domenica 8 maggio 2016

Massimo Urbani _ MAX LEAPS IN _ 1983

[photo by Roberto Masotti]

Di Massimo Urbani commemoriamo spesso la morte per affermare meglio il binomio genio/sregolatezza,
dell'incontro con Mike Melillo conosciamo solo l'intimistico "Duets For Yardbird", perché ci strugge l'anima e, quindi, gli calza a pennello,
della coraggiosa passione di Paolo Piangiarelli in pochi ne serbano memoria ed ancora meno gli rendono il dovuto merito,
di Tullio De Piscopo la gente ricorda se va bene "Andamento Lento" o le sue risonanze pop con appena un q.b. di jazz,
e di questo blog non se ne ricorda più nessuno, nemmeno io che per primo lo stavo lasciando morire...

[Birth of Earth _ Art by Jean-Michel Basquiat]

Questa registrazione invece è un inno alla vita ed è anche l'occasione per scoprire che, oltre alle sonorità note di Charlie Parker, Cole Porter o Ray Noble, Massimo Urbani abitava con assoluta sintonia anche la poetica musicalità di Thelonious "Sphere" Monk.

Questo disco non è una fottuta commemorazione postuma del suo compleanno, questo è un cazzo di regalo per voi (e Piangiarelli con il suo immenso amore mi perdonerà).
Poi, se non lo vorrete ascoltare o se non lo apprezzerete fa lo stesso... Massimo è sopravvissuto pure alla sua morte, lui sicuramente non ne soffrirà.


Massimo Urbani (Roma, 8 maggio 1957 – Roma, 24 giugno 1993)


[photos by Carlo Pieroni]

Credits:

Label: PHILOLOGY
Catalog#: W  181.2 (Cd, 2006)

Country: Italy
Recorded: Live al “Teatro Rossini”, Civitanova Marche, 
il 24 settembre 1983

Massimo Urbani (as); Mike Melillo (p); 
Massimo Moriconi (b); Tullio De Piscopo (dr); 



Tracklist:
1. Lester Leaps (L. Young) 5’31”
2. Sophisticated Lady (D. Ellington) 7’41”
3. Scrapple from the Apple (C. Parker) 8’26”
4. Light Blue (T. Monk) 7’44”
5. I Love You (C. Porter) 8’49”
6. Blue Monk (T. Monk) 12’42”
7. Night in Tunisia (D. Gillespie) 10’40”
8. Cherokee (R. Noble) 8’38”

Massimo Urbani 4tet _ Max Leaps In _ Part Two



martedì 19 gennaio 2016

MIDJ meeting: “Il jazz nel panorama giornalistico, editoriale e dell’informazione (dalla Tv ad Internet)”


Preso dall'impeto dell'associazionismo, ieri sono andato alla Casa del Jazz per l'incontro del MIDJ (Musicisti Italiani di Jazz) su “Il jazz nel panorama giornalistico, editoriale e dell’informazione (dalla Tv ad Internet)”, con qualche perplessità e molte aspettative.

Le perplessità nascevano dal fatto che, da semplice appassionato, avevo letto da sempre della "lotta intestina" (e del difficile equilibrio tra criticare e valorizzare) in essere tra i media ed i musicisti jazz. Ci avevano già provato il 22 settembre 1969 Giorgio Azzolini, Gianni Basso, Franco D'Andrea, Francesco Forti, Giorgio Gaslini, Carlo Loffredo, Dino Piana, Marcello Rosa, Umberto Santucci e Oscar Valdambrini, soci fondatori della U.I.M.J. (Unione Italiana Musicisti di Jazz); poi di nuovo, nell'Aprile 1989, tentarono la strada del'associazionismo Eugenio Colombo, Furio Di Castri, Paolo Fresu, Maurizio Giammarco, Enzo Nini, Roberto Ottaviano, Cinzia Spata, Pietro Tonolo e Tino Tracanna, quando promossero l'A.M.J. (Associazione Musicisti di Jazz). Su entrambi i naufragi pesava forte l'ombra della poca considerazione della RAI, incarnata nel bene o nel male nella figura di Adriano Mazzoletti.


L'aspettativa invece, oltre che per la nuova creatura MIDJ finalmente guidata dall'intelligenza e dalla sensibilità di una donna (Ada Montellanico), era generata dalla lista dei relatori dell'attuale incontro, che apriva proprio con Adriano Mazzoletti, oltreché Alceste Ayroldi, Fabio Ciminiera, Luca Conti, Gerlando Gatto, Vincenzo Martorella, Marco Molendini, Pino Saulo e Luciano Vanni. Su tutti, il coordinamento fiduciario di Luigi Onori.


