lunedì 16 gennaio 2017

Sergio Fanni & His All Stars _ Non Ti Scordar di Me


Se oggi, a volte, il palcoscenico del jazz può apparire come una vetrina, più trend e di classe del “mero” pop, per raggiungere comunque la scintillante via del successo, ovviamente non è sempre stato così.


Nella Storia di questa musica ci sono stati migliaia di musicisti dei quali non restano che flebili tracce, e solo nelle discografie più ragionate. E non parlo dei dilettanti con passione o dei professionisti per una stagione, no, intendo proprio quei musicisti che per convergenze umane, per caratteristiche personali o per congiunture astrali, nonostante la loro assidua presenza tra le pagine di questa storia, sono passati come corpi luminosi nel cielo del jazz italiano per poi scomparire dalla memoria dei più, quasi senza lasciare traccia.


Per esempio, il nome di Sergio Fanni vi dice qualcosa?
Qual è il suo strumento, o dove è nato?
Avete mai visto la copertina di uno dei suoi pochi dischi, letto un articolo su una delle due riviste di settore o “ascoltato” le sue parole in una intervista?


Provate a digitare su google Sergio Fanni e non vi fate ingannare subito dalle tantissime voci che vi appariranno, perché non tutte appartengono al personaggio in questione né, tantomeno, al mondo del jazz.


Ora, restringete la ricerca con “Sergio Fanni” tromba jazz, e già le voci dell’immenso motore di ricerca per eccellenza scenderanno a poco meno di 800, con molte citazioni in siti non direttamente a lui dedicati e pochissime immagini, oltre a tante altre trombe, ma non sempre quella nostra.


Se proprio siete curiosi come me e volete chiudere il cerchio, aggiungete alcuni dati anagrafici digitando “Sergio Fanni” tromba jazz torino 1930, e non raccoglierete nemmeno 100 voci, tra le quali non c’è una biografia degna di nota (addirittura, nemmeno una pagina su wikipedia…), ma appena una citazione ufficiale del nostro nella voce Jazz che Antonio Lanza ha compilato sulla Treccani.


Penserete: mò questo s’è rincojonito e se mette a da’ i numeri…
ma per fare un paragone provate a cambiare solo qualche parola della ricerca e scrivete “Enrico Rava” tromba jazz torino 1939.
SBAM! 3.000 voci (in 0,6 secondi) e quasi tutte completamente inerenti!


«in Piemonte c’erano jazzisti fortissimi. Appartenevano alla generazione precedente, cioè avevano una decina d’anni più di me. Parlo di Valdambrini, Basso, Sergio Fanni, Leandro Prete, ma erano fuori dalla nostra portata. Erano “professionisti” ed erano quasi tutti intruppati nelle varie orchestre della RAI, dove guadagnavano bene»

Questo scrive Rava nel suo “Incontri con musicisti straordinari”, dove ovviamente Sergio Fanni è menzionato tra i grandi, ma la storia contemporanea sembra averlo dimenticato o forse ha deciso d’invertire i fattori d’importanza…



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Credits:



Label: CETRA
Catalog #: EPD 38
Format: EP
Country: Italy

Recorded at Milan, April 19, 1960


Sergio Fanni (trumpet)
Eraldo Volonté (ten., bar. sax)
Giorgio Buratti (bass)
Ettore Righello (piano)
Gil Cuppini (drums)



Tracklisting:

Side One
1) Duo (G. Cuppini) - 2'45"
2) Circeo (R. Fol) - 2'50"


Side Two
1) Non Ti Scordar Di Me (Bixio) - 2'35" 
2) P.N. Blues (L. Konitz) - 2'50"



domenica 8 gennaio 2017

The Freexielanders «Looking Back, Playing Forward», ovvero, Inventare Nuovi Ricordi


