lunedì 12 gennaio 2015

Armando Trovajoli suona... Ciao, Rudy _ 1967


«Giovannini era più attaccato a Rugantino, Garinei sotto sotto preferiva Ciao Rudy perché gli piaceva il mondo di Fred Astaire. Ma lì ci fu una convergenza di fattori speciali. Il Sistina in quel momento sembrava davvero Broadway, c'erano le scene geniali di Coltellacci, un cast superlativo: Paola Borboni, Giusi Raspani Dandolo, Paola Pitagora, Giuliana Lojodice e poi ovviamente Mastroianni che, non dimentichiamolo, veniva da La dolce vita e da 8 e ½. In Ciao Rudy cantava, ballava, era quanto di più alto si potesse avere su un palcoscenico. Al punto che non è stato più possibile rifarlo»


«Per Garinei era un tormentone, ogni tanto mi convocava e mi proponeva un personaggio, ma alla fine non se ne faceva niente. Nessuno poteva prendere il posto di Mastroianni. Basta pensare a quando entrava in scena al momento di pensare a Quattro palmi di terra in California, che Rudy nello spettacolo immaginava come il luogo dove sarebbe stato sepolto. Mi ricordo che alla sera del debutto, dietro le quinte, Garinei piangeva. Io che lo chiamavo Torquemada, perché era impassibile, non si lasciava mai andare, rimasi di stucco.
Ciao Rudy toccò qualcosa di profondo che lo commosse fino alle lacrime».

Armando Trovajoli a Gino Castaldo, 18 maggio 2008



Credits:

Label: Vik
Catalog#: KLVP 161
Format: LP
Country: Italy
Released: 1967

Armando Trovajoli (piano),
Carlo Pes (guitar),
Maurizio Majorana (bass),
Roberto Podio (drums)



Tracklist :


A1. Ciao, Rudy – 4’55”
A2. Quattro Palmi Di Terra In California – 3’40”
A3. Abbiamo Julio – 3’44”
A4. Questo Si Chiama Amore – 6’14”
A5. Valentino Tango – 4’09”




B1. Gente Matta – 3’55”
B2. Così È Lui – 4’26”
B3. Il Mio Nome – 3’20”
B4. Piaceva Alle Donne – 3’49”

B5. Il Proibizionismo - 3‘27”



venerdì 26 dicembre 2014

Bruce Johnson & Enrico Rava - Sea Serpent _ DIRE 1973


«Mi scrisse un organizzatore da Torino. Ero interessato a fare una tournée in Italia? Un paio si settimane. Niente di che. Qualche club, un paio di piccoli teatri, una discoteca. Sì, ero interessato. Avrei portato un quartetto con Bruce Johnson e Chip White, chitarra e batteria. Al basso avrei chiesto al mio amico Melis di prendersi un paio di settimane di vacanza dal lavoro. Bruce, un po' più piccolo di me, tracagnotto, ma tosto che più tosto non si può, era uno strano miscuglio di forza fisica, violenza ed estrema sensibilità. Nero, era cresciuto in mezzo alle gang dei sobborghi newyorchesi e ne era uscito vivo. Eccellente chitarrista, tutti i lunedì suonava nell'orchestra di Gil Evans, che aveva di lui la massima stima. Si era anche fatto una cultura da autodidatta leggendo i testi più disparati: letteratura, saggi, trattati di filosofia. Una persona veramente notevole. Eravamo diventati molto amici. Per un certo periodo forse è stato il mio miglior amico in città. L'unico problema era che si poteva accendere come un fiammifero non appena percepiva, anche a torto, un vaghissimo accenno di aggressività nei suoi confronti. A quel punto perdeva il controllo. Quando vedevo la cornea dei suoi occhi arrossarsi, eccolo là, mi dicevo, si salvi chi può. [...]

