martedì 16 giugno 2015

Guido Manusardi Trio, Immagini Visive - 1981


«Guido Manusardi è, da alcuni anni, uno degli uomini di punta del jazz italiano: uno di quei musicisti, cioè, che si citano invariabilmente quando si vuole dimostrare che il nostro jazz può reggere onorevolmente il confronto con quello che si fa negli altri paesi jazzisticamente più evoluti. Tutti sanno, però, quanta fatica sia costata, al pianista e compositore di Chiavenna, questa sua affermazione in patria. Per anni ha infatti dovuto sperimentare l’amara condizione dell’emigrato: prima in Svezia e poi – chi avrebbe mai pensato di andarci per suonare del jazz? – in Romania. E si che Manusardi ha suonato sempre più che brillantemente, anche quando era in esilio e quando, tornato finalmente in patria, stentava ad inserirsi “nel giro”, come si dice. Acqua passata, fortunatamente.

Ora Manusardi si può ascoltare spesso, dovunque, in Italia, ci sia un pubblico per il jazz, e sempre i suoi meriti vengono riconosciuti. Vengono riconosciuti da tutti perché, oltre a una tecnica strumentale di prim’ordine, il nostro pianista ha un sicurissimo senso del jazz (si parla del jazz “vero”: quello che piace anche ai musicisti che lo hanno inventato, e cioè ai neri-americani), ed è un compositore dalle idee molto chiare. Non si dà arie da innovatore rivoluzionario; tiene invece i piedi ben piantati in terra, e si dedica all’approfondimento delle risorse di un linguaggio ormai “classico” (nell’ambito della musica afro-americana, si intende), che di risorse tuttora inesplorate ne possiede in gran copia. Questa è una delle ragioni per cui da tempo ama esibirsi nella classicissima formazione del Trio piano-basso-batteria, come fa anche per le esecuzioni presentate in questo suo ultimo disco, nel quale, accanto a diverse composizioni sue, ci vengono proposte delle fresche ed espressive interpretazioni di popolari standards americani, come Poinciana, che è una delle sue specialità, e che è qui profondamente rielaborato e jazzisticamente arricchito, o come Yesterdays, il glorioso tema di Jerome Kern. Non manca, fra i pezzi di autori americani, una delle più belle composizioni di Dave Brubeck: In Your Own Sweet Way.
In ognuna di queste incisioni, la prima delle quali è un bel valzer a tempo moderato, I Crott De Ciavena, che Manusardi ha voluto dedicare al suo paese natale, il pianista conferma le sue grandi doti di strumentista e di interprete, che oggi è in possesso di uno stile personale, caratterizzato da un tocco robusto e risonante, davvero jazzistico, e da un’intensa, appassionata espressività.


I compagni di Manusardi in queste esecuzioni sono ben noti al pubblico del jazz: sono il giovane contrabbassista romano Furio Di Castri (ascoltatelo nel ricco assolo che prende ne I Crott De Ciavena) ed il batterista emiliano Gianni Cazzola, il cui swing, la cui “grinta”, sono da tutti apprezzati e gli assicurano scritture in continuazione nei gruppi dei migliori jazzisti di casa nostra.

Giudicate voi i risultati della loro collaborazione; e se volete divertirvi alle spalle di qualche amico, fategli ascoltare questi brani senza dirgli il nome di chi lo ha registrato. Molto probabilmente vi sentirete fare i nomi di alcuni importanti pianisti americani, e miglior prova che Manusardi è uno di quei musicisti che possono reggere con onore il confronto coi grossi calibri stranieri, non si potrebbe avere».

