martedì 28 settembre 2021

Black and Blue - 10 italian Music postcard, in Blues flavor, from 1946 to 1977

TRACKSLIST:
l. Blues del Dom – 3:26
Nino Culasso (tp), Pietro Cottiglieri (cl), Jesùs Pia (tenor s), Eraldo Romanoni (p), Giuseppe 
Barenghi (g), Ubaldo Beduschi (bass), Claudio Gambarelli (drm), Roberto Nicolosi (arr)
Milano, February 13, 1946
From 78rpm Odeon H18158, “Jazzisti Italiani” series

2. Black and Blue – 2:45
Roman New Orleans Jazz Band: Giovanni Borghi (tp), Luciano Fineschi (trne), Marcello Riccio 
(cl), Ivan Vandor (tenor s), Giorgio Zinzi (p), Bruno Perris (g), Carlo Loffredo (bass), Peppino 
D’Intino (drm)
Milano, January 13, 1953
From LP Columbia 33QPX 8017, “Italian Jazz of the Roaring 50’s”

3. Blues all’Alba – 5:46
Eraldo Volonté (tenor s), Giorgio Gaslini (p), Alceo Guatelli (bass), Ettore Ulivelli (drm)
Milano, 1960
From “La Notte” OST, EP Voce del Padrone 7EMQ 189

4. P.N. Blues – 2:46
Sergio Fanni (tp), Eraldo Volonté (tenor sax, bar. sax), Ettore Righello (p), Giorgio Buratti 
(bass), Gil Cuppini (drm)
Milano, April 19, 1960
From EP Cetra EPD 38, “Jazz in Italy n.3” series

5. Thinkin’ Blues – 4:28
Chet Baker (tp), Piero Umiliani (p., arr), Big Band
Roma, March 1962
From “Smog” OST, LP RCA PML 10320

6. Echoes Of Harlem – 3:26
Bruno Canfora with Radio Rai Big Band: Cicci Santucci, Nino Culasso (tp), Marcello Rosa
(trne), Baldo Maestri (soprano sax), Beppe Carrieri (tenor sax)
Roma, July 12, 1977
From “Tribute To Ellington”, CD Twilight Music / Via Asiago 10 TWI CD AS 05 21

7. Una Tromba e un Blues – 5:10
Oscar Valdambrini (tp), Dino Piana (trne), Glauco Masetti (alto s), Eraldo Volonté (tenor sax), 
Giancarlo Barigozzi (bar. sax), Piero Umiliani (p., arr), Giorgio Azzolini (bass), Lionello Bionda 
(drm)
Milano, March 1966
From “JAZZ DALL’ITALIA n.2 : Big Band Blues”, LP Omicron LPM 007

8. Donna Lu – 2:36
Oscar Valdambrini (tp), Gianni Basso (tenor s), Dino Piana (trne), Renato Sellani (p), Giorgio 
Azzolini (bass), Lionello Bionda (drm)
Milano, January 10, 1967
From “Exciting 6”, LP GTA Records JA 603

9. Circeo – 2:51
Same as #4

10. Blues For Alexandra – 5:20
Romano Mussolini (fender p), Piero Montanari (el. bass), Roberto Spizzichino (drm), Tullio De 
Piscopo (perc.)
Roma 1974
From “Mirage”, LP PDU Pld.A 6018

11. It Don't Mean A Thing – 2:33
Mario Schiano (voc), Cicci Santucci (tp, flgh), Maurizio Giammarco (tenor, soprano sax), 
Antonello Vannucchi (p), Giorgio Rosciglione (bass), Gegè Munari (drm)
Roma, March 1999
From “My Funny Valentine”, CD SPLASC(H) CDH 697

mercoledì 3 marzo 2021

78-33 = 45 _ Beginnin Of Modern Jazz in Italy


Lo so, il titolo è stupido ed io vi avevo promesso che avrei tentato di colmare il buco bibliografico del Jazz suonato ed inciso in Italia dagli anni Sessanta, fino alla fine degli anni Novanta e questo pensavo che sarebbe stato il Capitolo 1, perché da qualche parte dovevo pur cominciare però, proprio mentre lo scrivevo, mi sono reso conto che era necessaria almeno un’introduzione generale, prima di parlare del cosiddetto Jazz “moderno”, quindi il primo capitolo dovrà attendere e non sarà certo l’unica contraddizione... 