La prima sera a Torino allo Swing Club c'era una folla da non credersi. I giornali, “La Stampa" in testa, avevano presentato l'evento come qualcosa di eccezionale e la gente aveva risposto. Marcello e i ragazzi s'intendevano perfettamente e tra lui e Bruce era nata immediatamente una grande amicizia. La musica funzionava e ci divertivamo come matti. Avevo scritto dei temi semplici, difficili da dimenticare, che fornivano un'ottima base per le nostre improvvisazioni. Niente arrangiamenti, ciascuno doveva trovarsi il suo spazio. Un po' come se avessimo dovuto dipingere collettivamente una parete. Ognuno aggiungeva o toglieva quello che era necessario. Un po' il metodo che ancora oggi applico ancora alla mia musica e che mi permette di non fare mai un concerto uguale all'altro. Prima della fine del tour incidemmo per la Fonit Cetra il primo disco a mio nome: Il Giro del Giorno in 80 Mondi. Le cose erano andate così bene che da subito gli organizzatori si misero a lavorare per un tour molto più intenso per l'anno seguente»


«Per il mio secondo giro in Italia avevo cambiato alcune cose. Tanto per cominciare Marcello Melis non ci sarebbe stato perché in missione per lavoro. Inoltre, avevo conosciuto un giovane chitarrista che si avvicinava molto più di Bruce Johnson al sound che avevo in mente. Avevamo fatto insieme parecchie serate in club, senza contare le jam session. Si chiamava John Abercrombie ed era sul punto di diventare uno dei maggiori chitarristi del suo tempo. Subiva ancora molto l'influenza di John McLaughlin, ma se ne sarebbe liberato nel giro di pochissimo tempo. Mi dispiaceva però lasciare a casa Bruce. Alla fine, con una di quelle non decisioni alla Ponzio Pilato, decisi di portarli entrambi. Si sarebbero alternati alla chitarra ed al basso elettrico.
Si parte da Milano, al Jazz Power. Era un bellissimo club, molto grande, al primo piano di un palazzo in Piazza del Duomo. La musica era molto più elettrica dell'anno precedente, anche se l'idea più o meno era la stessa. Avevo pascato nel repertorio di Uña Ramos un brano della tradizione boliviana, Katcharpari, e gli avevo dato un sound molto contemporaneo. C'era sicuramente parecchio del Miles elettrico in quello che facevamo, ma riascoltandolo ora mi accorgo che la musica era abbastanza originale. Il Jazz Power pieno come un uovo era decisamente uno spettacolo. La prima sera venne il critico Giacomo Pellicciotti che s'innamorò della band e, grazie ai suoi contatti con l'etichetta tedesca Mps (emanazione della BASF), mi propose di registrare un LP per loro. Qualche giorno dopo eravamo in studio e in una sola giornata avevamo inciso tutto. Come un live. Per la copertina Giacomo aveva cooptato un giovane grafico argentino, Ariel Soulé. [...]

La cover, un mix tra lo psichedelico e l'etnico, si rilevò un capolavoro e insieme al titolo, Katcharpari, avrebbe contribuito notevolmente al successo del disco, tanto che in Germania risulterà a un certo punto il disco del mese e in Inghilterra otterrà una recensione favolosa di Steve Lake sul "Melody Maker" »

Enrico Rava “Incontri con Musicisti Straordinari”, Feltrinelli 2011


Forse non molti sanno che durante quel secondo tour italiano del 1973, oltreché registrare il famoso Katcharpari, il quartetto di Enrico Rava, con un paio di ospiti aggiunti, incise alcune tracce a nome di Bruce Johnson rimaste nei cassetti di Tito Fontana, patron della milanese DIRE, per più di sette anni. Il disco fu dato alle stampe solo nel 1980, con il titolo di Sea Serpent, traccia che, curiosamente, apre il Lato B dell'omonimo LP, forse per via della poca omogeneità delle registrazioni o per via di una pratica, purtroppo comune, che prevedeva di registrare il più possibile quando capitava e di aspettare poi il momento giusto per immettere sul mercato le incisioni. Nello specifico, diversi nastri della DIRE sono confluiti poi in altre etichette, come nel caso della SPLASC(H).

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Credits:

Label: DIRE [Silverline]
Catalog#: FO 353
Format: LP
Country: Italy
Recorded: Milan, Febbruary 1973
Released: 1980


Bruce Johnson 
(guitar, 12-string g., vibraphone, bass g., piano, el. p., drums, voc., arr.),
Enrico Rava (trumpet),
John Abercrombie (guitar, bass g.),
Chip White (drums),
Hugo Heredia (tenor sax, flute),
Bonnie Brown (vocals & recitation on #A2



Tracklist :


A1. The Storm (Prelude/Storm/Calm/Peace) 5'10"
A2. Astral Child - 1'39"
A3. Look What You've Done To Me - 1'13"
A4. Montivia - 8'45"
A5. Flamencito - 2'03"



B1. Sea Serpent - 8'00"
B2. Blind Man From The Delta - 1'53"
B3. Flashes - 5'25" 
B4. Blues for Wes - 4'20"



lunedì 8 dicembre 2014

Enrico Rava - KATCHARPARI _ 1973


«Insomma, New York è ancora e sempre il centro vitale del jazz?»