Arrigo Polillo


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Credits:

Immagini Visive
Guido Manusardi (piano),
Furio Di Castri (bass),
Gianni Cazzola (drums)

Label: DIRE
Catalog#: FO 360
Format: LP

Country: Italy
Recorded at Studio 7,
Milan,
12-13 January 1981


Tracklist:


A1. Oltremera – 6:23
A2. Love Dance – 4:37
In Your Own Sweet Way – 5:54
Yesterdays – 5:53



B1. Poinciana – 5:08
B2. I Crott De Ciavena – 6:20
B3. What Kind Of Fool Am I – 5:50 
B4. La Cort Di Asen – 3:50



lunedì 1 giugno 2015

Mario Schiano - Domenico Guaccero - Bruno Tommaso - Alessandro Sbordoni _ De Dé, 1977


«Le circostanze degli incontri tra Mario Schiano e Domenico Guaccero, due personaggi così distanti per formazione, sono ormai nebbiose, perse nella memoria di giorni concitati. Il primo incontro con il compositore viene narrato nell’intervista di Stefania Gianni a Mario Schiano (in Archivio Musiche del XX secolo, volume monografico su Domenico Guaccero, Palermo 1995), in maniera palesemente fantastica: i due – senza mai essersi visti prima? – si incontrano nei corridoi durante una seduta di registrazione, e Schiano invita Guaccero a prendere parte a due brani di On The Waiting List, terzo disco ufficiale di Schiano, registrato dal 17 al 19 Dicembre 1973. […]


De Dé verrà registrato nel Febbraio del 1977; della collaborazione con Guaccero non uscirà su disco altro documento, fino alla pubblicazione nel 1990 da parte della Splasc(h) di un Lover Man registrato dal vivo nel 1978 durante una trasmissione RAI (SUD, CD H 501-2).

Nei quattro anni che separano il primo incontro in studio (i due brani del ’73) dall’intero LP registrato insieme (De Dé, 1977), i rapporti tra Schiano e Guaccero si intrecciano al di fuori delle sale da concerto, figuriamoci di quelle di registrazione. Si tratta di anni frenetici per Schiano. Egli è attivamente impegnato a coniugare le sue passioni musicali con quelle civili, interviene con il suo gruppo a manifestazioni politiche e sociali, dà il suo contributo alla creazione di strutture culturali nelle periferie romane; la temperie nazionale contagia anche il mondo del jazz, che apparentemente accetta la musica del sassofonista invitandolo a partecipare a festivals come Umbria Jazz e Bologna. Schiano rimane legato alle correnti e alle cantine jazzistiche, e non prende parte alle occasioni in cui si mescolano improvvisatori di tutte le origini, che vedono invece tra i partecipanti i suoi collaboratori Schiaffini e Iannaccone. Nella intervista citata infatti egli ricorda come l’atteggiamento di un musicista come Franco Evangelisti, fondatore di Nuova Consonanza, fosse ben diverso da quello di Guaccero, proprio dal punto di vista della partecipazione emotiva, elemento che Schiano ha sempre valutato sopra tutti gli altri. Schiano e Guaccero infatti creano una diversa formazione, denominata Laboratorio Musicale, che tra il 1977 ed il 1978 svolge una intensa attività nelle sedi allora possibili per una musica di confine: Feste dell’Unità, Case del Popolo, Circoli culturali della sinistra di tutte le sfumature.


È un periodo in cui Schiano conduce a maturazione alcune delle sue esperienze più importanti, ma trova allo stesso tempo nell’ambito più strettamente jazzistico difficoltà a perseguire il proprio progetto. Dopo gli splendidi risultati di SUD e di Partenza di Pulcinella per la Luna (RCA – Vista TPL1 1117), tra il 1975 e il 1977 Schiano esperisce una serie di tentativi in direzioni diverse. Crea un proprio gruppo completamente nuovo, di strumentazione jazzistica. È il quintetto con Nofri, Maurino, Caporello e Ascolese: l’ex quartetto Spirale. Il gruppo purtroppo non ha praticamente mai inciso: unica traccia un brano di 10’ in una antologia oggi introvabile [1]Esso attraversa un momento particolarmente felice con una serie di concerti molto soddisfacenti nell’Aprile/Maggio 1975, in Toscana in particolare. Egli collabora nel 1976 con Roberto Bellatalla e Lino Liguori, sia in trio che nelle varie formazioni di Progetto per un Inno (it ZSLT 70030); poi suona con un altro gruppo tutto nuovo, con Maurizio Urbani, Francesco Maccianti e Nicola Vernuccio (Test, Red Record VPA116). È una fase di passaggio prima di Gospel (L'Orchestra OLP 10015) in duo con Guido Mazzon, della esaltante esperienza di A European Proposal (Horo Records HDP 35-36), della serie delle riuscite collaborazioni in stile “rivista” con Vittorini; il sassofonista napoletano sembra alla ricerca di situazioni nuove e stimolanti, di personalità giovanili da valorizzare. Una nota contemporanea di Dario salvatori su Paese Sera a proposito del Festival Jazz al Folkstudio sembra confermare questa inquietudine: “La serata di ieri è stata quella più sorprendente, con Mario Schiano che invece di presentarsi con un suo gruppo ha preferito suonare accompagnato da Antonello Salis, pianista dei Cadmo”. La collaborazione con Salis produrrà nel 1978 uno dei più begli album del jazz italiano, Old Fashioned (Carosello CLE 21043), ma non si solidifica in un rapporto stabile di collaborazione.