Il 1960 è sicuramente rimasto impresso nell’immaginario collettivo come il punto di svolta della nostra sgangherata società… Le Olimpiadi di Roma, il successo di Lascia o Raddoppia e de Il Musichiere, il trionfo della TV che già nel 1961 inaugura “addirittura” la seconda rete, il conseguente incremento dell’alfabetizzazione anche grazie alla trasmissione Non è mai troppo tardi del mitico Maestro Manzi, il miraggio del consumismo, la produzione industriale di automobili e grandi elettrodomestici in catena di montaggio (che in quell’anno si quadruplica facendo assegnare alla Lira l’Oscar di moneta più stabile dal Financial Times), la prima grande manifestazione pubblica per le strade di Genova, contro i missini aggiunti al Governo Tambroni, la consacrazione della Donna come nucleo centrale del focolare domestico (e null’altro, all’infuori di questo [sic!]), l’affermazione del “giovane” come target di mercato e l’esplosione del Cinema d’autore. Questo e tanto altro sembra essersi condensato in quella data comoda, rotonda e quasi rassicurante… 1960.


Ovviamente è una convenzione, come è stato per il Sessantotto, e sappiamo tutti che la spinta evolutiva è iniziata sicuramente prima, almeno nel 1953, quando nacque l’ENI e si è allungata fino a tutto il 1964, quando l’alleanza politica tra la DC e il PSI si concretizzò formalmente ed iniziarono a sgretolarsi i sogni di quei tanti che avevano partecipato a costruire fattivamente l’edilizia abitativa o le centinaia di migliaia di frigoriferi e che ora, nonostante i nuovi ritmi stressanti di rate e cambiali, non riuscivano a riempirli come sognavano… perfino la scena cult di quell’anno è un po’ posticcia, in quanto “l’esotica” Anitona, che attira Marcello, il belloccio, tra le correnti della passione ne La Dolce Vita, è in realtà un’interposta suggestione che Fellini ha avuto da una foto di Pierluigi Praturlon, che immortalò davvero la Ekberg nella fontana di Trevi nel settembre del 1958 per il Tempo, lo sapete, no?


Tutto questo, naturalmente, si è riflesso anche nel Jazz. 

E sì, perché se il 1960 potrebbe essere un punto cardine “comodo” per localizzare l’esplosione del Jazz nel nostro Belpaese, c’è da dire che per gli storici l’esordio su disco del Jazz moderno italiano porta il nome del Sestetto Be-Bop Gilberto Cuppini, e viene attribuito ad un paio di sedute d’incisione realizzate molto prima: la prima registrata nel Giugno del 1948 riporta A Night in Tunisia / Salt Peanuts e Bop Bop / Drums Be Bop e la seconda è del Marzo del 1949, quando un altro Sestetto, sempre guidato dal prolifico Cuppini, registrò altre due tracce, per me più memorabili e non per i titoli curiosi, questa volta con Giulio Libano alla tromba, Glauco Masetti al sax alto e Franco Pisano alla chitarra «quei due titoli li inventai mentre eravamo in sala d’incisione, ispirato ovviamente dai vari Ornithology e Anthropology scritti da Bird & Diz» [1]


Esophagus e Egyptology, questi i titoli del '49, suonano davvero nuovi, forse per l’assolo di Libano (un trombettista che non ha avuto ancora il suo posto nelle cronache) e soprattutto per quello di Pisano alla chitarra, o forse sarà per il drumming più energico di Cuppini, che sembra aver finalmente accantonato per un attimo la lezione arrotondata di Gene Krupa o per le sue vocalizzazioni, gridate timidamente ma con sincera enfasi… insomma, sarà per quel che sarà, fatto sta che tutto quello inciso fino a quel momento, d’incanto, suona irrimediabilmente più vecchio.


