sabato 19 febbraio 2022

Armando Trovajoli Orchestra _ The Beat Generation, 1960 _ New Upload _


Quella delle grandi orchestre, non è mai stata una vita facile, si sa. Il primo pensiero corre all’impegno economico necessario per tenere viva e a lungo una compagnia composta da una moltitudine di musicisti, ma anche il tema delle relazioni interne e delle conseguenti lotte intestine, meriterebbe tutta l’attenzione del caso.


Anche la conoscenza che abbiamo della storia delle grandi orchestre deve fare i conti con alcune difficoltà, la più evidente delle quali, in termini di critica musicale, è che non è semplice analizzare un’entità unica, ma talmente sfaccettata, usando gli stessi strumenti che solitamente tracciano il profilo di un singolo artista. Poi c’è l’aspetto discografico, che spesso si ricollega a quello economico e che, in alcuni casi ha lasciato in ombra diverse realtà presenti nel panorama.


Per assurdo, oggi abbiamo uno spaccato piuttosto nutrito delle orchestre antesignane del jazz italiano, grazie all’immane sforzo di Adriano Mazzoletti che ha raccontato in migliaia di pagine prima la storia della “Mirador’s Syncopated Orchestra” del pioniere Arturo Agazzi, della “Ambassador’s Syncopated Orchestra” del sassofonista Carlo Benzi, della “Louisiana Orchestra” del sassofonista Piero Rizza o della “Blue Star Orchestra” del violinista Pippo Barzizza, ma anche della “Savoy Orchestra” del pianista Rodolfo Del Lago e della “Escobar Orchestra” del pianista Amedeo Escobar.


La ricerca di Mazzoletti, è dettagliata anche per gli anni Trenta,  dove vengono raccontate le gesta della “Orchestra Jazz Columbia” diretta dal violinista Edoardo De Risi o della “Orchestra Italiana” del violinista Armando Di Piramo, attive soprattutto in campo discografico e radiofonico, ma la loro attività non fu mai veramente costante, né le esecuzioni prettamente jazz numerose.


L’Adriano del jazz nazionale, racconta che fu solo quando la radio decise di investire su questo tipo di formazione per le proprie programmazioni che si poterono tenere insieme per periodi un po’ più lunghi le orchestre. Inizialmente nacque la “Radio Orchestra Milano”, diretta dal 1933 da Tito Petralia, impiegata oltreché per le trasmissioni radiofoniche, per incidere dischi per la Parlophon. In questa orchestra, composta inizialmente da quindici elementi, militavano due violinisti che furono anche i padri di due future stelle del jazz moderno: Igino Masetti e Agostino Valdambrini.


Qualche anno dopo l’EIAR, che poi diventò RAI nel 1944 e che prima utilizzava orchestre riprese in diretta dalle varie sale da ballo per le sue trasmissioni, per rispondere al bisogno di modernità costituì a Torino nel 1935 la “Orchestra Cetra”, diretta inizialmente dal pianista inglese Claude Bampton che, nell’ottobre 1936, fu sostituito da Pippo Barzizza. Questa Orchestra rimase in attività per venticinque anni e la prima formazione, che rimase unita fino al 1942 sotto la direzione di Barzizza, fu la migliore grande formazione italiana in grado d’esprimersi in un linguaggio jazzistico, almeno fino alla seconda guerra mondiale.


Fin da subito, come nelle migliori storie di cappa e spada, l’Orchestra Barzizza ebbe un rivale nato proprio in seno alla stessa EIAR: l’Orchestra Angelini, diretta dal Maestro Angelo Cinico, meglio noto come Cinico Angelini. Nonostante l’impostazione più commerciale di questa compagine, c’è da dire che Angelini impiegò tra le sue fila validissimi musicisti come Michele Ortuso e Calcedonio “Nello” Digeronimo.


Come dicevo all’inizio, grazie alle tante informazioni oggi reperibili, potrei continuare ancora a parlare delle orchestre anteguerra, citando ad esempio l’Orchestra diretta da Carlo Zeme, che iniziò a trasmettere nel 1939 e che vedeva tra i suoi musicisti un giovanissimo Oscar Valdambrini, Glauco Masetti e Mario Midana, o l’Orchestra di Piero Rizza a Radio Roma, attiva dal 1943, dove si evidenziarono Armando Trovajoli e Nunzio Rotondo o, ancora, l’Orchestra di Ritmi Moderni diretta da Francesco Ferrari, attiva per dieci anni consecutivi, sin dal 1944. Potrei, ma c’è già tanto tra le righe della storia, ed io pensavo di raccontare qualcosa d’altro.