Quasi cinquant'anni e pochissimo ricambio tra le fila non annunciano grosse novità (a meno che per novità non intendiamo internet, oramai più che maggiorenne nel panorama dell'informazione), pensavo, ma mai chiudere del tutto una porta, soprattutto se nella stanza c'è aria di chiuso. Per questo ieri sono andato, nonostante il freddo ed il traffico della Colombo alle ore 18:00.


Devo dire che molti sono stati i punti d'interesse, ma meno gli spunti interessanti, e che per quasi due terzi del tempo ho visto affrontare problemi antichi con vecchie  idee. Per dovere di cronaca dirò che Ayroldi, Martorella e Luca Conti erano assenti giustificati.
Mazzoletti ha parlato molto della Radio che fu, delle sue esperienze come direttore di Blue Jazz, del Bureau du Jazz ed infine ha girato alla platea la domanda cruciale: "perché la RAI non trasmette il jazz sui canali principali?". La sua cosa più interessante è stata la conferma della lavorazione del terzo libro su "Il Jazz in Italia", che dovrebbe coprire l'arco dal 1960 ad oggi e che, una volta per tutte, ci farà capire cosa pensa Mazzoletti della musica più contemporanea, a partire dalla figura di Mario Schiano.
Il tema web è stato affrontato quasi interamente da Gerlando Gatto, persona e giornalista che merita tutto il mio rispetto ma non propriamente il profilo migliore per parlare delle nuove e futuribili possibilità della rete (classe '46).
Luciano Vanni è stato il rappresentante più innovativo e votato alla propositività, con il suo JAZZiT che è già orientato alla multimedialità dei contenuti e che nel prossimo numero si occuperà di Frank Sinatra (personaggio in copertina di Musica Jazz a dicembre). Peccato solo che la sua pregevole rivista abbia deciso già da tempo di restringere ad una limitata manciata di collaboratori (anche internazionali) la visione approfondita dei temi centrali, perdendo in multidirezionalità.
Poi è intervenuto Tatarella come editore di Musica Jazz, ma credo fosse Marco e non Fausto, e non ricordo molto altro.


Nessuno ha affrontato la questione estetica, centrale nell'arte della critica che quando diviene acritica, perde la sua ragione di essere;
Nessuno ha proposto di creare una rete di programmazione dei locali, per permettere una condivisione dei costi ed un'eco mediatica continuativa e di sponda (anziché una frammentazione random della già debole proposta);
Nessuno ha proposto una soluzione per accorciare i tempi oramai elefantiaci dell'editoria periodica, che rendono inutili la maggior parte delle anticipazioni dei concerti e, nonostante la presenza di Marco Molendini, nemmeno delle pagine culturali dei quotidiani si è riusciti a fare un ritratto ragionato, chiosando con l'affermazione che, per problemi tecnici, le recensioni dei concerti sui giornali non "tirano" più;
Nessuna proposta di coalizione tra i giornalisti iscritti all'albo per fare base e trasmettere, nonostante le scontate resistenze, le stesse istanze di contenuti ai caporedattori delle maggiori testate giornalistiche;
Nessuno ha affrontato il tema delle collaborazioni sottopagate (quando va bene) o più comunemente a gràtisse nell’editoria musicale;
Nessuno ha ragionato sulla necessità di una ricognizione più capillare della situazione, per permettere a realtà come il 28DiVino, il B-Folk, il Monk o il Jolly Roger (giusto per fare quattro nomi) di condividere le stesse possibilità promozionali riservate all'Auditorium, dal momento che la programmazione gode della stessa qualità della proposta e, anzi, di una più spiccata novità dell'offerta;
Nessuno si è fatto portavoce di un'eventuale mozione civile per richiedere a gran voce la circolazione dei tesori culturali nascosti negli scrigni della RAI o per supportare economicamente progetti più d'avanguardia;
Nessun tentativo trasversale per cercare di connettere la musica jazz agli altri eventi culturali, non solo in forma di kermesse spettacolo ma, soprattutto, per condividere spazi dedicati alle Arti (Musei, Gallerie, Teatri).
Si è appena accennato ad un eventuale sostegno concreto delle produzioni "minori", ma nessun accenno si è fatto per le nuove modalità produttive, che in seno ad un'associazione sembrano essere lo strumento ideale;
Ad un certo punto ho sentito che la RAI dovrebbe "sparare nel mucchio" per alfabetizzare la massa, e ricordo l'eco di nomi come Louis Armstrong, Miles e perfino Coltrane... ma forse mi ero distratto con l'i-phone.