De Dé rientra a pieno titolo in questa fase di ricerca, in cui rappresenta una direzione del tutto diversa, la ricerca di un mondo di suono puro, analoga a quella intrapresa da Roscoe Mitchell a Chicago e dall’AMM in Inghilterra. Al disco partecipano anche Alessandro Sbordoni, poi ritornato ad un’attività di composizione, e Bruno Tommaso, che impiega percussioni ed oggetti sonori di vario tipo oltre che la viola da gamba, fatto estremamente raro per lui al di fuori della musica antica. Estraendo il venerabile pezzo di vinile dalla sua custodia non si può fare a meno di ricordare che la maggior parte delle poche centinaia di copie stampate furono avviate al macero per recuperare il vinile, e che oggi ne sono in circolazione 50 o 60 esemplari».


Francesco Martinelli,
dalle note di copertina della ristampa in CD di De Dé, Splas(h) CDH 510.2, 1998

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Credits:

Mario Schiano - Domenico Guaccero
Bruno Tommaso - Alessandro Sbordoni
De Dé

Label: Folkstudio
Catalog#: FK 5008
Format: LP

Country: Italy
Recorded in Rome,
1st Febbruary 1977


Mario Schiano (alto sax, snare drum, cymbals, maracas),
Domenico Guaccero (vibes, timpani, cymbals, bottles, glass tube, 
glass chimes, box chimes, maracas, paper p., 
african thumb piano, vocals, synth., flute)
Alessandro Sbordoni (prepared piano, cymbals, flute, bottle chimes,
copper sheet, african thumb piano, vocals, synth., vibes, timpani)
Bruno Tommaso (bass, bass rebeca, cymbals, triangle,
paper chimes, pitch can, organ, maracas)


Tracklist:


A1. De Dé - 20:43



B1. Lissio - 2:55
B2. Quattroetrentacinque - 4:33
B3. Sequentia - 3:55
B4. Quell'estate Senza Te - 5:14
B5. Come Silenzi - 3:00






[1] Martinelli fa riferimento al doppio LP “Trianon ’75 – Domenica Musica” (RCA TCM2 1178), album di registrazioni dal vivo effettuate al Teatro Trianon di Roma in vari concerti tenuti tra Aprile e Maggio 1975, sul quale è riportata la traccia Just Married (selezione dalla suite)che almeno ora potete ascoltare



lunedì 25 maggio 2015

Sandro Brugnolini & Modern Jazz Gang - The Milestrane 1959 - 1964 _ Vol.1


Vi ho già parlato della Modern Jazz Gang, una delle poche formazioni di jazz italiano che, evolvendosi dalla precedente incarnazione traditional che prendeva il  nome di Junior Dixieland Jazz Band, ha lasciato un segno indelebile tra gli appassionati, pur se attraverso una limitata manciata di registrazioni. Di Sandro Brugnolini, leader, compositore e arrangiatore della gang, c’è un po’ più di materiale sulla rete, come l’intervista realizzata da Formosa Coweater e pubblicata su hapsnow's whirlwinds. Di entrambi, resta comunque da scoprire un sacco di materiale sommerso: penso alle registrazioni della Junior rimaste su 78 giri (ed apparse solo su un CD allegato alla rivista Blu Jazz, #14 del 1991) ed alle diverse sonorizzazioni fuori mercato, come per i corti “L’Appuntamento” di Francesco [Gibba] Guido (10 minuti del 1965), “L’Assurdo” di Lino Del Frà (11 minuti del ‘66) e “Cenerentola” di Pino Zac (13 minuti del 1966), solo per fare un esempio.

