domenica 29 dicembre 2019

Sergio Fanni una Tromba lontana dalla ribalta



Sergio Fanni (Torino, 1930 – Milano, 2000) è un altro di quei musicisti che, nonostante abbia calcato migliaia di palcoscenici e prestato la sua voce a decine di dischi, è rimasto inspiegabilmente “lontano dalla ribalta”. Per quale vero motivo, forse, non lo comprenderemo mai, dal momento che sono quasi vent’anni che ha lasciato il palco della vita e che una sua intervista o un suo pensiero non è stato mai registrato dalle cronache del Jazz.


Ma, almeno in questo caso, potremmo escludere l’aspetto più commerciale della sua Musica come elemento di dimenticanza della critica e degli appassionati, perché, se non fosse per il primo dei pochissimi LP a suo nome, quel Una Tromba per l’Europa (1962) che era “inevitabilmente” leggero dal momento che i brani erano tratti da operette, canzoni popolari e colonne sonore dell’epoca, ed un paio di scivoloni in più di cinquant’anni di carriera (Mazzoletti racconta che nel 1942/43, appena tredicenne, fosse già in Tournée in Germania, con l’Orchestra di Mirador), come il disco con Eumir Deodato (1978) o quello con Ray Martino (1982), il torinese ha suonato da subito solo Jazz con la maiuscola ed in gruppi d’eccellenza, come l’Orchestra di Trovajoli (1956), il Quintetto di Eraldo Volonté (1957/60) o quello di Gil Cuppini (1960), fino ad arrivare sulle sponde del free con Giorgio Buratti (1963/64), l’Orchestra di Gaslini (1968) o il complesso di Enrico Intra (1972/74) o quello di Gaetano Liguori (1979) e pochissimi gruppi a suo nome. Eppure, alzino la mano quanti sarebbero in grado di riconoscere il suo suono robusto e personalissimo al primo ascolto…


Certo, essere quasi coetaneo di due geniali trombettisti quali Nunzio Rotondo (Roma, 1924) e Oscar Valdambrini (Torino, 1924), non deve aver facilitato le cose… «Nel 1947/48, la più bella sala da ballo di Torino era l’Augusteo e lì suonava l’Orchestra diretta dal pianista Canessa, con una tromba e quattro sassofoni, tra cui Attilio Donadio. I pretendenti al posto di tromba erano Nini Rosso e Sergio Fanni, ma vinsi io, forse perché suonavo anche il violino» [1]


Ed essere anche antagonisti del Quintetto italiano più famoso nel mondo non deve aver spianato la strada, tanto più se la musica che li differenziava in quegli anni era la più lontana dalla bella melodia tanto amata nel Belpaese… «Mentre Basso & Valdambrini s’ispiravano ai musicisti della West Coast, Fanni e Volonté erano decisamente influenzati dai musicisti post-bop. Anche il repertorio parlava chiaro: Fanni e Volonté eseguivano temi come Moanin’ di Bobby Timmons, Walkin’ di Miles, Nica’s Dream di Horace Silver, mentre Basso & Valdambrini canzoni del grande repertorio americano e temi originali»[2]

Poi, indubbiamente, ci può stare la capacità personale di fare relazione o, meglio, marketing di sé stesso «erano due formazioni basate su concezioni musicali molto diverse ma altrettanto valide. E le incisioni lo dimostrano. Fanni era una eccellente tromba, che non ebbe, forse a causa di problemi caratteriali, il successo che invece ottenne Valdambrini» dice chi lo conosceva da vicino.[3]


O anche il fatto di aver cercato una via al sostentamento economico sicura, entrando prima nell’Orchestra RAI (1956) e svolgendo poi attività didattica (1977) - pratica comune, tra l’altro, a molti musicisti ancora oggi - potrebbe aver influito sul suo successo, ma non avrebbe dovuto pesare sulla sua Arte «in Piemonte c’erano jazzisti fortissimi. Appartenevano alla generazione precedente, cioè avevano una decina d’anni più di me. Parlo di Valdambrini & Basso, o Sergio Fanni e Leandro Prete, ma erano fuori dalla nostra portata. Erano “professionisti” ed erano quasi tutti intruppati nelle varie orchestre della RAI, dove guadagnavano bene»[4]

Tempo fa mi ero addirittura “intrippato” in una ricerca su Google, ma questa storia ve l’ho già raccontata qui, fatto sta’ che Sergio Fanni resta, come si usa dire, un “Musician's Musicians” ed i suoi dischi [pochi] dei rari “Collectors' Items” e mi fa rabbia vedere che non esista nemmeno una seria discografia a suo nome, cosa che, ovviamente, inizierò a compilare subito dopo aver pubblicato questo post.


