sabato 25 aprile 2015

Silvia Schiavoni - Giancarlo Schiaffini & Phantabrass Play George & Ira Gershwin


«Nella lunga carriera di Schiaffini il più recente periodo è legato a due esperienze che in questo nuovo disco felicemente si incontrano, dandosi vicendevole slancio: da un lato Phantabrass, il singolare consesso di ottoni creato nel 2005, e dall'altro la fine cantante che con Schiaffini collabora da ben più lungo tempo. Su queste due basi è costruito tutto il concerto (che nel 2008 ha girato molto e con molto successo).
In un coraggioso repertorio formato da dieci songs capolavoro dei Gershwin (più un adeguato Rhythm Walked In del leader) sono infatti da ammirare, innanzi tutto, le eleganti partiture di Schiaffini, che giocano su quei corposi flussi tìmbrici: ed è senz'altro lo "scrivere jazz" a prevalere sui pur notevoli interventi (uno ciascuno) dei dieci solisti. Particolare suggestione viene ancora una volta dalla voce di Silvia Schiavoni, voce bella, articolata, e retta da un'evidente cultura musicale non limitata al jazz».

Gian Mario Maletto, da Musica Jazz Marzo 2009


«Ho tentato di trascodificare nel linguaggio grafico che ho provato a darmi, il rigore razionale e la spigolosa imprevedibilità di un assolo di sassofono (come quelli di Charlie Parker, di John Coltrane, di Eric Dolphy o di Ornette Coleman, per chi è in grado di intendere cosa voglio dire)».

Alfredo Profeta "Questione di carattere. Marchi, logotipi, testate e letterheads (1969-1996)", Edizioni Scientifiche Italiane 1997 


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Credits:

Silvia Schiavoni & Phantabrass
Play George & Ira Gershwin

Label: iMprint
Catalog#: IM017
Format: CD

Country: Italy
Recorded live in Buonconvento,
in collaboration with Fondazione Siena Jazz
Siena, July 30, 2008


Giancarlo Schiaffini (arr., direction, trombone),
Silvia Schiavoni (voice),
Luca Calabrese, Flavio D'Avanzo, Alberto Mandarini (trumpet),
Martin Mayes (french horn),
Lauro Rossi, Sebi Tramontana (trombone),
Giampiero Malfatto (euphonium),
Beppe Caruso (bass tuba),
Giovanni Maier (bass),
U.T. Gandhi (drums)




1. Slap That Bass - 3:34
2. Embraceable You - 6:57
[solo: Mandarini, Schiaffini]
3. The Man I Love - 7:27
[solo: Maier]
4. But Not for Me - 9:17
[solo: Mayes, Schiaffini]
5. Nice Work If You Can Get It - 3:45
[solo: Davanzo]
6. Someone to Watch Over Me - 3:45
[solo: Tramontana]
7. Rhythm Walked In° - 3:06
8. How Long Has This Been Going On? - 8:22
[solo: Schiaffini]
9. A Foggy Day (in London Town) - 5:10
[solo: Calabrese, U.T. Gandhi]
10. They Can't Take That Away from Me - 5:01
[solo: Rossi, Caruso]
11. Love Is Here to Stay - 5:35
[solo: Malfatto]

° all songs are by George & Ira Gershwin,
except Rhythm Walked In by Giancarlo Schiaffini

sabato 18 aprile 2015

Guido Manusardi Quintet _ Bridge Into the New Generation, 1981


«Nel jazz italiano il caso di Guido Manusardi è singolare: costituisce infatti l’unico esempio di un nostro musicista che, dapprima affermatosi all’estero, sia giunto in patria solo in un secondo tempo, godendo di quella stima e di quella considerazione generalmente riservate ai musicisti stranieri. L’atteggiamento immediatamente e universalmente favorevole della critica non ha comunque prodotto per Manusardi, in Italia, né maggiori occasioni di lavoro né, tantomeno, una migliore comprensione della sua musica».

