lunedì 8 dicembre 2014

Enrico Rava - KATCHARPARI _ 1973


«Insomma, New York è ancora e sempre il centro vitale del jazz?»

«Non può esserci dubbio, il jazz è una cosa americana, anzi, per essere più esatti, negroamericana, ed è, per me e non solo per me, il più importante fatto musicale del secolo. Ed è a NY che lo si può vivere. Io, se debbo dire la verità, non è che mi trovi poi troppo bene, che ami vivere in questa città, che è un mondo in un mondo, anche se ha degli aspetti veramente affascinanti. Ma solo a New York ci si può sentire in un certo modo, la vita che vivi ti spinge, con non so che cosa, ad un certo tipo di suono. Vedi, mi dai lo spunto per dire una cosa. È inutile che continuiamo a raccontarci le favole del “jazz all’italiana” o, che so, del “jazz alla polacca”, ecco. Il jazz, non c’è niente da fare, è lì, è lì che è nato veramente (non dimentico certo New Orleans o Chicago) ma è lì che è diventato patrimonio musicale di tutto il mondo, e oggi, e sempre, non può essere che lì. Non so, anche a Los Angeles c’è jazz, ma è jazz condizionato all’industria cinematografica, capisci? Quincy Jones, per esempio, a me piace molto, però là fa musica per film, non fa jazz. E così altri, come Don Ellis, ecc. a NY no, tu fai jazz. Ornette, per esempio, incise a Los Angeles, con Don Cherry, i suoi primi dischi, ma fu a New York che realizzò Free Jazz con il suo doppio quartetto, non è così?»

Da “Quattro Chiacchiere con Enrico Rava”, di Gian Carlo Roncaglia, Musica Jazz del novembre 1972


Credits:

Label: BASF
Catalog#: Z 23311
Format: LP
Country: Italy
Produced by Giacomo Pellicciotti
Recorded: Milan January 30th 1973
Cover by Ariel Soulé


Enrico Rava (trumpet, vocal, bells),
John Abercrombie (el. guitar), 
Bruce Johnson (bass guitar),
Chip "Superfly" White (drums)

Tracklist :


A1 - Bunny's Pie (E. Rava) - 2'00"
A2 - Trial n°5 (E. Rava) - 6'10"
A3 - Dimenticare Stanca (E. Rava) - 9'07"



B1 - Katcharpari (El Inca) - 4'02"
B2 - Fluid Connection (E. Rava) - 5'40"
B3 - Cheerin' Cherry (E. Rava) - 9'27"
B4 - Peace (B. Johnson) - 1'30"



domenica 30 novembre 2014

LooP _ Frederic Rzewski - The People United Will Never Be Defeated

36 VARIAZIONI SUL TEMA: “EL PUEBLO UNIDO JAMAS SERA VENCIDO”


Ogni tanto mi ritrovo,
smarrito in qualche spazio che non somiglia nemmeno lontanamente a come lo avevo immaginato

perso tra i riflessi del passato,
le azioni convulse del presente
ed appena qualche flash in futurama.


Ogni tanto mi perdo,
a rincorrere la vita su una ruota di plastica,
le emozioni scandite e ripetute come in una posologia antibiotica.

Ma almeno non mi vendo per una manciata di noccioline,
preferisco spaccarmi le unghie, io,
al limite scelgo di farmi scoppiare il cuore.


Perso...
ogni tanto mi perdo,
e poi mi ritrovo piangendo a guardare me stesso dal di fuori della gabbia.

E per questo sono vivo,
nonostante il cigolìo.


LooPlùup› [s.ingl. "cappio", usato in it. come s.m.] [LSF] 
- Nome di oggetti o strutture schematizzabili come linee chiuse o anelli.  
- Insieme di istruzioni che, all’interno di un programma, viene ripetuto ciclicamente fino al conseguimento del risultato voluto

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Art by José Muñoz
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Credits:

Label: Edizioni Cultura Popolare
Catalog#: VPA 114
Format: LP
Country: Italy
Recorded at REGSON Studio (Zanibelli's studio), Milan
Released 1977, Feb 10th


Frederic Rzewski (piano)

Tracklist :


The People United Will Never Be Defeated - 22'27"



The People United Will Never Be Defeated - 24'34"


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I would like to dedicate this post to my friend Pierre Crépon,
with a enormous delay, 
but with the highest respect for his passion!


domenica 7 settembre 2014

Massimo Urbani _ L'Avanguardia è nei Sentimenti - Arcana Jazz 2014



Finalmente è uscito!

In questi giorni è in libreria per i tipi di Arcana, nella collana Jazz diretta da Vincenzo Martorella, la seconda edizione del fondamentale libro che Carola De Scipio aveva dedicato a Massimo Urbani, oramai quindici anni fa.

Lavoro indispensabile già in origine, non solo perchè era praticamente l'unico profilo del sassofonista romano, interessante non solamente per la scelta di utilizzare le tante testimonianze di chi aveva conosciuto, frequentato o suonato con Massimo, "L'Avanguardia è nei Sentimenti" era uno dei più affascinanti ritratti in jazz per via di quella regia unica che l'autrice era riuscita ad ottenere orchestrando le tante voci raccolte, strutturando i vari periodi in una storica architettura complessiva ed armonizzando le emozioni, contrastanti ma sempre toccanti, che la fiammeggiante meteora di Massimo Urbani aveva riflesso sul popolo del jazz.



