sabato 18 aprile 2020

Lee Konitz & Stefano Bollani TenderLee (for Chet Baker)_ Live in Rome at La Palma, 1998



Ricordare i nomi ed i luoghi degli innumerevoli locali che a Roma aprivano e chiudevano partecipando a dare forma alla colonna sonora della mia “formazione” musicale è, forse, un gioco scemo dettato dalla nostalgia che ogni tanto, però, mi ritrovo inconsciamente a fare…

Potrei snocciolare i soliti nomi tipo Music Inn, Big Mama o Alexanderplatz, ma soprattutto i meno noti tipo Caffè Caruso o il Caffè Latino, dove ho visto Massimo Urbani spesso, anche se i ricordi più forti restano legati al Black Out, al Uonna, al Forte Prenestino, l’Akab, il Fonclea, il Brancaleone, l’Evolution, la Locanda Atlantide, il Circolo degli Artisti e persino il Qube ma, come dicevo, fare una lista senza aggiungere il calore di quei momenti è, e resterebbe, esercizio inutile di masturbazione privata mentale.


C’è un Club però al quale sono veramente affezionato… forse perché aprii le porte in maniera inaspettata praticamente sotto casa, forse perché permetteva di viverlo praticamente tutto l’anno, con i due palchi di cui uno all’aperto, forse perché alla fine degli anni Novanta diede vita ad una programmazione che nella Capitale mancava, portando con nonchalance nella periferia di Roma Est nomi tipo Elvin Jones, McCoy Tyner, Evan Parker, John Abercrombie, Roy Ayers, Cassandra Wilson, John Zorn, Jason Moran, Brad Mehldau ma anche organizzando vere e proprie maratone, come le  "carta bianca" di Enrico Rava e Paolo Fresu, il primo “piano solo” di Bollani  e tantissimi altri che non riesco nemmeno a ricordare… Il periodo d’oro de La Palma, andò dal 1998 al 2003, con la programmazione artistica di Flavio Severini. 


Io seguii molto da vicino quegli eventi, dall’inaugurazione almeno fino all’estate del 2000 quando, per un clamoroso errore giudiziario, un mio carissimo amico – e coinquilino nell’appartamento che avevamo “sopra” il Club -, fu accusato di partecipazione al tragico assassinio di Massimo D'Antona, con conseguenze devastanti per tutti noi e, ovviamente, per lui, che ne uscì finalmente “pulito” solo due anni e sette mesi dopo (avete letto bene), con un trafiletto di scuse che mai resse il confronto con le prime pagine di tuti i giornali di quasi tre anni prima.


Io, nel frattempo, avevo cambiato casa e quartiere (potete immaginare perché), Flavio Severini balzò all’Auditorium e la Palma chiuse i battenti nel 2007 ma questo, se la memoria non m’inganna, fu proprio uno dei concerti inaugurali del club, registrato alla bene e meglio e messo a disposizione del “tesoriere” Piangiarelli per la sua Philology qualche anno dopo.



Label: PHILOLOGY
Catalog#: W 163.2
Format: CD

Recorded LIVE in Rome at La Palma Club, December 5-6, 1998


Lee Konitz (alto sax, vocal #3)
Stefano Bollani (piano)
Pietro Ciancaglini (bass)
Fabrizio Sferra (drums, vocal #3)



Tracklisting:


1.     Blues for Chet – 10:28
2.     My Funny Valentine – 12:17
3.     Just Friends – 11:41
4.     It Could Happen To You 7:27
5.     But Not For Me – 10:38
6.     What’s New – 13:09
7.     I’ll Remember April – 12:25




lunedì 6 aprile 2020

PIERO UMILIANI Piccola Suite Americana per Quattro Ance - EP JAZZ IN ITALY CETRA, 1960


15/febbraio/1940 (giovedì)
…Sono andato a lezione di armonia dal signor Gigino; egli mi ha detto che se mi procuro dei versi e mi viene in mente un motivo potrei, col suo aiuto, comporre qualche canzonetta e poi portarla da un editore e farla pubblicare.
Le prime volte anche gratis e col tempo potrei anche guadagnare; comporre musica mi piacerebbe e, se riesco, da grande, oltre all'altre mie occupazioni, questa sarebbe quasi un divertimento e mi apporterebbe, ripeto se riuscissi, un discreto guadagno...” 