Poi c'è stato un barlume che ha risvegliato la mia attenzione, quell'ultimo terzo che lascia presagire se non una via, almeno un'indicazione di viaggio... L'intervento di Pino Saulo ha riportato lucidità e speranza, raccontando quello che, ad orecchie curiose ed attente, è ancora fruibile in radio, a cominciare da Battiti; interessante anche la sua "provocazione" rispetto al sold-out del concerto romano di Kamasi Washington che, ovviamente, quasi nessuno ha raccolto;
Fiorenza Gherardi De Candei (dalla platea) ha provato a farci ragionare sull'efficacia dell'attuale messaggio promozionale/culturale, che si deve aggiornare per poter arrivare al grande pubblico, tentando di spostare l'attenzione dalla forma (internet) al contenuto (interesting);
Ada ha condiviso il sentimento di forza e di appeal di certe proposte con esempi concreti (L'Aquila con 60.000 persone), ha apertamente responsabilizzato i necessari partner per l'assenza di una corretta informazione (Stampa e TV) ed ha annunciato alcuni prossimi temi tosti quanto interessanti (Lavoro e Previdenza);
Pasquale Innarella ha dato il suo contributo di persona modesta e di artista straordinario (l'unico che ha raccolto il tema Kamasi), cercando di stimolare unità d'intenti e spirito collaborativo;
Luigi Onori ha concluso dichiarando necessaria una nuova inchiesta, non sui contenuti artistici alla stregua del Top Jazz ma sugli aspetti etici, produttivi e sociali di questa musica, sullo stile di "Jazz Inchiesta Italia" di Cogno (che già si faceva queste domande quando il jazz italiano era ancora immaturo), per ripartire almeno da una chiara consapevolezza.


Insomma, ieri sono andato alla Casa del Jazz per l'incontro del MIDJ (Musicisti Italiani di Jazz) su “Il jazz nel panorama giornalistico, editoriale e dell’informazione (dalla Tv ad Internet)”, e sono tornato a casa con qualche perplessità e molte aspettative. Avrei avuto piacere nel vedere un palcoscenico più variegato, perché ieri non c’erano Francesco Martinelli, Enrico Bettinello, Franco Bergoglio, Stefano Zenni, Luca Canini, Federico Savini, Mario Gamba, Neri Pollastri, Marco Buttafuoco, Nicola Gaeta, Luca Collepiccolo, Daniela Floris, Sergio Pasquandrea, Roberto Dell’Ava, Sandro Cerini… e sono solo i primi nomi che mi vengono in mente e non ci raccontiamo la storia delle distanze, che anche un semplice collegamento a Skype avrebbe comunque fatto la sua parte! In ogni caso oggi aderirò a MIDJ perché, nonostante tutto,  ce ne fossero di occasioni per interrogarci...


[Art by Albrecht Dürer]

mercoledì 16 dicembre 2015

HOODOO BLUES & ROOTS MAGIC _ "le mie radici sono nel mio giradischi"

ovvero, Meno Pippe e Più Blues !


Qualche anno fa la Atavistic Records promuoveva la sua serie di ristampe free jazz  (Unheard Music Series) con una t-shirt che riportava questa citazione di Evan Parker (My Roots Are in My Record Player), e non è un caso che sia riportata anche tra le dediche del lavoro dei ROOTS MAGIC, perché non era possibile trovare una frase migliore per aprire questo racconto.


E si, perché HOODOO BLUES mi ha ricordato tanto una di quelle "compilation" su cassetta che facevamo senza sosta quando eravamo vivi, come viatico dei lunghi viaggi avventurosi per adolescente oggettività, come pegno prezioso per gli amici più cari, come rimedio curativo alle prime delusioni d'amore, vere e proprie sequenze cucinate per le date speciali, musicali poesie per le prime ragazze cadute in amore...


Niente a che vedere con le sconfinate playlist che aggiungono solo varietà agli odierni distratti ascolti. Quello era un momento unico in cui la raccolta e l'ascolto dei dischi, la scelta delle tracce, la creazione della sequenza, la compilazione delle info ed anche di un'artigianale copertina sul piccolo cartoncino rendevano elettrico il più noioso dei pomeriggi o creativa la notte più insonne.


Certo, la differenza tra una di quelle cassette e questo disco è notevole: lì non c'era l'incanto di nuovi arrangiamenti, non c'era la sorpresa di ritrovare pezzi dimenticati e nemmeno la scoperta di pezzi nuovi accomunati dalla stessa fratellanza di respiro; c'era invece un pizzico di malinconico déjà vu già dal secondo ascolto, perché era solo la scelta dei temi e la loro correlazione a tenere in vita la magnetica creatura. Ma in entrambi c'è forse lo stesso piacere dell'ascolto puro, la necessaria condivisione come consolidamento dell'intesa, la volontà di decidere il mood del momento, il coraggio e l'orgoglio di mettersi a nudo senza troppe maschere. 


Alberto Popolla (clarinetti), Errico De Fabritiis (sassofoni), Gianfranco Tedeschi (contrabbasso) e Fabrizio Spera (batteria), suonano con maestria, avendo alle spalle una storia degna del massimo rispetto, nonostante l'attenzione alternata della più canonica critica musicale. Qui poi c'è pure magia e, in un mondo abbastanza piatto e schermato, non è cosa da poco.