Oggi questi brani celebri di Parker & Gillespie sono degli standard, a volte anche triti e ritriti, ma all’epoca il be-bop non è che fosse così diffuso, anzi… «Grande scalpore ha suscitato dagli USA il fiero proclama con cui il direttore della rete radiofonica KMPC bandiva dai suoi microfoni la musica re-bop, detta anche (altrettanto nebulosamente) be-bop. Come i lettori di Musica e Jazz sanno, il vocabolo re-bop, che ha sostituito nel cuore dei tifosi americani il boogie woogie, dopo aver designato in un primo tempo lo stile ultradinamico e acrobatico del trombettista Dizzy Gillespie e del suo emulo, l’altosassofonista Charlie “Bird” Parker (re o be-bop è appunto il suono onomatopeico che vuol imitare gli scoppiettamenti di Dizzy), designa oggi tutto un genere musicale. Si tratta di lunghe e indiavolate sarabande, di vago sapore cannibalesco, che giungono ad un vero parossismo attraverso una serie di riffs incalzanti, quasi sempre inarticolatamente vocalizzati» [2].


Ora, se anche volessimo andare oltre gli strali del futuro Direttore della più nota rivista italiana (all’epoca MJ era sotto la direzione di Testoni), che in seguito ammorbidirà di molto il tono, è necessario ricordare che all’epoca le incisioni americane “moderne” circolavano poco e niente in Italia dove, per tutti gli anni Quaranta era tutto un boogie-woogie e la parte del leone la facevano i brani di La Rocca e Fats Waller o, quando andava bene, era tutto uno swisare sulle canzoni dei fratelli Gershwin o di Duke Ellington… 


Ancora nel 1948 giusto la Parlophon (etichetta tedesca fondata da Carl Lindstrom alla fine del ‘800 come produttrice di grammofoni, poi riconvertita a stampare supporti discografici) pubblicava alcuni nomi dello “stil bop nuovo” e fu solo nell’autunno di quello stesso anno che il mercato discografico italiano ebbe una vera scarica defibrillante rispetto alla contemporaneità, grazie anche a Walter Gürtler (nato a Basilea ma residente a Milano) ed alla sua Celson, che offrì una più vasta offerta di matrici Dial, Keynote o Vox sul mercato italiano. Ma gli altri non seguirono l’esempio… Solo nel 1955 la Fonit ristampò alcune di quelle matrici, come il Quintetto di Parker con Miles Davis del 1947, nella serie “Riviera Jazz”, che infatti fu salutata con clamore dai fans italiani, visto che i Celson erano praticamente introvabili già all’epoca.

Anche per questo è diventata consuetudine definire quelle tracce del Sestetto di Cuppini come la “miccia” che ha fatto esplodere il Jazz moderno in Italia.


La paternità di modernità attribuita da Mazzoletti a quella manciata di incisioni è quindi tecnicamente indiscutibile (anche perché è un autore tanto contestabile per impostazione, quanto bravo a fare il suo lavoro di ricercatore), però solo se si è tra quei pochi fortunati che hanno avuto l’occasione di ascoltare quelle rare tracce.


Fortunati dicevo, perché quelle registrazioni, incise una per facciata su dei rigidi 78 giri in gommalacca della Voce del Padrone, sono di difficile reperibilità persino oggi, figuriamoci all’epoca, quando i dischi non erano alla portata di tutti, soprattutto in un Paese uscito da poco dalla devastazione di una guerra mondiale e la “rete” era ancora lontana pur dall’essere immaginata… per dirla con le statistiche, le fonti riportano 1.000.000 di 78 giri venduti in Italia nel 1946 [3], quando i residenti saranno stati 45/46 milioni circa; un 2% di fortunati, quindi, ben sapendo che i 2/3 delle incisioni erano a stampo classico o “canzone” ed il Jazz non aveva certo la parte del protagonista. 

Per cui, se è innegabile che quelle date tra il 1948 e ‘49 sono un “punto di svolta” storico, è vero anche che restano un “dettaglio da collezionista”, un pruriginoso e pignolo appunto da “discografo”, senza pensare che la maggior parte di noi poveri, mortali e piccoli appassionati, potremmo non averne mai nemmeno visto le fattezze né, tantomeno, udito la sua voce.