HARD SUITE
Label: Carosello
Serie: Jazz from Italy
Catalog#: CLE 21017
Format: LP

Country: Italy
Milan, 1975

Sergio Fanni (flgh),
Leandro Prete (tenor sax),
Sante Palumbo (comp., p., el. p.)
Carlo Milano (el. bass),
Giancarlo Pillot (drums),
Roberto Haliffi (percussion)



Tracklist:


A1. Dawn/Suffer - 9:24
A2. Plan - 10:17




B1. Drive Waltz - 9:56
B2. Shade - 9:40





[1] Oscar Valdambrini in “Il Jazz in Italia – Dalle Swing agli anni Sessanta” di Adriano Mazzoletti, EDT 2010
[2] Adriano Mazzoletti si riferisce al Quintetto che nel 1960 vinse la Coppa del Jazz (Gil Cuppini, Sergio Fanni, Eraldo Volonté, Ettore Righello e Giorgio Buratti)
[3] Gil Cuppini, intervista di Adriano Mazzoletti in “Il Jazz in Italia” [cit.]
[4] Enrico Rava in “Incontri con musicisti straordinari”, Feltrinelli 2010

venerdì 27 dicembre 2019

La Verità - in ricordo di Mario Guidi



Enrico Bettinello: Come giudica mediamente il panorama dei Festival italiani? Quali sono solitamente le ragioni per cui alcuni musicisti della sua agenzia non trovano lo stesso spazio di altri?

Mario Guidi: Non molto stimolante. Basta fare il confronto con quanto avviene nel resto d' Europa. Generalmente i promoter hanno paura che la musica cosiddetta difficile allontani il pubblico. Io sono del parere opposto, trovo che se nella musica c'è quella che io chiamo la "verità," poi il pubblico risponde. Il problema è che il grosso pubblico viene messo raramente di fronte alla possibilità di formarsi un gusto e di poter cercare la "verità". Mentre anni fa era difficile trovare posto ai concerti di Paul Motian, Lester Bowie, Steve Coleman, oggi le sale si riempiono per le cantanti reduci da Sanremo o al massimo per Gregory Porter. Quelle che per i promoter sembrano delle ghiotte opportunità (la commistione con artisti del pop e del rock, i tributi studiati a tavolino, il continuo rivolgersi al passato in cui sono impegnati anche tanti artisti di altissimo livello) stanno portando ad un appiattimento preoccupante. Aspetto da un momento all'altro la prima collaborazione tra una cantante di "Amici" e il giovane jazzista rampante. La conseguenza è che chi invece cerca di esprimere una propria musica originale, chi vuole proporre una propria visione del futuro, oggi ha pochi spazi agibili a disposizione. Ovviamente in molti la pensano in modo diametralmente opposto e lamentano invece l'assenza dalle scene italiane degli alfieri del mainstream e la troppa invadenza dei "soliti noti," oppure contestano la presunta "jazzità" di taluni artisti.

Art by Mark Rothko (Untitled 1968)


giovedì 26 dicembre 2019

Tullio De Piscopo Quintet _ Future Percussion, 1978



Sono diversi i motivi che mi hanno portato oggi a scegliere questo titolo, tra tanti…

Certo, quello squisitamente musicale dovrebbe aprire il post dal momento che, dopo tanta inattività fisica, se non quella mascellare e gastrointestinale, la musica qui riportata ha i ritmi predominanti che sono un viatico alla sopita circolazione, grazie proprio alla batteria scoppiettante di Tullio De Piscopo, agli innumerevoli cambi di rotta imprevisti di Luis Agudo (ascoltate la Title track) ed al robusto tono portante di Larry Nocella (Scetate/Garrison my Dear).


