lunedì 25 maggio 2015

Sandro Brugnolini & Modern Jazz Gang - The Milestrane 1959 - 1964 _ Vol.1


Vi ho già parlato della Modern Jazz Gang, una delle poche formazioni di jazz italiano che, evolvendosi dalla precedente incarnazione traditional che prendeva il  nome di Junior Dixieland Jazz Band, ha lasciato un segno indelebile tra gli appassionati, pur se attraverso una limitata manciata di registrazioni. Di Sandro Brugnolini, leader, compositore e arrangiatore della gang, c’è un po’ più di materiale sulla rete, come l’intervista realizzata da Formosa Coweater e pubblicata su hapsnow's whirlwinds. Di entrambi, resta comunque da scoprire un sacco di materiale sommerso: penso alle registrazioni della Junior rimaste su 78 giri (ed apparse solo su un CD allegato alla rivista Blu Jazz, #14 del 1991) ed alle diverse sonorizzazioni fuori mercato, come per i corti “L’Appuntamento” di Francesco [Gibba] Guido (10 minuti del 1965), “L’Assurdo” di Lino Del Frà (11 minuti del ‘66) e “Cenerentola” di Pino Zac (13 minuti del 1966), solo per fare un esempio.

Approfitto delle parole di Brugnolini, pubblicate sul #11 de Il Giaguaro nel 2005, per condividere con voi un’esaudiente compilation della MJG (allegata allo stesso magazine ed OOP), nella speranza di raccogliere altro prezioso materiale in futuro.


«La musica di Bix rappresentò per tutti noi un traguardo da raggiungere, perché era diversa, tracciava un percorso di ricerca che non si limitava all’improvvisazione ma spaziava anche nei campi della purezza del suono e soprattutto della ricchezza armonica. Non che fosse complicata, anzi – Bix era uno di quei trombettisti dal fraseggio semplice e non certo verboso – tuttavia l’attrazione per un ascoltatore attento, e noi lo eravamo davvero (i nostri preziosi dischi a 78 giri di Bix erano diventati quasi bianchi a forza di ascoltarli solco dopo solco in modo da carpire il segreto di quell’accordo così particolare eppure tanto affascinante) consisteva nel fatto che quelle frasi non erano banali, non erano state mai sentite, non ammiccavano per riscuotere l’applauso facile ma anzi si accartocciavano su se stesse quasi per pudore. Tutto questo per un giovane, e noi al tempo lo eravamo, ha un fascino irresistibile perché attiene all’emozionale, perché prescinde dal successo, anzi quasi lo respinge in nome dell’arte assoluta e della ricerca.


E così noi della Junior Dixieland Gang (“dixieland” era il punto di riferimento musicale; gli altri due termini erano due omaggi: “junior” perché a Roma eravamo i nuovi jazzisti rispetto ai già molto noti colleghi della Roman New Orleans Jazz Band; “gang” perché la formazione più celebre, e soprattutto la migliore, di quelle in cui aveva militato Bix Beiderbecke era stata appunto la Gang) ci buttammo a corpo morto a ricreare le atmosfere rigorose ed armonicamente complesse della musica bixiana, studiando e rifacendo quasi pedissequamente tutti i brani di quel repertorio, da Royal Garden Blues a Jazz Me Blues, da At The Jazz Band Ball a Margie, da Louisiana a Mississippi Mud. Cercavamo di assimilarne ogni più piccolo segreto nel fraseggio, negli accenti, in un collettivo così serrato e geniale coi suoi pianissimo alternati ad improvvisi fortissimo, cosa che le altre band non facevano mai suonando quasi sempre, diciamolo pure, al massimo dei decibel.


Ma poi, impadronitici finalmente di quel linguaggio, incominciammo ad usarlo anche su brani che Bix non aveva mai fatto e alla fine componendone anche alcuni originali: come Bixin’ The Blues che io composi nel 1953 e che incidemmo per la Voce del Padrone Pathé a Milano in omaggio al brano più celebre di Bix che era appunto Singin The Blues. Di questo pezzo comunque facemmo pure una versione particolare in cui il compianto nostro baritoni sta, Francesco Forti, arrangiò per quattro fiati l’intero storico assolo che Bix vi aveva inciso. La ricerca in campo artistico, si sa, quando è sostenuta e stimolata da passione sincera e non contaminata, porta ad andare avanti e a non adagiarsi sugli allori. Sicché proprio nel momento in cui, al termine di una serie di concerti in tutti i maggiori teatri italiani (a Livorno trovammo tutta la marineria americana che proprio in quei giorni era nel porto e che, letti i manifesti del concerto, aveva invaso la platea ed era sbalordita ad ascoltare dei ragazzini italiani che suonavano i pezzi più difficili di un repertorio jazzistico che già in USA era riservato agli intenditori) e dopo esibizioni in Radio e l’incisione di una ventina di brani, eravamo al culmine della notorietà e rappresentavamo una specie di punto di riferimento originalissimo nell’ambito di tutto il revival europeo, invece di sfruttare il successo come molti altri avrebbero fatto, decidemmo di ricominciare davvero tutto da zero.