Approfitto delle parole di Brugnolini, pubblicate sul #11 de Il Giaguaro nel 2005, per condividere con voi un’esaudiente compilation della MJG (allegata allo stesso magazine ed OOP), nella speranza di raccogliere altro prezioso materiale in futuro.


«La musica di Bix rappresentò per tutti noi un traguardo da raggiungere, perché era diversa, tracciava un percorso di ricerca che non si limitava all’improvvisazione ma spaziava anche nei campi della purezza del suono e soprattutto della ricchezza armonica. Non che fosse complicata, anzi – Bix era uno di quei trombettisti dal fraseggio semplice e non certo verboso – tuttavia l’attrazione per un ascoltatore attento, e noi lo eravamo davvero (i nostri preziosi dischi a 78 giri di Bix erano diventati quasi bianchi a forza di ascoltarli solco dopo solco in modo da carpire il segreto di quell’accordo così particolare eppure tanto affascinante) consisteva nel fatto che quelle frasi non erano banali, non erano state mai sentite, non ammiccavano per riscuotere l’applauso facile ma anzi si accartocciavano su se stesse quasi per pudore. Tutto questo per un giovane, e noi al tempo lo eravamo, ha un fascino irresistibile perché attiene all’emozionale, perché prescinde dal successo, anzi quasi lo respinge in nome dell’arte assoluta e della ricerca.


E così noi della Junior Dixieland Gang (“dixieland” era il punto di riferimento musicale; gli altri due termini erano due omaggi: “junior” perché a Roma eravamo i nuovi jazzisti rispetto ai già molto noti colleghi della Roman New Orleans Jazz Band; “gang” perché la formazione più celebre, e soprattutto la migliore, di quelle in cui aveva militato Bix Beiderbecke era stata appunto la Gang) ci buttammo a corpo morto a ricreare le atmosfere rigorose ed armonicamente complesse della musica bixiana, studiando e rifacendo quasi pedissequamente tutti i brani di quel repertorio, da Royal Garden Blues a Jazz Me Blues, da At The Jazz Band Ball a Margie, da Louisiana a Mississippi Mud. Cercavamo di assimilarne ogni più piccolo segreto nel fraseggio, negli accenti, in un collettivo così serrato e geniale coi suoi pianissimo alternati ad improvvisi fortissimo, cosa che le altre band non facevano mai suonando quasi sempre, diciamolo pure, al massimo dei decibel.


Ma poi, impadronitici finalmente di quel linguaggio, incominciammo ad usarlo anche su brani che Bix non aveva mai fatto e alla fine componendone anche alcuni originali: come Bixin’ The Blues che io composi nel 1953 e che incidemmo per la Voce del Padrone Pathé a Milano in omaggio al brano più celebre di Bix che era appunto Singin The Blues. Di questo pezzo comunque facemmo pure una versione particolare in cui il compianto nostro baritoni sta, Francesco Forti, arrangiò per quattro fiati l’intero storico assolo che Bix vi aveva inciso. La ricerca in campo artistico, si sa, quando è sostenuta e stimolata da passione sincera e non contaminata, porta ad andare avanti e a non adagiarsi sugli allori. Sicché proprio nel momento in cui, al termine di una serie di concerti in tutti i maggiori teatri italiani (a Livorno trovammo tutta la marineria americana che proprio in quei giorni era nel porto e che, letti i manifesti del concerto, aveva invaso la platea ed era sbalordita ad ascoltare dei ragazzini italiani che suonavano i pezzi più difficili di un repertorio jazzistico che già in USA era riservato agli intenditori) e dopo esibizioni in Radio e l’incisione di una ventina di brani, eravamo al culmine della notorietà e rappresentavamo una specie di punto di riferimento originalissimo nell’ambito di tutto il revival europeo, invece di sfruttare il successo come molti altri avrebbero fatto, decidemmo di ricominciare davvero tutto da zero.