Libro basilare, dicevo, che in questa nuova veste è diventato bellissimo:
una forma più adeguata, sia in leggibilità che in ordinamento grafico, cinque nuove voci aggiunte al coro (Carlo Atti, Roberto Del Piano, Gaetano Liguori, Carla Marcotulli, Pietro Tonolo), moltissime fotografie inedite di Roberto Masotti che ci regalano una più sfaccettata immagine del nostro, anzi un vero vibrante ritratto, ed una discografia aggiornata al 2014 che tenta di fare ordine e di dare il giusto rilievo attraverso i documenti sonori official o meno, nella storia musicale di Massimo Urbani.

La discografia è curata da me, ma non è questo il motivo che mi spinge a raccontare questo libro sulle pagine del mio blog. Ho amato quel testo da subito, l'ho apprezzato per la sua forma d'istantanea senza giudizio alcuno, l'ho letto, consultato, sfogliato e riletto come si fa con un saggio o con un libro di poesie e, già nel settembre del 2008, l'avevo utilizzato come base reale di un racconto immaginario che oggi ripubblico per l'occasione.

Non perdetevi questa seconda chance per avvicinarvi nel profondo ad uno dei più appassionanti musicisti del jazz.


IL BORGATARO DELLE STELLE

Stranamente, non c'era musica nell'aria.
Nella stanza solo una forte luce biancastra, che illuminava i mucchi di panni sporchi e le bottiglie vuote lasciate sul pavimento.
Massimo distolse gli occhi dalle crepe che disegnavano il soffitto,
si alzò dal letto e in un attimo fu di fronte alla finestra.

Nonostante fosse la fine di Giugno, sulle finestre c’erano ancora le buste di plastica che Ivano aveva fissato con il nastro adesivo, per non fare entrare il freddo. Un gesto semplice che dimostrava amicizia e protezione. "My Brother", pensò, sentendo l'emozione salirgli dal petto come una marea. Era passato molto tempo dall’ultima volta che si erano incontrati, troppo.


Massimo guardò quel telo di plastica che vibrava al vento e trasformava la luce del sole in una nebulosa biancastra e innaturale, come quella di certi ospedali o quella artificiale che si usava nei teatri. Niente di più lontano da quegli ambienti morbidi di penombra in cui amava suonare.
Gli passò per la mente che quella poteva essere la luce che molti raccontano di aver visto in fondo al tunnel della vita.

Rimase lì, ad ascoltare il ritmo del vento, delicato come un sussurro di spazzole, e decise di lasciarlo andare ancora un po’. Yeah, che almeno quella busta spezzasse quell’ovattato silenzio.


Si voltò e fece lo stesso percorso per tornare a letto, pensando che in quei giorni sarebbe dovuta iniziare la stagione estiva dei concerti romani, in quei locali all’aperto che prima lo avevano accolto come un grande del Jazz, con gli amici che accorrevano per sentirlo suonare e gli organizzatori che gli offrivano da bere e gli preparavano magici incontri con le stelle d’oltreoceano.
“Urbani, l’enfant prodige”
“Massimo, la rivelazione del Jazz italiano”.
“La precoce genialità di Massimo Urbani”


Ora sembrava che nessuno volesse più ascoltare le storie che raccontava con il suo sax, pareva che tutti lo evitassero, che la sua musica fosse troppo imprevedibile e diretta, proprio come la sua vita.

Finalmente raggiunse il letto, anche se gli sembrò di averci impiegato un’infinità di tempo.
Guardò il telefono a lungo, come per trovare una risposta a nessuna domanda, ma quello restò muto, inutilmente presente sul pavimento.
Massimo allora si sdraiò e decise di aspettare,
di aspettare ancora un po’.


I don’t know why but I’m feeling so sad
I long to try something I never had
Never had no kissin’
Oh, what I’ve been missin’
Lover man, oh, where can you be?
.


Riaprì gli occhi di colpo, come se qualcuno lo avesse chiamato, ma la stanza era sempre vuota, ora tinta di un giallo caldo per via del giorno che volgeva al termine.
Si mise seduto sul letto, raccolse un uovo sodo dal pentolino vicino al telefono, ed iniziò a sbucciarlo.

Quanto tempo era passato da prima?

Strano concetto il tempo, per lui che ne aveva uno interno dalle mille cadenze, sempre nuovo e irriconoscibile ai più.
Sorrise ricordandosi la faccia di Enrico, che una volta gli regalò un orologio, al quale lui chiese un manuale per farlo funzionare.
Enrico si che gli voleva bene, lo accettava così com’era, lo aveva spinto a credere in se stesso, l’aveva portato in America, gli aveva fatto incidere il suo primo disco con Calvin e Nestor, quella ritmica americana che era tutta un’altra cosa.
Enrico era come un fratello maggiore, “e c’aveva er feeling”,  pensò.
Finalmente qualcuno che si prendeva cura di lui, mica come Giorgio, il professorone, che si voleva prendere più i meriti della sua musica che altro.
Enrico, caro Enrico, era ieri o vent’anni fa?


Prese un bottiglia, senza scegliere, soppesando solo il contenuto e ingurgitò tre, quattro sorsate come fosse acqua.
Ma quel liquido denso gli strinse lo stomaco, e lo convinse a raggiungere nuovamente la finestra per guardare in faccia il sole, prima che questo andasse a morire.
Tolse la busta di plastica, scusandosi quasi con Ivano, che tanto amore aveva impiegato per stenderla da tutte le parti e, all’improvviso, il cielo di Roma gli si svelò davanti.


I suoi occhi toccavano piazza Guadalupe, che sembrava piccola e delicata, protetta da una cinta di alberi, più in là seguivano il ritmo incessante che scorreva su via Trionfale e lassù, proprio vicino al cielo, c'era Monte Mario, dove si andava a vedere le stelle.
Questo lo fece stare bene, per qualche ora o pochi minuti, sorridendo la sua gioia in faccia al sole, che ora era rosso, grosso e basso come una bolla di fuoco spuntata là, dove finisce la città.