Infatti l’esperienza compositiva e gli approfondimenti dovuti al messaggio bixiano, ci avevano portato inevitabilmente a spaziare su altri mondi, quelli del jazz più avanzato al quale certamente Bix sarebbe giunto molto prima di ogni altro, se la morte non lo avesse colto ad appena 28 anni immergendo la rua romantica figura nell’alone di una leggenda senza fine. Alla sua soria vennero dedicati almeno due film, Chimere con Kirk Douglas in cui, a parte Bix che era morto, suonavano davvero molti dei jazzisti della sua epoca, ad esempio Benny Goodman, e, recentemente, il Bix di Pupi Avati in cui, non essendoci purtroppo più nessun protagonista dell’epoca, tutto è stato sapientemente ricostruito come in una cover. C’è da ricordare che in anni più recenti è esistito una specie di secondo Bix, anche lui bianco, anche lui trombettista, anche lui un po’ pazzo e scriteriato, anche lui un po’ maledetto: Chet Baker, il cui suono purissimo e certi atteggiamenti non solo musicali fanno riferimento a quel clangore argentino che solo la tromba golden, aurea, dorata (quella dell’arcangelo Gabriele, insomma), suonata da Bix, aveva saputo evocare come per miracolo.


Ebbene io ebbi la percezione che si sarebbe potuta proseguire la strada intrapresa da Bix anche e soprattutto nel jazz moderno: così cambiai nome all’Orchestra che divenne Modern Jazz Gang (quel gang rimase come nostalgico omaggio alla matrice sonora). Il gruppo, con nuovi prestigiosi elementi come Cicci Santucci ed Enzo Scoppa che si aggiunsero al nocciolo duo rappresentato oltre che da me (passato nel frattempo dal clarinetto al sax) anche da Alberto Collatina al trombone, Leo Cancellieri al pianoforte e Carlo Metallo al baritono, incominciò a distinguersi per una sua caratteristica speciale: tutti i brani in repertorio non appartenevano ai consueti tunes o canovacci cari al jazz moderno ma erano tutti brani composti e arrangiati da me o dagli altri componenti dell’orchestra. Con Arpo, brano che io composi dedicandolo al logo di Arrigo Polillo, il più importante critico di jazz italiano, la Modern vinse il primo premio per il migliore brano originale arrangiato el Festival nazionale del Jazz del 1958; e con Miles Before and After, altro brano di mia composizione, la Modern Jazz Gang rappresentò l’Italia al Festival Internazionale del Jazz di Sanremo nel 1961. 


Seguirono concerti e dischi, e da qui incominciò anche la meravigliosa e avventurosa esperienza con il mondo del cinema, dapprima per me e per la Modern, poi soltanto per me allorquando, per essere diventato giornalista professionista, dovetti abbandonare i concerti ed i teatri smettendo purtroppo di suonare ma spostando la mia attenzione soltanto sul settore della composizione per il cinema e per la TV, attività che ho potuto poi condurre negli anni, in parallelo con l’impegno giornalistico (sono diventato anche parlamentarista e vice direttore del quotidiano Il Popolo). La Modern infatti era apprezzata da tutti i registi e cineasti d’avanguardia e io, che la dirigevo e ne curavo gran parte degli arrangiamenti e dei brani originali, incominciai ad essere chiamato per musicare decine e decine di documentari culturali d’ogni tipo, tutti ammessi alla programmazione obbligatoria. A volte si faceva come Miles Davis nel celebre film Ascensore per il Patibolo: in sala si improvvisava mentre passavano i rulli delle varie parti della pellicola; altre volte preparavo io i temi e li arrangiavo per la Gang ma poi davo sempre ampio spazio alla creatività dei vari solisti durante la registrazione. Il culmine di questa attività arrivò nel 1962, quando composi la colonna sonora, interamente jazzistica e quasi tutta registrata con la Modern, del fil Gli Arcangeli, che fu molto apprezzato ed ebbe un buon successo. Il disco uscì anche su un 33 giri della RCA e oggi, a distanza di ben quarantadue anni, è stato ripubblicato dalla DejàVu perché considerato un disco “cult”: tra l’latro, alcuni dei miei brani di quella colonna sonora (tra cui Helen’s Blues) erano stati interpretati dalla famosa cantante jazz americana Helen Merrill. A questo punto, dati i miei sempre più pressanti impegni col giornale e con il Palazzo (c’è, inciso anche su disco, un mio brano che si intitola infatti Montecitorio e che è stato per moltissimi anni la sigla televisiva del programma della RAI “Speciale Parlamento), la Modern Jazz Gang incominciò a perdere colpi e pian piano si sciolse, fatte salve alcune rimpatriate in occasioni importanti: per esempio nel 1964 composi le musiche per un documentario, che poi ottenne non pochi premi, e al quale partecipò quasi tutta la Gang con in più, ospite davvero d’eccezione, il tenorsassofonista Gato Barbieri».