Infatti l’esperienza compositiva e gli approfondimenti dovuti al messaggio bixiano, ci avevano portato inevitabilmente a spaziare su altri mondi, quelli del jazz più avanzato al quale certamente Bix sarebbe giunto molto prima di ogni altro, se la morte non lo avesse colto ad appena 28 anni immergendo la rua romantica figura nell’alone di una leggenda senza fine. Alla sua soria vennero dedicati almeno due film, Chimere con Kirk Douglas in cui, a parte Bix che era morto, suonavano davvero molti dei jazzisti della sua epoca, ad esempio Benny Goodman, e, recentemente, il Bix di Pupi Avati in cui, non essendoci purtroppo più nessun protagonista dell’epoca, tutto è stato sapientemente ricostruito come in una cover. C’è da ricordare che in anni più recenti è esistito una specie di secondo Bix, anche lui bianco, anche lui trombettista, anche lui un po’ pazzo e scriteriato, anche lui un po’ maledetto: Chet Baker, il cui suono purissimo e certi atteggiamenti non solo musicali fanno riferimento a quel clangore argentino che solo la tromba golden, aurea, dorata (quella dell’arcangelo Gabriele, insomma), suonata da Bix, aveva saputo evocare come per miracolo.


Ebbene io ebbi la percezione che si sarebbe potuta proseguire la strada intrapresa da Bix anche e soprattutto nel jazz moderno: così cambiai nome all’Orchestra che divenne Modern Jazz Gang (quel gang rimase come nostalgico omaggio alla matrice sonora). Il gruppo, con nuovi prestigiosi elementi come Cicci Santucci ed Enzo Scoppa che si aggiunsero al nocciolo duo rappresentato oltre che da me (passato nel frattempo dal clarinetto al sax) anche da Alberto Collatina al trombone, Leo Cancellieri al pianoforte e Carlo Metallo al baritono, incominciò a distinguersi per una sua caratteristica speciale: tutti i brani in repertorio non appartenevano ai consueti tunes o canovacci cari al jazz moderno ma erano tutti brani composti e arrangiati da me o dagli altri componenti dell’orchestra. Con Arpo, brano che io composi dedicandolo al logo di Arrigo Polillo, il più importante critico di jazz italiano, la Modern vinse il primo premio per il migliore brano originale arrangiato el Festival nazionale del Jazz del 1958; e con Miles Before and After, altro brano di mia composizione, la Modern Jazz Gang rappresentò l’Italia al Festival Internazionale del Jazz di Sanremo nel 1961. 


Seguirono concerti e dischi, e da qui incominciò anche la meravigliosa e avventurosa esperienza con il mondo del cinema, dapprima per me e per la Modern, poi soltanto per me allorquando, per essere diventato giornalista professionista, dovetti abbandonare i concerti ed i teatri smettendo purtroppo di suonare ma spostando la mia attenzione soltanto sul settore della composizione per il cinema e per la TV, attività che ho potuto poi condurre negli anni, in parallelo con l’impegno giornalistico (sono diventato anche parlamentarista e vice direttore del quotidiano Il Popolo). La Modern infatti era apprezzata da tutti i registi e cineasti d’avanguardia e io, che la dirigevo e ne curavo gran parte degli arrangiamenti e dei brani originali, incominciai ad essere chiamato per musicare decine e decine di documentari culturali d’ogni tipo, tutti ammessi alla programmazione obbligatoria. A volte si faceva come Miles Davis nel celebre film Ascensore per il Patibolo: in sala si improvvisava mentre passavano i rulli delle varie parti della pellicola; altre volte preparavo io i temi e li arrangiavo per la Gang ma poi davo sempre ampio spazio alla creatività dei vari solisti durante la registrazione. Il culmine di questa attività arrivò nel 1962, quando composi la colonna sonora, interamente jazzistica e quasi tutta registrata con la Modern, del fil Gli Arcangeli, che fu molto apprezzato ed ebbe un buon successo. Il disco uscì anche su un 33 giri della RCA e oggi, a distanza di ben quarantadue anni, è stato ripubblicato dalla DejàVu perché considerato un disco “cult”: tra l’latro, alcuni dei miei brani di quella colonna sonora (tra cui Helen’s Blues) erano stati interpretati dalla famosa cantante jazz americana Helen Merrill. A questo punto, dati i miei sempre più pressanti impegni col giornale e con il Palazzo (c’è, inciso anche su disco, un mio brano che si intitola infatti Montecitorio e che è stato per moltissimi anni la sigla televisiva del programma della RAI “Speciale Parlamento), la Modern Jazz Gang incominciò a perdere colpi e pian piano si sciolse, fatte salve alcune rimpatriate in occasioni importanti: per esempio nel 1964 composi le musiche per un documentario, che poi ottenne non pochi premi, e al quale partecipò quasi tutta la Gang con in più, ospite davvero d’eccezione, il tenorsassofonista Gato Barbieri».

