry Nocella)




1) Lorella - 2:34
2) Atmosfera - 10:34
3) Locomotiva - 6:33