Sì, perché è sempre curioso notare come alcuni avvenimenti della Storia del jazz si possano ricordare fin nel più minimo dettaglio ed altri, viceversa, si siano praticamente smarriti nell’oblio, o quasi. Ad esempio, dall’aprile del 1979 al maggio 1980, la Big Band della RAI, nella quale figuravano Nino Culasso, Baldo Maestri, Cicci Santucci, Gianni Oddi, Dino Piana, Carlo Metallo, Sal Genovese, Maurizio Majorana o Roberto Zappulla, giusto per citarne alcuni, diede diversi concerti a Roma ed a Venezia, voluti da Pasquale Santoli, con delle special guest di tutto rispetto alla direction.


Avete letto bene: Steve Lacy, Albert Mangelsdorff, Alexander Von Schlippenbach, Gil Evans, Archie Shepp, Roswell Rudd, Chris Mc Gregor, Barry Guy, Mike Westbrook, Willem Breuker, Misha Mengelberg, George Russell. Concerti memorabili, team stratosferici eppure pochi ricordi, nessuna incisione ufficiale, se non quella della FMP Records (SAJ 31) dedicata alla direction di Alexander Von Schlippenbach e queste serate si sarebbero dissolte nel tempo se non ci fosse stata la dedizione dei compagni del mitico Inconstant Sol a tenere viva la memoria.


Un'altra orchestra di cui si conosce praticamente pochissimo è quella a cui ho dedicato questo post che, se si esclude il coraggioso ma breve esperimento dell’Orchestra 013 di Piero Piccioni, è la prima Orchestra squisitamente Jazz istituita dalla RAI nel dopoguerra, cioè quando il jazz italiano divenne moderno.


L’Orchestra di Armando Trovajoli, voluta da Giulio Razzi, nacque nell’ottobre del 1956, sulle ceneri dell’orchestra che fino all’estate di quell’anno fu diretta da Cinico Angelini. Pierluigi Catalano, in un articolo del ’56 intitolato “L’Esperimento Trovajoli” diceva che «certamente le ragioni non ultime di questo avvenimento vanno ricercate nel fiasco, al Festival Internazionale di Venezia, delle nostre canzoni in diretto confronto con la produzione leggera delle altre nazioni europee. Chiarissima è apparsa a tutti la necessità di sbloccare una situazione che, con il pretesto della difesa della tradizione della Canzone italiana, si concretava in un costante, ingiustificato ricorso a formulette musicali trite e risapute che, a prescindere da ogni questione di gusto e di validità artistica, risultavano alla prova dei fatti, assolutamente superate.»


Trovajoli aveva già avuto un notevole successo in radio quando, nel ’50, condusse la trasmissione “Musica per i Vostri Sogni”. Successivamente formò e diresse l’Orchestra Eclipse, con la quale fu tanto applaudito anche al III° Festival della Canzone di San Remo, ma questa orchestra era tutta un’altra cosa. L’Orchestra jazz di Trovajoli apparve come un fatto nuovo ed interessante nel campo dei programmi radiofonici e televisivi italiani e, scorrendo i nomi dei musicisti, si può facilmente intuire il perché. 


Nella prima versione dell’Orchestra, la sezione delle trombe era composta da: Oscar Valdambrini, Sergio Fanni, Giovanni D’Ovidio e Gino Orsatti. Ai tromboni c’erano: Giacomo Polverino, Palmiro Mautino e Ennio Gabbi. Alle ance: Gianni Basso, Mario Di Cunzolo, Sergio Valenti, Sergio Rigon e Gino Marinacci, oltre a Berto Pisano al contrabbasso, Roberto Zappulla alla batteria ed il leader al pianoforte. Oltre a questo vasto zoccolo duro d’impianto jazz, Trovajoli aggiunse una sezione d’archi, un corno, un flauto ed un oboe per costituire un organico orchestrale che gli permetterà di operare in un vastissimo campo musicale, utilizzando anche gli arrangiamenti di Giampiero Boneschi, Franco Pisano o Zeno Vukelich.