Così esordisce Maurizio Franco nell’inserto di Musica Jazz dedicato al pianista di Chiavenna (Sondrio), nel aprile del 1998.


Il caso, più che singolare nel nostro Paese (basti pensare ad Enrico Intra, attivo negli stessi anni che, pur se con una copiosa produzione discografica italiana, è sempre restato ai margini dei panorami più noti della musica jazz) è comunque curioso: Manusardi inizia a suonare jazz già nel ’53 ma solo quindici anni dopo ha la prima opportunità d’incidere a suo nome (Blue Train – SE DISC SWELP 57), e lo farà nell’avanzata Stoccolma. Per ascoltare un’incisione ripresa nel territorio italiano, bisognerà attendere la metà degli anni Settanta.


«Strumentista-Progettista. Musicalmente si è mosso preferibilmente nell’ambito tonale (in subordine modale) anche se ha avuto modo di esprimersi in termini di jazz tradizionale, mainstream e free. Ha una natura prevalentemente ritmica per cui il suo pianismo ha generalmente un andamento spiccatamente dinamico. Il fraseggio è decisamente ricco con la linea metodizzante della mano destra che tende ad egemonizzare le situazioni (la mano sinistra è robusta, ma ha funzioni d’appoggio). Il tocco e la tecnica sono incisivi.»

Questo il breve profilo di Manusardi tracciato da Arrigo Zoli nel suo fondamentale Storia del Jazz Moderno Italiano (AZI Edizioni 1983).


Chissà se fu per via del suo stile trasversale, o del suo carattere defilato, che la critica e la produzione discografica ebbero più difficoltà d’inquadrare la sua musica, fatto sta che gli investimenti su questo artista italiano tardarono ad arrivare. O forse, più casualmente, fu per il periodo storico nel quale Manusardi si è presentato sui nostri palcoscenici. Classe 1935, il suo pianismo potrebbe essere rimasto schiacciato tra i pionieri Trovajoli (’17), Cesari (’20), Sellani (’27), Gaslini (’29) e la generazione appena successiva, che ha sicuramente goduto di un’identità più dichiarata, quella cioè che va da Franco D’Andrea (’41) a Pieranunzi (’49), un po’ come è successo ad Enrico Intra (’35), Oscar Rocchi (’36) o Mario Rusca (’37), per intenderci.


Altrimenti è inspiegabile come alcune perle della sua produzione anche più recente, come ad esempio The Village Fair (Soul Note, 1997), siano sempre state messe in attesa prima di essere nuovamente disponibili sul mercato e, in questo caso, solo grazie al traino di un musicista “ospite”, seppur di notevole valore, a discapito delle composizioni e degli arrangiamenti, tutta farina del sacco del nostro (Gianluigi Trovesi - The Complete Remastered Recordings on Black Saint & Soul Note - Cam Jazz, 2015).


In ogni caso, se è vero che dimenticare stanca, è anche vero che compararci con gli altri paesi resta un learning interessante, quantomeno per affermare chiaramente quali sono i nostri pregi e quanti i nostri limiti.
  


Intervista con Manusardi [estratto]
- di Enzo Fresia, da Musica Jazz gennaio 1969 -

EF: Caro Manusardi, lei è di passaggio a Milano diretto in Romania. So che lo scorso anno lei è venuto in Italia con l’intenzione di rimanerci e di svolgere qui la sua attività professionale, ci vuol dire cosa ha potuto fare in questo periodo?
GM: Poco, pochissimo. Sono rimasto in Italia dall’aprile all’ottobre del 1967. ho registrato un programma con Adriano Mazzoletti per il suo “Concerto Jazz” alla RAI, poi ho suonato una sera con Azzolini e Mondini a Torino in un Jazz Club. E poi… basta. Ho tentato d’incidere dischi di jazz in Italia: avevo avuto assicurazioni da una casa discografica, ma poi non se n’è fatto niente. Sa’ com’è, prima c’erano le canzoni o il Cantagiro. E dire che mi ero preparato bene ed avevo provato moltissimo con un quintetto… col jazz ho guadagnato in tutto 50.000 lire! Così ho dovuto mettermi con il complesso di Remo Germani.