Certo, per iniziare degnamente il nuovo anno, avrei dovuto parlare della mia indiscutibile classifica Top - essenziale ai più -, o del perché le riviste di Jazz chiudono senza lasciare traccia - e del percome quelle che rimangono impilate ad imputridire, non puzzano ancora -. Avrei dovuto indagare sul segreto di "restare originali" nonostante il successo, oppure avrei dovuto fare luce sulle infinite vie del nuovo jazz, che nuovo non è - e nemmeno jazz -, ma allora cos'è?!?
Invece me ne sto qui, a raccogliere briciole di emozioni, a seguire mollichelle per ritrovare la curiosità, ad ascoltare storie che non sapevo ed a ricordare cose che non ricordavo di ricordare...

Insomma, senza tante pippe vi assicuro che la musica uno può godersela alla grande.


E sì, perché quale altro sentimento può nascere dalla relazione - per molti impossibile, per altri platonica, per alcuni incestuosa - tra il piano rag di Scott Joplin ed il trombone slide di Giancarlo Schiaffini?
Sapevate che Fred Rose, cantautore di Nashville, e Jelly Roll Morton, "inventore" del jazz di New Orleans in realtà sono fatti uno per l'altro?
Avevate mai raccolto la confidenza che la musica di Misha Mengelberg - figura storica della scena improvvisativa contemporanea - andasse a braccetto con il mood tipico delle colonne sonore della Commedia all'Italiana?


Inventare nuovi ricordi non solo si può, sembrano dire The Freexielanders con il loro «Looking Back, Playing Forward», pubblicato per la Rudi Records di Massimo Iudicone, ma si deve, aggiungo io. E quando succede beh, è amore al primo ascolto...


Ora qualcuno penserà che è un altro modo per "buttarla in caciara", per confondere l'alto con il basso, il qui con il là ed il pro con il quo,  ma già i curricula dei musicisti dovrebbero fare da garanti, dal momento che parliamo di una formazione che racchiude il top degli improvvisatori contemporanei di almeno due generazioni - quantomeno della scena romana - come Giancarlo Schiaffini, Eugenio Colombo, Gianfranco Tedeschi, Alberto Popolla, Errico De Fabritiis e Francesco Lo Cascio tra gli altri.


Anche la scaletta segue un filo coerente, elaborando per lo più tracce che sono state scritte e arrangiate negli anni ’30, o che sono nel DNA degli esecutori, nonostante ai protagonisti piaccia raccontare che «tutto nasce dal ritrovamento casuale di un pacco di partiture poco conosciute in vendita in un mercatino delle pulci di una qualche città europea, rimaste impolverate per tutto questo tempo ed oggi nel pieno di una crisi, che a detta di molti ricorda quella del ’29, hanno trovato un richiamo irresistibile».


Potrei raccontarvi che il disco si apre con un intenso medley che racchiude "St. James Infirmary" a "Gotta get to St. Joe" e ricordarvi che il primo è un pezzo tradizionale di anonime origini (nonostante l'attribuzione a Joe Primrose) reso famoso da Louis Armstrong nel 1928, mentre lo swingante pezzo di Joe Bishop a me ha ricordato la forma impressa da Woody Herman e la sua Orchestra nel '42. Ma non è questa la vera forza dell'incipit: musica triste e musica allegra, Wasp music e Black music, tutto confluisce nel grande fiume della musica bella.
Questa la vera intro, per chi è capace di ascoltare.


Poi si prosegue con uno dei pezzi più "vecchi", "On the Banks of the Wabash" di Paul Dresser (1897), che sembra tagliato apposta per l'ottetto che risuona come un corpo unico, screziato dal vibrafono di Lo Cascio, attualizzato dalla voce scoppiettante di Eugenio Colombo e definitivamente iconizzato dal solo di Errico De Fabritiis, ma anche questa sarebbe una formale pista falsa, almeno finché non si scorgono le prime luci del terzo pezzo e la nebbia della ragione comincia a diradarsi.