Con questa formazione Trovajoli iniziò così a trasmettere sul Programma Nazionale, a partire dal 14 ottobre 1956, quelli che saranno chiamati i Concerti Jazz. «Quelle prime trasmissioni domenicali duravano solo quindici minuti, ma le registrazioni, effettuate ogni sabato pomeriggio precedente la messa in onda, avevano la durata di un vero e proprio concerto e la presenza di un pubblico conferiva a quegli eventi registrati in studio le caratteristiche tipiche di un live» dice Mazzoletti. «Nei concerti, oltre alle esecuzioni per l’intera orchestra, venivano presentati brani eseguiti da piccoli complessi, come il trio di Trovajoli, il neonato Quintetto Basso-Valdambrini o il Quintetto di Gil Cuppini, con Sergio Fanni alla tromba» continua il critico nel suo “Il Jazz in Italia”


Nel tempo, diversi furono gli aggiustamenti d’organico effettuati dal Maestro Trovajoli: per primi le sostituzioni di Nini Rosso, al posto di D’Ovidio e di Gil Cuppini, che rilevò Zappulla. Successivamente entrarono Nino Culasso, Beppe Cuccaro, Attilio Donadio ed Enzo Grillini, oltre a Sergio Conti che rimpiazzò Cuppini. Per ultimo si aggiunsero Baldo Panfili, Bill Gilmore, Livio Cervellieri e Franco Pisano.


Nonostante questo continuo fine-tuning, l’orchestra stette insieme per oltre quattro anni, anche grazie all’ingegno di Trovajoli che, per tenere unita la sua Big Band durante l’estate del ‘57, accettò un ingaggio alla “Capannina” di Forte dei Marmi, con la voce aggiunta di Miranda Martino, che vocalizzava senza parole. Il repertorio della stagione estiva era ovviamente più popular, e l’ascolto lascia immaginare un’atmosfera satura di romanticismo ed uno stuolo di signore estasiate.


È curioso notare che il primo documento sonoro di quella eccezionale orchestra jazz, fu registrato dalla RCA solo due anni dopo la sua data di formazione, nel giugno del ’58, con il titolo “Magic Moments at La Capannina”, che lascia intendere una registrazione dal vivo presso il locale per eccellenza della Versilia negli anni Sessanta. «La storia di quel disco, in effetti, è curiosa» dice Trovajoli a Maurizio Becker nel libro “C’era una volta la RCA”. «per quel disco registrai a Roma una serie di brani da utilizzare durante le pause dell’orchestra, diciamo delle basi sulle quali io avrei suonato il piano per far ballare la sala mentre la Big Band riposava. Erano pezzi alla moda arrangiati con archi ed un esperimento con la voce femminile di Miranda: la cosa funzionò benissimo e il Magic Moment diventò l’evento dell’estate». Infatti l’ingaggio a La Capannina di Franceschi proseguì anche per l’anno successivo.


Nonostante l'oggettivo successo di questo live in playback, il batterista Sergio Conti riporta un ricordo leggermente diverso a Mazzoletti: «fu un’estate tragicomica. L’orchestra iniziava a suonare alle nove e andava avanti fino alle tre del mattino. Il repertorio era insufficiente. Oltretutto Armando non arrivava mai prima dell’una, una e mezza, sempre vestito di bianco, elegantissimo, quando noi avevamo già suonato tutto quello che era possibile suonare. Era stato ingaggiato il pianista Vittorio Buffoli, che sostituiva Armando nella prima parte, anche se, quando arrivava, al massimo suonava tre o quattro pezzi. L’orchestra, che esauriva presto il repertorio, era impegnata soprattutto ad ordinare consumazioni al bar, mentre Buffoli, Berto Pisano ed io, non smettevamo mai di suonare. A Berto, alle tre del mattino, usciva il sangue dalle dita.»


«I piemontesi erano fantastici» prosegue Sergio Conti «Valdambrini beveva solo champagne d’annata, Sergio Valenti, Attilio Donadio e Gianni Basso vini pregiati. Mario Midana era sempre occupato a fare le liste delle ordinazioni: gelati flambé, liquori di marca… non suonava mai. Tanto che una sera Franceschi, il proprietario della Capannina, venne da noi e disse “ragazzi, vi pago bene, ma il conto al bar supera di gran lunga il vostro cachet, come la mettiamo?” ma la cosa non finì lì. I piemontesi erano soliti prendere in giro Armando perché arrivava tardi, suonava poco e tutto sommato non si interessava granché all’orchestra. Una sera, stanco della situazione, ci riunì e senza tanti complimenti licenziò su due piedi Valdambrini, Basso, Donadio e Valenti, che vennero temporaneamente sostituiti da Sergio Fanni, Leandro Prete, Santino Tedone e Livio Cervellieri.»