EF: E si è trovato bene con Germani?
GM: Sì, ma non potevo fare del jazz: dovevo suonare solo canzoni e per di più sull’organo, uno strumento che non mi è congeniale. Ma con Germani ho almeno fatto qualche tournée all’estero e sono stato anche in Romania. Così ho conosciuto dei musicisti di jazz rumeni ed ho visto che in Romania era possibile fare del jazz. Il che, in fondo, è proprio quello che m’interessa di più. Certo che, se fossi rimasto in Italia ancora qualche mese, avrei dovuto vendere l’automobile per poter vivere…


EF: E dire che aveva già al suo attivo un microsolco, il Blue Train inciso in Svezia. Ma torniamo alla Romania.
GM: Avevo conosciuto dei jazzisti a Bucarest, dei musicisti che mi avevano sentito suonare in un ristorante. Abbiamo fatto subito amicizia e loro mi hanno portato alla radio per una registrazione di mezz’ora con musicisti locali in quintetto, quartetto e trio.


[…]
EF: Lei ha anche registrato recentemente un disco per la Elektrorecord (Free Jazz – EDD 1196 _ N.d.c.); come sono andate le cose?
GM: Ho registrato con musicisti di mia scelta, naturalmente i migliori disponibili in quel momento, abbiamo provato tre o quattro volte e poi ho fatto il disco. Era tutta musica mia: musica che avevo composto in Italia l’anno scorso e che avrei dovuto registrare in Italia. Ma lei sa come sono andate le cose…


[…]
EF: Lo Stato finanzia anche il Jazz?
GM: Sì, certamente. Tramite un’organizzazione che si chiama OSTA ed è quella tramite la quale si ottengono scritture per incisione di dischi, per suonare alla radio e nei teatri… le tariffe sono buone. Posso dirle che per il mio disco ho preso la tariffa massima, quella che viene corrisposta ai concertisti di musica classica.


[…]
EF: Intende stabilirsi definitivamente in Romania?
GM: No. Intendo rimanere in Romania fino a quando potrò fare del jazz, ci potrò stare anche due o tre anni, facendo ogni tanto una scappatina in Italia per vedere come vanno le cose. Ma se la situazione si mantiene com’è ora, non mi passa neppure per la testa di lasciare la Romania. È chiaro che un musicista non vive soltanto di denaro ma anche di soddisfazioni personali. Io ormai conosco tutti in Romania, in un anno ho fatto più conoscenze in Romania che non in sette in Svezia. Conosco tutti i musicisti ed in Romania posso fare quello che non sono riuscito a fare in Italia. Là posso chiedere quello che voglio e mi accontentano. Praticamente è proprio questo che noi chiediamo: che ci lascino fare quello che vogliamo. Cerchiamo di fare del nostro meglio, di tentare nuove esperienze che siano svincolate da quelle americane. Gli americani fanno delle cose molto buone; ma se noi riusciremo ad ancorare il jazz contemporaneo con la musica classica certo potremo fare qualcosa di nuovo, ed in questo noi siamo in vantaggio nei confronti degli americani, perché noi abbiamo un tradizione classica che loro non hanno. Del resto, anche in Italia, Gaslini sta facendo proprio questo, mi pare… e questo è anche ciò che sto cercando di fare io in Romania. Poi non si sa più se chiamarlo jazz o altro… ma non sono io che devo decidere…
    Vorrei anche portare il mio quintetto in Italia, mi piacerebbe proprio. Ma avrei bisogno di buone scritture e di un impresario serio e solido. Non so se ci riuscirò, anche se penso che sarebbe interessante far ascoltare in Italia, in Occidente, qual è lo stato attuale del jazz rumeno. Vedremo se il futuro mi permetterà di realizzare questo desiderio. Per ora, questa sera stessa, riparto per la Romania. Poi si vedrà.