Questo, all’età di quattordici anni, annotava sul suo diario Piero Umiliani, uno dei più curiosi musicisti del ‘900, uno tra i più celebri compositori di colonne sonore note in tutto il mondo, un pianista elegante e di talento, un uomo intelligente e modesto che è stato, come tanti, prima un ragazzo con i suoi sogni.


Piccola Suite Americana per Quattro Ance è la prima “musica per immagini” di Umiliani (più conosciuto per la colonna de “I Soliti Ignoti” e, ancor di più, per la celebre Mah-Na’ Mah-Na’), e nasce per un documentario girato nel 1955 dai fratelli Taviani, I Pittori della Domenica. Il «piccolo capolavoro» è stato in seguito più volte ri-arrangiato ed inciso solo nel 1960, grazie all’interessamento di Piero Novelli e Nicola Cattedra, sul 45 giri della “mitica” serie Jazz in Italy della Cetra.


Questa suite, eseguita da Baldo Maestri al clarinetto, Marcello Boschi al sax alto, Gino Marinacci al sax baritono e Marcello Cianfanelli (#2 e #4) alternato con Ivan Vandor al sax tenore, è forse uno dei capitoli meno conosciuti della musica di Piero e conferma, oltre il coraggio di affrontare il “tema” attraverso forme inusuali, la volontà di affrancarsi da subito dalla consueta matrice jazz americana di Umiliani.



Jazz In Italy Vol.2


Label: CETRA
Catalog#: EPD 51
Format: EP

Recorded in Rome 1960, November 31



Baldo Maestri (cl),
Marcello Boschi (alto sax),
Gino Marinacci (b. sax)
Marcello Cianfanelli (tenor sax #2 e #4)
Ivan Vandor (tenor sax #1 e #3)



Tracklisting:

1.   Charleston – 1:35 
2.   Blues Passacaglia – 4:30



3.   Slow – 2:35
4.   Boogie-Woogie _ Invenzione a 4 Voci – 2:30



sabato 4 aprile 2020

THE EUROPEAN ALL STARS, Live at Berlin JazzFest 1961


Allora, c’è un turco, due svedesi ed un italiano… oltre ad un austriaco, un inglese, un tedesco, uno slavo - o, meglio, un bosniaco -, uno spagnolo, un francese ed un belga e, per finire, un norvegese ed un danese.



Non è una vecchia barzelletta, ma la registrazione di un concerto organizzato da Joachim-Ernst Berendt per il Festival jazz che si tenne alla Kongresshalle di Berlino nel maggio 1961, giusto qualche mese prima di quella folle linea di separazione che, con oltre 40 km di cemento e filo spinato, dividerà in due la città per i successivi trent’anni.



Perché lo condivido adesso? Non saprei... in effetti non è così raro, dal momento che è stato anche ristampato una sola volta nel 2012 e, al di là della nostalgia travolgente generata in questa strana bolla di sospensione virale (perché è ovvio che mancano anche a me gli incontri ed i viaggi), forse il vero motivo è più semplice ma non per questo meno prezioso e lo sintetizza meglio un caro amico, dal quale prendo in prestito il suo pensiero: «non è la distanza che separa le persone. È il silenzio




THE EUROPEAN ALL STARS 1961
Label: Telefunken
Catalog#: BLE 14206-P
Format: LP, 1961

Recorded in Stereo on May 21, 1961 at the Kongresshalle, Berlin

The European All Stars:
Hans Koller (Austria/ tenor sax), Arne Domnerus (Sweden/ alto sax),
Ronnie Ross (England/ baritone sax), Albert Mangelsdorff (Germany/ trombone),
Dusko Goykovich (Yugoslavia/ trumpet), Mufay Falay (Turkey/ trumpet),
Tete Montoliu (Spain/ piano), Martial Solal (France/ piano),
Franco Cerri (Italy/ guitar), Sadi (Belgium/ vibraphone),
Erik Amundsen (Norway/ bass), William Schiöpffe (Denmark/ drums) &
Monica Zetterlund (Sweden/ vocals on #6 )