*************************


Credits:

The Milestrane 1959 - 1964 _ Vol.1
Label: il Giaguaro Records
Catalog #: GRC 013
Format: CD
Country: Italy
Executive Producer:
Alessandro Casella
Licenced by
Sandro Brugnolini


Tracklisting:


1. Robert's Tune - 03:35 (1959)
2. Arpo - 04:47 (1959)
3. Blue Mirria - 03:28 (1960)
4. Leopoldville - 03:53 (1959)
5. Miles Before and After - 04:29 (1960)
6. Flying Boy - 03:37 (1961)
7. La Città di Pavese - 04:21 (1960)
8. Trickery - 03:37 (1961)
9. Big Concert Blues - 02:26 (1962)
10. Milestrane - 01:53 (1961)
11. Blue Sinanthropus - 03:13 (1962)
12. Homo Sapiens - 01:35 (1962)




13. Medium Herd - 03:15 (1962)
14. Train Up (Tema Lento) - 02:53 (1964)
15. Train Up (Medio Sold) - 05:19 (1964)
16. Train Up (Milestones) - 02:01 (1964)
17. Train Up (Velocistenor) - 02:09 (1964)
18. Things for Alto - 04:59 (1962)
19. Six Gospel Eight Jazz - 02:43 (1964)
20. Steel and Iron - 01:17 (1962)
21. A Trumpet for Veronique - 02:57 (1962)
22. Eliano City Blues - 02:19 (1962)
23. My Lady in the Night - 02:59 (1962)
24. Smog Time - 02:46 (1962)



Notes
all tracks composed by
Sandro Brugnolini

#1 and #4:
EP RCA - EPA 30-358
Cicci Santucci (tp),
Sandro Brugnolini (alto sax, arr),
Alberto Collatina (trne),
Enzo Scoppa (tenor sax),
Carlo Metallo (bar sax),
Leo Cancellieri (p),
Sergio Biseo (bass),
Roberto Petrin (drums)

#2:
LP Astraphon LPA 10001
Cicci Santucci (tp),
Sandro Brugnolini (alto sax, arr),
Alberto Collatina (trne),
Carlo Metallo (bar sax),
Leo Cancellieri (p),
Sergio Biseo (bass),
Roberto Podio (drums)

#3:
EP Cetra EPD42
Cicci Santucci (tp),
Sandro Brugnolini (alto sax, arr),
Alberto Collatina (trne),
Enzo Scoppa (tenor sax),
Carlo Metallo (bar sax),
Puccio Sboto (p),
Sergio Biseo (bass),
Roberto Podio (drums)

from #5 to #13, #18 and from #20 to #24:
documentaries soundtracks, performed mostly by
Cicci Santucci (tp),
Sandro Brugnolini (alto sax, arr),
Alberto Collatina (trne),
Enzo Scoppa (tenor sax),
Carlo Metallo (bar sax),
Leo Cancellieri (p),
Puccio Sboto (vib),
Tonino Ferrelli (bass),
Roberto Podio (drums)
in several cases the band is reduced to
only some of these elements;
in other tracks, however, also include
Maurizio Majorana and Gianni Foccià (bass),
Sandro Serra (perc), Silvana Masone and Simoncini (piano),
Angelo Baroncini (guitar),
Franco Morea and Maurizio Morandi (drums).

from #14 to #17:
ost of “Ogni Giorno” by Piero Nelli
Cicci Santucci (tp),
Sandro Brugnolini (alto sax, arr),
Gato Barbieri (tenor sax),
Franco D'Andrea (piano),
Carlo Loffredo (bass),
Gegè Munari (drums)

#19:
ost of "L'Iradiddio" by Pino Zac
Sandro Brugnolini (alto sax, arr),
Gato Barbieri (tenor sax, cl),
Carlo Metallo (bar sax, clarone),
Angelo Baroncini (el. guitar),
Franco D'Andrea (piano),
Gianni Foccià (bass), 
Gegè Munari (drums)


lunedì 18 maggio 2015

Larry Nocella, Franco D'Andrea, Giancarlo Pillot, Julius Farmer - Brother Man, 1977


Ci sono musicisti europei che «parlano senza accento quella lingua internazionale che è il jazz» (lo dico parafrasando un’espressione del critico ginevrino Demétre Joakimidis). Fra questi musicisti, immersi fin dall’inizio in tempo reale nel flusso storico del jazz, certamente c’è stato Larry Nocella.