Ecco perché io ritengo che la “bolla” del Jazz moderno dovrà attendere ancora qualche anno per essere definita tale, perché se è fuor di dubbio che la musica è un’Arte, è altresì innegabile che il suo sviluppo dipenda, in maniera più o meno direttamente proporzionale, dai mezzi di diffusione di massa, come per tutte le altre Arti, ed ha come conseguenza la penetrazione della stessa nei diversi strati sociali e l’affermazione nei vari interessi culturali delle persone, in uno scambio evolutivo reciproco.


Potremmo quindi dire che è con la più ampia diffusione del microsolco in vinile, che ancor oggi tutti conosciamo come il Long Playing, che la musica diventerà moderna?
Possibile, anche se personalmente ritengo che sarà il trionfo dei 45 giri, con la loro leggera, economica e ben più dinamica accessibilità che la nostra amata musica affronterà la pubertà, di pari passo col supporto che la trasmette e la contiene.

78-33 = Jazz moderno in Italia? questo sarà un altro capitolo.


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Podcast: Italian Jazz on Shellac 78rpm - from 1940 to '49

 
Note alla Selezione musicale:

01. On The Sunny Side Of The Street - I Sette della 013 di Piero Piccioni: Stelio Subelli (tp); Riccardo Rauchi (cl); Dasy Messana (tenor sax); Bruno Martino (p); Enzo Grillini (g); Werther Pierazzuoli (bass); Paolo Tagliaferri (drums) _ Rome 1945

02. Boogie Woogie Per Tre - Franco Mojoli (cl); Giampiero Boneschi (p); Claudio Gambarelli (drums); Roberto Nicolosi (arr) _ Milano, October 16, 1945

03. Exactly Like You - Nino Culasso (tp); Pietro Cottiglieri (cl); Jesus Pio (tenor sax); Eraldo Romanoni (p); Giuseppe Barenghi (g); Ubaldo Beduschi (bass); Claudio Gambarelli (drums); Roberto Nicolosi (arr) _ Milano, February 13, 1946

04. Improvvisazione (I Got Rhythm) - Gorni Kramer (accordeon); Ubaldo Beduschi (bass) - Milano, October 1941

05. Night In Tunisia - Nino Impallomeni (tp); Marcello Boschi (alto sax); Eraldo Volonté (tenor sax); Giorgio Gaslini (p); Antonio De Serio (bass); Gil Cuppini (drums) _ Milano, June 10, 1948

06. Salt Peanuts - as track #5

07. Esophagus - Giulio Libano (tp); Glauco Masetti (alto sax); Pino Spotti (p, arr); Franco Pisano (g, arr); Antonio De Serio (bass); Gil Cuppini (drums) _ Milano, March 25, 1949

08. Egyptology - as track #7

09. Stupendous - Glauco Masetti (alto sax); Gianfranco Intra (p); Beppe Termini (bass); Rodolfo Bonetto (drums) _ Milano, December 1949


[1] Gil Cuppini su “Il Jazz in Italia” di Adriano Mazzoletti – EDT 2010

[2] Arrigo Polillo - Musica Jazz, 20 luglio 1946

[3] Vito Vita “Musica Solida” – Miraggi edizioni, 2019

giovedì 25 febbraio 2021

Del buon Jazz e della cattiva sorte _ Prologo al Jazz in Italia 1960 / 1990


«Verrà la sorte e non avrà spietati occhi,
avrà più un ghigno unto sul muso
per ricordarti che sei solo un illuso»


Per ironia della Sig.ra di cui sopra, sorella minore della famigerata M. ma, non per questo, meno dolorosa, quando lavoravo come un pazzo per dodici ore al giorno, ero subissato di contatti e la mia cassetta delle lettere straboccava di nuove uscite letterarie/discografiche, al punto che, nel culmine dell’ansia da prestazione e nel rispetto degli autori, decisi di uscire dai votanti del Top Jazz, dichiarando apertamente che non avrei potuto dare seguito alle loro richieste sul blog e, pertanto, di interrompere gli invii.