Poi c’è l’aspetto collezionistico ‘ché, se anche queste registrazioni sono oramai sparse un po’ dappertutto nella rete (da Spotify ai tanti blog che le hanno riproposte in passato), sfido chiunque si definisca anche lontanamente un appassionato a dire di non avere vibrato almeno un po' davanti a questo o un altro di quei dieci titoli che restano fondamentali nella nutrita collana autoctona dedicata al Jazz from Italy dalla Carosello.


Certo, formalmente non dovrei sottovalutare nemmeno l’aspetto "critico", perché De Piscopo, che è stato indubbiamente un fuoriclasse del suo strumento e che ha accompagnato decine di nomi altisonanti del Jazz di casa nostra o internazionale (Azzolini, Barigozzi, Basso, Buratti, Rusca o Massimo Urbani ma anche Slide Hampton, Grappelli, Mulligan, Piazzolla o Kai Winding) è stato spesso lasciato un po' ai margini del panorama che si è tentato di ricostruire intorno a questa musica, forse perché anche lui è rimasto condizionato dalle sue frequenti relazioni con la sorella “leggera” (che lo hanno visto al fianco di Celentano e Cutugno, Mina, Jannacci e Donaggio, Mino Reitano, la Vanoni, la Zanicchi e Pino Daniele) o proprio vittima dell'abusato concetto di musica "commerciale” spesso confuso con “popolare”, o forse per il suo essere "personaggio semplice" ed attaccato alle origini o chissà per cos'altro, fatto sta’ che in oltre cinquant’anni di suonata carriera io ricordo, per esempio, una sola intervista sulle colonne di Musica Jazz, ma questa è storia vecchia e ve l’ho già raccontata qui.


Ma oramai voi mi conoscete, chi più e chi meno, e sapete che le mie scelte sono dettate anzitutto dal mio stato d’animo. 

Perché in fondo questo blog altro non è che un diario personale, un “carnet de route” che ho spesso condiviso con altri viandanti, uno specchio riflesso, un doppio che prende spunto da me stesso eppur vive di una sua propria autonomia e nient’altro… per cui posso tranquillamente confidarvi che ‘stamattina è stato solo quell’aggettivo a farmi fare la scelta di mettere sul piatto questo disco anziché un altro, proprio per quel semplice “FUTURE” in maiuscolo che si è preso tutta la mia attenzione…


Ora il futuro ha smesso di mostrarsi a me come un solido e lunghissimo ponte levatoio, che collega il “qui e ora” ad un domani si dettagliato e pianificato, ma lontano e sfumato nel blu, ed ha assunto la forma di tante piccole tessere bianche da colorare a piacere ed incastrare l’una all’altra, necessarie per colmare soltanto piccoli vuoti momentanei, ideali per creare pezzi di scelte di volta in volta cangianti. 

E, seppur qualche mese fa tutto sia iniziato come un’opzione praticamente obbligata, più che ricercata, posso dirvi che in queste settimane il godere del presente, l’attenzione alle piccole cose, il poter procedere seguendo il mio ritmo, sono diventate le mie più preziose possibilità e, in fondo, forse, erano già il ritratto più fedele della mia Natura, solo che tutto il resto che mi girava intorno non mi permetteva più di ricordare.



***

Tullio De Piscopo Quintet

Future Percussion



Label: Carosello
Serie: Jazz from Italy
Catalog#: CLE 21038
Format: LP

Country: Italy
Recorded at Studio CAP,
Milan, January 1978

Tullio De Piscopo (drums),
Larry Nocella (tenor sax),
Giorgio Cocilovo (guitar),
Luigi Bonafede (piano),
Lucio Terzano (bass),
Luis Agudo (percussion)


Tracklist:


A1. Scetate _ Garrison My Dear - 6:07
A2. Barbara - 6:48
A3. La Mia Natura - 6:52




B1. Future Percussion - 6:45
B2. Say It (Over and Over Again) - 5:00
B3. 3 For Larry - 7:53



martedì 24 dicembre 2019

Chet Baker 4et Live at Teatro degli Infernotti, Torino December 19, 1979


Ph by Luciano Viti

Chet Baker era nato ieri. Questo non aggiunge molto alla sua biografia, ma è un dato di fatto. Chet Baker è stato indubbiamente uno tra i più ispirati ed irripetibili musicisti jazz, ed anche questo dovrebbe essere cosa nota ai più, ed il condizionale non è utilizzato a caso.