«Non può esserci dubbio, il jazz è una cosa americana, anzi, per essere più esatti, negroamericana, ed è, per me e non solo per me, il più importante fatto musicale del secolo. Ed è a NY che lo si può vivere. Io, se debbo dire la verità, non è che mi trovi poi troppo bene, che ami vivere in questa città, che è un mondo in un mondo, anche se ha degli aspetti veramente affascinanti. Ma solo a New York ci si può sentire in un certo modo, la vita che vivi ti spinge, con non so che cosa, ad un certo tipo di suono. Vedi, mi dai lo spunto per dire una cosa. È inutile che continuiamo a raccontarci le favole del “jazz all’italiana” o, che so, del “jazz alla polacca”, ecco. Il jazz, non c’è niente da fare, è lì, è lì che è nato veramente (non dimentico certo New Orleans o Chicago) ma è lì che è diventato patrimonio musicale di tutto il mondo, e oggi, e sempre, non può essere che lì. Non so, anche a Los Angeles c’è jazz, ma è jazz condizionato all’industria cinematografica, capisci? Quincy Jones, per esempio, a me piace molto, però là fa musica per film, non fa jazz. E così altri, come Don Ellis, ecc. a NY no, tu fai jazz. Ornette, per esempio, incise a Los Angeles, con Don Cherry, i suoi primi dischi, ma fu a New York che realizzò Free Jazz con il suo doppio quartetto, non è così?»

Da “Quattro Chiacchiere con Enrico Rava”, di Gian Carlo Roncaglia, Musica Jazz del novembre 1972


Credits:

Label: BASF
Catalog#: Z 23311
Format: LP
Country: Italy
Produced by Giacomo Pellicciotti
Recorded: Milan January 30th 1973
Cover by Ariel Soulé


Enrico Rava (trumpet, vocal, bells),
John Abercrombie (el. guitar), 
Bruce Johnson (bass guitar),
Chip "Superfly" White (drums)

Tracklist :


A1 - Bunny's Pie (E. Rava) - 2'00"
A2 - Trial n°5 (E. Rava) - 6'10"
A3 - Dimenticare Stanca (E. Rava) - 9'07"



B1 - Katcharpari (El Inca) - 4'02"
B2 - Fluid Connection (E. Rava) - 5'40"
B3 - Cheerin' Cherry (E. Rava) - 9'27"
B4 - Peace (B. Johnson) - 1'30"



domenica 30 novembre 2014

LooP _ Frederic Rzewski - The People United Will Never Be Defeated

36 VARIAZIONI SUL TEMA: “EL PUEBLO UNIDO JAMAS SERA VENCIDO”


Ogni tanto mi ritrovo,
smarrito in qualche spazio che non somiglia nemmeno lontanamente a come lo avevo immaginato

perso tra i riflessi del passato,
le azioni convulse del presente
ed appena qualche flash in futurama.


Ogni tanto mi perdo,
a rincorrere la vita su una ruota di plastica,
le emozioni scandite e ripetute come in una posologia antibiotica.

Ma almeno non mi vendo per una manciata di noccioline,
preferisco spaccarmi le unghie, io,
al limite scelgo di farmi scoppiare il cuore.


Perso...
ogni tanto mi perdo,
e poi mi ritrovo piangendo a guardare me stesso dal di fuori della gabbia.

E per questo sono vivo,
nonostante il cigolìo.


LooPlùup› [s.ingl. "cappio", usato in it. come s.m.] [LSF] 
- Nome di oggetti o strutture schematizzabili come linee chiuse o anelli.  
- Insieme di istruzioni che, all’interno di un programma, viene ripetuto ciclicamente fino al conseguimento del risultato voluto

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Art by José Muñoz
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Credits:

Label: Edizioni Cultura Popolare
Catalog#: VPA 114
Format: LP
Country: Italy
Recorded at REGSON Studio (Zanibelli's studio), Milan
Released 1977, Feb 10th


Frederic Rzewski (piano)

Tracklist :


The People United Will Never Be Defeated - 22'27"



The People United Will Never Be Defeated - 24'34"


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I would like to dedicate this post to my friend Pierre Crépon,
with a enormous delay, 
but with the highest respect for his passion!


domenica 7 settembre 2014

Massimo Urbani _ L'Avanguardia è nei Sentimenti - Arcana Jazz 2014



Finalmente è uscito!