Quando poi ho deciso di interrompere il vizioso circolo del produci/consuma/crepa, liberando così buona parte del mio tempo nell’intenzione di produrre contenuti più sani per me e diversamente utili per altri, la Sig.ra di cui sopra si è messa tutta in ghingheri, appunto, ed ha deciso d’impartirmi l’ennesima lezione facendo tabula rasa, o quasi, di tutto quello al quale avrei voluto dedicarmi a tempo pieno, sbattendomi in faccia l’amara considerazione che noi non siamo nemmeno i burattini di questo gioco più ampio (che almeno una maschera ed un ruolo ce l’hanno), ma più quei fili sottili e trasparenti che ogni tanto s’intravedono, per caso o per errore, tra l’inizio della storia e l’iposcenio.

Ma bando alle ciance noiose e malinconiche che, ne sono certo, ne avrete tutti le palle già piene e puntiamo al cuore del post!

Dal momento che immagino questa stasi come ancora lunga e tediosa, ho deciso di rinnovare il blog non con il solito post autoconclusivo, ma con una specie di poding a puntate di più ampio respiro (la fusione delle parole scopritela voi), tipo ‘no sceneggiatone RAI, se siete boomers o, una scoppiettante Serie TV, per quelli della Gen-X, provando a non sprecare tutte le energie al principio del guado, per godermi il panorama nel frattempo, pur se paludoso e, soprattutto, nel tentativo di colmare un buco bibliografico che è quello riferito al Jazz suonato ed inciso nel nostro Paese dai mitici anni Sessanta (dove inspiegabilmente si ferma la ricerca vergata da Mazzoletti, che ancor oggi è quella che scende più in profondità sul tema [sic!]), fino alla fine degli anni Novanta. 

Tre decadi in cui si sono strutturate le label più rappresentative in questo ambito, come HORO, DIRE, Black Saint o Splasc(H), solo per citarne alcune, in cui l’autoproduzione ha dimostrato di poter essere una via percorribile, anni in cui molti dei nostri talenti, oggi noti in tutto il mondo, hanno cominciato a muovere i loro primi passi per andare via di casa e diventare grandi, in cui c’è stato il vero boom culturale italiano, che non si è certo fermato ai rinomati Sixties. 

Trent’anni, fino a quegli anni Novanta dove l’interesse per il Jazz italiano sembra essersi poi sfibrato, spezzato (o, più semplicemente, andato in overdose). Eppure, anche dei successivi venti, fino ad oggi, insomma, ce ne sarebbe da dire… 

Ecco. 

Se oggi avevo iniziato a scrivere il primo capitoletto di questa storia, con l’intenzione di chiedervi se conoscevate Esophagus e Egyptology, due delle tracce con i titoli più curiosi del Jazz nostrano, il prologo è uscito fuori da solo prendendosi tutto lo spazio e lasciandomi ancora una volta in balia degli eventi che, se lo vorrete, si dipaneranno al prossimo capitolo. 

Forse. 


«Verrà senza notifiche né remind,
verrà a colpo sicuro
non perde tempo a scaldare gli ottoni, Lei
la sorte suona il tamburo»
Poeta anonimo e dilettante

giovedì 17 dicembre 2020

Sandro Brugnolini & Junior Dixieland Gang _ 1953 - 1954

 

Quello di Sandro Brugnolini è un caso, se non unico comunque abbastanza raro, in cui grazie alla passione, alla ricerca ed all’investimento di collezionisti ed appassionati, la musica di un autore, che ha composto/eseguito ben più della metà delle sue creazioni per colonne sonore su pellicola, sonorizzazioni di programmi TV non destinate alla vendita o sotto nick-name, ha raccolto la meritata considerazione mentre l’autore stesso era ancora in vita e non, come spesso ci troviamo a constatare, magnificandolo solo dopo la sua dipartita…

 