Nell’autunno del ’58 i Concerti Jazz furono rinviati e l’orchestra fu diretta a turno oltreché da Trovajoli, anche da Kramer, Luttazzi e Franco Pisano. Poi, nel gennaio 1959, i piemontesi rientrarono e l’orchestra di Trovajoli, nella sua formazione migliore, continuò fino a tutto il 1960.


Di quei quattro anni straordinari per il Trovajoli in jazz, Mazzoletti riporta in calce una marea d’incisioni, molte inedite e diverse note, ma tutte in quartetto, quintetto e sestetto, come quelle pubblicate sotto il titolo “Trovajoli Jazz Piano” e “Softly”, sempre dalla RCA. Solo un album abbozza un ritratto dell’Orchestra, il mitico “The Beat Generation” che, come tante storie di questa Storia, ha avuto una gestazione particolare.


L’album fu registrato a Roma nel 1960, cioè due anni dopo il grande successo del ’58 della migliore formazione dell’Orchestra Trovajoli e fu pubblicato ancora due anni dopo la registrazione, cioè solo nel 1962, quando l’orchestra era praticamente sciolta da tempo e, forse, dimenticata. Lo schieramento registrato dalla RCA comprendeva Oscar Valdambrini, Nini Rosso, Nino Culasso, Beppe Cuccaro e Baldo Panfili alle trombe. Bill Gilmore e Dino Piana ai tromboni a pistoni. Mario Midana, Ennio Gabbi, Enzo Forte e Mario Pezzotta ai tromboni. Attilio Donadio, Sergio Valenti e Livio Cervellieri ai sax alti e clarinetti. Gianni Basso, Marcello Cianfanelli e William Hawthorne ai sax tenori. Gino Marinacci al sax baritono e flauto. Enzo Grillini e Franco Pisano alle chitarre elettriche. Berto Pisano al contrabbasso, Jimmy Pratt e Sergio Conti alla batteria e Armando Trovajoli al pianoforte. Gli arrangiamenti furono curati da Bill Russo, Bill Holman, Bill Smith.


Il Maestro, sempre a colloquio con Maurizio Becker nel libro citato, così ricorda quel disco: «in quel periodo avevo una magnifica orchestra scritturata dalla RAI per un programma di jazz. Ne approfittai per incidere quel disco che porta il titolo di una composizione di Bill Holman. Purtroppo però quell’album fu inciso male, con troppe limitazioni tecniche. Sono stati pubblicati solo una decina di pezzi, ne sacrificammo molti altri che forse erano superiori. Purtroppo quel materiale è andato perduto e ancora oggi rimpiango di non aver inserito una versione di Laura firmata da Zeno Vukelich, il miglior arrangiatore che io abbia mai incontrato»


Ora, a parte l’imperscrutabilità dei piani delle case discografiche ed i rimpianti naturali dell’artista, che vede in quello non ancora pubblicato l’aspetto migliore del suo lavoro, la musica incisa in The Beat Generation resta una delle più significative opere di un’orchestra italiana, principe del cosiddetto jazz moderno, ed il documento vinilico, mai ristampato in CD, è uno dei dischi di jazz italiano più rari da trovare in circolazione.

Enjoy it!

NdC:
- Art by Mimmo Rotella
- le foto delle orchestre sono tratte dal libro “L’Italia del Jazz” di Mazzoletti, edito da Stefano Mastruzzi


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Credits:

The Beat Generation

Label: RCA Victor
Catalog#: PML 10300
Format: LP
Country: Italy
Recorded: 1960, Rome

 .

Oscar Valdambrini, Nini Rosso, Nino Culasso, Beppe Cuccaro, Baldo Panfili (trumpet),
Bill Gilmore, Dino Piana (trnp),
Mario Midana, Ennio Gabbi, Enzo Forte, Mario Pezzotta (trn),
Attilio Donadio, Sergio Valenti, Livio Cervellieri (alto sax, cl),
Gianni Basso, Marcello Cianfanelli, William Hawthorne (tenor sax),
Gino Marinacci (bariton sax, fl),
Enzo Grillini, Franco Pisano (el. g),
Berto Pisano (bass),
Jimmy Pratt, Sergio Conti (drums),
Armando Trovajoli (dir., arr., piano)
 .