In questi giorni è in libreria per i tipi di Arcana, nella collana Jazz diretta da Vincenzo Martorella, la seconda edizione del fondamentale libro che Carola De Scipio aveva dedicato a Massimo Urbani, oramai quindici anni fa.

Lavoro indispensabile già in origine, non solo perchè era praticamente l'unico profilo del sassofonista romano, interessante non solamente per la scelta di utilizzare le tante testimonianze di chi aveva conosciuto, frequentato o suonato con Massimo, "L'Avanguardia è nei Sentimenti" era uno dei più affascinanti ritratti in jazz per via di quella regia unica che l'autrice era riuscita ad ottenere orchestrando le tante voci raccolte, strutturando i vari periodi in una storica architettura complessiva ed armonizzando le emozioni, contrastanti ma sempre toccanti, che la fiammeggiante meteora di Massimo Urbani aveva riflesso sul popolo del jazz.



Libro basilare, dicevo, che in questa nuova veste è diventato bellissimo:
una forma più adeguata, sia in leggibilità che in ordinamento grafico, cinque nuove voci aggiunte al coro (Carlo Atti, Roberto Del Piano, Gaetano Liguori, Carla Marcotulli, Pietro Tonolo), moltissime fotografie inedite di Roberto Masotti che ci regalano una più sfaccettata immagine del nostro, anzi un vero vibrante ritratto, ed una discografia aggiornata al 2014 che tenta di fare ordine e di dare il giusto rilievo attraverso i documenti sonori official o meno, nella storia musicale di Massimo Urbani.

La discografia è curata da me, ma non è questo il motivo che mi spinge a raccontare questo libro sulle pagine del mio blog. Ho amato quel testo da subito, l'ho apprezzato per la sua forma d'istantanea senza giudizio alcuno, l'ho letto, consultato, sfogliato e riletto come si fa con un saggio o con un libro di poesie e, già nel settembre del 2008, l'avevo utilizzato come base reale di un racconto immaginario che oggi ripubblico per l'occasione.

Non perdetevi questa seconda chance per avvicinarvi nel profondo ad uno dei più appassionanti musicisti del jazz.


IL BORGATARO DELLE STELLE

Stranamente, non c'era musica nell'aria.
Nella stanza solo una forte luce biancastra, che illuminava i mucchi di panni sporchi e le bottiglie vuote lasciate sul pavimento.
Massimo distolse gli occhi dalle crepe che disegnavano il soffitto,
si alzò dal letto e in un attimo fu di fronte alla finestra.

Nonostante fosse la fine di Giugno, sulle finestre c’erano ancora le buste di plastica che Ivano aveva fissato con il nastro adesivo, per non fare entrare il freddo. Un gesto semplice che dimostrava amicizia e protezione. "My Brother", pensò, sentendo l'emozione salirgli dal petto come una marea. Era passato molto tempo dall’ultima volta che si erano incontrati, troppo.


Massimo guardò quel telo di plastica che vibrava al vento e trasformava la luce del sole in una nebulosa biancastra e innaturale, come quella di certi ospedali o quella artificiale che si usava nei teatri. Niente di più lontano da quegli ambienti morbidi di penombra in cui amava suonare.
Gli passò per la mente che quella poteva essere la luce che molti raccontano di aver visto in fondo al tunnel della vita.

Rimase lì, ad ascoltare il ritmo del vento, delicato come un sussurro di spazzole, e decise di lasciarlo andare ancora un po’. Yeah, che almeno quella busta spezzasse quell’ovattato silenzio.


Si voltò e fece lo stesso percorso per tornare a letto, pensando che in quei giorni sarebbe dovuta iniziare la stagione estiva dei concerti romani, in quei locali all’aperto che prima lo avevano accolto come un grande del Jazz, con gli amici che accorrevano per sentirlo suonare e gli organizzatori che gli offrivano da bere e gli preparavano magici incontri con le stelle d’oltreoceano.
“Urbani, l’enfant prodige”
“Massimo, la rivelazione del Jazz italiano”.
“La precoce genialità di Massimo Urbani”


Ora sembrava che nessuno volesse più ascoltare le storie che raccontava con il suo sax, pareva che tutti lo evitassero, che la sua musica fosse troppo imprevedibile e diretta, proprio come la sua vita.