“Il più bel posto del mondo” disse ad alta voce e, subito, si stupì del suono della sua stessa voce, che era sempre stata alta, delicata e anomala per il suo corpo ma ora, più che mai, sembrava appartenere ad un altro. Forse era perché non la sentiva da troppo tempo?
O forse perché qualcosa era davvero cambiato dentro?


Questo lo rese agitato.

Lui che aveva sempre improvvisato, pensando di non essere più se stesso, divenne furioso.
Correndo da un angolo all’altro della stanza cercò tra i cumoli di roba sparsi sul pavimento, calpestò i suoi dischi, distrusse bicchieri, buttò all’aria i libri di studio, rovesciò il letto, spostò mille e mille buste di rifiuti e poi, finalmente, in un angolo vuoto, trovò il suo strumento. Lo afferrò, corse fuori e salendo le scale, in un attimo, fu sul terrazzo dove il cielo sembrava più vicino ed il sole era ancora alto. I tasti disegnavano una geografia familiare sotto le sue dita, perfettamente delineati, in ordine e sempre al loro posto. Imboccò lo strumento senza alcuna accortezza e, quando iniziò a soffiare, tutto si calmò.

Il blues era una medicina fantastica e la sua voce, unica e ineguagliabile, non lo aveva abbandonato, era rimasta con lui.
Lei non lo avrebbe lasciato mai.

The night is cold and I’m so alone
I’d give my soul just to call you my own
Got a moon above me
But no one to love me
Lover man, oh, where can you be?


All’inizio delineò piano una melodia, solo per Lui e per il suo strumento. Poi, in crescendo la portò in alto, soffiando con forza tutto il suo amore per la tradizione, omaggiando i Maestri suoi amici con l’uso delle loro frasi, con la forma appena accennata dei loro ricordi. Una dedica così bella e toccante che tutti i passanti si fermarono ad ascoltare. Poi, come aveva sempre fatto, cercò la propria via, dolorosamente e con la stessa facilità e naturalezza che aveva nel respirare.

La melodia esplose, frastagliata in mille schegge lucenti ed in ognuna si percepiva la tensione, la partecipazione, la fatica fatta di sangue e di sudore, l’amore che Massimo nutriva per il suono. Lottò duramente con il suo pensiero veloce come il lampo e sfinì le sue dita, perse nell’inseguimento di un sogno irraggiungibile, quello di un ragazzo di Monte Mario che voleva suonare a tutti i costi il Jazz.


La disperazione si manifestò con un grido alto, caldo e metallico allo stesso tempo, che fece fermare tutte le persone, al di là dei confini del quartiere, del paese o di questo mondo, chiedendosi da dove arrivava tanta bellezza, da dove nasceva tanto amore.
Domandandosi nell'intimo come si poteva sopportare tanto dolore.

Suonò per un tempo interminabile, per il mare e per il sole, per la luna e per le stelle, con gli occhi rivolti al cielo e lo strumento lontano dal corpo, che andava verso l’alto come se dovesse spiccare il volo. Solo il suo peso corporeo lo teneva ancorato su questa terra, come una zavorra, come uno scomodo ostacolo.
La sua voce, il suo soffio, la sua musica tutta era di un altro pianeta e sembrava volesse tornare a casa. Suonò per Bird, suonò per Trane e per il povero Albert, pensò a Sonny ed al caro Larry, che erano tutti lì con lui, che erano lì per Lui.


A quel punto, per un momento dispensato dal dolore, piegò la melodia su se stessa, che tornò all’origine, toccando con morbide linee quelle frasi che tanti avevano suonato, donando un corpo nuovo ad un abito usato e, con dolcezza, terminò la frase da cui era partito.
L'aria era carica di una tensione incredibile, tangibile, visiva, come ogni volta che Massimo imboccava il sax.

Nonostante avesse suonato con una dolcezza inaudita, scegliendo le parole più semplici per raccontare dal profondo le emozioni ed i sentimenti, si percepiva che il dolore era sempre dietro l'angolo, si sentiva che la rabbia era sempre in agguato, pronti ad assalire lui e la coscienza di tutti quelli che, anche per caso, si trovavano a sfiorare la sua persona.


Il silenzio che seguì era argenteo, elettrico come quell’istante indefinibile che nasce tra la fine della canzone e l’inizio dell’applauso, che appartiene ancora alla musica ed al suo creatore, ma è già di pubblico dominio. Nessun rumore, anche il vento si era fermato.
Tutto rimase attonito, sospeso da questa vita comune in un attimo di Poesia creativa, in silenzioso rispetto al cospetto del suo creatore.

Nessun applauso.

Massimo aprì gli occhi e, infatti, non vide nessuno.
Quando staccò lo strumento dal suo corpo, il sole era ancora lì, ora meno caldo e appena un poco più basso, come se fossero passati solo pochi minuti.
Non era cambiato niente, era cambiato tutto.
Massimo sentì tramontare la vita dentro.
Da quanto tempo durava?
Trentasei anni o un giorno??
Se anche avesse avuto ancora tempo, sarebbe stato capace di raccontare altro, Lui che non avrebbe mai suonato la stessa cosa per due sere di seguito?

I’ve heard it said
That the thrill of romance
Can be like a heavenly dream
I go to bed with a prayer
That you’ll make love to me
Strange as it seems


Venne quel momento della giornata in cui è già tardi per cenare ed è ancora presto per andare a bere con gli amici.
Massimo aveva sempre mangiato male, scegliendo a caso come senza alcuna direzione. Solo la pasta alla carbonara aveva un posto di privilegio nei suoi gusti, ma ora non mangiava quasi più.
Prese un’altra bottiglia qualunque, si riempì un bicchiere di cartone fino all’orlo, bevve in un solo sorso e decise di uscire, da solo.
In fondo la solitudine lo aveva sempre accompagnato nella sua musica.