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Credits:

Guido Manusardi Quintet
Bridge Into the New Generation

Label: SPLASC(H)
Catalog#: 102
Format: LP
Country: Italy
Recorded: at "Fontana Studio 7",
Milan, June 8th, 1981

Guido Manusardi (piano),
Fulvio Sisti (alto s),
Pietro Tonolo (tenor s),
Marco Vaggi (bass),
Alfredo Golino (drums)



Tracklist :


A1. Take The Coltrane (Manusardi) – 6:26
A2. Old Folks (Hill – Robinson) – 5:28
A3. Oltremera (Manusardi) – 8:20




B1. Scrapple From The Apple (Parker) – 5:45
B2. Sorrow (Manusardi) – 8:36
B3. Vera (Manusardi) – 5:17



lunedì 13 aprile 2015

Massimo Urbani _ Discografia Completa [2014] + Trio _ Live at Larry’s ’88




Approfitto di due nuove uscite discografiche che documentano la musica di Massimo Urbani, per un doveroso aggiornamento e la condivisione del mio testo che è stato ospitato nella 2° edizione del libro di Carola De Scipio, uscito per i tipi di Arcana nell’Agosto 2014.

Il libro non ha girato granché: ho visto giusto un paio di passaggi sul web (Jazz Convention e All About Jazzed un articolo di Luigi Onori su “il Manifesto”, mentre “L’Avanguardia è nei Sentimenti” è rimasto praticamente invisibile alle testate che compongono la critica specializzata*. 

Forse perché lavoro già noto [la 1° edizione è del 1999 per Stampa Alternativa], forse perché poco promosso dall’editore o forse perché la figura di Urbani era già scomoda in vita che, continuare ad interessarsi della sua musica oggi, non tira per il mercato.


Certo, nella seconda edizione non c’è più il CD allegato, che registrava Massimo in trio al Larry’s Club di Torino nell’ottobre del 1988, però ci sono le fotografie inedite di Roberto Masotti, che raccontano altrettanto dello spirito di Massimo, forse quasi quanto la sua musica.


Poi ci sono le i “nuovi testimoni” che tentano di far luce sugli anni più importanti per la formazione di Massimo Urbani perché, come racconta Carola nell’introduzione alla nuova edizione “Dopo l’uscita del libro, mi accorsi tuttavia che alla prima edizione mancavano delle parti importanti: innanzitutto il racconto degli inizi di Massimo, non esclusivamente collegato al corso di jazz tenuto da Giorgio Gaslini al Conservatorio di Roma nel 1973. Negli anni Settanta la musica jazz era in gran fermento e c’erano movimenti musicali e iniziative in diverse città italiane, oltre che a Roma. Massimo Urbani, come scoprirete leggendo la presente edizione, partecipò attivamente a diverse di queste situazioni”.


Per finire c’è questa mia discografia, perché nonostante non fosse tantissima la musica registrata da Massimo (inversamente proporzionale a quella da lui suonata, direi), c’era un po’ di confusione e, soprattutto, molte omissioni.

Nella prima discografia sulla musica di Massimo Urbani (a cura di Luciano Viotto), realizzata per l’inserto monografico apparso su Musica Jazz (n° 10, ottobre 1995), si potevano contare appena 30 dischi a nome del sassofonista romano. Successivamente, nella prima edizione de “L’Avanguardia è nei sentimenti” (Stampa Alternativa, aprile 1999), i titoli elencati nella relativa discografia salirono a 33. L’ultima lista conosciuta, in ordine di apparizione, a cura dei tipi di JazziT (set/ott 2013) segnala ancora qualche piccolo passo avanti nello sterminato mare d’incisioni che il nostro ha lasciato ai posteri, ma non si arriva nemmeno a 40.

Ad oggi, in questo mio lavoro, sono riuscito a raccogliere 66 registrazioni diverse, e su diverso formato, di Massimo Urbani e sono certo che tante altre potrebbero ancora manifestarsi alle nostre orecchie, se riuscissero a lasciare i cassetti dei ricordi o gli scatoloni dell’egoismo.