Tracklist:


1) The Beat Generation (arr. B. Holman)
2) Why Not (arr. B. Smith)
3) Blues (arr. B. Russo)
4) O.K. (arr. B. Smith)
5) O.B. Street Blues (arr. A. Trovajoli)
 .



1) So Long (arr. B. Smith)
2) The Daffodil’s Smile (arr. B. Russo)
3) Bonjour Tristano (arr. Valdambrini - Niccoli)
4) Love Is (arr. B. Smith)
5) The Stretch (arr. B. Holman)


mercoledì 16 febbraio 2022

Giuseppe Barazzetta, a Jazz Life

 

Finalmente, mi viene da dire, una volta terminata la lettura di questo libro. E sì, perché in questo momento, il testo di Barazzetta incarna e “traduce” la miriade di dibattiti che si svolgono da sempre attorno al Jazz italiano, molto più di testi enciclopedici come quello di Mazzoletti [1], o di vera e propria ricerca sul tema, come le relazioni del convegno “Jazz e cultura mediterranea” [2].


Intanto perché Barazzetta è tra gli appassionati jazzofili che hanno perorato la causa della comprensione e relativa diffusione di questa musica che chiamiamo Jazz dal suo apparire in Italia.
 
Con la sua felice penna infatti collabora come redattore, praticamente da subito, all’unica rivista di Jazz per molti anni pubblicata in Italia. [3]
Sua è anche la prima discografia italiana, con la collaborazione di Enzo Fresia e Oscar Moiraghi, apparsa sulla prima enciclopedia del Jazz [4] mai pubblicata al mondo.
E ancora frutto del suo lavoro è “Jazz inciso in Italia” [5], agile libretto che inaugurava la collana di libri di “Musica Jazz”, dove l’autore si prodigava nel documentare e recensire quasi tutta la musica registrata nel nostro paese da musicisti italiani o da illustri ospiti stranieri, creando il primo archivio di incisioni del Jazz italiano.


Ma questo non è l’unico motivo che mi spinge ad usare parole di riconoscenza verso l’autore, che è stato anche curatore e produttore di collane discografiche, corrispondente dal nostro paese per giornali stranieri come il Melody Maker, organizzatore di Festival e concerti.
No, quello che mi preme sottolineare è l’attiva partecipazione, la diretta testimonianza e l’infinita passione che Barazzetta ha vissuto al fianco e dentro la Storia del Jazz italiano.


Questo, come dicevo in apertura, è l’aspetto più interessante, che ho ritrovato solo in pochi testi, come quello di Cogno [6], e in parte nella raccolta di ricordi del batterista Franco Mondini [7] o di Rudy Rabassini [8], perché rispecchia l’aspetto più vero di questa musica, quello che, in una parola, si potrebbe definire Glocal, dove la visione globale del Jazz viene raccontata attraverso la lente “locale” della personale esperienza umana.
 
Cito Barazzetta che cita John Lewis:
…il Blues è come una confessione… è completamente identificativo di chi lo suona o canta… è come uno specchio.


Per cui i ricordi di Barazzetta, diventano pagine di Storia, della nostra storia, come quando, sul finire degli anni Trenta, l’autore iniziò ad acquisire la consapevolezza di un necessario bisogno di individuare una politica “diversa” da quella imposta dal regime, cambiamento al quale contribuì il carattere di “musica contro” che il Jazz rappresentava in quegli anni, o come quando nel 1943 fu fatto prigioniero dalle essesse, dalle quali riuscì a fuggire, rifugiandosi in Svizzera (terra neutrale alle imposizioni del regime fascista), dove ebbe la possibilità di frequentare assiduamente l’Hot Club de Neuchatel, il più attivo della Confederazione, approfondendo le sue nozioni jazzistiche che, in Italia, erano proibite ai più.


Descrive ancora la nostra Storia il racconto delle prime riunioni di redazione, in quella Milano del ’46 ancora distrutta dalla guerra, dove insieme a Testoni, Polillo, Roberto Nicolosi, Livio Cerri ed altri collaboratori, il nostro partecipò allo sviluppo della neonata rivista Musica & Jazz, ed alla sua definitiva trasformazione nella testata Musica Jazz, che esiste ancora oggi.