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Credits:

The Milestrane 1959 - 1964 _ Vol.1
Label: il Giaguaro Records
Catalog #: GRC 013
Format: CD
Country: Italy
Executive Producer:
Alessandro Casella
Licenced by
Sandro Brugnolini


Tracklisting:


1. Robert's Tune - 03:35 (1959)
2. Arpo - 04:47 (1959)
3. Blue Mirria - 03:28 (1960)
4. Leopoldville - 03:53 (1959)
5. Miles Before and After - 04:29 (1960)
6. Flying Boy - 03:37 (1961)
7. La Città di Pavese - 04:21 (1960)
8. Trickery - 03:37 (1961)
9. Big Concert Blues - 02:26 (1962)
10. Milestrane - 01:53 (1961)
11. Blue Sinanthropus - 03:13 (1962)
12. Homo Sapiens - 01:35 (1962)




13. Medium Herd - 03:15 (1962)
14. Train Up (Tema Lento) - 02:53 (1964)
15. Train Up (Medio Sold) - 05:19 (1964)
16. Train Up (Milestones) - 02:01 (1964)
17. Train Up (Velocistenor) - 02:09 (1964)
18. Things for Alto - 04:59 (1962)
19. Six Gospel Eight Jazz - 02:43 (1964)
20. Steel and Iron - 01:17 (1962)
21. A Trumpet for Veronique - 02:57 (1962)
22. Eliano City Blues - 02:19 (1962)
23. My Lady in the Night - 02:59 (1962)
24. Smog Time - 02:46 (1962)



Notes
all tracks composed by
Sandro Brugnolini

#1 and #4:
EP RCA - EPA 30-358
Cicci Santucci (tp),
Sandro Brugnolini (alto sax, arr),
Alberto Collatina (trne),
Enzo Scoppa (tenor sax),
Carlo Metallo (bar sax),
Leo Cancellieri (p),
Sergio Biseo (bass),
Roberto Petrin (drums)

#2:
LP Astraphon LPA 10001
Cicci Santucci (tp),
Sandro Brugnolini (alto sax, arr),
Alberto Collatina (trne),
Carlo Metallo (bar sax),
Leo Cancellieri (p),
Sergio Biseo (bass),
Roberto Podio (drums)

#3:
EP Cetra EPD42
Cicci Santucci (tp),
Sandro Brugnolini (alto sax, arr),
Alberto Collatina (trne),
Enzo Scoppa (tenor sax),
Carlo Metallo (bar sax),
Puccio Sboto (p),
Sergio Biseo (bass),
Roberto Podio (drums)

from #5 to #13, #18 and from #20 to #24:
documentaries soundtracks, performed mostly by
Cicci Santucci (tp),
Sandro Brugnolini (alto sax, arr),
Alberto Collatina (trne),
Enzo Scoppa (tenor sax),
Carlo Metallo (bar sax),
Leo Cancellieri (p),
Puccio Sboto (vib),
Tonino Ferrelli (bass),
Roberto Podio (drums)
in several cases the band is reduced to
only some of these elements;
in other tracks, however, also include
Maurizio Majorana and Gianni Foccià (bass),
Sandro Serra (perc), Silvana Masone and Simoncini (piano),
Angelo Baroncini (guitar),
Franco Morea and Maurizio Morandi (drums).

from #14 to #17:
ost of “Ogni Giorno” by Piero Nelli
Cicci Santucci (tp),
Sandro Brugnolini (alto sax, arr),
Gato Barbieri (tenor sax),
Franco D'Andrea (piano),
Carlo Loffredo (bass),
Gegè Munari (drums)