*****
OTHER RELEASES
Label: Sonorama
Catalog#: L-67/C-67
Format: LP/CD, 2012 



TRACK LIST

01. Haitian' Fightsong - 3:40 [Mingus]
02. Gone With The Wind - 6:25 [Magidson/ Wrubel]
03. Hittin` The Blues - 5:55 [Sadi]
04. Blue Monk - 5:26 [Monk]


05. Avertissez-moi - 3:07 [Solal]
06. Am I Blue - 3:37 [Akst/ Clarke]
07. That Old Devil Love - 5:23 [Roberts]
08. 3 + 3 - 6:33 [Boland]
09. High Notes - 3:57 [Boland]

domenica 29 dicembre 2019

Sergio Fanni una Tromba lontana dalla ribalta



Sergio Fanni (Torino, 1930 – Milano, 2000) è un altro di quei musicisti che, nonostante abbia calcato migliaia di palcoscenici e prestato la sua voce a decine di dischi, è rimasto inspiegabilmente “lontano dalla ribalta”. Per quale vero motivo, forse, non lo comprenderemo mai, dal momento che sono quasi vent’anni che ha lasciato il palco della vita e che una sua intervista o un suo pensiero non è stato mai registrato dalle cronache del Jazz.


Ma, almeno in questo caso, potremmo escludere l’aspetto più commerciale della sua Musica come elemento di dimenticanza della critica e degli appassionati, perché, se non fosse per il primo dei pochissimi LP a suo nome, quel Una Tromba per l’Europa (1962) che era “inevitabilmente” leggero dal momento che i brani erano tratti da operette, canzoni popolari e colonne sonore dell’epoca, ed un paio di scivoloni in più di cinquant’anni di carriera (Mazzoletti racconta che nel 1942/43, appena tredicenne, fosse già in Tournée in Germania, con l’Orchestra di Mirador), come il disco con Eumir Deodato (1978) o quello con Ray Martino (1982), il torinese ha suonato da subito solo Jazz con la maiuscola ed in gruppi d’eccellenza, come l’Orchestra di Trovajoli (1956), il Quintetto di Eraldo Volonté (1957/60) o quello di Gil Cuppini (1960), fino ad arrivare sulle sponde del free con Giorgio Buratti (1963/64), l’Orchestra di Gaslini (1968) o il complesso di Enrico Intra (1972/74) o quello di Gaetano Liguori (1979) e pochissimi gruppi a suo nome. Eppure, alzino la mano quanti sarebbero in grado di riconoscere il suo suono robusto e personalissimo al primo ascolto…


Certo, essere quasi coetaneo di due geniali trombettisti quali Nunzio Rotondo (Roma, 1924) e Oscar Valdambrini (Torino, 1924), non deve aver facilitato le cose… «Nel 1947/48, la più bella sala da ballo di Torino era l’Augusteo e lì suonava l’Orchestra diretta dal pianista Canessa, con una tromba e quattro sassofoni, tra cui Attilio Donadio. I pretendenti al posto di tromba erano Nini Rosso e Sergio Fanni, ma vinsi io, forse perché suonavo anche il violino» [1]


Ed essere anche antagonisti del Quintetto italiano più famoso nel mondo non deve aver spianato la strada, tanto più se la musica che li differenziava in quegli anni era la più lontana dalla bella melodia tanto amata nel Belpaese… «Mentre Basso & Valdambrini s’ispiravano ai musicisti della West Coast, Fanni e Volonté erano decisamente influenzati dai musicisti post-bop. Anche il repertorio parlava chiaro: Fanni e Volonté eseguivano temi come Moanin’ di Bobby Timmons, Walkin’ di Miles, Nica’s Dream di Horace Silver, mentre Basso & Valdambrini canzoni del grande repertorio americano e temi originali»[2]

Poi, indubbiamente, ci può stare la capacità personale di fare relazione o, meglio, marketing di sé stesso «erano due formazioni basate su concezioni musicali molto diverse ma altrettanto valide. E le incisioni lo dimostrano. Fanni era una eccellente tromba, che non ebbe, forse a causa di problemi caratteriali, il successo che invece ottenne Valdambrini» dice chi lo conosceva da vicino.[3]