Il progetto ROOTS MAGIC nasce a Roma nel corso del 2013 e, in questo primo lavoro per la Clean Feed (primavera 2014), i "nostri" non si bagnano semplicemente le mani nelle acque ispiratrici del Mississippi, fiume culla del blues, ma si tuffano nell'interno più sconosciuto e profondo, affondano senza paura i piedi nel fango limaccioso che costituisce il fondale della culla, si lasciano a volte trasportare dalla portante corrente ma, più spesso, fronteggiano lo storico flusso con un'energia contagiosa, rischiando persino il peggio e lasciando così che gli argini mentali si rompano sotto il flusso di una memoria musicale che traccia un'inedita mappa culturale. 


Battono, soffiano, accarezzano e colpiscono i ROOTS MAGIC, incuranti dei confini portano nuova linfa a vecchi brani che, attraversando la storia afroamericana, esondano in un nuovo territorio finalmente globale.
« Nella cultura afroamericana tradizione e tradizionale non vanno d’accordo. Nel jazz – e nella musica nera in generale – appartenere a una tradizione significa far parte di un continuum, riconoscere e omaggiare chi l’ha costruito, spingerlo in avanti rivedendolo, anche radicalmente », dice Antonia Tessitore sulle pagine di Internazionale.


"The HARD Blues", registrata da Julius Hemphill nella sessione che ha prodotto Dogon AD (febbraio 1972) e pubblicata solo tre anni dopo su Coon Bid'ness, apre HOODOO BLUES come una chiara indicazione più delle intenzioni di recupero necessario che dei contenuti musicali. Infatti, diversamente dall'approccio del quartetto di Hemphill, che in origine dilata in venti minuti l'esposizione delle materie prime della sua cultura senza remore tra ingredienti free come piatto principale, radici rhythm’n’blues speziate di Bebop tra gli aromi ed il blues meno canonico come perfetto contorno, la versione dei ROOTS MAGIC riparte dal pedale finale, capovolgendo il flusso in maniera più vicina all'incisione che lo stesso Hemphill ha lasciato su Fat Man And The Hard Blues della Black Saint, storica etichetta italiana di Giovanni Bonandrini, quasi vent'anni dopo la sua prima apparizione. 


Il flusso scorre poi su "UNITY" di Philip Cohran, uno dei fondatori della AACM e membro dell'Arkestra di Sun Ra, pubblicata col suo Artistic Heritage Ensemble nel 1967. A differenza dell'approccio afro-jazz in forma corale della versione originale (14 gli elementi presenti nell'Ensemble), quì è la dinamica tra i due fiati, che spesso s'intrecciano all'unisono e si scambiano i ruoli, ad indicare nel call and response la struttura originaria della musica afroamericana.


"The SUNDAY AFTERNOON Jazz and Blues SOCIETY", scritta da John Carter, è stata pubblicata nel 1970 su Self Determination Music, disco uscito per un'altra etichetta fenomenale: la Flying Dutchman fondata da Bob Thiele a New York nel 1969. Carter, forse uno dei musicisti meno ricordati della storia, in sette anni ha inciso 5 suites che compongono il polittico Roots and Folklore: Episodes in the Development of American Folk Music, a cominciare da Dauwhe (1982) inciso sempre per l’italiana Black Saint. Non credo io debba aggiungere altro per giustificare la scelta dei ROOTS MAGIC d'inserirlo in questo specifico contesto.


Blues for AMIRI B., firmata da Errico De Fabritiis, è una delle più intense dediche a quello che per me è il più importante Poeta de il popolo del blues: Ecco perché siamo il blu(es) / proprio noi / ecco perché noi / siamo il / canto / autentico // Così oscuro & tragico / Così vecchio & / Magico // ecco perché siamo / il Blu(es) noi Stessi // In tribù di 12 / misure / come le strisce / della schiavitù / sulla / nostra bandiera / di pelle” (Funk lore, 1993). 


Qui i fiati di Alberto Popolla e De Fabritiis si trasfigurano in rabbia, gioia e dolore, mentre le percussioni di Fabrizio Spera puntellano un profilo spirituale capace d'insinuare il più profondo dubbio al più incredulo degli scettici e Gianfranco Tedeschi, il musicista rivelazione per mia ignoranza, colora di emozioni semplici un assolo che è più un ritratto del Poeta ideale che un esplicito omaggio all'uomo Everett LeRoi Jones.


Potrei continuare all'infinito a raccontarvi i dettagli di queste tracce, che proseguono con "DARK was the NIGHT" (1928) di Blind Willie Johnson che abbraccia nell'ombra una rilucente "A CALL for all DEMONS" di Sun Ra (da "Angels And Demons At Play" - 1967), che sfiorano la tragica figura di Charley Patton in "POOR Me" (1934) e fanno "pogare" le coscienze in un ribollente "the JOINT is JUMPING" di Tedeschi; chiude il cerchio una alternative take de "The SUNDAY AFTERNOON Jazz and Blues SOCIETY", a ribadire l'importanza del profilo dimenticato del clarinettista texano.