E sì, perché il terzo pezzo è forse quello più spontaneamente naturale, oltreché il più attuale, essendo "Peer’s Country Song" già presente nel "Live in Soncino" della ICP Orchestra del 1979, primo incontro tra il pianista ucraino/olandese con Schiaffini e Colombo (e con Rava, Trovesi e Renato Geremia, tra gli altri). Citare Mengelberg, ed indirettamente omaggiarlo, è un'affermazione d'intenti valida anzitutto per ribadire l'importanza del collettivo ma anche una dichiarazione d'amore per questo musicista unico. 


Lo stesso amore che, senza remore o steccati mentali, viene mostrato per Duke Ellington che, con "Come Sunday" e "Mood Indigo", firma i due pezzi successivi, nell'arrangiamento prezioso di Schiaffini. Cos'altro dire di questi due pezzi... forse la cosa più vera è anche la più semplice e cioè che, fra tutti, sembrano quelli suonati direttamente con il cuore, piuttosto che con altri muscoli.


In mezzo c'è l’affascinante e profumato "Voci del Deserto" del misconosciuto Felice Montagnini, che in realtà ha dato voce dietro le quinte ad una miriade di film diretti da Nunzio Malasomma, Comencini, Mattoli e Steno, tra gli altri. Atmosfera magica offerta dall'ensemble in call and response con il trombone di Schiaffini che, grazie ad un groove portante impartito dal contrabbasso di Gianfranco Tedeschi, permette al collettivo momenti di empatia unica ed a Popolla e Colombo un intenso quanto sinuoso scambio melodico (cit. da Gaia Critica).


Ora un critico serio direbbe che "la registrazione prosegue con raro dinamismo col foxtrot di Fred Rose "Black Maria" (1930) che, a dispetto della nota ballabile cantabilità, si presenta come un collettivo infuocato e frastagliato". Io vi posso solamente dire che il pezzo in questione non ci mette molto a scatenare irresistibilmente il battere del mio piede.


Segue "Yardbird Shuffle" di James A. Noble (1941), sbilenca eppur dolce come non era immaginabile fare, sfaccettata da brevi assoli dei quali, su tutti, si staglia il clarinetto di Alberto Popolla, fino ad arrivare a "Cannonball Blues" di Jelly Roll Morton (1926), arrangiata da Eugenio Colombo, introdotta da un Tedeschi in tutt'uno col suo strumento.


"Sabor de Habanera" di Giancarlo Schiaffini potrebbe essere la degna conclusione, ‘ché rimarca una comune e possibile influenza latina di tanti brani di quel periodo - o comunque di molti degli amori di questo combo -. Sensuale l'apertura al tenore di De Fabritiis, che Colombo evidenzia ma non salva dallo struggente l'assolo al clarinetto basso di Popolla, il tutto senza mai perdere il gusto più solare che c'è all'origine di questa danza. A me ha scaldato il cuore…


Così come si è aperto, il disco viene suggellato dall'impetuosa "The Great Crush Collision March", che è il pezzo più indietro nel tempo che i Freexielanders sono andati a scovare, dal momento che fu scritta da Scott Joplin nel 1896 e che racchiude tanto della squisita pazzia di questo progetto e della mai banale ironia dei suoi "architetti".
Si inizia con la "rigida" cadenza tipica della marcia, che trasmuta poi nella veloce sincope del ragtime - ed offre emozionali spunti riflessi di un ballo di Paese alle mie orecchie - per concludersi poi nella follia cacofonica di uno scontro indimenticabile.

Mo, ditemi che ero solo io a non conoscere questa storia…


Certo, per iniziare degnamente il nuovo anno avrei dovuto darmi un tono, invece me ne sto qui in pigiama e ciabatte a godere come un porco nel vedere la Sig.ra Semplicità prendere da dietro Mr. Storiaricca, con tanto di preliminari ma senza precauzioni mentali.