«È paradossale ciò che è accaduto negli ultimi anni. La riscoperta delle librerie musicali ci ha restituito un po’ di lustro a distanza di una vita. Ho avuto riconoscimenti che mai mi erano stati tributati, se non durante quel primo periodo jazz, in cui ero stato celebrato come uno tra i migliori interpreti in Italia. Una volta conclusa quell’esperienza, ciò che è venuto dopo non mi ha rilanciato, anzi, librerie musicali sono state un vero e proprio ‘mondo sommerso’. Oggigiorno, sull’onda del grande ritorno del vinile, sono stato come ‘riscoperto’ da nuovi editori e appassionati, con un brulicare di commenti positivi a favore del sottoscritto e di tanti colleghi musicisti troppo a lungo ignorati.»[1]

 


È quindi grazie a etichette quali DejaVù Records, Cinedelic Records, Four Flies Records e SonorMusic Editions, ai “diversamente giornalisti” e bloggers come Alessandro Casella de “Il Giaguaro”, Gianmarco Diana di “CinematiCA” o Marco Ferretti di “Souterraine” se oggi possiamo conoscere meglio le sue vicende musicali e, soprattutto, ascoltare tanta di questa musica che sarebbe stata irrimediabilmente perduta…

 

Io, dal mio piccolo, aggiungo giusto un altro tassello, probabilmente meno ricercato dei tanti “vinili oscuri” ma che riprende il racconto dal principio, dalla nascita discografica di quella “Gang” romana dedita alla musica di Leon Bix Beiderbecke e capitanata proprio da un giovanissimo Brugnolini e, in qualche modo, chiude il cerchio.



«fu proprio come accadeva nelle dorate favole dei film americani dell'epoca: il più importante critico di jazz, Arrigo Polillo, mi spedì a Roma il contratto per una serie di registrazioni con la mitica Columbia-Voce del Padrone-Pathè, dopo aver ascoltato una nostra prova incisa avventurosamente in casa di Alberto Collatina sul « Gelosino » di allora e speditagli senza alcuna speranza nemmeno di risposta. Registrammo i pezzi in una vecchia chiesa sconsacrata al centro di Milano, con i microfoni che pendevano dalle volte, le macchine in sacrestia e non senza problemi: al primo pezzo a Gianni Nardi cadde la penna dentro il foro della chitarra… si bloccò la registrazione e tutti a turno a cercare di sbattere quello strumento per farla uscire di nuovo… Poi, forse per l'emozione, per il fatto di essere al centro di una avventura musicale irripetibile, per l'ansia, per la responsabilità degli arrangiamenti e della direzione che ricadeva soprattutto su di me, a un certo punto mi mancò totalmente il fiato, non respiravo più e fu Nunzio Rotondo, grande nostro amico e maestro di tutti noi all'epoca, a massaggiarmi la schiena insieme con Polillo per farmi riprendere a suonare. Tutto questo accadde nel 1953. Dodici mesi dopo, la Fonit-Cetra ci richiamò per un’altra dozzina di tracce. Noi della Junior Dixieland Gang avevamo maturato un po’ di esperienza e, infatti, i nuovi brani erano arrangiati diversamente rispetto al passato, preludio a un nostro ‘cambiamento’ verso nuove sonorità. Se ascoltati oggi, è possibile comprenderne le differenze.»

So Long Sandro!

*****

JUNIOR DIXIELAND GANG – BIXIN’ THE BLUES













[1] BETWEEN UNDERGROUND AND OVERGROUND – Marco Ferretti intervista Sandro Brugnolini


sabato 18 aprile 2020

Lee Konitz & Stefano Bollani TenderLee (for Chet Baker)_ Live in Rome at La Palma, 1998



Ricordare i nomi ed i luoghi degli innumerevoli locali che a Roma aprivano e chiudevano partecipando a dare forma alla colonna sonora della mia “formazione” musicale è, forse, un gioco scemo dettato dalla nostalgia che ogni tanto, però, mi ritrovo inconsciamente a fare…

Potrei snocciolare i soliti nomi tipo Music Inn, Big Mama o Alexanderplatz, ma soprattutto i meno noti tipo Caffè Caruso o il Caffè Latino, dove ho visto Massimo Urbani spesso, anche se i ricordi più forti restano legati al Black Out, al Uonna, al Forte Prenestino, l’Akab, il Fonclea, il Brancaleone, l’Evolution, la Locanda Atlantide, il Circolo degli Artisti e persino il Qube ma, come dicevo, fare una lista senza aggiungere il calore di quei momenti è, e resterebbe, esercizio inutile di masturbazione privata mentale.