Potrei continuare all'infinito, dicevo, nella ricerca di relazioni, nell'intento di documentare la storia che si dipana dietro una "semplice" scelta di titoli, ma sarebbe fare un torto alla bellezza dell'insieme, come sminuire la maestosa intensità di un'affascinante struttura focalizzandosi sul dettaglio...


Chi parla della musica, raramente riesce a raccontare dei significati più nascosti dalla superficie musicale e mai, o quasi mai, racconta se se l'è spassata all'ascolto, se non ha resistito e si è messo a ballare nel mezzo del salotto (ché ai concerti si è quasi sempre in quattro), se si è commosso fino alle lacrime e se la musica, insomma, gli è arrivata al cuore passando senza scorciatoie dallo stomaco.


Molto spesso le recensioni dei dischi si dilungano nell'analisi delle intenzioni progettuali, si perdono nella fredda compilazione della lista degli "assolo" o offrono più genericamente un'ulteriore premio alla carriera di un musicista/gruppo che sta a cuore al recensore o il claim concitato sull'enfant prodige del momento, oscillando schizofrenicamente dalla più equilibrata fotografia dell'evento, che termina senza dire nulla (modalità carta stampata), alla faziosa ed incondizionata "acclamazione o distruzione" dell'oggetto in questione (modalità web/forum).


Di solito ci perdiamo ed accaloriamo sulla padronanza tecnica dello strumento, sulla tanto paventata libertà espressiva iscritta nel DNA di questa musica (e cancellata in un attimo dalla limitante necessità di inserirla sotto una specifica etichetta), sulla paternità dello slang musicale a discapito del contenuto espresso... Pensare infatti a questo come ad un disco "semplicemente" di Blues è più che riduttivo, è fuorviante. Cercare nelle mie parole una fredda analisi musicale sarebbe tempo perso: io sono un dilettante, mi appassiono solo a ciò che mi emoziona davvero e racconto quello che non riesco a sognare.


HOODOO BLUES gira tutto sul tema del blues, sembrerà banale, ma se pensate alle 12 misure in cui si alternano i soliti tre accordi, beh, avete perso tempo a leggere queste pagine, perché qui si tratta di "un blues molto free", per dirla à la Mario Gamba, e per me questo è il disco TOP del 2015.


Ora i puristi penseranno "ma come fanno quattro ragazzi italiani a fare veramente del blues?", mentre la domanda giusta sarebbe: ma come mai un disco così bello lo si è dovuto stampare con un'etichetta portoghese?


[Photo and Art by Dave McKean]

giovedì 26 novembre 2015

This Machine Kills Fascists - Francesco Bearzatti Tinissima Quartet _ 2015

 

Ieri, alla Casa del Jazz, ero sicuro che avrei visto la mia gente.
Tutti quelli indignati, consapevoli, incazzati e forse anche un po' impauriti per il declino degli equilibri mondiali che continuano ad essere scossi dall'interno per una politica comune inesistente, per degli interessi economici che fagocitano il valore umano, per dei recinti mentali che nessuno osa più nemmeno afferrare, figuriamoci scavalcare...


E invece ieri a Roma, all'apertura del tour del Tinissima Quartet per "This Machine Kills Fascists", eravamo appena un'ottantina di persone, per fortuna con tanti amici del "giro sensibile" del jazz. Ma io pensavo che ci sarebbe stato tutto il mondo, che avremmo fatto la fila per condividere questo dichiarato gesto/pretesto per partecipare, che avremmo scelto di scendere a nostro modo ancora una volta in piazza e invece, a fine serata, mi domandavo se questo paese fosse davvero fatto per me, e per te...


E si perché l'ultimo lavoro di Francesco Bearzatti è, nelle intenzioni, il più coraggioso e connesso al momento storico che ci si poteva aspettare, una dichiarazione d'intenti che avrebbe dovuto creare scalpore in un panorama culturale abbastanza piatto, che sembra non essere più capace di mescolarsi con la vita reale, che non riesce più a vedere oltre i limiti imposti, che ha perso la necessaria connessione con il tessuto sociale e che ha dimenticato anche di saper ricordare.


Quando abbiamo deciso di fermarci alla prima strofa? quando abbiamo smesso di cercare le possibili risposte nascoste sotto la superficie? è stato quando abbiamo iniziato a scattare selfie alla nostra coscienza o quando abbiamo preferito non sporcarci più le mani, sapendo di ingoiare un piatto insapore e velenoso, più che indigesto? E non buttiamola sulla mancanza di tempo, che a volte la velocità è l’unico antidoto per la pigrizia mentale.