Finalmente raggiunse il letto, anche se gli sembrò di averci impiegato un’infinità di tempo.
Guardò il telefono a lungo, come per trovare una risposta a nessuna domanda, ma quello restò muto, inutilmente presente sul pavimento.
Massimo allora si sdraiò e decise di aspettare,
di aspettare ancora un po’.


I don’t know why but I’m feeling so sad
I long to try something I never had
Never had no kissin’
Oh, what I’ve been missin’
Lover man, oh, where can you be?
.


Riaprì gli occhi di colpo, come se qualcuno lo avesse chiamato, ma la stanza era sempre vuota, ora tinta di un giallo caldo per via del giorno che volgeva al termine.
Si mise seduto sul letto, raccolse un uovo sodo dal pentolino vicino al telefono, ed iniziò a sbucciarlo.

Quanto tempo era passato da prima?

Strano concetto il tempo, per lui che ne aveva uno interno dalle mille cadenze, sempre nuovo e irriconoscibile ai più.
Sorrise ricordandosi la faccia di Enrico, che una volta gli regalò un orologio, al quale lui chiese un manuale per farlo funzionare.
Enrico si che gli voleva bene, lo accettava così com’era, lo aveva spinto a credere in se stesso, l’aveva portato in America, gli aveva fatto incidere il suo primo disco con Calvin e Nestor, quella ritmica americana che era tutta un’altra cosa.
Enrico era come un fratello maggiore, “e c’aveva er feeling”,  pensò.
Finalmente qualcuno che si prendeva cura di lui, mica come Giorgio, il professorone, che si voleva prendere più i meriti della sua musica che altro.
Enrico, caro Enrico, era ieri o vent’anni fa?


Prese un bottiglia, senza scegliere, soppesando solo il contenuto e ingurgitò tre, quattro sorsate come fosse acqua.
Ma quel liquido denso gli strinse lo stomaco, e lo convinse a raggiungere nuovamente la finestra per guardare in faccia il sole, prima che questo andasse a morire.
Tolse la busta di plastica, scusandosi quasi con Ivano, che tanto amore aveva impiegato per stenderla da tutte le parti e, all’improvviso, il cielo di Roma gli si svelò davanti.


I suoi occhi toccavano piazza Guadalupe, che sembrava piccola e delicata, protetta da una cinta di alberi, più in là seguivano il ritmo incessante che scorreva su via Trionfale e lassù, proprio vicino al cielo, c'era Monte Mario, dove si andava a vedere le stelle.
Questo lo fece stare bene, per qualche ora o pochi minuti, sorridendo la sua gioia in faccia al sole, che ora era rosso, grosso e basso come una bolla di fuoco spuntata là, dove finisce la città.

“Il più bel posto del mondo” disse ad alta voce e, subito, si stupì del suono della sua stessa voce, che era sempre stata alta, delicata e anomala per il suo corpo ma ora, più che mai, sembrava appartenere ad un altro. Forse era perché non la sentiva da troppo tempo?
O forse perché qualcosa era davvero cambiato dentro?


Questo lo rese agitato.

Lui che aveva sempre improvvisato, pensando di non essere più se stesso, divenne furioso.
Correndo da un angolo all’altro della stanza cercò tra i cumoli di roba sparsi sul pavimento, calpestò i suoi dischi, distrusse bicchieri, buttò all’aria i libri di studio, rovesciò il letto, spostò mille e mille buste di rifiuti e poi, finalmente, in un angolo vuoto, trovò il suo strumento. Lo afferrò, corse fuori e salendo le scale, in un attimo, fu sul terrazzo dove il cielo sembrava più vicino ed il sole era ancora alto. I tasti disegnavano una geografia familiare sotto le sue dita, perfettamente delineati, in ordine e sempre al loro posto. Imboccò lo strumento senza alcuna accortezza e, quando iniziò a soffiare, tutto si calmò.

Il blues era una medicina fantastica e la sua voce, unica e ineguagliabile, non lo aveva abbandonato, era rimasta con lui.
Lei non lo avrebbe lasciato mai.

The night is cold and I’m so alone
I’d give my soul just to call you my own
Got a moon above me
But no one to love me
Lover man, oh, where can you be?


All’inizio delineò piano una melodia, solo per Lui e per il suo strumento. Poi, in crescendo la portò in alto, soffiando con forza tutto il suo amore per la tradizione, omaggiando i Maestri suoi amici con l’uso delle loro frasi, con la forma appena accennata dei loro ricordi. Una dedica così bella e toccante che tutti i passanti si fermarono ad ascoltare. Poi, come aveva sempre fatto, cercò la propria via, dolorosamente e con la stessa facilità e naturalezza che aveva nel respirare.