C’è un Club però al quale sono veramente affezionato… forse perché aprii le porte in maniera inaspettata praticamente sotto casa, forse perché permetteva di viverlo praticamente tutto l’anno, con i due palchi di cui uno all’aperto, forse perché alla fine degli anni Novanta diede vita ad una programmazione che nella Capitale mancava, portando con nonchalance nella periferia di Roma Est nomi tipo Elvin Jones, McCoy Tyner, Evan Parker, John Abercrombie, Roy Ayers, Cassandra Wilson, John Zorn, Jason Moran, Brad Mehldau ma anche organizzando vere e proprie maratone, come le  "carta bianca" di Enrico Rava e Paolo Fresu, il primo “piano solo” di Bollani  e tantissimi altri che non riesco nemmeno a ricordare… Il periodo d’oro de La Palma, andò dal 1998 al 2003, con la programmazione artistica di Flavio Severini. 


Io seguii molto da vicino quegli eventi, dall’inaugurazione almeno fino all’estate del 2000 quando, per un clamoroso errore giudiziario, un mio carissimo amico – e coinquilino nell’appartamento che avevamo “sopra” il Club -, fu accusato di partecipazione al tragico assassinio di Massimo D'Antona, con conseguenze devastanti per tutti noi e, ovviamente, per lui, che ne uscì finalmente “pulito” solo due anni e sette mesi dopo (avete letto bene), con un trafiletto di scuse che mai resse il confronto con le prime pagine di tuti i giornali di quasi tre anni prima.


Io, nel frattempo, avevo cambiato casa e quartiere (potete immaginare perché), Flavio Severini balzò all’Auditorium e la Palma chiuse i battenti nel 2007 ma questo, se la memoria non m’inganna, fu proprio uno dei concerti inaugurali del club, registrato alla bene e meglio e messo a disposizione del “tesoriere” Piangiarelli per la sua Philology qualche anno dopo.



Label: PHILOLOGY
Catalog#: W 163.2
Format: CD

Recorded LIVE in Rome at La Palma Club, December 5-6, 1998


Lee Konitz (alto sax, vocal #3)
Stefano Bollani (piano)
Pietro Ciancaglini (bass)
Fabrizio Sferra (drums, vocal #3)



Tracklisting:


1.     Blues for Chet – 10:28
2.     My Funny Valentine – 12:17
3.     Just Friends – 11:41
4.     It Could Happen To You 7:27
5.     But Not For Me – 10:38
6.     What’s New – 13:09
7.     I’ll Remember April – 12:25




lunedì 6 aprile 2020

PIERO UMILIANI Piccola Suite Americana per Quattro Ance - EP JAZZ IN ITALY CETRA, 1960


15/febbraio/1940 (giovedì)
…Sono andato a lezione di armonia dal signor Gigino; egli mi ha detto che se mi procuro dei versi e mi viene in mente un motivo potrei, col suo aiuto, comporre qualche canzonetta e poi portarla da un editore e farla pubblicare.
Le prime volte anche gratis e col tempo potrei anche guadagnare; comporre musica mi piacerebbe e, se riesco, da grande, oltre all'altre mie occupazioni, questa sarebbe quasi un divertimento e mi apporterebbe, ripeto se riuscissi, un discreto guadagno...” 


Questo, all’età di quattordici anni, annotava sul suo diario Piero Umiliani, uno dei più curiosi musicisti del ‘900, uno tra i più celebri compositori di colonne sonore note in tutto il mondo, un pianista elegante e di talento, un uomo intelligente e modesto che è stato, come tanti, prima un ragazzo con i suoi sogni.