Appena sceso in strada riconobbe l’odore del suo quartiere.
Lui era cresciuto lì, ma non su via Balduina o in via Cortina d’Ampezzo, la parte dove ci sono le case dei dottori e degli avvocati, con i portieri in livrea e le sbarre dappertutto.
No, lui era nato nelle case popolari di Monte Mario, e ne era orgoglioso.
Dalla fine di via Aristide Gabelli, dove abitava ora, ci metteva due minuti a piedi per raggiungere piazza di Nostra Signora di Guadalupe, il centro del quartiere, il centro del mondo per Massimo. Quante volte si era seduto su quelle panchine, sotto gli alberi della piazzetta con Chet Baker, Don Cherry, con Dave Liebman o Sal Nistico.

Ma oggi non c’era nessuno seduto vicino a Lui e questo non gli piaceva.
Pensò allora di andare dal sor Antonio, “er man” del “bar delle palmette”, che anche se era li per vendere, una parola per Massimo la trovava sempre.
Si alzò dalla panchina, attraversò la piccola piazza e subito, all’inizio di via Augusto Conti, trovò il bar.


L’insegna al neon disegnava “Sissi Bar” con una luce viola che non poté fare a meno di notare. “Sissi Bar”, così c’era scritto, e dentro del sor Antonio neanche l’ombra. Sedette ugualmente al bancone, ordinò da bere e si guardò intorno.
Niente, non riconosceva niente di quel posto.
E si che c’era stato mille volte con Ivano, lo zio Luciano e gli amici del quartiere.

Massimo pensò che era colpa sua.
Pensò che ci aveva messo troppo ad attraversare la piazza, che il tempo, il Suo tempo, non era come quello degli altri, e che lo portava su e giù per i piani della vita come un ascensore impazzito, a volte troppo velocemente o, altre volte, lasciandolo inesorabilmente indietro.


Il tempo era il padrone della melodia della sua vita.
Come quella volta che con Furio, Luigi e Paolo decisero di mettere su un gruppo. Passavano gli anni ed i giorni a suonare, a bere Campari con Gin, a parlare di Chet o di Dexter. Grazie ad Alberto Alberti questi quattro amici suonavano nei festival più importanti e si trovavano a dividere il palcoscenico con Freddie Hubbard o Jack DeJohnette o Woody Shaw. Fecero un disco molto bello con l’etichetta di Sergio Veschi e affittarono perfino una stanza a Procida per starsene un po’ al mare.

A ricordarlo ora sembra un sacco di tempo passato insieme, mentre lo vivevano sarà durato un attimo.
Il tempo è un grande improvvisatore, pensò Massimo, mai uguale a se stesso.

Uscì da quel bar sconosciuto da sempre e tornò in piazza, questa volta contando i passi.
Scelse un panchina, dal momento che erano tutte vuote e stette lì, a guardare la vita.
Passò una signora grassoccia con le scarpe troppo larghe e una macchina della polizia.
Tutto lì.

Someday we’ll meet
And you’ll dry all my tears
Then whisper sweet
Little things in my ear
Hugging and a-kissing
Oh, what I’ve been missing
Lover man, oh, where can you be?


“Tancredi, Di Bartolomei, Nela, Vierchowod, Maldera, Falçao, Prohaska, Ancelotti, Iorio, Pruzzo e Bruno Conti, che è il più Jazz di tutti…”

A questo pensava quando si sentì chiamare per nome.
“Massimo, Massimò…”
Sorpreso e felice di ascoltare il suono del suo nome ancora una volta, aprì gli occhi e si trovò davanti un ragazzo di cent’anni che gli sorrideva con la pelle della faccia accartocciata sul teschio e appena qualche dente in bocca.
“Sò Italo, er fratello piccolo dei Ruscio, te ricordi?”
Massimo guardò quel viso come si osserva un complicato reticolo di linee aerospaziali, con la stessa attenzione di quando si studia una cartina stradale.
“cioè, sei er pulcetta ?” disse non credendo alla sua stessa, infallibile, memoria che ricordava quel vecchio, appena un attimo fa, come un ragazzino di dieci anni che giocava a pallone in piazza con i calzoni corti.
“e si, so io. Mà, nun è che c’avresti venti sacchi pe comprà un po’ de robba a mezzi, eh Massimè?”


La “robba”.
Lui non ci pensava sempre, ma ora sembrava l’unico aggancio per non restare solo, un pretesto per dividere un po’ di tempo insieme con qualcuno, una lieve medicazione per assopire almeno un po’ il dolore dei suoi ricordi.

“si, vabbè, tiè stì ventisacchi, però nun ce vado io a compràlla, vacce tu, io t’aspetto a casa de mì madre, che lì mò nun c'è più nessuno...”

Massimo si alzò dalla panchina, tirandosi su i jeans sempre un po’ corti e s’incamminò senza salutare, 'chè quello, per lui, in fondo non era nessuno.
Poi si voltò e sorridendo appena disse forte “ciao purcè…” che oggi per lui, quello lì era tutto.


Uscendo dalla piazza passò davanti alla chiesa.
Era lì che aveva cominciato a suonare, a dodici o tredici anni, con la banda di Monte Mario, in quello stanzone dove Jeannot lo sentì suonare il sax e gli disse "continua, e sarai il migliore del mondo".
Nel cortile guardò con affetto i giochi colorati dei bambini e, per un attimo, pensò a Valentina, che stava a Bologna ed alla faccia che avrebbe potuto avere il piccolo Massimetto, il figlio che la sua donna portava in grembo.
Non pensò ad altro aprendo l’ennesimo pacchetto di sigarette, questa volta senza distruggerlo. Restò qualche momento stupito e commosso di tanta delicatezza.