Ma non è tutto qui, ed anzi mi scuso con i Freexie della mia banale interpretazione del loro più strutturato lavoro, non solo perché il disco nasconde anzitutto una Malus Track che vi invito a scoprire, e dal vivo il gruppo ha già approcciato altri temi come "Bye Bye Blackbird" di Ray Henderson, "Li'i Darlin" di Neal Hefti, "Java Rossa" di Angelo Ramiro Borrella, "Siboney" di Ernesto Lecuona – e chissà quanti altri saranno già stati riscoperti dalla polvere ed aspettano solo di essere suonati - ma, come si dice, è sempre meglio alzarsi da tavola con un po' di fame, per cui...



Sì, lo sentivo già ma ora ne sono certo. Si possono abbracciare in un unico contesto musiche diverse ed "antiche", improvvisarci sopra e rimanere coerenti con se stessi. Nessuna magia, nessun mistero, basta solo sedersi - mai troppo comodi - looking back, playing forward e godersi le proprie emozioni.



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Art by
(1901 – 1970)
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The Freexielanders

Aurelio Tontini, trumpet
Giancarlo Schiaffini, trombone
Eugenio Colombo, alto sax
Errico De Fabritiis, tenor sax
Alberto Popolla, clarinet, alto clarinet
Francesco Lo Cascio, vibraphone
Gianfranco Tedeschi, double bass
Nicola Raffone, drums


Looking Back, Playing Forward
Rudi Records
Cat # RRJ1032
Recorded the 13-14th December 2015 by 
Lucio Leoni, Monkey Studios, Rome
Mixed and mastered April 2016, 
Francesco Lo Cascio & Lucio Leoni, Monkey Studios, Rome
Cover photo by Alessandro Carpentieri

Tracklist:

St. James Infirmary/Gotta get to St. Joe (Joe Primrose/Joe Bishop) (7:59)
On the Banks of the Wabash (Paul Dresser) (6:10)
Peer’s Country Song (Misha Mengelberg arr. by E. Colombo) (4:19)
Come Sunday (Duke Ellington, arr. by G. Schiaffini) (6:04)
Voci del Deserto (Felice Montagnini) (5:20)
Mood Indigo (Duke Ellington, arr. by G. Schiaffini) (5:08)
Black Maria (Fred Rose) (5:51)
Yardbird Shuffle (James A. Noble) (4:35)
Cannonball Blues (Jelly Roll Morton, arr. by E. Colombo) (4:31)
Sabor de Habanera (Giancarlo Schiaffini) (3:50)
The Great Crush Collision March (Scott Joplin, arr. G. Schiaffini) (4:50)


martedì 3 gennaio 2017

Lo devo ammettere: m'ero proprio scordato di Dylan Dog...


Mi ero dimenticato di Dylan... nonostante la lunga e costante frequentazione iniziale, un po' per volta e piano piano, con naturale naturalezza, me l'ero proprio dimenticato. 


Cioè, non è che lo avevo rinnegato o mai del tutto abbandonato, perché sporadici incontri su un Frecciarossa o folgorazioni impreviste fuori dall'edicola come per Mater Morbi, avevano continuato a metterci sulla stessa strada, ma erano sveltine senza sentimento, vuoti simulacri di affettuosità, rigurgiti d'amore acido con lo stesso sapore di quando ti ricordi di un vero amico a Capodanno o per messaggiargli gli auguri di compleanno... 

Lo devo ammettere: m'ero proprio scordato di Dylan Dog. 


Poi ho ho sentito parlare de "Gli Anni Selvaggi", che ho immaginato come uno Year One del Old Boy; ho visto la cover di Gigi Cavenago, che ha scosso i miei sensi più per la pelle nera e strappata del chiodo - a sostituzione della sempitèrna giacca - sbattuto contro un muro sporco, che per il rossosangue tipico della continuity dell'Incubo, ho scorso avidamente i nomi degli autori e, all'apparire di Mr. Mari, ho scelto quello con la costoletta migliore, me lo sono portato a casa e mi sono piazzato proprio sotto al palco per godermi lo spettacolo.