Come dicevo nell’introduzione al libro, avrei tenuto aggiornata la discografia su questo blog e con le due nuove uscite, il “Live in Chieti ‘79” dell’instancabile Paolo Piangiarelli (Philology, W 469.2) dove Massimo, in quartetto con Franco d’Andrea, Attilio Zanchi e Giampiero Prina, si produce in una versione di Milestones che, da sola, vale l’acquisto e la singola traccia del 1987 pubblicata sul “Live Collection” di Paolo Pellegatti (USR, US-CD 135/S), mantengo la promessa, portando a 68 le registrazioni conosciute del nostro.


In più, aggiungo anche la possibilità di ascoltare il Live at Larry’s ’88, perché OOP come la prima edizione del libro (e poi perché meritava). 

L’ascolto, la ricerca, l’empatia, la condivisione, insomma il resto, è tutta roba vostra.


* non me ne vogliano i lettori/amici/direttori delle uniche due riviste di Jazz italiane, ricordo benissimo gli speciali dedicati a Urbani (Musica Jazz giugno 2013 – JazziT sett/ott 2013), ma è che per me di genii come Max, Bird, Monk (ma anche Frank Zappa), non se ne parla mai abbastanza!


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Photos by Roberto Masotti
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Credits:

Massimo Urbani Trio
Live at Larry’s ’88

Label: Stampa Alternativa
Catalog#: CMCD.04
Format: CD
Country: Italy
Recorded: at "Larry's Club",
Turin, October 13 and 14, 1988

Massimo Urbani (alto sax),
Furio Di Castri (bass),
Manhu Roche (drums, perc)


Tracklist :


1. Trane From The East - 12:48
2. Invitation - 10:03
3. Everything Happens To Me - 8:29




4. Theme For A Symphony - 15:07
5. You Don't Know What Love Is - 12:27
6. Cherokee - 2:35

giovedì 2 aprile 2015

Mario Schiano Trio - If Not Ecstatic We Refund _ 1970


«Cinque anni abbondanti prima di riuscire a fare un disco. Poi, nel 1970, dopo un altro anno e mezzo di speranzosa attesa, compare If Not Ecstatic We Refund: 500 copie, distribuite fra critici e amici, qualche decina di esemplari gettati in fondo al Tevere da acquirenti distratti. Non succede nulla. Parte della critica accetta in toto le mie ipotesi, un’altra parte, di gran lunga più vasta, dichiara che la libertà del mio sax è un pretesto per mascherare enormi magagne tecniche. Col tempo il giudizio diverrà più sfumato: la libertà è una gran bella cosa, ma la tecnica rimane approssimativa. Che dire al riguardo, se non che preferisco fare una nota all’ora che però sia mia, magari brutta, bruttissima, però mia? Questi signori si sono dimenticati che io non sono un jazzista, non sono un imitatore, che non devo vendere niente a nessuno, mai».

Mario Schiano in “La Realtà del Nuovo Jazz italiano”, a cura di  Franco Bolelli e Roberto Gatti, GONG n°5/6, giugno 1977


Se Mario Schiano ha impiegato più di cinque anni per pubblicare il suo primo disco, io c’ho messo molto di più a procurarmene una copia. Quando l’ho trovato, pur se amputato nella sua graffiante forma donatale da Fabi De Sanctis, l’ho amato subito, forse anche di più per via di quella sconsiderata violenza.
Cinquecento copie sono veramente poche, soprattutto in un mondo in cui gli stolti, mentalmente congelati nei loro limiti di forma, sono molti di più. Intanto lo potete nuovamente ascoltare. Un giorno forse a questo disco rispunterà la coda. Da un tipo come Schiano, questo non dovrebbe meravigliarvi.