O anche il fatto di aver cercato una via al sostentamento economico sicura, entrando prima nell’Orchestra RAI (1956) e svolgendo poi attività didattica (1977) - pratica comune, tra l’altro, a molti musicisti ancora oggi - potrebbe aver influito sul suo successo, ma non avrebbe dovuto pesare sulla sua Arte «in Piemonte c’erano jazzisti fortissimi. Appartenevano alla generazione precedente, cioè avevano una decina d’anni più di me. Parlo di Valdambrini & Basso, o Sergio Fanni e Leandro Prete, ma erano fuori dalla nostra portata. Erano “professionisti” ed erano quasi tutti intruppati nelle varie orchestre della RAI, dove guadagnavano bene»[4]

Tempo fa mi ero addirittura “intrippato” in una ricerca su Google, ma questa storia ve l’ho già raccontata qui, fatto sta’ che Sergio Fanni resta, come si usa dire, un “Musician's Musicians” ed i suoi dischi [pochi] dei rari “Collectors' Items” e mi fa rabbia vedere che non esista nemmeno una seria discografia a suo nome, cosa che, ovviamente, inizierò a compilare subito dopo aver pubblicato questo post.


HARD SUITE
Label: Carosello
Serie: Jazz from Italy
Catalog#: CLE 21017
Format: LP

Country: Italy
Milan, 1975

Sergio Fanni (flgh),
Leandro Prete (tenor sax),
Sante Palumbo (comp., p., el. p.)
Carlo Milano (el. bass),
Giancarlo Pillot (drums),
Roberto Haliffi (percussion)



Tracklist:


A1. Dawn/Suffer - 9:24
A2. Plan - 10:17




B1. Drive Waltz - 9:56
B2. Shade - 9:40





[1] Oscar Valdambrini in “Il Jazz in Italia – Dalle Swing agli anni Sessanta” di Adriano Mazzoletti, EDT 2010
[2] Adriano Mazzoletti si riferisce al Quintetto che nel 1960 vinse la Coppa del Jazz (Gil Cuppini, Sergio Fanni, Eraldo Volonté, Ettore Righello e Giorgio Buratti)
[3] Gil Cuppini, intervista di Adriano Mazzoletti in “Il Jazz in Italia” [cit.]
[4] Enrico Rava in “Incontri con musicisti straordinari”, Feltrinelli 2010

venerdì 27 dicembre 2019

La Verità - in ricordo di Mario Guidi



Enrico Bettinello: Come giudica mediamente il panorama dei Festival italiani? Quali sono solitamente le ragioni per cui alcuni musicisti della sua agenzia non trovano lo stesso spazio di altri?

Mario Guidi: Non molto stimolante. Basta fare il confronto con quanto avviene nel resto d' Europa. Generalmente i promoter hanno paura che la musica cosiddetta difficile allontani il pubblico. Io sono del parere opposto, trovo che se nella musica c'è quella che io chiamo la "verità," poi il pubblico risponde. Il problema è che il grosso pubblico viene messo raramente di fronte alla possibilità di formarsi un gusto e di poter cercare la "verità". Mentre anni fa era difficile trovare posto ai concerti di Paul Motian, Lester Bowie, Steve Coleman, oggi le sale si riempiono per le cantanti reduci da Sanremo o al massimo per Gregory Porter. Quelle che per i promoter sembrano delle ghiotte opportunità (la commistione con artisti del pop e del rock, i tributi studiati a tavolino, il continuo rivolgersi al passato in cui sono impegnati anche tanti artisti di altissimo livello) stanno portando ad un appiattimento preoccupante. Aspetto da un momento all'altro la prima collaborazione tra una cantante di "Amici" e il giovane jazzista rampante. La conseguenza è che chi invece cerca di esprimere una propria musica originale, chi vuole proporre una propria visione del futuro, oggi ha pochi spazi agibili a disposizione. Ovviamente in molti la pensano in modo diametralmente opposto e lamentano invece l'assenza dalle scene italiane degli alfieri del mainstream e la troppa invadenza dei "soliti noti," oppure contestano la presunta "jazzità" di taluni artisti.