"Eravamo in pochi ma buoni. Ricordo che una volta al mese Testoni mi mandava a fare la "colletta" per raccogliere i dischi da recensire ed io andavo a visitare tutte le case discografiche di Milano e chiedevo se avevano qualche disco da darci. Naturalmente ho raccolto improperi però qualche disco buono lo raccoglievo e poi, in redazione, ce lo dividevamo da buoni fratelli. Musica Jazz è stata una esperienza che è andata oltre l’aspetto puramente giornalistico. Il gruppo che la portò avanti fu un vero "vulcano" dal quale eruttavano proposte e innovazioni continue. Le idee di fondo venivano sempre fuori da Testoni, poi noi le organizzavamo e le attuavamo."


Un altra importante memoria riguarda la ri-costituzione dell’Hot Club Milano nel 1946, che annunciava la ripresa delle attività in un clima sociale e politico totalmente diverso da quello nel quale era nato il primo circolo del jazz milanese, il Circolo Jazz Hot Milano, che vide luce per volontà di Gian Carlo Testoni ed Ezio Levi nel 1936, e che a causa delle leggi razziali, che obbligarono all’espatrio forzato alcuni soci, come Levi stesso o Alessio Gurvitz nel ’38, dovette chiudere.
Dico importante perché tramite queste due esperienze, la rivista e la ricostituzione dell’HC, fu possibile organizzare tutti gli appassionati della penisola e costituire, sempre su iniziativa di Testoni, una Federazione Italiana del Jazz. 


Ancora nel libro trovano ampio spazio le emozioni personali dell’autore all’incontro con i musicisti, tra i quali Coltrane, Lee Konitz, Bill Russo, John Lewis, Max Roach, Buddy Collette, Joe Venuti, Wes Montgomery, Tony Scott, Harry Carney e molti altri.
Ovviamente, tra questi, Barazzetta si sofferma su quei grandi che hanno toccato il nostro paese e che lui stesso ha potuto avvicinare, offrendo una visione oltre che squisitamente musicale, ancora più gustosa sul lato umano, sottolineando e, a volte, ribaltando quella osservazione superficiale che negli anni è diventata consuetudine.

Ad esempio, di quando incontrò “Satchmo”, il primo grande jazzista ad arrivare in Italia nell’ottobre del ’49, l’autore ha voluto ricordare un aspetto che, a dispetto della sua fama di eterno burlone, ci racconta della profondità e della consapevolezza dell’uomo Louis Armstrong:
“…sono sicuro che tu non potrai mai renderti del tutto conto del mio stato d’animo quando ti affermo che mia nonna era una schiava. E aggiungo che sto parlando di una donna, oltretutto molto cara, e non di una cosa comprata da un padrone, i cui figli diventarono altrettante cose proprio perché la loro madre era una schiava.

Lo stesso lato umano, in questo caso quasi del tutto assente, ha lasciato traccia dell’incontro tra il nostro e Benny Goodman, che sviando alle domande sulla situazione “attuale” del Jazz, portava il dialogo esclusivamente su contesti che lo “elevavano” dal ruolo di jazzista, dal quale in seguito ha tratto infinita fama, come il suo impegno con alcuni compositori classici (Aaron Copland, Paul Hindemith). Un altro aspetto che è rimasto impresso nella memoria di Barazzetta era l’ostile rapporto che Goodman intratteneva con i suoi musicisti, per i quali aveva spesso parole caustiche, persino dure e che, anni dopo, gli fu confermato dal batterista Gene Krupa il quale, così rispose all’autore sul perché avesse lasciato Goodman nel ’38:

"ma lo sai che non ha mai, dico mai, chiamato nessuno dei musicisti che lavorarono con lui, e siamo stati in molti, sia che fossero solisti o no, buoni o cattivi, col nome proprio? Per lui noi siamo sempre stati dei «pop» qualunque. Hai capito bene? Non ci riconosceva alcun tipo di identità, quella artistica compresa.”


Di tutt’altro spessore è stato il rapporto che Barazzetta ha stretto con Duke Ellington, non a caso conosciuto da tutti come il Duca, anche per la sua eleganza musicale e per la sua nobiltà d’animo, che lasciò un ricordo indelebile e diede anche alcune fondamentali indicazioni per la sua professione di acuto osservatore musicale:

"voi critici non dovete parlare né considerare il Jazz come musica esclusivamente americana, perché questa è «una visione molto europea del Jazz». Ed ancora suggeriva: “di focalizzare sempre l’indagine sul ruolo e l’opera dell’individuo, perché sono sempre loro i personaggi più importanti sulla scena. E non bisogna perdere tempo a raggrupparli in stili, scuole o tendenze. Osserva come io considero i miei individui, so esattamente ciò che ognuno di loro può darmi e sono sicuro che solo loro possono interpretare nella maniera giusta le mie composizioni.