Proseguì per qualche passo sulla sua vita, passando per via Augusto Conti, per poi girare subito a sinistra in via Agostino Dati, verso casa. Lì, proprio all’inizio, c’è sempre stato un negozietto di dischi, ed allora gli venne in mente quando in vetrina trovò “360° AEUTOPIA”, il suo disco con Beaver, Cameron e Ron al piano.

Forse la più bella macchina ritmica che avesse mai guidato.

Pensando al titolo non poté fare a meno di sorridere amaramente davanti ai grandi giochi del destino, crudele e beffardo.
Ora, in quella vetrina, non solo non trovava più il suo nome, ora lì non c’era proprio più niente. Provò meno dolore quando si accorse di non riuscire a vedere neanche la sua immagine riflessa.
Il vetro rifletteva solo la strada, le macchine parcheggiate ed una fontanella dalla quale non usciva più niente.
Provò anche ad alzare il braccio, come per un saluto, per confermare quello che nella sua testa già pensava.

Il vetro, rimasto vuoto e impassibile, lo spinse con più fretta verso casa.


Arrivato sotto le palazzine, si fermò al primo portone, guardando la finestra del primo piano. Lì ci abitava Ivano.
La luce era accesa e, dalle persiane accostate, Massimo poteva vedere la sagoma della madre che si muoveva nella cucina. Pensò anche di andare a trovarla, di non salire a casa sua ad aspettare “il pulcetta” con la robba, di passare da lei soltanto per salutarla, ma ebbe il terrore di non riconoscerla.
Entrò velocemente al suo portone e salì le scale fino al secondo piano, dove c’era la casa dove era nato. Girò la chiave e aprì la porta, in casa non c’era nessuno.


Maria Teresa, la madre, era morta da tempo.
Massimo si fece una carezza da solo, pensandola.
Il fratello Maurizio viveva dalla fidanzata, Marco era a Belgioioso, in comunità, ed i più piccoli, Gianni e Barbara erano, come sempre,  al lavoro o in giro.
Anche Ugo, il padre, se ne era andato da poco. Massimo ricordò le risate con i fratelli quando Ugo, un omone grande e grosso in canottiera e bretelle preparava i panini al prosciutto a Chet, che era già senza denti e che impiegava due ore di orologio per mangiarli.
Oppure quando il padre tornava a casa dal lavoro, metteva su un disco di Coltrane, senza sapere chi fosse, si sedeva sul balcone, sempre in canottiera e bretelle, e piangeva per la commozione.

Massimo accese la televisione.
Trasmettevano “i soliti ignoti” che a lui piaceva tanto.
Abbassò tutto il volume aspettando “il pulcetta” eppure, stranamente, c’era musica nell’aria.


I don’t know why but I’m feeling so sad
I long to try something I never had
Never had no kissin’
Oh, what I’ve been missin’
Lover man, oh, where can you be?


Note al testo:

Il corpo di Massimo Urbani morì la notte tra il 23 ed il 24 giugno 1993.

La musica di Massimo è ancora viva, e si trova al fianco delle stelle del Jazz.

Questo mio scritto deve tutto alla musica di Massimo, un ragazzo di borgata che aveva uno spiccato senso per la vita ed una conoscenza profonda della musica dei suoi idoli d’oltreoceano.
Devo molto anche al lavoro di Carola De Scipio “l’Avanguardia è nei Sentimenti – Vita, morte, musica di Massimo Urbani” Stampa Alternativa, Roma, 1999, ed al bellissimo modo di raccontare vite in Jazz di Geoff Dyer.

Immagini di Jean-Michel Basquiat (December 22, 1960 – August 12, 1988)

giovedì 16 gennaio 2014

Top Jazz 2013 - Franco D’Andrea, Modern Art Trio 1970


Nel 70° anno di vita della rivista Musica Jazz si è appena concluso il trentunesimo Top Jazz, che ha visto l’affermazione di Franco D’Andrea (Merano, 8 marzo 1941), ai primi posti in due delle categorie “italiane” e di Wayne Shorter (Newark, New Jersey, 25 agosto 1933), sul podio, per il jazz internazionale, in tre categorie.


Sul numero attualmente in edicola della rivista trovate tutti i risultati, ed il solito prezioso estratto sonoro a completamento della classifica, mentre sul sito web di Musica Jazz i voti di ciascun giurato per le singole categorie.


D’Andrea, che è sicuramente uno dei musicisti più interessanti ed originali del nostro panorama, è da sempre stato un assoluto protagonista del premio Top Jazz, infilando cinque vittorie consecutive fin dalla prima edizione del 1982, per poi dissolversi all’ombra di Enrico Rava nel decennio degli anni Novanta.


È dalla metà degli anni 2000 che il pianista di Merano riappare intensamente nei pensieri della critica e degli aficionados, con un primo posto nel 2005, tra l’altro in ex aequo con Gianluca Petrella e successivamente nel 2008, in ex aequo con Enrico Pieranunzi. 


Gli ultimi tre Top Jazz, dal 2011 ad oggi, vedono di nuovo in primo piano Franco D’Andrea, ed anche il suo profilo è stato meglio analizzato, con la pubblicazione di “Profumo di Swing”, la biografia realizzata nel 2007 da Francesco Carta per i Quaderni di Siena Jazz e col documentario “Jazz Pianist”, realizzato da Andreas Pichler nel 2006 per i tipi della Miramontefilm.