#19:
ost of "L'Iradiddio" by Pino Zac
Sandro Brugnolini (alto sax, arr),
Gato Barbieri (tenor sax, cl),
Carlo Metallo (bar sax, clarone),
Angelo Baroncini (el. guitar),
Franco D'Andrea (piano),
Gianni Foccià (bass), 
Gegè Munari (drums)


lunedì 18 maggio 2015

Larry Nocella, Franco D'Andrea, Giancarlo Pillot, Julius Farmer - Brother Man, 1977


Ci sono musicisti europei che «parlano senza accento quella lingua internazionale che è il jazz» (lo dico parafrasando un’espressione del critico ginevrino Demétre Joakimidis). Fra questi musicisti, immersi fin dall’inizio in tempo reale nel flusso storico del jazz, certamente c’è stato Larry Nocella.


L’ho conosciuto verso la fine degli anni ’70. era un periodo in cui cominciavo a frequentare i club milanesi, in particolare il Capolinea, all’indomani del mio arrivo da Roma, dove avevo vissuto, a conti fatti, una decina di anni. Ad un certo punto ci capitò di suonare abbastanza spesso insieme ed io imparai a conoscere meglio questo tenorista, che avevo subito trovato impressionante per la naturalezza e la fluidità del fraseggio, che mi ricordava, per certi versi, il Coltrane dei dischi che a me piacciono di più del periodo “Atlantic” (specialmente My Favourite Things e Coltrane’s Sound). Era bello riscoprire e approfondire con lui il periodo di Coltrane di cui avevo intuito l’importanza nei primi anni ’60 in compagnia di Gato Barbieri. Amava esplorare brani di gusto armonico molto raffinato ma aveva, come Gato, una predilezione per il canto, per il dispiegamento della voce e si sentiva che, attraverso Coltrane, mirava a riscoprire e valorizzare l’intera tradizione jazzistica. Amava molto suonare anche tutte le belle composizioni di quell’epoca (temi di Charles Lloyd, Joe Henderson, Herbie Hancock, del primo Corea) e sembrava dire, e qualche volta lo diceva davvero «abbiamo ancora tanta buona musica nella tradizione del jazz da suonare, reinterpretare, capire meglio».
Questo era il messaggio che mi arrivava e coincideva con il mio desiderio di allora di approfondire la conoscenza di certa musica degli anni ’60 e di riandare, possibilmente, ancora più indietro, fino alle radici del jazz, per poi operare nuove sintesi musicali.


Andando avanti, negli anni ’80, le nostre strade si sono divise, ma di tanto in tanto lo riascoltavo e sentivo le sue nuove evoluzioni che lo portavano, nel fraseggio, ad affiancarsi a Coltrane e a Rollins prima e poi, addirittura, a Lester Young. Come sempre, era nel flusso del jazz “senza accento”, parlava quel linguaggio perfettamente, con inesausta passione.

in ricordo di Larry Nocella da Qualunque Cosa Mi Accada,
a cura di Silvano Arcamone e Carlo Verri, Stampa Alternativa, luglio 1997.


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Credits:

Pillot – Farmer 4tet
Brother Man

Label: Carosello
Serie: Jazz from Italy
Catalog#: CLE 21031
Format: LP

Country: Italy
Recorded at CAP Studio,
Milan, January 1977

Larry Nocella (tenor sax, soprano),
Franco D’Andrea (piano),
Julius Farmer (el. bass),
Giancarlo Pillot (drums)


Tracklist:


A1. Seven Steps to Heaven – 8:53
A2. Lush Life – 5:30
A3. Skylab – 4:51 



B1. Freddie the Freeloader – 6:56
B2. Aisha – 5:34
B3. Brother Man – 7:36





giovedì 14 maggio 2015

Helen Merrill in Italy, music by Piero Umiliani _ 1960 - 1962


«Cosa potrò mai aggiungere riguardo a Helen Merrill?
Credo che di lei sappiamo già tutto. La sua voce sensuale è piena di stile. Helen, swingando con tanta sensibilità, sa scegliere le canzoni più giuste e i migliori jazz-men del mondo.