Devo dire che la storia non è sorprendente, almeno nella sua macro-struttura, con il binomio macchina del successo/prezzo da pagare e con una delle tante declinazioni possibili che collegano l'uso della tecnologia al horror o al sovrannaturale, ma è molto interessante per le sfumature sentimentali («non si può proteggere nessuno dal proprio destino»), veritiera nell'analisi generazionale («fino a quel momento, la vita non ci aveva dato niente. Quello che volevamo era... tutto»), fertile per i sogni («i Bloody Hell suonano per passione, per rabbia, qualche volta per dimenticare. Suonano per loro stessi e per chi ha voglia di ascoltarli... la fama è una puttana che ti ruba la dignità»), unica come l'amicizia («Tu fai parte della squadra, e ricordati: il passato è morto, il futuro è per gli ingenui... esiste solo il nostro presente!») e raramente poetica («E' la vita. A volte fa male, a volte è crudele, ma è la vita e basta»). 

E poi diciamolo, questa Storia è dannatamente coraggiosa, perché chi altri si sarebbe messo in testa di riscrivere una parte fondamentale del passato di un personaggio storicizzato ed idealizzato da più di trent'anni? solo una donna, forse, per cui massimo rispetto per Barbara Baraldi. 


I disegni di Nicola Mari poi... quei segni sono perfettamente imperfetti... non nel senso puramente estetico, che è fatto più di scosse elettriche, memoria dimenticata e rivelazioni individuali che di "regolette", ma perché ascoltano la storia, si adattano a questa eppure la condizionano, la penetrano e gli colorano le gote, la vivono, insomma. 


Quì ci sono almeno tre incarnazioni della sua Arte: il "classico" Mari - che è sempre nuovo a sé stesso -, ricco di neri che se ne fottono dei contorni noti e rispettano solo il contrasto dei bianchi per il racconto lineare; un inaspettato e morbido Mari in punta di pennello per il ricordo più bello ed un ancor più graffiante Mari, quando tratteggia il dolore della mente. 


Non dico un Mari uno&trino per non scadere nel banale cattoidealismo all'italiana (un po' come qualche scivolone sulle droghe disseminato nella storia ma si sa, Bonelli è la Disney italiana, per cui ci sta e poi qui vediamo DD prendersi ben due acidelli in un colpo solo, per cui tutto torna) ma a me sorprende sempre questo suo rinnovarsi continuamente nelle forme, mantenendo fede al suo oscuro contenuto, tanto quanto ad altri amanti del fumetto destabilizza. 


Sì, mi ero dimenticato di Dylan... ed ora non so più se lo avevo allontanato dalle mie frequentazioni perché credevo fosse cambiato lui o se, invece, fossi rimasto fermo io. Ma vivere nuovamente in quegli "Anni Selvaggi" le emozioni di "Boys Don't Cry" o risentire anche solo l'eco delle sonorità elettroniche di "Black Celebration" (che io sono più legato alla seconda e terza anima musicale che tratteggia Roberto Recchioni in apertura) beh, è stato più che ritrovare un amico, è stato come abbracciare me stesso... 


Grazie ragazzi, e 'fanculo il fumetto popolare come media per adolescenti. 
«noi saremo amici per sempre, Dylan» 
«per sempre!»


giovedì 20 ottobre 2016

Pasquale Santoli «Un Certo Discorso», Enrico Rava & Misha Mengelberg Octet + RAI Big Band - Live in Rome 1980


Non ho conosciuto Pasquale Santoli personalmente - per cui non mi permetterò di raccontare l'uomo a ridosso del suo addio a questa terra - ma ho ammirato fortemente il suo gusto estetico e, cosa affatto disgiunta almeno in questo caso, il suo pensiero etico.