«Ti posso garantire che molti musicisti giovani, anche tra quelli che suonano con me e che sono fantastici, non hanno mai ascoltato il Quartetto di Gerry Mulligan con Chet Baker, che è per me una pietra miliare del Jazz, non solo perché Chet non ha mai più suonato come suonava lì, ed infatti è esploso proprio con quei dischi del ’52-’53, quando ha vinto anche il referendum [1]. Poi Chet ha fatto altre cose, anche quelle molto belle e poetiche, ma come suonava in quel contesto non ha più suonato, con quella agilità e rapidità di pensiero, quella capacità di tradurre in suono tutto quello che gli passasse per la testa… originalissimo… a volte sembrava un Don Cherry con tecnica, eppure “non sapeva niente”… ma te lo ricordi il solo di Chet su Bark for Barksdale?[2] viene dopo un assolo di Mulligan, buono ma molto tradizionale, e poi entra lui con una frase che io ogni volta mi chiedo da dove gli sia mai arrivata quella espressione lì, è imprevedibile e pazzesca… Questo è stato il gruppo che mi ha proprio aperto le porte al Jazz moderno e poi da lì…»[3]


Eppure le tragiche situazioni che hanno affollato la sua vita pubblica, e travolto ovviamente quella privata, hanno facilitato l’approccio di molti nel trattare Chet Baker più come un’icona da idolatrare o smitizzare, offuscando così la sincera ricerca musicale o sminuendo il suo spessore di musicista. Basterebbero i titoli di alcuni magazines dell’epoca per capire meglio cosa intendo dire, visto che pubblicavano a titoli cubitali frasi infelici tipo “Il Veleno del Jazz” (Il Reporter 36 – 1960), oppure “La Magica Tromba di Chet Baker è caduta nella Fossa delle Vipere” (Il Tirreno – 1960), o “La Paura mi Aspetta alla Porta” (L’Europeo – 1961) e “La Tromba Avvelenata” (Epoca – 1961), fino ad “Amici Italiani Aiutatemi Voi” (Novella 35 – 1963) o ancora “Chet Baker: Storia di Dolore” (Down Beat – 1964).


Chet Baker era nato il 23 dicembre 1929 a Yale, in Oklahoma ed è stato indubbiamente uno tra i più ispirati ed irripetibili musicisti jazz. 

Io voglio ricordarlo così, più con la sua musica spesso inedita (e nel LIVE che segue lo è nel vero senso della parola) che con le sue luci ed ombre d’umanità, le stesse di ognuno di noi.

CB, Halema e Chesney Aftab, Milano Feb. 1960

***

Chet Baker Quartet
Recorded Live at Teatro degli Infernotti, Torino
December 19, 1979

Chet Baker (trumpet, voc #2, #5),
Dennis Luxion (piano),
Riccardo Del Frà (bass)
Roberto Gatto (drums)

Ph by Ralph Quinke


CB Quartet, Live in Torino 1979 - Part One

1. Someday my prince will come - 9:10
2. But not for me – 10:55
3. ‘Round midnight – 12:15
4. Broken wing – 10:08

         CB Quartet, Live in Torino 1979 - Part Two

5. There will never be another you – 15:52
6. Once upon a summertime – 13:24
7. Blue ‘n boogie – 11:45






[1] New Star award in DownBeat’s first International Jazz Critics Poll in 1953
[2] Gerry Mulligan Quartet – Fantasy, 1953
[3] Intervista ad Enrico Rava, Novembre 2019

lunedì 23 dicembre 2019

Stafford James with Enrico Rava - HORO 1975, Jazz A Confronto #26


In questi giorni sto raccogliendo molte interviste a diversi protagonisti di questa musica per un progetto di cui spero potervi raccontare a breve.