By the relief office, I’d seen my people/
As they stood there hungry, I stood there asking/
Is this land made for you and me?

As I went walking, I saw a sign there/
And on the sign there, It said, “No trepassing”/
But on the other side, It didn’t say nothing/
That side was made for you and me


Musicalmente poi, il tributo a Woody Guthrie è il più intenso e connesso al germinale "Suite for Tina Modotti", senza nulla togliere a "X (Suite for Malcolm)" e "Monk'n'Roll", non solo per via del viaggio come elemento centrale e della dimensione più folk dei due protagonisti omaggiati, ma proprio per la texture strumentale, per l'assenza o quasi di inserti elettronici, per il forte legame tra i musicisti sul palco, che non sembrano suonare la suite pensando all'interplay o al call and response, ma che più “semplicemente” restano naturalmente agganciati uno all'altro nonostante il precario, traballante e fischiante equilibrio di tutte le relazioni, tenuti insieme più dal vento evocato dal tributo che dalla materia dei loro strumenti, là dove ottone, terra e legno, pelle, aria e corde si sporcano e si intrecciano tra gli sbuffi di carbone bruciato.


Superfluo parlare di questi ragazzi, formazione oramai ben nota e riconosciuta, con Danilo e Zeno che compongono una delle ritmiche più trasversalmente solide, creative e cariche di groove da far paura alla maggior parte dei trii rock o jazz che si vogliano far chiamare, con la voce eclettica di Giovanni che è un prolungamento viscerale che si fa strumento e che rumoreggia e spinge, soffia, stacca e cattura l'animo (e che a mio parere non è stato ancora correttamente posizionato nell'albero genealogico dei trombettisti, in generale). Poi Francesco, lui che è il più punkettone dei jazzisti nostrani, che ha presentato l'omaggio alle “Protest Songs” dicendo che fa del "Combat Jazz" (e qualcuno ha riso delicatamente, ma io mi sarei buttato giù dalla gradinata, avrei alzato il pugno o mi sarei tolto il cappello se solo l'avessi avuto...), è la chiave di volta di questa nuova struttura musicale che dovrebbe essere presa a riferimento nel panorama artistico contemporaneo.


Quando è partita la dolce "Okemah", città natale del leggendario folksinger, Bearzatti era praticamente piegato su se stesso, immagine che ha visualizzato in me la ricerca di un suo primario suono interiore (che non prescinde dai primi dischi di standard con Giovanni Mazzarino, anzi), poi ha iniziato a liberarsi, gettando sulle tavole del palco prima il portafoglio poi, con "Long Train Running", lo smartphone e quando è arrivata "Hobo Rag" ha gettato dal finestrino pure gli ultimi foglietti, scontrini e biglietti della Metro che lo trattenevano a terra, rimanendo solo con la sua "arma", pronto a partire per un altro viaggio emozionale, tutto suo, e pure nostro...


Il resto è stato un fiorire di sensazioni, tra una "N.Y." come finestra aperta sulle vie del Nuovo Mondo urbano (stranamente molto meno tossica e frenetica della “America!” di Tina Modotti), ed una "Witch Hunt" scattata come gelida istantanea per niente sbiadita della Guerra Fredda, invase dalla reprise rassicurante di Okemah per arrivare a "One for Sacco and Vanzetti", risposta poetica e sanguigna al Maccartismo ed all'unica cover dell'album, quella "This Land Is Your Land" composta da Guthrie sulla base del gospel "When the World's on Fire" che è diventata il vero inno dell'America più vera, lontana dalle retoriche di "God Bless America". La chiusura è spettata a "Mandi Friul", la traccia che apriva la suite per Tina Modotti e non so perché non ho pianto, eppure tutto tornava.


Eravamo appena un'ottantina di persone ieri a Roma, all'apertura del tour del Tinissima Quartet per "This Machine Kills Fascists". 
Mi dispiace per tutti quelli che non hanno potuto sentire di essere ancora vivi e peccato che c'erano quelle cazzo di sedie in mezzo perché sennò avrei violato il confine del palco con la ragazza che mi era seduta accanto, avrei ballato il rag con Federico, Pasquale, Dario, Giampietro o Enzo, mi sarei attaccato alla maniglia del primo treno sbuffante sogni ed avrei teso la mano a Francesco, Giovanni, Danilo e Zeno, dividendo con loro quelle quattro cose che ci saremmo trovati in tasca e scaldando il vagone bruciando almeno per l’ultima volta i nostri fibrosi cuori.