L’ho conosciuto verso la fine degli anni ’70. era un periodo in cui cominciavo a frequentare i club milanesi, in particolare il Capolinea, all’indomani del mio arrivo da Roma, dove avevo vissuto, a conti fatti, una decina di anni. Ad un certo punto ci capitò di suonare abbastanza spesso insieme ed io imparai a conoscere meglio questo tenorista, che avevo subito trovato impressionante per la naturalezza e la fluidità del fraseggio, che mi ricordava, per certi versi, il Coltrane dei dischi che a me piacciono di più del periodo “Atlantic” (specialmente My Favourite Things e Coltrane’s Sound). Era bello riscoprire e approfondire con lui il periodo di Coltrane di cui avevo intuito l’importanza nei primi anni ’60 in compagnia di Gato Barbieri. Amava esplorare brani di gusto armonico molto raffinato ma aveva, come Gato, una predilezione per il canto, per il dispiegamento della voce e si sentiva che, attraverso Coltrane, mirava a riscoprire e valorizzare l’intera tradizione jazzistica. Amava molto suonare anche tutte le belle composizioni di quell’epoca (temi di Charles Lloyd, Joe Henderson, Herbie Hancock, del primo Corea) e sembrava dire, e qualche volta lo diceva davvero «abbiamo ancora tanta buona musica nella tradizione del jazz da suonare, reinterpretare, capire meglio».
Questo era il messaggio che mi arrivava e coincideva con il mio desiderio di allora di approfondire la conoscenza di certa musica degli anni ’60 e di riandare, possibilmente, ancora più indietro, fino alle radici del jazz, per poi operare nuove sintesi musicali.


Andando avanti, negli anni ’80, le nostre strade si sono divise, ma di tanto in tanto lo riascoltavo e sentivo le sue nuove evoluzioni che lo portavano, nel fraseggio, ad affiancarsi a Coltrane e a Rollins prima e poi, addirittura, a Lester Young. Come sempre, era nel flusso del jazz “senza accento”, parlava quel linguaggio perfettamente, con inesausta passione.

in ricordo di Larry Nocella da Qualunque Cosa Mi Accada,
a cura di Silvano Arcamone e Carlo Verri, Stampa Alternativa, luglio 1997.


**********************************


Credits:

Pillot – Farmer 4tet
Brother Man

Label: Carosello
Serie: Jazz from Italy
Catalog#: CLE 21031
Format: LP

Country: Italy
Recorded at CAP Studio,
Milan, January 1977

Larry Nocella (tenor sax, soprano),
Franco D’Andrea (piano),
Julius Farmer (el. bass),
Giancarlo Pillot (drums)


Tracklist:


A1. Seven Steps to Heaven – 8:53
A2. Lush Life – 5:30
A3. Skylab – 4:51 



B1. Freddie the Freeloader – 6:56
B2. Aisha – 5:34
B3. Brother Man – 7:36





giovedì 14 maggio 2015

Helen Merrill in Italy, music by Piero Umiliani _ 1960 - 1962


«Cosa potrò mai aggiungere riguardo a Helen Merrill?
Credo che di lei sappiamo già tutto. La sua voce sensuale è piena di stile. Helen, swingando con tanta sensibilità, sa scegliere le canzoni più giuste e i migliori jazz-men del mondo.


Scoprii il suo primo disco in un negozietto di Firenze, nel lontano 1954. Era stato realizzato a New York City. dove lei abita e svolge la sua attività artistica. I musicisti che l'accompagnavano, solo per fare qualche nome, erano Clifford Brown, Oscar Pettiford, Jimmy Jones e Quincy Jones era l'arrangiatore. Mi colpì particolarmente la canzone What's New? e credo di averla sentita mille volte, giorno e notte. La conobbi personalmente nel 1962, negli studi della RCA. Era appena arrivata da New York e al solo pensiero che quel giorno l'avrei conosciuta ero emozionatissimo. Mi ricordavo ancora la sua fotografia sulla copertina di quel vecchio disco dove sembrava un tipo intrigante, molto sexy. Invece appena la vidi non potei fare altro che rimanere conquistato dalla sua semplicità. Ricordo che le dissi: "Sei appena arrivata, ma hai già prenotato l'albergo?" Allora aggiunsi che eravamo sotto Natale e che non sarebbe stato facile trovare una sistemazione e la invitai comunque a venire da me a provare, avevo lo studio nel mio appartamento e potevamo lavorare senza problemi di orario, in tranquillità.