Per questo mi limiterò a ricordarlo attraverso stralci delle sue parole (raccolte da Alessandro Achilli) e mettendo in condivisione uno dei suoi progetti musicali, raro quanto interessante, come questo di Enrico Rava & Misha Mengelberg con la Big Band della RAI.


A. A. «Come cominciò la sua esperienza quotidiana con "Un Certo Discorso", che negli anni ha usato la musica in vari modi?»
P. S. «Nel corso della sua lunga vita radiofonica, dal 8 novembre 1976 al primo gennaio 1988, lo spirito del programma è sempre stato lo stesso: affrontare la radio dal punto di vista degli immaginari, dei linguaggi, della creatività e delle identità giovanili. Fin dall'inizio, intorno al nucleo ideativo-produttivo "fondatore", ruotò una folta schiera di giovani collaboratori: autori, registi, giornalisti, studenti, esperti, musicisti, attori; una sorta di redazione allargata, un laboratorio permanente di idee. Tra i risultati di questa impostazione, ricorderei la cosiddetta rottura dei generi in base ai quali era connotata, fino alla riforma RAI, la natura dei programmi [...] Un secondo elemento specifico di UcD era rappresentato dalla ricerca di formati "d'autore" e di produzioni originali in chiave musicale e di spettacolo radiofonico ma anche di inchieste e di giornalismo sul campo»


A. A. «Nel 1979 UcD si avvalse dell'apporto di musicisti in studio: con quali ruoli? Mi pare che non si limitassero a fare un concerto radiofonico alternato a chiacchiere con i conduttori: alcuni erano ospiti per una settimana di seguito».
P. S. «Si studiava insieme un progetto di prodotto radiofonico, puntata per puntata, filtrato dal bagaglio delle proprie sensibilità e competenze ma con l’obiettivo di realizzare collettivamente un evento radiofonico. Naturalmente in quel contesto creativo ognuno assumeva in trasmissione il ruolo che la partitura prevedeva. Azzardando, si potrebbe dire che ogni trasmissione era una specie di improvvisazione jazz. Ne mutuava la forma e la poetica. Risultati talvolta discontinui facevano parte del gioco ma comunque erano sempre originali».


A. A. «Sempre nel ’79, Un certo Discorso cominciò a usare la big band Rai, altrimenti impegnata in stacchetti e sigle varie. C’era da subito l’idea di ospitare compositori/arrangiatori esterni?»
P. S. «La big band annoverava eccellenti musicisti che in molti casi esercitavano la loro creatività fuori dagli studi radiofonici. Erano una risorsa, direbbero oggi i manager aziendali, che aspettava di essere valorizzata. Per noi è stato semplicissimo arruolarli nella comunità di Un certo discorso: molti coltivavano le nostre stesse passioni e i nostri sentimenti musicali, ed erano capaci di tirarli fuori dai propri strumenti».


A. A. «Nel 1980 i concerti diventano ventitré (undici produzioni, allestite a Roma e a Venezia, più Shepp presentato anche a Reggio Emilia), con la costante della big band Rai integrata da compositori-arrangiatori e solisti ospiti: Gil Evans, Archie Shepp, Lacy-Tchicai-Rudd, Chris McGregor, Wheeler-Rutherford-Guy, Mangelsdorff-Schiaffini-Schoof, Westbrook-Vittorini, Willem Breuker, Alex Schlippenbach, Mengelberg-Rava-Colombo-Anderson-Geremia, George Russell. Come funzionava il rapporto tra gli ospiti e la big band? Ci furono equivoci, incomprensioni, fraintendimenti?»
P. S. «La stagione del 1980 è durata tre mesi ed è stata per tutti una maratona: ogni settimana quattro giorni di prove, concerto a Roma, trasferimento a Venezia, replica e così via. Si viveva un clima frenetico cadenzato da numerosi appuntamenti previsti e, naturalmente, da diverse emergenze. Ma sul piano dei rapporti tra musicisti ospiti e stabili non s’è mai verificato alcun problema. Naturalmente c’erano preferenze sul piano del gusto musicale da parte della big band ma la professionalità e il rigore di tutti hanno sempre prevalso».