Scoprii il suo primo disco in un negozietto di Firenze, nel lontano 1954. Era stato realizzato a New York City. dove lei abita e svolge la sua attività artistica. I musicisti che l'accompagnavano, solo per fare qualche nome, erano Clifford Brown, Oscar Pettiford, Jimmy Jones e Quincy Jones era l'arrangiatore. Mi colpì particolarmente la canzone What's New? e credo di averla sentita mille volte, giorno e notte. La conobbi personalmente nel 1962, negli studi della RCA. Era appena arrivata da New York e al solo pensiero che quel giorno l'avrei conosciuta ero emozionatissimo. Mi ricordavo ancora la sua fotografia sulla copertina di quel vecchio disco dove sembrava un tipo intrigante, molto sexy. Invece appena la vidi non potei fare altro che rimanere conquistato dalla sua semplicità. Ricordo che le dissi: "Sei appena arrivata, ma hai già prenotato l'albergo?" Allora aggiunsi che eravamo sotto Natale e che non sarebbe stato facile trovare una sistemazione e la invitai comunque a venire da me a provare, avevo lo studio nel mio appartamento e potevamo lavorare senza problemi di orario, in tranquillità.


Dovevamo infatti iniziare una trasmissione insieme. Avevo creato un programma televisivo sul jazz, intitolato Moderato Swing. Andava in onda una volta alla settimana, la sera intorno alle 22:00. Helen doveva cantare una canzone in ogni puntata. Con la Big Band della RAI, presentavo i personaggi più importanti del jazz: Duke Ellington, Count Basie, Woody Herman, Benny Goodman... Fu un grande successo e così iniziò la nostra collaborazione. Oltre dodici canzoni che sceglievamo insieme per presentarle in televisione. Lei scrisse le parole di tre miei brani che avevo composto per il cinema: My Only Man, Dreaming of The Past e Dawn.


Quando la conobbi non parlava affatto italiano ma poi, dopo pochi mesi, cantò nella nostra lingua Estate e credo sia una delle più belle interpretazioni che io abbia mai sentito».




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Photos by Roberto Capasso
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Credits:

Helen Merrill
in Italy

Label: Liuto
Catalog#: LRS 0063/5
Format: CD
Country: Italy


Tracklist:


Big Band and String Sections,
arranged and directed by Piero Umiliani;
Rome 1962
1. My Only Man
3. Dreaming of the Past

Piero Umiliani Quartet:
Gino Marinacci (fl), Enzo Grillini (g),
Berto Pisano (b), Sergio Conti (dr);
Rome 1961
2. Dawn

The String Ensemble:
Jacques Pelzer (fl), L. Donin (1st vl),
R. Sonk (2nd vl), M. Wery (3rd vl), H. Grosjean (cello);
Comblain la Tour 1959
4. You Go to My Head

Piero Umiliani Quartet:
Nino Culasso (tp), Piero Umiliani (p),
Tonino Ferrelli (b), Ralph Ferraro (dr);
Rome 1961
5. Why Don’t You Do Right
6. You Don’t Know What Love Is
7. Willow Weep for Me
8. April in Paris
9. When Your Lover Has Gone
10. Solitude

Piero Umiliani Sextet:
Nini Rosso (tp), Gino Marinacci (fl),
Enzo Grillini (g), Berto Pisano (b), Sergio Conti (dr);
Rome 1961
11. I’ve Got You Under My Skin



Piero Umiliani Sextet:
Nini Rosso (tp), Gino Marinacci (fl),
Enzo Grillini (g), Berto Pisano (b), Sergio Conti (dr);
Rome 1961
12. Autumn in New York
13. Night and Day
14. These Foolish Things
15. Everything Happens to Me

Quintet of Milan:
Dino Piana (tbn), Gianni Basso (ts),
Renato Sellani (p), Giorgio Azzolini (b), Franco Tonani (dr);
Milan 1960
16. The More I See You
17. I’ve Got You Under My Skin
18. Everything Happens to Me

Big Band and String Sections,
arranged and directed by Ennio Morricone;
Rome 1962
19. Estate
20. Nessuno al Mondo
21. Nun è Peccato 
22. S’é Fatto Tardi