Art by Mark Rothko (Untitled 1968)


giovedì 26 dicembre 2019

Tullio De Piscopo Quintet _ Future Percussion, 1978



Sono diversi i motivi che mi hanno portato oggi a scegliere questo titolo, tra tanti…

Certo, quello squisitamente musicale dovrebbe aprire il post dal momento che, dopo tanta inattività fisica, se non quella mascellare e gastrointestinale, la musica qui riportata ha i ritmi predominanti che sono un viatico alla sopita circolazione, grazie proprio alla batteria scoppiettante di Tullio De Piscopo, agli innumerevoli cambi di rotta imprevisti di Luis Agudo (ascoltate la Title track) ed al robusto tono portante di Larry Nocella (Scetate/Garrison my Dear).


Poi c’è l’aspetto collezionistico ‘ché, se anche queste registrazioni sono oramai sparse un po’ dappertutto nella rete (da Spotify ai tanti blog che le hanno riproposte in passato), sfido chiunque si definisca anche lontanamente un appassionato a dire di non avere vibrato almeno un po' davanti a questo o un altro di quei dieci titoli che restano fondamentali nella nutrita collana autoctona dedicata al Jazz from Italy dalla Carosello.


Certo, formalmente non dovrei sottovalutare nemmeno l’aspetto "critico", perché De Piscopo, che è stato indubbiamente un fuoriclasse del suo strumento e che ha accompagnato decine di nomi altisonanti del Jazz di casa nostra o internazionale (Azzolini, Barigozzi, Basso, Buratti, Rusca o Massimo Urbani ma anche Slide Hampton, Grappelli, Mulligan, Piazzolla o Kai Winding) è stato spesso lasciato un po' ai margini del panorama che si è tentato di ricostruire intorno a questa musica, forse perché anche lui è rimasto condizionato dalle sue frequenti relazioni con la sorella “leggera” (che lo hanno visto al fianco di Celentano e Cutugno, Mina, Jannacci e Donaggio, Mino Reitano, la Vanoni, la Zanicchi e Pino Daniele) o proprio vittima dell'abusato concetto di musica "commerciale” spesso confuso con “popolare”, o forse per il suo essere "personaggio semplice" ed attaccato alle origini o chissà per cos'altro, fatto sta’ che in oltre cinquant’anni di suonata carriera io ricordo, per esempio, una sola intervista sulle colonne di Musica Jazz, ma questa è storia vecchia e ve l’ho già raccontata qui.


Ma oramai voi mi conoscete, chi più e chi meno, e sapete che le mie scelte sono dettate anzitutto dal mio stato d’animo. 

Perché in fondo questo blog altro non è che un diario personale, un “carnet de route” che ho spesso condiviso con altri viandanti, uno specchio riflesso, un doppio che prende spunto da me stesso eppur vive di una sua propria autonomia e nient’altro… per cui posso tranquillamente confidarvi che ‘stamattina è stato solo quell’aggettivo a farmi fare la scelta di mettere sul piatto questo disco anziché un altro, proprio per quel semplice “FUTURE” in maiuscolo che si è preso tutta la mia attenzione…


Ora il futuro ha smesso di mostrarsi a me come un solido e lunghissimo ponte levatoio, che collega il “qui e ora” ad un domani si dettagliato e pianificato, ma lontano e sfumato nel blu, ed ha assunto la forma di tante piccole tessere bianche da colorare a piacere ed incastrare l’una all’altra, necessarie per colmare soltanto piccoli vuoti momentanei, ideali per creare pezzi di scelte di volta in volta cangianti. 

E, seppur qualche mese fa tutto sia iniziato come un’opzione praticamente obbligata, più che ricercata, posso dirvi che in queste settimane il godere del presente, l’attenzione alle piccole cose, il poter procedere seguendo il mio ritmo, sono diventate le mie più preziose possibilità e, in fondo, forse, erano già il ritratto più fedele della mia Natura, solo che tutto il resto che mi girava intorno non mi permetteva più di ricordare.