La melodia esplose, frastagliata in mille schegge lucenti ed in ognuna si percepiva la tensione, la partecipazione, la fatica fatta di sangue e di sudore, l’amore che Massimo nutriva per il suono. Lottò duramente con il suo pensiero veloce come il lampo e sfinì le sue dita, perse nell’inseguimento di un sogno irraggiungibile, quello di un ragazzo di Monte Mario che voleva suonare a tutti i costi il Jazz.


La disperazione si manifestò con un grido alto, caldo e metallico allo stesso tempo, che fece fermare tutte le persone, al di là dei confini del quartiere, del paese o di questo mondo, chiedendosi da dove arrivava tanta bellezza, da dove nasceva tanto amore.
Domandandosi nell'intimo come si poteva sopportare tanto dolore.

Suonò per un tempo interminabile, per il mare e per il sole, per la luna e per le stelle, con gli occhi rivolti al cielo e lo strumento lontano dal corpo, che andava verso l’alto come se dovesse spiccare il volo. Solo il suo peso corporeo lo teneva ancorato su questa terra, come una zavorra, come uno scomodo ostacolo.
La sua voce, il suo soffio, la sua musica tutta era di un altro pianeta e sembrava volesse tornare a casa. Suonò per Bird, suonò per Trane e per il povero Albert, pensò a Sonny ed al caro Larry, che erano tutti lì con lui, che erano lì per Lui.


A quel punto, per un momento dispensato dal dolore, piegò la melodia su se stessa, che tornò all’origine, toccando con morbide linee quelle frasi che tanti avevano suonato, donando un corpo nuovo ad un abito usato e, con dolcezza, terminò la frase da cui era partito.
L'aria era carica di una tensione incredibile, tangibile, visiva, come ogni volta che Massimo imboccava il sax.

Nonostante avesse suonato con una dolcezza inaudita, scegliendo le parole più semplici per raccontare dal profondo le emozioni ed i sentimenti, si percepiva che il dolore era sempre dietro l'angolo, si sentiva che la rabbia era sempre in agguato, pronti ad assalire lui e la coscienza di tutti quelli che, anche per caso, si trovavano a sfiorare la sua persona.


Il silenzio che seguì era argenteo, elettrico come quell’istante indefinibile che nasce tra la fine della canzone e l’inizio dell’applauso, che appartiene ancora alla musica ed al suo creatore, ma è già di pubblico dominio. Nessun rumore, anche il vento si era fermato.
Tutto rimase attonito, sospeso da questa vita comune in un attimo di Poesia creativa, in silenzioso rispetto al cospetto del suo creatore.

Nessun applauso.

Massimo aprì gli occhi e, infatti, non vide nessuno.
Quando staccò lo strumento dal suo corpo, il sole era ancora lì, ora meno caldo e appena un poco più basso, come se fossero passati solo pochi minuti.
Non era cambiato niente, era cambiato tutto.
Massimo sentì tramontare la vita dentro.
Da quanto tempo durava?
Trentasei anni o un giorno??
Se anche avesse avuto ancora tempo, sarebbe stato capace di raccontare altro, Lui che non avrebbe mai suonato la stessa cosa per due sere di seguito?

I’ve heard it said
That the thrill of romance
Can be like a heavenly dream
I go to bed with a prayer
That you’ll make love to me
Strange as it seems


Venne quel momento della giornata in cui è già tardi per cenare ed è ancora presto per andare a bere con gli amici.
Massimo aveva sempre mangiato male, scegliendo a caso come senza alcuna direzione. Solo la pasta alla carbonara aveva un posto di privilegio nei suoi gusti, ma ora non mangiava quasi più.
Prese un’altra bottiglia qualunque, si riempì un bicchiere di cartone fino all’orlo, bevve in un solo sorso e decise di uscire, da solo.
In fondo la solitudine lo aveva sempre accompagnato nella sua musica.



Appena sceso in strada riconobbe l’odore del suo quartiere.
Lui era cresciuto lì, ma non su via Balduina o in via Cortina d’Ampezzo, la parte dove ci sono le case dei dottori e degli avvocati, con i portieri in livrea e le sbarre dappertutto.
No, lui era nato nelle case popolari di Monte Mario, e ne era orgoglioso.
Dalla fine di via Aristide Gabelli, dove abitava ora, ci metteva due minuti a piedi per raggiungere piazza di Nostra Signora di Guadalupe, il centro del quartiere, il centro del mondo per Massimo. Quante volte si era seduto su quelle panchine, sotto gli alberi della piazzetta con Chet Baker, Don Cherry, con Dave Liebman o Sal Nistico.