Dovevamo infatti iniziare una trasmissione insieme. Avevo creato un programma televisivo sul jazz, intitolato Moderato Swing. Andava in onda una volta alla settimana, la sera intorno alle 22:00. Helen doveva cantare una canzone in ogni puntata. Con la Big Band della RAI, presentavo i personaggi più importanti del jazz: Duke Ellington, Count Basie, Woody Herman, Benny Goodman... Fu un grande successo e così iniziò la nostra collaborazione. Oltre dodici canzoni che sceglievamo insieme per presentarle in televisione. Lei scrisse le parole di tre miei brani che avevo composto per il cinema: My Only Man, Dreaming of The Past e Dawn.


Quando la conobbi non parlava affatto italiano ma poi, dopo pochi mesi, cantò nella nostra lingua Estate e credo sia una delle più belle interpretazioni che io abbia mai sentito».




**********************************
Photos by Roberto Capasso
**********************


Credits:

Helen Merrill
in Italy

Label: Liuto
Catalog#: LRS 0063/5
Format: CD
Country: Italy


Tracklist:


Big Band and String Sections,
arranged and directed by Piero Umiliani;
Rome 1962
1. My Only Man
3. Dreaming of the Past

Piero Umiliani Quartet:
Gino Marinacci (fl), Enzo Grillini (g),
Berto Pisano (b), Sergio Conti (dr);
Rome 1961
2. Dawn

The String Ensemble:
Jacques Pelzer (fl), L. Donin (1st vl),
R. Sonk (2nd vl), M. Wery (3rd vl), H. Grosjean (cello);
Comblain la Tour 1959
4. You Go to My Head

Piero Umiliani Quartet:
Nino Culasso (tp), Piero Umiliani (p),
Tonino Ferrelli (b), Ralph Ferraro (dr);
Rome 1961
5. Why Don’t You Do Right
6. You Don’t Know What Love Is
7. Willow Weep for Me
8. April in Paris
9. When Your Lover Has Gone
10. Solitude

Piero Umiliani Sextet:
Nini Rosso (tp), Gino Marinacci (fl),
Enzo Grillini (g), Berto Pisano (b), Sergio Conti (dr);
Rome 1961
11. I’ve Got You Under My Skin



Piero Umiliani Sextet:
Nini Rosso (tp), Gino Marinacci (fl),
Enzo Grillini (g), Berto Pisano (b), Sergio Conti (dr);
Rome 1961
12. Autumn in New York
13. Night and Day
14. These Foolish Things
15. Everything Happens to Me

Quintet of Milan:
Dino Piana (tbn), Gianni Basso (ts),
Renato Sellani (p), Giorgio Azzolini (b), Franco Tonani (dr);
Milan 1960
16. The More I See You
17. I’ve Got You Under My Skin
18. Everything Happens to Me

Big Band and String Sections,
arranged and directed by Ennio Morricone;
Rome 1962
19. Estate
20. Nessuno al Mondo
21. Nun è Peccato 
22. S’é Fatto Tardi



sabato 9 maggio 2015

Intervista a Larry Nocella _ Everything Happens To Me, 1980


La storia della musica è zeppa di musicisti che non hanno mai avuto il riconoscimento pubblico che avrebbero meritato. È qui inutile citare esempi clamorosi; è molto meglio restare nell’attualità facendo parlare uno di questi, Larry Nocella, sassofonista di alta levatura, musicista completo e maturo che, però, fatica non poco per trovare una sua giusta collocazione e i riconoscimenti che senz’altro merita.


Carlo Verri: Larry, raccontaci da dove provieni e come e dove si sono svolti i tuoi anni di apprendistato musicale.
Larry Nocella: Io sono campano, di Battipaglia, città dove sono nato trent’anni fa. Ho passato molti dei miei anni in collegio, dall’età di tre anni fino a quando ne avevo diciassette-diciotto. In collegio c’era una banda – tutti i collegi che si rispettano ne hanno una – e io ho cominciato ad avvicinarmi alla musica in questo modo. La direzione affidava ai ragazzi uno strumento a seconda delle necessità della banda e a me fu affidato, all’inizio, il tamburo, proprio quello che si lega alla cintura; poi mi diedero il trombone a pistoni e infine il clarinetto. Notarono che su quest’ultimo strumento andavo abbastanza bene. Finite le elementari, mi mandarono addirittura al Conservatorio di Napoli, San Pietro a Maiella, dove mi ammisero subito al secondo anno facendomi saltare quello che viene chiamato di esperimento e anche il primo anno effettivo. In poche parole, pur frequentando due soli anni di Conservatorio, mi sono trovato al quinto anno. Certamente avevo molto tempo per studiare e i professori mi sostenevano, forse perché avevano notato in me tanta voglia di suonare e anche un po’ di stoffa, come si suol dire.