A. A. «Nel 1982 si concluse il periodo delle produzioni radiofoniche Rai e l’azienda si limitò ad acquistare i diritti di messa in onda di festival jazz: che cosa andò perduto? Al di là del differente rapporto con i musicisti, alla base dell’«era Santoli» c’era anche l’idea precisa di un rapporto con gli ascoltatori?»
P. S. «Per la verità continuammo sino all’ultima puntata a sviluppare percorsi di ricerca che qualcuno, forse con tono dispregiativo, definiva "sperimentazione". Sul piano musicale ci buttammo da un lato nelle riprese di festival e rassegne jazz di grande prestigio e qualità o di eventi singoli come, per esempio, il concerto in diretta del ritorno sulla scena e in Italia di Miles Davis, o il recording studio workshop dei Cassix (Heiner Goebbels, Franco Fabbri, Alfred Harth, Umberto Fiori, Chris Cutler e Pino Martini) a Montepulciano nel luglio 1983. Ci dedicammo inoltre alle etichette indipendenti e alla musica autoprodotta. Cominciammo anche a frequentare con assiduità la musica contemporanea ed elettronica e, ancora una volta, invitammo, tramite una sorta di selezione per progetti, undici compositori a misurarsi con la realizzazione di musica concepita per la radio mettendo a loro disposizione le attrezzature elettroniche degli studi e un quartetto d’archi come organico fisso. Curammo maniacalmente le registrazioni, grazie allo straordinario talento della nostra squadra tecnica. Sperimentammo per primi le riprese olofoniche e digitali che usammo per
registrare il Prometeo di Luigi Nono restituendogli con grande efficacia, come riconobbe lo stesso compositore, le sonorità, le sensazioni fisiche, i colori dell’ambiente particolarissimo nel quale l’opera si teneva.

Per quanto riguarda il rapporto con gli ascoltatori, confesso che non ho molto da dire. Noi credevamo, forse illudendoci, non di interpretare ma di vivere radiofonicamente le sensibilità del nostro tempo e di metterle in scena quotidianamente. Penso che i dieci anni di Un Certo Discorso siano stati un modo di rispettare il ruolo di servizio pubblico di Radio3 e la fiducia dei suoi utenti».


Enrico Rava & Misha Mengelberg Octet + RAI Big Band 
 Recorded live at "Teatro dell'Opera", Rome, on May 19, 1980
(radio broadcast)

Enrico Rava, trumpet
Ray Anderson, trombone
Renato Geremia, violin, tenor saxophone
Eugenio Colombo, alto saxophone,flute
Larry Fishkind, tuba
Misha Mengelberg, piano
Giovanni Tommaso, bass
Han Bennink,drums, reeds
+
RAI B.B. :
Nino Culasso, Doriano Beltrame, Cicci Santucci, Oscar Valdambrini,tp;
Giancarlo Beccattini, Marco Pellacani, Gennaro Baldino, Dino Piana,tb;
Gianni Oddi, Baldo Maestri, Sal Genovese, Beppe Carrieri, Carlo Metallo, reeds;
Pino Rucher, gt;
Carlo Zoffoli, vib;





 Note:
  1. l'intervista a Pasquale Santoli, è apparsa nello speciale dedicato a Jazz & Radio su Musica Jazz, dicembre 2003
  1. I file della registrazione sono in mp3 e non divisi per singole tracce (ma questo è un documento utile per affrontare un altro lungo e freddo inverno, mica la vostra compilation dell'estate da sentire in auto). Ho lasciato il collegamento direttamente a quelli condivisi precedentemente dai compagni di Inconstant Sol, senza sbobinare i miei e ricaricarli su un diverso host, che qui si parla di condivisione e non di separazione del traffico e degli interessi... ma pure questo è Un Certo Discorso!

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