Ma oggi non c’era nessuno seduto vicino a Lui e questo non gli piaceva.
Pensò allora di andare dal sor Antonio, “er man” del “bar delle palmette”, che anche se era li per vendere, una parola per Massimo la trovava sempre.
Si alzò dalla panchina, attraversò la piccola piazza e subito, all’inizio di via Augusto Conti, trovò il bar.


L’insegna al neon disegnava “Sissi Bar” con una luce viola che non poté fare a meno di notare. “Sissi Bar”, così c’era scritto, e dentro del sor Antonio neanche l’ombra. Sedette ugualmente al bancone, ordinò da bere e si guardò intorno.
Niente, non riconosceva niente di quel posto.
E si che c’era stato mille volte con Ivano, lo zio Luciano e gli amici del quartiere.

Massimo pensò che era colpa sua.
Pensò che ci aveva messo troppo ad attraversare la piazza, che il tempo, il Suo tempo, non era come quello degli altri, e che lo portava su e giù per i piani della vita come un ascensore impazzito, a volte troppo velocemente o, altre volte, lasciandolo inesorabilmente indietro.


Il tempo era il padrone della melodia della sua vita.
Come quella volta che con Furio, Luigi e Paolo decisero di mettere su un gruppo. Passavano gli anni ed i giorni a suonare, a bere Campari con Gin, a parlare di Chet o di Dexter. Grazie ad Alberto Alberti questi quattro amici suonavano nei festival più importanti e si trovavano a dividere il palcoscenico con Freddie Hubbard o Jack DeJohnette o Woody Shaw. Fecero un disco molto bello con l’etichetta di Sergio Veschi e affittarono perfino una stanza a Procida per starsene un po’ al mare.

A ricordarlo ora sembra un sacco di tempo passato insieme, mentre lo vivevano sarà durato un attimo.
Il tempo è un grande improvvisatore, pensò Massimo, mai uguale a se stesso.

Uscì da quel bar sconosciuto da sempre e tornò in piazza, questa volta contando i passi.
Scelse un panchina, dal momento che erano tutte vuote e stette lì, a guardare la vita.
Passò una signora grassoccia con le scarpe troppo larghe e una macchina della polizia.
Tutto lì.

Someday we’ll meet
And you’ll dry all my tears
Then whisper sweet
Little things in my ear
Hugging and a-kissing
Oh, what I’ve been missing
Lover man, oh, where can you be?


“Tancredi, Di Bartolomei, Nela, Vierchowod, Maldera, Falçao, Prohaska, Ancelotti, Iorio, Pruzzo e Bruno Conti, che è il più Jazz di tutti…”

A questo pensava quando si sentì chiamare per nome.
“Massimo, Massimò…”
Sorpreso e felice di ascoltare il suono del suo nome ancora una volta, aprì gli occhi e si trovò davanti un ragazzo di cent’anni che gli sorrideva con la pelle della faccia accartocciata sul teschio e appena qualche dente in bocca.
“Sò Italo, er fratello piccolo dei Ruscio, te ricordi?”
Massimo guardò quel viso come si osserva un complicato reticolo di linee aerospaziali, con la stessa attenzione di quando si studia una cartina stradale.
“cioè, sei er pulcetta ?” disse non credendo alla sua stessa, infallibile, memoria che ricordava quel vecchio, appena un attimo fa, come un ragazzino di dieci anni che giocava a pallone in piazza con i calzoni corti.
“e si, so io. Mà, nun è che c’avresti venti sacchi pe comprà un po’ de robba a mezzi, eh Massimè?”


La “robba”.
Lui non ci pensava sempre, ma ora sembrava l’unico aggancio per non restare solo, un pretesto per dividere un po’ di tempo insieme con qualcuno, una lieve medicazione per assopire almeno un po’ il dolore dei suoi ricordi.

“si, vabbè, tiè stì ventisacchi, però nun ce vado io a compràlla, vacce tu, io t’aspetto a casa de mì madre, che lì mò nun c'è più nessuno...”

Massimo si alzò dalla panchina, tirandosi su i jeans sempre un po’ corti e s’incamminò senza salutare, 'chè quello, per lui, in fondo non era nessuno.
Poi si voltò e sorridendo appena disse forte “ciao purcè…” che oggi per lui, quello lì era tutto.