«Lentamente i complessi italiani chef anno il free jazz aumentano di numero: ne sorgono di nuovi, altri si convertono. Non sarò io a dolermene, sia per la crescente simpatia che porto a questa scuola, sia perché ho l’impressione che le mistificazioni, da parte degli immancabili “dritti”, siano sempre meno agevoli da perpetrare. Fino a qualche tempo fa, il free era per tutti noi uno stile che adottava simboli non chiari, nei quali era arduo orientarsi. Oggi è sopravvenuta l’assuefazione acustica, e inoltre abbiamo cercato di aggiornare i nostri strumenti di giudizio, anche se finora ne abbiamo parlato troppo poco, e nell’operazione – tuttora in corso – l’istinto prevale, per il momento, sulla ragione.
    Per di più, è ormai evidente che il free, oltre a non essere un affare per nessuno (intendo proprio sotto il profilo economico), è forse il tipo di jazz più difficile da suonare correttamente. Per dedicar visi sul serio occorre un solido corredo tecnico, e occorre conoscere a fondo non soltanto il jazz di oggi, ma anche quello di ieri, per capire come e perché ci si è arrivati. Rimane l’interrogativo, più volte avanzato da qualcuno, circa il punto se un europeo possa, sul piano dei contenuti, adottare positivamente la poetica di una musica che trae la sua linfa dal furore dei ghetti negri di Harlem, di Chicago e di Detroit. Ma ritengo che si tratti di un falso problema. Da noi esistono fin troppe motivazioni equivalenti alle radici di quel furore, che d’altronde nulla vieta di sentire e di vivere come proprio. Mi stupirei soltanto di scoprire, un giorno o l’altro, un reazionario fra coloro che cercano di far urlare il proprio strumento. Ho l’impressione però che ciò non accadrà mai. Dicevo appunto che i dritti sono ormai con le spalle al muro.

    Fra i nostri freemen, Mario Schiano è un veterano perché pratica il free da quando i primi echi sono giunti fino a noi, e perché, chiaramente, questa musica è per lui una presa di posizione radicale, un modo di essere che investe tutti gli aspetti della vita. Ripenso alle sue appassionate dichiarazioni rilasciate a Enrico Cogno («No, ditemi che non ho tecnica, che la voce non va, che non vi piace quello che suono, ma non che la mia libertà è una scusa. Io vedo le armonie di un chorus come un tunnel, vedo i buchi nei quali mi posso infilare con un movimento che è un’onda, che lo prende di fianco, che si infila di sotto, che esce di lato e ci ritorna se ne ha voglia, ma non per cercarmi degli alibi») e ne ritrovo il senso nella sua musica. Lo colgo nelle sue frasi arroventate, vertiginose, con le quali cerca di esternare una folla di idee e di emozioni, negli improvvisi momenti di distensione, nei motivi accennati e subito distorti e frantumati, nei pacati omaggi ad Albert Ayler che non sono in contraddizione con la ricerca di una originalità che è già a portata di mano.
    Un elogio sincero a Schiano, dunque, nel quale vanno inclusi, sullo stesso piano, Bruno Tommaso e Franco Pecori, che svolgono il loro discorso in perfetta sincronia formale e sostanziale col suo. Il brano più audace è If Not Ecstatic We Refund, il più bello è forse Collage, ma non c’è niente da scartare. L’unico particolare del disco che non mi è piaciuto è una bizarra coda biforcuta di cartone (la coda di un diavolo, o di un non so quale animale) che spuntava dal quadrato della copertina. Dico “spuntava” perché confesso di averla tagliata, visto che l’album non entrava nello scaffale».

Recensione di Franco Fayenz da Musica Jazz n°286 – Luglio 1971

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Credits:

Label: C.E.D.I.
Catalog#: GLP 81027
Format: LP
Country: Italy
Recorded: at "Sound Workshop Studio",
Rome, April 25, 1970

Mario Schiano (alto sax),
Bruno Tommaso (bass, piano),
Franco Pecori (drums)
  


Tracklist :


A1. If Not Ecstatic We Refund - 19:15




B1. Uè, Chi Vò Vevere - 2:34
B2. Collage - 12:20
B3. Moonlight In Vermont - 2:21
B4. Rita/Gli 70 - 3:14