L’America, dunque” – scrive Alessandro Portelli, a proposito dei versi eliminati dallo stesso autore nella prima versione pubblicata di  "This Land Is Your Land" – “era stata fatta per quelli come me e come te, per la gente comune, per i disoccupati in fila per una minestra; ma qualcosa ci impedisce di goderla, e si chiama proprietà privata” (A. Portelli, Woody Guthrie e la cultura popolare americana, Sapere 2000 ed., Roma 1990, pag. 181).

lunedì 16 novembre 2015

«Jazz Inchiesta Italia», una meditazione politica

 [foto di Umberto Santucci]

Quando sabato 14 novembre è uscito l’articolo di Franco Bergoglio su Alias de “il Manifesto”, i fatti appena successi nel mondo (che Parigi, a me molto cara, non è tutto il mio mondo) erano così sanguinanti che mi era sembrato fuori luogo, o addirittura provinciale, parlare di Jazz Inchiesta Italia.

Oggi devo ammettere che il mio pensiero, come quello di molti altri, era forse offuscato dal dolore perché rileggendo l’articolo, che non a caso ha per sottotitolo «una meditazione politica», i parallelismi con l’attuale situazione globale, riflessi attraverso i confini mentali, l'eco mediatica che spinge nella direzione voluta e le responsabilità politiche, possono essere spunti di una più vasta riflessione, che prende il libro di Enrico Cogno solo come migliore pretesto.

«Se arte e società rispecchiassero in maniera meccanicista la politica, una nuova inchiesta sul jazz italiano esigerebbe stomaci robusti»



giovedì 12 novembre 2015

Kamasi Washington – The Epic _ Vero poema epico o paracula scenografia di cartone?


«Ma allora 'sto Kamasi»? è la sintesi dei tanti messaggi privati che ho ricevuto in queste ore.
  
Certo è che chi mette in piedi un disco denso, variegato e composito come questo triplo lavoro merita anzitutto il mio rispetto, tanto quanto chi finiva per primo l'album delle figurine Panini tra gli amichetti del quartiere.

photo by Mike Park

Al primo ascolto ho avuto alcune certezze ed altrettanti dubbi:
P un groove trascinante, un'architettura maestosa, un suono moderno con il quanto basta di nostalgia, lontani lampi free di rabbia, echi black, brown and beige e la toccante scelta di due classici (Cherokee di Ray Noble e Clair De Lune di Claude Debussy), sono stati i preliminari del godimento;
P una triplice e pomposa mancanza di modestia (al limite del "chi ce l'ha più grosso"), un retrogusto freddo e celebrale ed un pizzico di sfacciata paraculaggine hanno invece lasciato in me un certo senso d'insoddisfazione, più vicino al coitus interruptus che ad un vero e grosso amore.


The Plan, The Glorius Tale e The Historic Repetition sono i capitoli di questa saga, ispirata da un sogno ricorrente con protagonista "Il Guardiano" che deve proteggere il suo territorio da coloro che cercano di sconfiggerlo e che ha preso musicalmente forma nella traccia di apertura del lavoro (Change of the Guard, appunto), i cui temi sono ripresi in tutto il triplo album. The Guard diventerà presto una graphic novel e nel box in versione vinile si possono ammirare due disegni di KC Woolf Haxton al riguardo.


«The Epic è nato grazie alla storia," dice Kamasi Washington a Phil Johnson del Independent "che ho pensato come Omerica. Io non volevo che fosse solo una raccolta di canzoni a caso, ho voluto che avessero uno scopo, e che proprio per questo avrebbero potuto essere ascoltate fino in fondo, perché in un buon racconto una cosa tira l'altra. Non ho mai pensato alle dimensioni dell'album prima della fine della storia ».


Fatto sta che, nonostante i miei sani dubbi, dopo l'acquisto dei tre CD da Blutopia, ho comunque votato "The Epic" tra i piazzati del Top Jazz '15 (tanto oramai i voti sono chiusi e ve lo posso dire) ed aspettavo con trepidazione questo incontro dal vivo a conferma dei miei sentimenti che, faccia a faccia, non avrebbero avuto più filtri. E, finalmente, il 10 novembre è arrivato.


Premettendo che tutta la musica andrebbe ascoltata preferibilmente dal vivo per il totale coinvolgimento sensoriale, il clima sudaticcio dell'evento e la partecipazione collettiva, devo specificare che la band che si è presentata al MONK di Roma (ex la Palma) era in versione diversa e ridotta rispetto alla registrazione. Su tutti (che in alcune tracks su disco si contano anche più di 30 nomi tra archi e voci del coro) spiccavano per l'assenza Thundercat al basso elettrico, Cameron Graves al piano, Igmar Thomas alla tromba e Leon Mobley alle percussioni.


Ma lo zoccolo duro c'era eccome, con Brandon Coleman - aka Professor Boogie - alla tastiera ed al Moog, Ryan Porter al trombone, Miles Mosley al basso, Tony Austin e Ronald Bruner a raddoppiare la batteria e la voce di Patrice Quinn; tutti a supportare ed abbracciare il tenore di Kamasi Washington. Guest del tour Rickey Washington, il padre di Kamasi, al soprano ed al flauto, che qualche ora prima mi aveva venduto il triplo vinile in cofanetto (thx Washington Sr.!).