Ma su tutti colpisce la lunga esperienza umana che ha legato Barazzetta a Charles Mingus, di cui vengono pubblicate delle lettere inedite, che ci permettono di conoscere altri aspetti del grande musicista e compositore e, soprattutto, la difficile condizione, da noi immaginata come privilegiata, di un jazzista afroamericano, come racconta lui stesso in questo stralcio di lettera datata 29 maggio 1962:

“…comunque io voglio solo suonare in condizioni più comode e oneste di quelle che ci sono ora. Certo, Miles Davis ce l’ha fatta, ma pensa ai quindici anni di successo che avrebbe potuto avere prima. Pensa a Lester Young che muore in un albergo da un dollaro e un quarto a notte, all’attuale povertà delle famiglie di Fats Waller, di Jelly Roll Morton, di Bird. Perché non dovrei avere il diritto di chiedere a qualcuno del tuo paese se ci aiuta a cambiare qualcosa del potere che c’è sugli artisti? Qui nessuno lo farà. Qui il Jazz lo stanno uccidendo se non va per la strada voluta da Glaser e dai suoi padrini. E se muore qui credi che possa sopravvivere nel tuo paese?


Mingus, che spesso viene dipinto come schivo, irascibile e razzista al contrario, si è rivolto diverse volte con sincerità e modestia all’amico “Joe” Barazzetta, come nel maggio 1966 (di cui viene pubblicata la lettera manoscritta, cosa veramente rara):

Caro Giuseppe, AIUTO! Qui stanno cercando di danneggiare i miei affari. Soprattutto da quando ho registrato la musica di Monterey 1964 [9]. Non conosci qualcuno che vorrebbe lavorare con me… mi serve aiuto…



Ovviamente, su tutto questo, la professionalità del critico Barazzetta, non si è mai lasciata coinvolgere dal giudizio personale ma a noi lettori ci viene offerto il raro privilegio di assistere a questo spettacolo con un posto in prima fila anzi, direttamente tra le quinte del palcoscenico.
In queste duecento pagine Barazzetta è riuscito ad infondere l’anima del Jazz, nel suo aspetto più interessante e vero, che spesso sfugge ai più, e che ne garantisce invece la vitalità e la sua peculiarità come musica sempre nuova, continuamente cangiante, unica nel panorama culturale e di immenso valore umano.


Non è un caso che il libro abbia visto la luce grazie alla Fondazione Siena Jazz, un’istituzione unica nel panorama italiano, con la cura editoriale di Francesco Martinelli, responsabile della Sezione Ricerca del Centro Studi sul Jazz “Arrigo Polillo”, al quale l’autore ha già donato diversi materiali, documentazioni di avvenimenti, fino ai suoi preziosi ricordi contenuti in questo libro.

Non è un caso, dico, perché la passione e la competenza di Franco Caroni, direttore della Fondazione, di Martinelli e di tutto lo staff di Siena Jazz, mantengono lo stesso approccio umanistico rispetto al loro impegno di valorizzazione, diffusione e di insegnamento della musica jazz, che ha sempre avuto, ed ha tuttora, Giuseppe Barazzetta.
 
Grazie Joe!


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ITALIAN JAZZ STARS
Label: Angel Records
Catalog# 60001
Format: 10 inch (25 cm)
Country: New York - USA
probably printed between 1956/1957


Tracklisting:


A1) Invenzione (P. Umiliani)
by Gianni Basso and His 5tet:
Gianni Basso (ten sax), Oscar Valdambrini (tp),
Piero Umiliani (p), Antonio De Serio (bass), Rodolfo Bonetto (drums)
recorded in Milan 1952, October 22
first print on 78 rpm Columbia - CJ 1004
first print on 33's Columbia - QS 6009 (1954)

A2) Gim Blues (O. Valdambrini)
by Oscar Valdambrini and His 5tet:
Oscar Valdambrini (tp), Gianni Basso (ten sax),
Adelmo Prandi (p), Antonio De Serio (bass), Rodolfo Bonetto (drums)
recorded in Milan 1952, October 22
first print on 78 rpm Columbia - CJ 1002