CV: Però, a quel che mi risulta, non hai preso il diploma.
LN: No, purtroppo. Un po’ per ragioni familiari e un po’ per cominciare ad affrontare la vita da un punto di vista più pratico, lasciai il Conservatorio e incominciai a lavorare, dimenticando per un certo periodo anche la musica. Passato qualche tempo, ricominciai a suonare in una sala da ballo di Napoli, dove si faceva anche jazz, e fu così che mi avvicinai a questa musica che è diventata in seguito il mio mestiere. Nel frattempo avevo anche cambiato strumento, passando al sax tenore, che è poi quello che uso tutt’ora. In quel periodo il musicista che mi impressionava di più era Sonny Rollins, la pazzia, tra virgolette, di quest’uomo, il suo modo di concepire la musica, le frasi spezzettate, il muoversi ritmicamente, il dare tanto valore alle pause. Ho imparato molto da Rollins e ho avuto anche un periodo feticistico nei suoi confronti, sino a raparmi a zero, per cercare di imitarlo dal punto di vista fisico.


CV: Forse la cosa coincise con la tua conoscenza di altri musicisti?
LN: Esatto, in quegli anni ho incominciato a conoscere e amare un altro grande del sax, John Coltrane. All’inizio, per la verità, non capivo quest’uomo che faceva un miliardo di note, ma col tempo compresi che in Coltrane c’era anima, feeling, amore, cose piuttosto rare.


CV: Sei stato anche accusato di imitare Coltrane. Come mai?
LN: Il fatto per me è molto semplice. Sonny Rollins, John Coltrane e Charlie Parker sono stati dei maestri e dai maestri s’impara sempre, lasciano un segno dentro di te. io non mi vergogno affatto di riconoscere di essere stato influenzato dai musicisti sopracitati e anche da altri. Certo, riconosco che Coltrane è uno dei musicisti che amo di più e quindi è anche logico che influenzi maggiormente la mia musica. È anche vero, però, che in quel suono non c’è solo influenza altrui ma anche idee mie, il mio suono, la mia sensibilità.


CV: Facciamo un piccolo flash-back: eravamo rimasti a quando suonavi nelle sale da ballo di Napoli, poi sei venuto a stabilirti a Milano. Perché?
LN: La risposta è semplice: a Milano c’erano molte più possibilità di lavoro che a Napoli. Era, con Roma, la città più viva jazzisticamente parlando. Una sera capitai al Capolinea [uno dei templi del jazz milanese, ndr] e mi accorsi che era un punto focale dell’attività musicale. Continuai a tornarci ed entrai nel giro giusto. Di qui inizio la mia vera attività da professionista. Cominciai a collaborare col pianista Mario Rusca, col batterista Tullio De Piscopo e con molti altri musicisti che ruotavano (molti ci sono ancora) nell’orbita del Capolinea. Fu anche una bella scuola per me; imparai a migliorarmi continuamente, spinto dall’inevitabile competitività con gli altri. A un certo punto raggiunsi una mia maturità, non mi sentivo più l’ultimo arrivato, i musicisti mi stimavano e mi chiamavano a collaborare con loro.


CV: Che musica fai? Quali sono le tue preferenze oltre a quelle cui abbiamo già accennato?
LN: La base della mia musica è la tradizione jazzistica e perciò anche i musicisti di cui sopra, ma anche Mingus, Lester Young, Coleman Hawkins, etc; tempo fa ho provato a dedicarmi alla musica cosiddetta d’avanguardia, ma non ero preparato, mi mancavano ancora delle basi sul tradizionale per spingermi fino a ciò. Tra l’altro la cosa mi è stata fatta notare anche da Kenny Clarke, il batterista che tanto ha contribuito alla rivoluzione del bop, che mi ha spinto ad intensificare i miei studi per avere una completa padronanza e conoscenza del jazz fino al free e poi, casomai, dedicarmi ad esso. La mia sbandata free, anche dopo le parole illuminanti di Clarke, è finita rapidamente ed oggi suono completamente nella tradizione.


CV: Godi di ottima stima da parte di jazzisti americani, inglesi, o comunque stranieri, vuoi parlarcene?
LN: Non è molto facile, per me, parlare di queste cose. Certo direi il falso se nascondessi che musicisti come Freddie Hubbard, Chick Corea, Jack De Johnette, Art Blakey, Chet Baker e altri non mi stimano e non mi amano. Questo è vero. Con molti c’è un vero e proprio vincolo di amicizia, mi scrivono spesso, e Chet Baker, per esempio, mi voleva anche inserire nel suo gruppo, farmi girare il mondo. Per varie ragioni io non ho accettato, non certo per fare la star, anzi ero e sono molto onorato e felice di un simile comportamento verso di me, ma io sono italiano ed è qui che voglio lavorare.