Ora, al di là dell’aspetto pratico in cui alcuni “famosi vecchi leoni” ti concedono tutto il tempo del mondo direttamente in live recording ed altri, anche misconosciuti giovin virgulti, posticipano, vogliono leggere le domande in anticipo e danno sòle, ed anche volendo superare l’annosa questione che tenta di spiegare il “perché” di una intervista loffia, che quasi sempre si riconduce alle domande mosce dell’intervistatore (e ci sta’) e raramente alla possibilità di una scarsa capacità di dare forma ad un racconto di alcuni intervistati (e pure questo ci sta’ tutto), è di altro che vi vorrei parlare.



E sì, perché di queste ore passate intorno ad un tavolo o al telefono, quello che più mi è rimasto impresso non sono tanto le parole sulla Musica, ma sono le vicende su tutto quello che gli gira intorno che mi raccontano di più della persona che ho di fronte. 



Per esempio con Enrico Rava, dopo aver conversato amabilmente su alcuni suoi dischi con tante frasi “arrrotondate” e raccolto alcuni spunti da lui offerti al tema («forse la gente non lo sa, ma sia io che Franco D’Andrea, siamo dei grandi appassionati di Dixieland») ne ho colto uno che inizialmente mi è sembrato uno scivolone per una intervista di Jazz, cioè quel gancio emotivo che mi era stato offerto dal libretto di Altan, impresso nella mia memoria di appassionato di Comics tanto quanto la Musica di Noir, se non un pochino di più…



Ed invece questo tema trasversale ha aperto ad argomenti imprevisti e fantastici, che ci ha portato a discutere in modo più “sbragato” e per questo più sincero di BD, cioè di Moebius quanto di Tex, dei francesi che, nonostante tutto, non sembrano cogliere più al volo le occasioni («io avrei fatto uscire proprio il fumetto con una sua autonomia, magari con il CD allegato)», della Giungla brasiliana dove l’uomo bianco non era mai stato, di Raymond Chandler e Dashiell Hammett (ben più che dell’amato Carver o del temibile Proust), di cantanti da Osteria e di vecchi tromboni a coulisse puzzolenti, di quell’esilarante video RAI del 1974 e dei riflessi emotivi di Michelangelo Pistoletto, dei Living Theatre e di tanti altri incontri indelebili con i fratelli Bertolucci, Gianni Amico e soprattutto, Marcello Melis. 



Chissà perché, ma ancora una volta l’aver defibrillato “Jazz from Italy” mi fa pensare che la vita quotidiana è l’Arte più interessante che ci sia… 



«potrei dirti che io non ho una vera vita sociale con i musicisti, devo dire la verità… certo, siamo amici da anni, ci divertiamo sul palco subito prima e dopo aver suonato, mangiamo e cazzeggiamo insieme e questo crea feeling, ma spesso, fuori da questo contesto, mi annoio molto, perché si parla solo di Musica e di pettegolezzi musicali, mentre nella mia vita ho tanti altri interessi…»


JfI: Altan ti ha iconizzato in maniera tagliente e spesso arcigna, mentre io trovo molta ironia in Enrico Rava e c’è una cosa che ho sempre desiderato chiederti: quel video RAI in cui suonate in quartetto con Massimo Urbani, Calvin Hill e Nestor Astarita e vi “autoproclamate” i migliori musicisti del mondo... ma a chi è venuta in mente una storia così???

Enrico Rava: lì eravamo a Torino, ed il direttore della RAI di quegli anni era Folco Portinari, che era un Poeta anche abbastanza importante e, tra l’altro, era stato per un certo periodo anche il fidanzato di Juliette Greco e che, ovviamente, adorava il Jazz. Io, quando ho fatto quelle cose in RAI con Massimo, vivevo a NY e lui restò molto colpito dalla mia musica ed ogni volta che tornavo in Italia mi organizzava sempre qualcosa… il regista di quel video poi era Maurizio Corgnati, uomo coltissimo e collezionista di pittura, che fu quello che raccolse Milva, che era cantante da Balera e l’ha fatta diventare una donna raffinata, comunque anche lui si entusiasmò a sua volta del nostro gruppo e fu proprio sua l’idea di quel video, ironica ovviamente, che noi all’inizio osteggiammo imbarazzati, ma poi ci divertì e ne comprendemmo la portata.