***

Tullio De Piscopo Quintet

Future Percussion



Label: Carosello
Serie: Jazz from Italy
Catalog#: CLE 21038
Format: LP

Country: Italy
Recorded at Studio CAP,
Milan, January 1978

Tullio De Piscopo (drums),
Larry Nocella (tenor sax),
Giorgio Cocilovo (guitar),
Luigi Bonafede (piano),
Lucio Terzano (bass),
Luis Agudo (percussion)


Tracklist:


A1. Scetate _ Garrison My Dear - 6:07
A2. Barbara - 6:48
A3. La Mia Natura - 6:52




B1. Future Percussion - 6:45
B2. Say It (Over and Over Again) - 5:00
B3. 3 For Larry - 7:53



martedì 24 dicembre 2019

Chet Baker 4et Live at Teatro degli Infernotti, Torino December 19, 1979


Ph by Luciano Viti

Chet Baker era nato ieri. Questo non aggiunge molto alla sua biografia, ma è un dato di fatto. Chet Baker è stato indubbiamente uno tra i più ispirati ed irripetibili musicisti jazz, ed anche questo dovrebbe essere cosa nota ai più, ed il condizionale non è utilizzato a caso.

«Ti posso garantire che molti musicisti giovani, anche tra quelli che suonano con me e che sono fantastici, non hanno mai ascoltato il Quartetto di Gerry Mulligan con Chet Baker, che è per me una pietra miliare del Jazz, non solo perché Chet non ha mai più suonato come suonava lì, ed infatti è esploso proprio con quei dischi del ’52-’53, quando ha vinto anche il referendum [1]. Poi Chet ha fatto altre cose, anche quelle molto belle e poetiche, ma come suonava in quel contesto non ha più suonato, con quella agilità e rapidità di pensiero, quella capacità di tradurre in suono tutto quello che gli passasse per la testa… originalissimo… a volte sembrava un Don Cherry con tecnica, eppure “non sapeva niente”… ma te lo ricordi il solo di Chet su Bark for Barksdale?[2] viene dopo un assolo di Mulligan, buono ma molto tradizionale, e poi entra lui con una frase che io ogni volta mi chiedo da dove gli sia mai arrivata quella espressione lì, è imprevedibile e pazzesca… Questo è stato il gruppo che mi ha proprio aperto le porte al Jazz moderno e poi da lì…»[3]


Eppure le tragiche situazioni che hanno affollato la sua vita pubblica, e travolto ovviamente quella privata, hanno facilitato l’approccio di molti nel trattare Chet Baker più come un’icona da idolatrare o smitizzare, offuscando così la sincera ricerca musicale o sminuendo il suo spessore di musicista. Basterebbero i titoli di alcuni magazines dell’epoca per capire meglio cosa intendo dire, visto che pubblicavano a titoli cubitali frasi infelici tipo “Il Veleno del Jazz” (Il Reporter 36 – 1960), oppure “La Magica Tromba di Chet Baker è caduta nella Fossa delle Vipere” (Il Tirreno – 1960), o “La Paura mi Aspetta alla Porta” (L’Europeo – 1961) e “La Tromba Avvelenata” (Epoca – 1961), fino ad “Amici Italiani Aiutatemi Voi” (Novella 35 – 1963) o ancora “Chet Baker: Storia di Dolore” (Down Beat – 1964).


Chet Baker era nato il 23 dicembre 1929 a Yale, in Oklahoma ed è stato indubbiamente uno tra i più ispirati ed irripetibili musicisti jazz. 

Io voglio ricordarlo così, più con la sua musica spesso inedita (e nel LIVE che segue lo è nel vero senso della parola) che con le sue luci ed ombre d’umanità, le stesse di ognuno di noi.

CB, Halema e Chesney Aftab, Milano Feb. 1960

***

Chet Baker Quartet
Recorded Live at Teatro degli Infernotti, Torino
December 19, 1979

Chet Baker (trumpet, voc #2, #5),
Dennis Luxion (piano),
Riccardo Del Frà (bass)
Roberto Gatto (drums)

Ph by Ralph Quinke


CB Quartet, Live in Torino 1979 - Part One

1. Someday my prince will come - 9:10
2. But not for me – 10:55
3. ‘Round midnight – 12:15
4. Broken wing – 10:08

         CB Quartet, Live in Torino 1979 - Part Two

5. There will never be another you – 15:52
6. Once upon a summertime – 13:24
7. Blue ‘n boogie – 11:45






[1] New Star award in DownBeat’s first International Jazz Critics Poll in 1953
[2] Gerry Mulligan Quartet – Fantasy, 1953
[3] Intervista ad Enrico Rava, Novembre 2019