CV: Quali interventi discografici hai fatto finora?
LN: Ho collaborato con musicisti come De Piscopo, Rusca, Angelo Arienti, Giancarlo Pillot, Julius Farmer, incidendo dischi a loro nome. Solo recentemente mi è accaduto un fatto molto importante. Tre musicisti americani, Dannie Richmond, Cameron Brown e Bob Neloms, hanno accettato di collaborare con me alla realizzazione di un disco tutto mio. Ho potuto fare le cose che dicevo io e come volevo io e loro mi hanno assecondato in modo a dir poco squisito. Certo non capita tutti i giorni di fare un disco con musicisti di questo calibro, personaggi che hanno suonato con Mingus, Archie Shepp, etc, che hanno accettato di buon grado di suonare con me. Era finalmente ora che mi capitasse l’occasione buona, auspice l’onnipresente Red Record, e vi assicuro che, nel nostro piccolo mondo del jazz, la cosa non è di quelle che passano sotto silenzio.

Intervista a Larry Nocella, a cura di Carlo Verri, pubblicata in origine sul mensile HI-FI, aprile 1981, ripubblicata in Qualunque Cosa Mi Accada, a cura di Silvano Arcamone e Carlo Verri, Stampa Alternativa, luglio 1997.



**************************************
************************



Credits:

Larry Nocella
Everything Happens To Me

Label: Red Record
Catalog#: VPA 167
Format: LP

Country: Italy
Recorded at Music Center,
Bologna, November 1980

Larry Nocella (tenor sax),
Dannie Richmond (drums),
Cameron Brown (bass),
Bob Neloms (piano)



Tracklist:


A1. Rose - 7:57
A2. Central Park West - 6:46
A3. Along Come Betty - 5:41




B1. Nakatini Serenade - 7:00
B2. Everything Happens To Me - 8:00 
B3. The Days of Wine and Roses - 5:40



sabato 2 maggio 2015

Tullio De Piscopo Quintet with Luis Agudo _ Future Percussion, 1978


Lo devo ammettere. Non smetto mai di tentare di comprendere la diretta proporzione che corre tra la partecipazione sui palcoscenici e sui documenti discografici di alcuni musicisti jazz, e la presenza degli stessi sulle pagine della letteratura musicale. Non lo so perché, ma è così. So però perché sono così curioso: ho il brutto vizio di voler capire.


È il caso, non isolato, di Tullio De Piscopo, che vanta un curriculum di tutto rispetto, avendo suonato ed inciso a fianco di compagni del calibro di Enrico Intra, Franco Cerri, Gianni Basso & Oscar Valdambrini, Dino Piana, Renato Sellani, Giorgio Azzolini, Attilio Donadio, Mario Rusca, Giovanni Tommaso, Sante Palumbo, Giorgio Buratti, Guido Manusardi, Oscar Rocchi, Massimo Urbani, Enrico Pieranunzi... e sono solamente i primi nomi che mi vengono in mente tra i jazzisti italiani. A questi si devono aggiungere almeno Gerry Mulligan, Astor Piazzolla, Kai Winding, Julius Leroy Farmer, Tony Scott, Dave Samuels, Woody Shaw, Slide Hampton, Gato Barbieri, Billy Cobham, Don Cherry, Bob Berg, Famaudou Don Moye, Wayne Shorter, Mike Melillo, Nanà Vasconcelos e chissà quanti altri.



Eppure, cercando sull’indispensabile “Il Jazz in Italia Vol.2” di Adriano Mazzoletti (EDT 2010), trovo appena due riferimenti al batterista napoletano: un accenno nel capitolo Il Dopoguerra ed Oltre, dedicato a Napoli, ed una nota nella discografia di Franco Cerri. Nella “Grande Enciclopedia del Jazz” (Curcio 1982) sempre a cura del Mazzoletti, un paragrafetto con tanto foto esiste, essenzialmente biografico, che non riporta nessuna interpretazione critica rispetto alla figura professionale.


Gian Carlo Roncaglia, si spinge chiaramente un po’ oltre: nel IV° volume de “Una Storia del Jazz” (Marsilio Editori, aprile 1982), dedica il paragrafo più ampio a De Piscopo, nel capitolo Quattro Modi di Intendere la Batteria nel Jazz « […] alla fine degli anni Sessanta arrivò a Milano e si rilevò come batterista di estremo interesse con Basso, Valdambrini, Cerri, Intra. Accompagnatore apprezzatissimo per anni e poi finalmente leader di suoi gruppi e compositore assai interessante, De Piscopo rappresenta come pochi il jazz italiano d’oggi, non sordo a contaminazioni che non fanno mai scordare come i suoi grandi maestri siano stati Elvin Jones e Tony Williams, anche se la componente partenopea non è certo assente dalla sua robusta personalità»; poi sintetizza nuovamente un profilo anche nel suo “Italia Jazz Oggi” (De Rubeis, 1995), dove gli dedica qualche riga nel capitolo de Gli anni Sessanta e Settanta, e tratteggia ancora un opinione in merito, anche se riflette più l’aspetto fisico che altro: «ancora da Napoli, poi, arrivò un pirotecnico batterista che s’era fatto le ossa sotto il Vesuvio da ragazzo: Tullio De Piscopo, musicista che ancora oggi rappresenta uno degli esempi più significativi nel panorama jazzistico italiano».