Piccola Suite Americana per Quattro Ance è la prima “musica per immagini” di Umiliani (più conosciuto per la colonna de “I Soliti Ignoti” e, ancor di più, per la celebre Mah-Na’ Mah-Na’), e nasce per un documentario girato nel 1955 dai fratelli Taviani, I Pittori della Domenica. Il «piccolo capolavoro» è stato in seguito più volte ri-arrangiato ed inciso solo nel 1960, grazie all’interessamento di Piero Novelli e Nicola Cattedra, sul 45 giri della “mitica” serie Jazz in Italy della Cetra.


Questa suite, eseguita da Baldo Maestri al clarinetto, Marcello Boschi al sax alto, Gino Marinacci al sax baritono e Marcello Cianfanelli (#2 e #4) alternato con Ivan Vandor al sax tenore, è forse uno dei capitoli meno conosciuti della musica di Piero e conferma, oltre il coraggio di affrontare il “tema” attraverso forme inusuali, la volontà di affrancarsi da subito dalla consueta matrice jazz americana di Umiliani.



Jazz In Italy Vol.2


Label: CETRA
Catalog#: EPD 51
Format: EP

Recorded in Rome 1960, November 31



Baldo Maestri (cl),
Marcello Boschi (alto sax),
Gino Marinacci (b. sax)
Marcello Cianfanelli (tenor sax #2 e #4)
Ivan Vandor (tenor sax #1 e #3)



Tracklisting:

1.   Charleston – 1:35 
2.   Blues Passacaglia – 4:30



3.   Slow – 2:35
4.   Boogie-Woogie _ Invenzione a 4 Voci – 2:30



sabato 4 aprile 2020

THE EUROPEAN ALL STARS, Live at Berlin JazzFest 1961


Allora, c’è un turco, due svedesi ed un italiano… oltre ad un austriaco, un inglese, un tedesco, uno slavo - o, meglio, un bosniaco -, uno spagnolo, un francese ed un belga e, per finire, un norvegese ed un danese.



Non è una vecchia barzelletta, ma la registrazione di un concerto organizzato da Joachim-Ernst Berendt per il Festival jazz che si tenne alla Kongresshalle di Berlino nel maggio 1961, giusto qualche mese prima di quella folle linea di separazione che, con oltre 40 km di cemento e filo spinato, dividerà in due la città per i successivi trent’anni.



Perché lo condivido adesso? Non saprei... in effetti non è così raro, dal momento che è stato anche ristampato una sola volta nel 2012 e, al di là della nostalgia travolgente generata in questa strana bolla di sospensione virale (perché è ovvio che mancano anche a me gli incontri ed i viaggi), forse il vero motivo è più semplice ma non per questo meno prezioso e lo sintetizza meglio un caro amico, dal quale prendo in prestito il suo pensiero: «non è la distanza che separa le persone. È il silenzio




THE EUROPEAN ALL STARS 1961
Label: Telefunken
Catalog#: BLE 14206-P
Format: LP, 1961

Recorded in Stereo on May 21, 1961 at the Kongresshalle, Berlin

The European All Stars:
Hans Koller (Austria/ tenor sax), Arne Domnerus (Sweden/ alto sax),
Ronnie Ross (England/ baritone sax), Albert Mangelsdorff (Germany/ trombone),
Dusko Goykovich (Yugoslavia/ trumpet), Mufay Falay (Turkey/ trumpet),
Tete Montoliu (Spain/ piano), Martial Solal (France/ piano),
Franco Cerri (Italy/ guitar), Sadi (Belgium/ vibraphone),
Erik Amundsen (Norway/ bass), William Schiöpffe (Denmark/ drums) &
Monica Zetterlund (Sweden/ vocals on #6 )

*****
OTHER RELEASES
Label: Sonorama
Catalog#: L-67/C-67
Format: LP/CD, 2012 



TRACK LIST

01. Haitian' Fightsong - 3:40 [Mingus]
02. Gone With The Wind - 6:25 [Magidson/ Wrubel]
03. Hittin` The Blues - 5:55 [Sadi]
04. Blue Monk - 5:26 [Monk]


05. Avertissez-moi - 3:07 [Solal]
06. Am I Blue - 3:37 [Akst/ Clarke]
07. That Old Devil Love - 5:23 [Roberts]
08. 3 + 3 - 6:33 [Boland]
09. High Notes - 3:57 [Boland]