JfI: esilarante, ma non solo, visto che era mamma-RAI del 1974 ed il brano che accennate è “Closer”, pezzo affatto semplice appena uscito sul disco della HORO


ER: si, esattamente. Poco prima che io cominciassi a registrare per la ECM avevo inciso per Aldo Sinesio a Roma. Devi sapere che Sinesio era il fratello di un Senatore democristiano, personaggio “pesante” in Sicilia e di lui ricorderò sempre una cosa molto simpatica, cioè che il giorno dopo la registrazione di quel disco noi saremmo partiti per dei concerti, tra cui alcune date al Brass Club di Palermo e, proprio poco prima che partissimo, Aldo mi disse “Enrico, se a Palèmmo hai bisogno di quaccòsa, di quàssìasi cosa» [imita il dialetto il siciliano] «tu fai un nummero di telefono, un nummero quàssìasi e, quànno rispònnono, dicci subbito che sei amico di Aldo Sinesio” [risate]. Un personaggio vero Sinesio, ed era molto amico di Camilleri che, a sua volta, era molto appassionato di Jazz.



JfI: c’è un altro disco di quella serie che ascolto spesso e volentieri, quello con Stafford James… peccato che quel catalogo sia praticamente irreperibile ai più

ER: è vero, non si sa che fine abbia fatto, perché c’erano cose davvero interessanti, ricordo Gil Evans e Archie Sheep, per esempio. Ma il fatto è che passa il tempo e le cose spariscono... sembra normale a tanti, anche se non lo è.


Art by Francesco Tullio Altan


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JAZZ A CONFRONTO 26

STAFFORD JAMES - HLL 101-26


Label: HORO
Catalog#: HLL 101-26
Format: LP
Country: Italy

Recorded in, Rome 1975, July 31

Stafford James (bass), Enrico Rava (trumpet),
Dave Burrell (piano), Beaver Harris (drums)




Tracklisting:

JAZZ A CONFRONTO 26 - Side A

A1) Costa Bruciata - 9'40"
A2) Neptune's Child - 12'18"





JAZZ A CONFRONTO 26 - Side B

B1) City Of Dreams - 5'16"
B2) I Ain't Named It Yet - 11'46"





domenica 22 dicembre 2019

CADMO with Massimo Urbani _ 1978



«Antonello Salis faceva parte dei CADMO, l'unico gruppo sardo che all'epoca era riuscito a varcare il mar Tirreno, ad andare a vivere fuori ed avere successo. Successo fra parentesi: noi non lo sapevamo ma erano arrivati a Roma con un furgone e vivevano fuori del Music Inn; Antonello, per sopravvivere, andava a scaricare le cassette di frutta ai Mercati Generali di via Ostiense! Io conservavo con amore la registrazione in cassetta di un concerto fatto nella capitale dai CADMO. Questo per dirti la devozione, la reverenza e la stima che avevo nei confronti di Antonello»[1]


«Massimo Urbani era l'uomo degli estremi, nel bene e nel male, ma alla fine sempre pronto e gentile con me che ero agli inizi. Ho appreso molto da lui e ho appreso soprattutto l'arte del fare posto all'esigenza e all'urgenza creativa senza dimenticare il colore del suono e, anche se non sempre, la magia dello spazio. Massimo è stato il predecessore del jazz odierno. Di quel jazz che ridiventa musica popolare com'era stato dagli anni Venti fino agli anni Sessanta. Max è stato forse il primo musicista del dopoguerra a venire dal popolo e dalla borgata come io vengo dalla campagna e dalla terra. Era un musicista che si è fatto da solo e che non deve niente a nessuno! [...] Massimo era la quintessenza dell'energia e della trasparenza vera, senza maschere attoriali. Insomma, il distillato della semplicità! [2]

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CADMO WITH MASSIMO URBANI _ 1978


Label: Edizioni Dell'Isola
Catalog#: EIJ 2026
Format: LP
Country: Italy
Recorded at Rome on 1978

Antonello Salis (p),
Riccardo Lai (bass), Mario Paliano (drums)

special guest
Massimo Urbani (alto sax on #B2)

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[1] Paolo Fresu “Talkabout” con Luigi Onori; Stampa Alternativa, 2006 


[2] Paolo Fresu “Musica Dentro”; Feltrinelli, 2009

sabato 21 dicembre 2019

Poi, ad un certo punto... Jazz Workshop 1977




Non c’è niente da fare…
ogni decisione personale, qualsiasi “spinta” individuale, tutte le azioni che decidiamo di compiere, per quanto siano attività esclusivamente “intime & private”, prendono una forma concreta e condizionata innegabilmente dalle circostanze, che riflettono, pur se in modalità distorta e tagliata su misura, la flora e la fauna dell’ambiente che ci circonda, nel bene e nel male.