D’Andrea è presente nella storia del jazz italiano fin dalla fine del 1959, quando si stabilì a Bologna e fece la conoscenza di Amedeo Tommasi, passando poi per la prima volta a Roma sotto l’ala creativa di Nunzio Rotondo, dal 1963 a quasi tutto il 1965, e per un primo breve soggiorno milanese, che lo vide scritturato al club Intra’s, in quartetto con Gianni Basso, Giorgio Azzolini e Gil Cuppini.


Ma c’è un “secondo periodo romano” nella vita di Franco D’Andrea che è molto interessante e poco conosciuto, che va dall’autunno del 1967 fino all’estate del 1972, data in cui a Roma venne inciso Azimut, primo disco dei Perigeo.


E c’è un librettino, presumibilmente del 1983 e da anni non più disponibile, sul quale D’Andrea espresse al meglio l’estetica, la poetica e gli incontri di quel periodo ad Arrigo Zoli, che s’intitola “…fortissimamente jazz! Incontro con Franco D’Andrea”. 


Ecco, quest’anno io non ho votato Franco nel Top Jazz, e la condivisione di parte di questo ricercato testo, corredata da uno dei suoi dischi più preziosi ed affascinanti, è il mio riconoscimento alla sua grande Arte, alla sua impagabile modestia, alla sua onestà intellettuale, all’operosità d’altri tempi ed alla sua creatività infinita.


 «AZ: Dopo il primo periodo milanese, di ricerca quasi “in vitro”, nell’autunno del ’67 ti trasferisci a Roma con la famiglia che ora comprende, oltre a Marta, l’appena nato Stefano. Come mai questo ritorno a Roma?

FDA: Fin dall’anno precedente l’amico Franco Tonani si era spostato a Roma e mi teneva regolarmente informato di quanto avveniva nella capitale oltre ad invitarmi spesso a raggiungerlo. Da parte mia ero incerto sul da farsi per il fatto che Marta continuava a lavorare e le prospettive che mi venivano offerte sembravano allettanti sul piano artistico, ma non ugualmente su quello strettamente economico. Alla fine la piattezza dell’elettroencefalogramma della situazione milanese mi convinse a rompere gli ultimi indugi e partii.
A Roma, ricordo nitidamente, mi trovai immerso in una situazione ed un’atmosfera a dir poco eccitanti. Musicalmente tutto era ritenuto possibile: era assolutamente vietato avere pregiudiziali ed inibizioni. In uno stesso concerto si potevano ascoltare formazioni Dixieland e gruppi free. Questi ultimi potevano comprendere musicisti autodidatti, jazzisti, “colti contemporanei” in uno spirito di coesistenza del tutto pacifica. L’approccio alla musica, naturalmente free, se si fa eccezione per il Gruppo Romano Free Jazz (Schiano, Schiaffini, Marcello Melis, Franco Pecori poi Paul Goldfield), era di tipo spiccatamente spontaneistico, una sorta di jam session free. Tra l’latro vigeva l’abitudine di riunirsi di preferenza nella villa dell’architetto Fabio De Sanctis dove oltre ai romani erano spesso presenti musicisti forestieri di varia estrazione. Debbo confessare che quasi sempre mi annoiavo ritenendo ormai superata la fase dello spontaneismo. Non mancarono comunque serate o momenti degni d’interesse e di citazione quali gli interventi di Don Moyè, allora a noi sconosciuto, di Roberto Laneri, da cui ascoltai per la prima volta i “frullati” col clarinetto, di John Coppola che, sulla scia di Cage, preparava i pianoforti e suonava sulla cordiera in maniera eccellente, di Enzo Gardenghi ossia di un misconosciuto saxofonista veneziano che fu protagonista di un episodio illuminante: in una situazione canonica in cui tutti, lui compreso, si muovevano in varie tonalità, vari ritmi, etc, piazzò una nota bassa stentorea e restando poi su questa nota a mo’ di pedale, determinando un contrasto veramente suggestivo tra il sax che rimaneva fermo mentre tutto si muoveva all’intorno (a posteriori mi viene alla mente una considerazione che credo attribuibile a Pierre Boulez secondo la quale quando tutto si muove, quando tutti i parametri vengono variati si corre il rischio che il risultato sia la stasi, la piattezza assoluta. Ebbene Gardenghi aveva fornito col suo pedale l’elemento di fissità rispetto al quale il movimento veniva compreso e giustificato).


AZ: In conclusione come consideri oggi questo periodo?

FDA: Sicuramente molto positivo, stimolante e fecondo, specie a livello psicologico per il senso di ampia libertà, addirittura per la spregiudicatezza con cui venivano combinati materiali e situazioni fino ad allora ritenuti inaccostabili.


AZ: È proprio in questo periodo e in questa atmosfera che nasce il MAT, ovvero il Modern Art Trio. Perché e con quale stella polare nacque?