A3) Tenderly (W. Gross)
by Flavio Ambrosetti 4tet:
Flavio Ambrosetti (alto sax), Francis Burger (p),
Franco Cerri (bass), Gilberto Cuppini (drums)
recorded in Milan 1953, September 25
first print on 78 rpm Columbia - CJ 1012
first print on 33's Columbia - QS 6009 (1954)

A4) Cool-laboration (R. Nicolosi)
by Roberto Nicolosi and His Orchestra:
Oscar Valdambrini, Giulio Libano (tp),
Mario Pezzotta, Athos Cerroni (tbn),
Michelangelo Mojoli (french horn), Francesco Saverio Scorza (tuba),
Sergio Valenti, Glauco Masetti (alto sax), Fausto Papetti (tenor sax),
Giampiero Boneschi (p), Franco Pisano el. g), Franco Cerri (bass),
Gilberto Cuppini (drums), Roberto Nicolosi (dir, arr).
recorded in Milan 1953, January 16
first print on 78 rpm Columbia - CJ 1005
first print on 33's Columbia - QS 6009 (1954)



B1) Fascinating Rhythm (G. Gershwin)
by Flavio Ambrosetti 4tet:
Flavio Ambrosetti (alto sax), Francis Burger (p),
Franco Cerri (bass), Rodolfo Bonetto (drums)
recorded in Milan 1953, December 5
first print on 78 rpm Columbia - CJ 1018

B2) La Barca dei Sogni (C. Di Ceglie)
by Oscar Valdambrini and His 5tet:
Oscar Valdambrini (tp), Gianni Basso (ten sax),
Adelmo Prandi (p), Antonio De Serio (bass), Rodolfo Bonetto (drums)
recorded in Milan 1952, October 22
first print on 78 rpm Columbia - CJ 1001
first print on 33's Columbia - QS 6009 (1954)

B3) Nancy with the Laughing Face (J. Van Heusen)
by Giancarlo Barigozzi and His Quintet:
Giancarlo Barigozzi (tenor sax, cl), Sergio Mandini (el. g),
Ettore Ballotta (p), Edoardo Rossi (bass), Gilberto Cuppini (drums)
recorded in Milan 1953, September 11
first print on 78 rpm Columbia - CJ 1013
first print on 33's Columbia - QS 6009 (1954)

B4) Stelle Filanti (N. Rotondo)
by Nunzio Rotondo and the Sextet of the Hot Club of Rome:
Nunzio Rotondo (tp), Franco Raffaelli (alto sax),
Ettore Crisostomi (p), Carlo Pes (el. g), Carlo Loffredo (bass),
Gilberto Cuppini (drums)
recorded in Milan 1952, March 27
first print on 78 rpm Columbia - CQ 2342


__________________

[1] Adriano Mazzoletti, Il Jazz in Italia
[2] AAVV, Jazz e cultura mediterranea, ISMEZ,
[3] Musica & Jazz
[4] Gian Carlo Testoni, Arrigo Polillo, Giuseppe Barazzetta, Enciclopedia del Jazz, Messaggerie Musicali Milano, 1953
[5] Giuseppe Barazzetta, Jazz inciso in Italia, Messaggerie Musicali, 1960
[6] Enrico Cogno, Jazz Inchiesta Italia, Cappelli editore, 1971
[7] Franco Mondini, Sulla strada con Chet Baker e tutti gli altri, Lindau, Torino 2003
[8] Rudy Rabassini, Piccola Storia del Jazz a Lucca, Maria Pacini Fazzi editore, 2007
[9] Mingus at Monterey, Live at Jazz Festival, California, Jazz Workshop 001/002 , re-issue on Prestige P-24100, 1981

Nota al post:
Questo "pezzo" è stato scritto e pubblicato nel Aprile 2009, quando il Blog si trovava sulla piattaforma Splinder, oramai scomparsa dal web. In questo nuovo upload ho aggiornato i file di riferimento al vinile ma non i tempi/date del testo riferiti a libro.

Nota alla selezione grafica:
le cover pubblicate in questo post, sono una parte dei dischi che Barazzetta ha curato, scrivendo anche tutte le note di copertina, durante la sua consulenza presso la Carisch, dal 1954 al 1960.
Le fotografie sono tratte dal volume "Una vita in quattro quarti".