Uscendo dalla piazza passò davanti alla chiesa.
Era lì che aveva cominciato a suonare, a dodici o tredici anni, con la banda di Monte Mario, in quello stanzone dove Jeannot lo sentì suonare il sax e gli disse "continua, e sarai il migliore del mondo".
Nel cortile guardò con affetto i giochi colorati dei bambini e, per un attimo, pensò a Valentina, che stava a Bologna ed alla faccia che avrebbe potuto avere il piccolo Massimetto, il figlio che la sua donna portava in grembo.
Non pensò ad altro aprendo l’ennesimo pacchetto di sigarette, questa volta senza distruggerlo. Restò qualche momento stupito e commosso di tanta delicatezza.


Proseguì per qualche passo sulla sua vita, passando per via Augusto Conti, per poi girare subito a sinistra in via Agostino Dati, verso casa. Lì, proprio all’inizio, c’è sempre stato un negozietto di dischi, ed allora gli venne in mente quando in vetrina trovò “360° AEUTOPIA”, il suo disco con Beaver, Cameron e Ron al piano.

Forse la più bella macchina ritmica che avesse mai guidato.

Pensando al titolo non poté fare a meno di sorridere amaramente davanti ai grandi giochi del destino, crudele e beffardo.
Ora, in quella vetrina, non solo non trovava più il suo nome, ora lì non c’era proprio più niente. Provò meno dolore quando si accorse di non riuscire a vedere neanche la sua immagine riflessa.
Il vetro rifletteva solo la strada, le macchine parcheggiate ed una fontanella dalla quale non usciva più niente.
Provò anche ad alzare il braccio, come per un saluto, per confermare quello che nella sua testa già pensava.

Il vetro, rimasto vuoto e impassibile, lo spinse con più fretta verso casa.


Arrivato sotto le palazzine, si fermò al primo portone, guardando la finestra del primo piano. Lì ci abitava Ivano.
La luce era accesa e, dalle persiane accostate, Massimo poteva vedere la sagoma della madre che si muoveva nella cucina. Pensò anche di andare a trovarla, di non salire a casa sua ad aspettare “il pulcetta” con la robba, di passare da lei soltanto per salutarla, ma ebbe il terrore di non riconoscerla.
Entrò velocemente al suo portone e salì le scale fino al secondo piano, dove c’era la casa dove era nato. Girò la chiave e aprì la porta, in casa non c’era nessuno.


Maria Teresa, la madre, era morta da tempo.
Massimo si fece una carezza da solo, pensandola.
Il fratello Maurizio viveva dalla fidanzata, Marco era a Belgioioso, in comunità, ed i più piccoli, Gianni e Barbara erano, come sempre,  al lavoro o in giro.
Anche Ugo, il padre, se ne era andato da poco. Massimo ricordò le risate con i fratelli quando Ugo, un omone grande e grosso in canottiera e bretelle preparava i panini al prosciutto a Chet, che era già senza denti e che impiegava due ore di orologio per mangiarli.
Oppure quando il padre tornava a casa dal lavoro, metteva su un disco di Coltrane, senza sapere chi fosse, si sedeva sul balcone, sempre in canottiera e bretelle, e piangeva per la commozione.

Massimo accese la televisione.
Trasmettevano “i soliti ignoti” che a lui piaceva tanto.
Abbassò tutto il volume aspettando “il pulcetta” eppure, stranamente, c’era musica nell’aria.


I don’t know why but I’m feeling so sad
I long to try something I never had
Never had no kissin’
Oh, what I’ve been missin’
Lover man, oh, where can you be?


Note al testo:

Il corpo di Massimo Urbani morì la notte tra il 23 ed il 24 giugno 1993.

La musica di Massimo è ancora viva, e si trova al fianco delle stelle del Jazz.

Questo mio scritto deve tutto alla musica di Massimo, un ragazzo di borgata che aveva uno spiccato senso per la vita ed una conoscenza profonda della musica dei suoi idoli d’oltreoceano.
Devo molto anche al lavoro di Carola De Scipio “l’Avanguardia è nei Sentimenti – Vita, morte, musica di Massimo Urbani” Stampa Alternativa, Roma, 1999, ed al bellissimo modo di raccontare vite in Jazz di Geoff Dyer.

Immagini di Jean-Michel Basquiat (December 22, 1960 – August 12, 1988)