FDA: il MAT nacque per volontà mia e di Tonani. Entrambi avevamo portato avanti i nostri studi e quindi precisato i nostri obiettivi musicali per cui sentivamo un forte desiderio di riprendere il progetto di un trio. Dopo l’aperitivo milanese sentivamo l’esigenza di un lauto pranzo romano.
La stella polare, così su due piedi, poteva essere individuata nel tentativo di razionalizzare la free music. E questo bisogno di ordinare, di dare una forma a quel magma sonoro che era il free jazz era da noi fortemente avvertito anche per il fascino che proveniva dalla consapevolezza di inoltrarci in un territorio pressoché inesplorato. Infatti la maggioranza delle proposte che arrivavano dagli Stati Uniti batteva un’altra strada, la strada della contestazione, del coinvolgimento emozionale, della ricerca dell’energia intesa come fine a se stessa. I dischi ESP, l’ultimo Coltrane, Shepp (ricordo lo “storico” concerto di Lecco nel 1967 dove fece grande scalpore e scandalo il suo modo di “vomitare” musica e/o rumori sul pubblico) si muovevano prevalentemente in questa direzione. Qualche eccezione c’era, come ad esempio i citati New York Art Quartet e On This Night e, a mio parere, su di un livello inferiore Unit Structures di Taylor a causa del suo culto della velocità che concedeva pochissimi spazi, ma erano appunto delle eccezioni. Il tentativo consapevole di dare una vera forma fu compiuto successivamente ad opera soprattutto di Anthony Braxton ed in maniera, a mio personale giudizio, discutibile per il fatto che il free americano fu praticamente europeizzato in una chiave eccessivamente colta che finì per sterilizzarlo.


AZ: Non hai citato Ornette?

FDA: Ornette, che a giusto titolo, poteva essere considerato il padre della free music era rimasto in una situazione paradossalmente più appartata e tradizionale, tutto sommato sul tempo, fortemente bluesy e con un feeling che tendeva al lirismo piuttosto che all’incazzatura.


AZ: Col ’68 la contestazione arrivò pure in Italia e quanto hai riferito in precedenza sulla situazione romana lo dimostra apertamente. Il MAT ne fu forse indenne?

FDA: Decisamente no, il ’68 entrò anche nella nostra musica, ma per linee interne nel senso che la contestazione non veniva evidenziata programmaticamente, e quindi scopertamente, bensì era avvertibile nell’energia e nell’intensità emotiva delle nostre esecuzioni.


AZ: Sul piano strettamente musicale quale poteva essere considerata la vostra novità più significativa?

FDA: Senza dubbio la serialità che tra l’altro gli americani non hanno praticamente mai accettato fino in fondo nemmeno nell’ambito colto.


AZ: Per quale ragione?

FDA: Forse perché ritenuta troppo poco “commerciale”. Ricordo infatti un’intervista a Don Ellis nella quale la serialità era considerata monotona, con un solo colore per cui veniva preferito il politonalismo.


AZ: Circa la serialità non era forse apparsa già fino dal 1957 in Tempo e Relazione op.12 dell’indigeno Giorgio Gaslini?

FDA: Si, sia pure in una prospettiva diversa se non addirittura opposta. Noi partivamo in verità dal jazz (personalmente non avevo fatto altro come musicista) per recuperare eventualmente alcuni elementi europei mentre Gaslini, al contrario partiva dal colto europeo, almeno in quel disco, per approdare al jazz con la conseguenza che i colori, la pronuncia strumentale, etc risultavano chiaramente europei.


AZ: Riprendendo il filo del discorso relativo al MAT, cosa puoi dirmi?

FDA: Intanto che il progetto tendeva a combinare il jazz o, meglio, la sensibilità jazzistica con la forma europea, specie l’atonalismo seriale, unitamente ad un polistrumentismo piuttosto spinto. Circa la storia di questo gruppo ricordo che il debutto ebbe luogo a Roma nel dicembre 1967 con Marcello Melis al contrabbasso. Nei primi mesi i risultati furono ovviamente imperfetti: il lavoro del contrabbasso era solamente abbozzato (Melis era libero di esprimersi con la sua cavata imperiosa, con il suo senso del free drammatico ed incalzante) mentre sul piano del polistrumentismo, io e Tonani eravamo duramente impegnati nell’acquisire una tecnica sufficiente sugli strumenti aggiuntivi (il soprano per me, la tromba ed il flauto a coulisse per Franco). Ma nel luglio del 1968 al Festival di Venezia cui partecipammo, il grado di strutturazione aveva già raggiunto un buon livello. Poi dopo qualche avvicendamento tra Melis e Giovanni Tommaso l’organico pervenne al suo assetto definitivo nella primavera del 1969 con Bruno Tommaso (cugino di Giovanni). 

L’inserimento di Bruno fu molto importante possedendo egli le caratteristiche peculiari per la realizzazione del nostro progetto: una notevole capacità di applicazione e di analisi, una intonazione sicurissima (qualità preziosa in un contesto atonale), una eccellente qualità di lettura, una buona duttilità, una consolidata esperienza free. In particolare io e Franco costituivamo un vero e proprio asse e Bruno aveva il compito di mediare le varie situazioni politonali o polimodali che io creavo sulla tastiera oppure di riempire gli spazi durante le sequenze di dialogo tra i fiati. La base strutturale era ricavata dai diagrammi melodici dei temi, ora già in partenza concepiti per questo scopo, con la tecnica precedentemente illustrata. Stavolta però anche il contrabbasso utilizzava i nuclei melodici trovati con la possibilità di permutarli e combinarli in piena libertà. Per quanto riguarda Tonani devo riconoscere che fu sua l’idea, rivelatasi vincente, del polistrumentismo (da parte mia nutrivo dubbi sulla nostra adeguatezza strumentistica); batteristicamente poi era assolutamente personale, dotato di una grande intelligenza musicale ed inoltre, collaborando in quegli anni contemporaneamente con Gaslini e con Romano Mussolini, riusciva con naturalezza ad esprimere il feeling e lo swing del jazz classico ed insieme il senso spiccato della forma della musica colta; sul piano compositivo infine aveva una buona visione d’assieme che gli permetteva di concepire forme lunghe, estese, ad esempio suites, di cui sapeva bene affiancare i colori dei vari movimenti.
Per concludere non vorrei tralasciare di dire che si era determinato un notevole affiatamento come naturale conseguenza di un vero lavoro di gruppo (si discuteva di tutto con grande passione e si provava spesso sia in duo che in trio).