A questo link la cover integra [sic!]

domenica 29 marzo 2015

Gato Barbieri _ Two Pictures,Years 1965-1968 - Music by Piero Umiliani


«Incontrai Gato Barbieri la prima volta nel 1965, era appena arrivato a Roma. Lui già suonava benissimo ma non lo conosceva nessuno. Iniziò a lavorare molto presto, ma solo come musicista negli studi della Rai. Non ricordo esattamente quando ci incontrammo, so che dovevo registrare due colonne sonore e avevo bisogno di bravi musicisti in fretta e quindi lo ingaggiai. Gato aveva un aspetto gradevole, era calmo e gentile. A quell'epoca era facile scambiarlo per un impiegato, con i capelli corti perfettamente tagliati e sempre vestito con eleganza, senza quel cappello nero che tutti oggi conosciamo come caratteristica del suo look. Qualche anno dopo, ebbe la sua grande chance: fu chiamato a comporre la colonna sonora per "Ultimo Tango a Parigi" di Bertolucci. In quell'occasione mi telefonò, chiedendomi se potevo curargli gli arrangiamenti, poi al momento di iniziare a lavorare non ebbi più notizie. In seguito seppi che, senza sorprendermi più di tanto, gli arrangiamenti li avrebbe curati nientemeno che Oliver Nelson!


Il grande successo di "Ultimo Tango a Parigi", a mio parere, non è derivato da Gato come compositore ma da Gato come sassofonista. Nonostante qualche altra possibile occasione non lavorammo più insieme perché oramai anche io ero impegnatissimo con il mio lavoro. Sui due film che abbiamo fatto insieme non c'è molto da dire. La musica per "Una Bella Grinta" è stata realizzata con un quintetto, ed è una delle più jazz della mia carriera. C'è un aneddoto invece che riguarda "Svezia, Inferno e Paradiso", l'altra mia colonna sonora nella quale ha suonato Gato. Nel finale i violini dovevano essere aggiunti elettronicamente, cosa inusuale all'epoca dato che eravamo alla fine degli Anni 60. Avevo costruito una specie di strumento, un registratore Ampex a 16 piste dotato di tastiera. Suonando la tastiera i violini erano registrati su ogni canale. Gato mi chiese di cos'era e io non sapendo dare un nome al marchingegno lo chiamai "Sarchiapone" una parola nonsense entrata nella storia grazie a una gag comica di quegli anni. In questa soundtrack c'è anche la canzone, "Sleep Now, Little One" cantata da Lydia McDonald che Gato ha reinterpretato in versione strumentale, dandogli una impronta diversa al punto che cambiammo anche il titolo in "Solitudine"». 

Piero Umiliani


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Credits:

Label: Liuto Records
Catalog#: LRS 0063/2
Format: CD
Country: Italy
Released: 1990




O.S.T. of Una Bella Grinta
Movie directed by Giuliano Montaldo (1965)

Gato Barbieri (tenor sax), 
Enrico Rava (trumpet), Franco D'Andrea (piano, hammond), 
Giovanni Tommaso (bass), Bruno Biriaco (drums)

1. Una Bella Grinta - 5:02
2. Ballata Della Bassa Padana - 4:45
3. Lontananza E Sequenza - 6:06
4. Free Theme - 3:03
5. Ballata Della Bassa Padana - 1:50
6. Hammond Blues - 2:20




O.S.T. of Seden Heaven And Hell
Movie directed by Luigi Scattini (1968)

Gato Barbieri (tenor sax), 
Antonello Vannucchi (hammond, vibes), Piero Umiliani (piano), 
Enzo Grillini (guitar), Giovanni Tommaso (bass), Bruno Biriaco (drums)

7. Sleep Now Little One - 3:15
8. Solitudine - 2:30
9. Solitudine - 2:15
10. Piano Bossa Nova - 1:20
11. Free In Minore - 2:12
12. Solitudine - 2:12
13. Solitudine - 3:50
14. Sotto Il Tallone - 3:58