Allora inizio a spulciare la mia collezione di Musica Jazz e, nonostante l’intensa attività di De Piscopo, documentabile già dai primi Settanta, le tante brevi notizie e le diverse recensioni ai dischi in cui compare mi aiutano appena ad afferrare il profilo abbozzato dalla critica ufficiale. Poi trovo un’intervista del 1982, unico approfondimento concesso da Giorgio Lombardi, e mi sembra un’epifania.


Mi sposto su Discogs.com, alla ricerca di documenti sonori che mi possano aiutare nella ricerca ed i nomi affiancati a quello del Nostro diventano variegati; ai già citati jazzmen si aggiungono Adriano Celentano, Mina, Enzo Jannacci, Ornella Vanoni, Iva Zanicchi, Mino Reitano, Toto Cutugno, Roberto Vecchioni, Fabrizio De Andrè, Giorgio Gaber, Pino Donaggio, Domenico Modugno, New Trolls, Franco Battiato e tanti altri.


Allora mi chiedo, forse condizionato dalla lettura de “Il Jazz e i luoghi comuni della musica di nicchia”, riflessione di Riccardo Sacchi appena apparsa su Free Fall Jazz, se la critica è rimasta confusa per via de «l’abusato concetto di “musica commerciale” spesso confuso con “popolare”, che non è esattamente la stessa cosa: lo stesso jazz è sempre stato di fatto parte della musica popolare, comunque non pensato per una ristretta nicchia di cultori un po’ blasé. Purtroppo, fare associazioni mentali automatiche, del tipo “musica di nicchia = musica d’arte” e “musica popolare = musica commerciale” è il passo che ne consegue, per quanto ingiustificato e facilmente confutabile». O se, più semplicemente, non abbia nel proprio DNA il gene del feedback e la predisposizione all’esposizione.


Come spesso accade, mi viene in aiuto “Storia del Jazz Moderno Italiano” di Arrigo Zoli (Azi edizioni, 1983) dove, in calce alla scheda biografica, viene riportato il seguente profilo critico: «Ha un controllo tecnico pressoché perfetto e una quadratura metronomica. Queste brillanti qualità gli permettono di svolgere un’intensa attività oltreché nell’ambito jazzistico in quello della musica leggera e della musica per sonorizzazioni. Da questo ecumenismo batteristico e dal carattere decisamente esuberante dell’uomo, vengono talvolta a determinarsi particolari situazioni in cui la musica viene richiesta di mettersi al servizio di Tullio, con i prevedibili squilibri. Quando invece è Tullio a porsi con discrezione al servizio del jazz, il suo tocco sornione, il fraseggio largo, il relax, la spiccata musicalità regalano bellissime sensazioni». 


Metto su un paio dei suoi dischi più famosi degli anni ’70, quando cioè De Piscopo suonava ed incideva con Giorgio Baiocco, Sante Palumbo, Larry Nocella, Luigi Bonafede, Lucio Terzano, Sergio Farina o Giorgio Cocilovo e capisco al volo cosa intendesse Zoli. Questo Future Percussion, fosse anche solo per la presenza di Larry Nocella, meriterebbe di essere ristampato subito. Ma si sa, la comprensione ed il mercato non sempre sono felicemente collegati. 
 

Ora, se vi va, potete almeno rileggere quell’unica intervista ed ascoltare questo disco.

******************
******************


Credits:

Tullio De Piscopo Quintet
Future Percussion

Label: Carosello
Serie: Jazz from Italy
Catalog#: CLE 21038
Format: LP

Country: Italy
Recorded at Studio CAP,
Milan, January 1978

Tullio De Piscopo (drums),
Larry Nocella (tenor sax),
Giorgio Cocilovo (guitar),
Luigi Bonafede (piano),
Lucio Terzano (bass),
Luis Agudo (percussion)



Tracklist:


A1. Scetate _ Garrison My Dear - 6:07
A2. Barbara - 6:48
A3. La Mia Natura - 6:52



B1. Future Percussion - 6:45
B2. Say It (Over and Over Again) - 5:00 
B3. 3 For Larry - 7:53