AZ: Nella vostra musica prevaleva la parte scritta o quella improvvisata?

FDA: Direi che prevaleva la parte improvvisata anche se questa, in definitiva, era in gran parte guidata dai nuclei o da altre strutture progettate in anticipo. In altri termini esisteva una scrittura a livello progettuale e non per esteso tipo quella che verrà impiegata da Braxton.


AZ: Nell’aprile del 1970 registrate Modern Art Trio. Lo reputi un disco rappresentativo?

FDA: Complessivamente direi di sì. Comprendeva qualche sequenza non perfettamente razionalizzata compensata però da un entusiasmo e da uno spirito che andranno successivamente sempre più diminuendo.


AZ: Puoi riassumere brevemente le caratteristiche dei vari brani?

FDA: Volentieri. Il disco conteneva sei titoli: It ain’t necessarily so di Gershwin, due suites composte da me e Tonani (Un posto all’ombra e Beatwiz) e tre mie composizioni (URW, Frammento, Echi). Tendenzialmente le suites vedevano un ampio impiego del polistrumentismo per evidenti ragioni di diversificazione dei vari movimenti mentre gli altri brani erano eseguiti in trio nella versione canonica piano-contrabbasso-batteria. In particolare, Un posto all’ombra era così concepito: il I° movimento eseguito dal piano elettrico, contrabbasso con arco, batteria mimava una situazione free di tipo estemporaneo; il II° era incentrato su di un dialogo soprano-tromba al di sopra di uno spazio vuoto che veniva progressivamente riempito dal contrabbasso; il III°, in trio, tendeva a recuperare la tematica modale per cui era basato su di un pedale di do minore e rinviava inoltre ad un tempo rock sia pure in maniera implicita; il IV° era di nuovo un dialogo di tipo free tra il soprano e la tromba, sviluppato in modo più serrato ed incalzante rispetto a quello del I° e con una presenza più aggressiva del contrabbasso con l’arco. Beatwiz prevedeva tre movimenti di cui: il I° veniva preso a tempo medio veloce e, dopo l’esposizione del tema, si risolveva con un solo di piano che vedeva l’impiego della tecnica dei nuclei melodici; il II° vedeva l’esposizione del tema da parte del contrabbasso con l’arco su cui si inserivano in contrappunto il flauto a coulisse ed il piano con effetti sulla cordiera; il III° riproponeva la situazione del I° con il sax soprano in sostituzione del piano. URW lo ricordo con affetto poiché, più degli altri, esprimeva il grado di affiatamento raggiunto; più che al free si riallacciava alla poliritmia della ritmica divisiana degli anni ’60 ed alle progressioni ritmiche di Charles Mingus; il tempo era sempre avvertibile; poteva dare l’impressione di un brano dedicato al piano essendo questo sempre presente, ma in realtà era pienamente sottoposto alla logica di un trio per il fatto che sotto la linea del piano le situazioni erano in costante movimento con continui cambiamenti di ritmo alla maniera vista in We mean the blues. In Echi invece la situazione era maggiormente sbilanciata verso il non tempo nel senso di una tendenza alla frammentazione con impiego della serialità politonale. Frammento si sviluppava su di un giro armonico ponendosi in questo modo al di fuori del discorso generale, ma proprio per questa diversità ne rappresentava un certo arricchimento. It ain’t necessarily so pur essendo uno standard, fu sottoposto al solito trattamento dei nuclei melodici; il tema principale era stato interpretato come bi modale (sol dorico e mi dorico), ma nella parte del contrabbasso veniva evidenziata la nota comune sol con la tendenza ad utilizzare i nuclei con una marcata attrazione tonale verso il sol che diventava in questa maniera una sorta di pedale; nell’inciso il movimento armonico era stato sintetizzato per il contrabbasso con l’impiego di due scale successive comprendenti le note comuni delle varie scale relative agli accordi della struttura originaria del brano; il tempo era duplice: velocissimo nel tema principale e moderato nell’inciso peraltro con un sapore fortemente poliritmico.


AZ: Quando e perché si esaurì il MAT?

FDA: Gli ultimi concerti risalgono al 1972. le ragioni dell’esaurimento di questa formazione furono molteplici: a livello squisitamente personale, a causa della mia tendenza spiccata all’iperstrutturazione del materiale mi ero cacciato in una sorta di vicolo cieco; a livello invece di gruppo, avevamo raggiunto un perfezionismo formale tale da rendere sempre più arduo lo sfuggire al manierismo; inoltre, a causa della difficoltà del progetto ad essere recepito dal pubblico, l’attività concertistica fu tutto sommato piuttosto limitata, ognuno di noi aveva poi iniziato ad accarezzare altri progetti; infine si arrivò, credo, ad un certo grado di saturazione dell’atonalismo con il conseguente apparire di un sentimento di nostalgia verso il tonale».


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Credits:

Label: Vedette
Catalog#: VSM 38545
Format: LP
Country: Italy
Recorded at SOUNDWORKSHOP studio,
Rome, 1970 April 17th and 19st

Franco D'Andrea (piano, el. piano, soprano sax),
Franco Tonani (drums, trumpet, songwhistle),
Bruno Tommaso (bass)



2nd Print, 1978



Label: Vedette
Catalog#: VPA 8434


3rd Print, 2008
Label: Dejavu Rec
Catalog#: DJV 2000041


Tracklist :


1) URW - 7:30
2) Frammento - 4:30
3) Un Posto all'Ombra - 12:00



1) It Ain't Necessarily So - 9:40
2) Echi - 5:25
3) Beatwitz - 8:30


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1935 - 1988