«Molto francamente, posso dire che a quei tempi il fatto di essere così considerato sia dal pubblico che dalla critica mi riempiva d’orgoglio, ma stava anche diventando una prigione dorata: non per i guadagni, beninteso, ma perché m’impediva di continuare a sviluppare il mio lavoro. Ricordo che allora suonavo molto “free” con una carica emozionale e fisica che conservo ancora perché fa parte del mio modo di essere, di vivere e di pormi di fronte alle cose, e la gente vedeva solo questo, o quasi, condizionando anche me, impedendomi di andare avanti, di suonare altre cose. C’è voluto un periodo di ripensamento, di inattività quasi totale, per capire dove andare, cosa fare»[1].


Lo aveva capito Massimo e lo aveva pensato pure il mio alter-ego, nel post di oramai due anni e mezzo fa quando, senza trovare alcuna risposta, aveva tentato una via di salvezza allontanandosi da questo Blog e dai «suoi simili, che costituivano fragili gruppi momentanei, che privilegiavano il suono delle parole anziché la forza dei loro contenuti, che non sapevano più godersi un momento di piacere seduti nel bel mezzo della loro solitudine e che anzi giravano in continuazione intorno al proprio IO, stordendolo di parole fasulle, riempiendo i silenzi di richieste di amicizie fittizie, mostrando fotografie impalpabili che prendevano il posto del loro reale profilo».


Poi, ad un certo punto, qualcosa cambia e spesso è difficile dire esattamente quando ed anche come, ma il perché risuona chiaro fin da subito. Siamo solo dei piccolissimi frammenti di tutto un resto più grande, un agglomerato di infinitesimi elementi di connettività, utili alla rete se tenuti insieme ma facilmente bypassabili come singoli punti. E solo quando torni a comunicare con un semplice sguardo, quando senti vibrare nuovamente qualcosa nel profondo delle comuni intenzioni, quando spalanchi la finestra dell’anima per far uscire il “tanfo psichico”, quando torni a percepire anche solo l’ombra sincera dell'affetto e della solidarietà, insomma, che puoi tornare a sentirti vivo e, di colpo, affamato come una bestia selvaggia, devi solo alzare il naso e puntare la noia, per poi sfamarti di succulenta trasformazione.


Questo Concerto non riporta probabilmente nulla di così eclatante o indimenticabile, se non fosse per la possibilità di sentire ancora “musica inedita” di Massimo Urbani, Steve Lacy, Enrico Rava o Danilo Terenzi, tra gli altri, ma coltiva l’idea di preziosa collettività, conserva la magia del processo creativo, rinnova l’urgenza di comunicare senza rete di protezione ed allunga la durata del sogno, fosse solo per qualche altro minuto o per tanti anni a venire. 


Ecco, questo nuovo post lo dedico a voi, che mi siete stati più vicini nonostante la distanza, e che non devo nemmeno citarvi perché lo sapete già dove eravate, dove stavate rispetto a me negli ultimi due anni.

Art by Egon Schiele

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Enrico Rava (tp); Paul Rutherford, Danilo Terenzi (trbn); Steve Lacy, Evan Parker (soprano sax); Massimo Urbani (alto sax);  Gaetano Liguori (p); Kent Carter, Roberto Bellatalla (bass); Filippo Monico (drums); Tony Oxley (drums, electronics)

01. Intro by Giacomo Pellicciotti (01:38)
02. Workshop #1 (13:13)
03. Workshop #2 (09:52)
04. Workshop #3 (10:37)
05. Workshop #4 (07:37)
06. Workshop #5 (13:39)
07. Workshop #6 (07:43)
08. Workshop #7 (06:53)
09. Intro by Gaetano Liguori (0:58)
10. Workshop #8 [inc.] (15:50)






[1] Massimo Urbani, intervista di Carlo Verri, MJ Marzo 1981