La lunga introduzione del gruppo attraverso il tema che ha dato forma a tutto il racconto epico, quel Change of the Guard più volte ripreso e reiterato a sprazzi lungo tutta la durata del concerto, ha da subito confermato che "The Epic" facesse perno sul continuo fine tuning tra le contrastanti sensazioni: dal vivo le singole voci erano un po' più sbilenche e naturali (e per questo più belle!), ma l'architettura portante del lavoro in studio, a tratti veniva meno. L'insieme è stato comunque esaltante, specialmente sui collettivi più infuocati e veloci e, nonostante non avessi digerito ancora l'ascolto in tripla portata, dal vivo la musica è risuonata sorprendentemente nuova in alcuni pezzi, come "Leroy and Lanisha" che si è colorato di tinte più afrobeat al MONK, lasciando diluire i toni più freefunky della registrazione o il vigoroso hardbopper di "Re Run" che sul disco viene un po' inutilmente addolcito dai cori sullo sfondo. 

photo by Lauren Lancaster

I due "standard" avevano già lasciato il segno su di me, nonostante il primo incontro anonimo a metà del GRA in un lunedì in cui mi recavo al lavoro, e l'ascolto sulla pelle non poteva che aggiungere una affascinante sfumatura al range delle emozioni (sono un sentimentale, lo so...). Cherokee è una delle canzoni d'amore più bella della storia americana, usata da Bird per la sua Ko-Ko ed incisa spesso da Chet Baker, mentre il pezzo di Debussy, reso unico da un ballabile assolo di Miles Mosley al contrabbasso, mi ha ricordato che la differenza tra un valzer ed una ballad, o tra un bianco ed un nero, è solo un confine mentale. La felice scelta di chiusura è stata affidata a "The Rhythm Changes" il pezzo forte per la voce della Quinn che sul disco avevo "classificato" come newdancingospelsoul e che i tipi hanno volutamente rallentato dal vivo, donando un'accezione ritmica al beat degna dei più sensuali e sincopati passi della Harlem Renaissance.

photo by Kevin Hill

Quasi due ore e mezza di eccitazione e turbamento senza interruzioni, con il leader che faceva spesso un passo indietro, lasciando il palco alla sua compagine, per contenere i suoi interventi nella misura ma non nella partecipazione.

photo by Annie Tritt

Ma insomma, 'sto Kamasi? ripeto a me stesso...

P Se i tre dischi mi erano sembrati un po' pretenziosi, in realtà avrei voluto che il concerto non finisse mai, e questo mi ha lasciato il pensiero di come io vivo, gestisco e subisco il mio tempo;
P Se la compilazione a tavolino di un patchwork così importante, ampio e doloroso come la storia che ha segnato tutti gli uomini del '900 (nel disco c'è anche la toccante "Malcolm's Theme" con le parole di Ossie Davis tratte dall'elogio funebre a Malcolm X) mi era sembrata un po' pretenziosa, al limite del paraculo, la performance dal vivo mi ha messo di fronte alla sincerità di quei ragazzi (lo sguardo di Washington Sr. basterebbe da solo) ed anche alla mia coscienza, perché in fondo come cazzo posso io valutare sinceramente la veridicità della Black American Music?
P Se l'architettura precisina e senza sbavature della registrazione mi aveva lasciato quello sgradevole gusto ferroso nel retrocranio, la umanità dei suoni e la variabilità delle forme, non delle intenzioni, mi hanno convinto definitivamente e fatto interrogare sul braccio forte, diretto o indiretto, del mercato americano dell'Entertainment tutto, che predilige il prodotto limato e ben rifinito all'intensità più sporca delle vere emozioni.

photo by Mike Park

Insomma, io sono ancora convinto del 1° posto che ho assegnato al Top Jazz, ma se avessi avuto questo incontro prima, probabilmente la scaletta dei miei piazzati sarebbe stata più corretta: i ragazzi di “The Epic” cucinano con un giusto mix di raffinata tecnica (narrativa e produttiva più che strumentale), ricetta storica e nuovo piccante, sanno quello che vogliono dire ed anche come lo vogliono fare e, se davvero hanno voluto mostrare di avercelo più grosso, è solo questione di natura. Questo non dovrebbe né aggiungere merito di santa filiazione, né far opporre una gratuita invidia al loro lavoro, che deve essere solo ascoltato con orecchie pure e ben aperte, ma comunque ascoltato.

Photo by Leroy Hamilton

Anche perché, sinceramente, quanti album di figurine tosti come questo siete riusciti a completare voi nella vostra fanciullesca carriera?