sabato 9 maggio 2015

Intervista a Larry Nocella _ Everything Happens To Me, 1980


La storia della musica è zeppa di musicisti che non hanno mai avuto il riconoscimento pubblico che avrebbero meritato. È qui inutile citare esempi clamorosi; è molto meglio restare nell’attualità facendo parlare uno di questi, Larry Nocella, sassofonista di alta levatura, musicista completo e maturo che, però, fatica non poco per trovare una sua giusta collocazione e i riconoscimenti che senz’altro merita.


Carlo Verri: Larry, raccontaci da dove provieni e come e dove si sono svolti i tuoi anni di apprendistato musicale.
Larry Nocella: Io sono campano, di Battipaglia, città dove sono nato trent’anni fa. Ho passato molti dei miei anni in collegio, dall’età di tre anni fino a quando ne avevo diciassette-diciotto. In collegio c’era una banda – tutti i collegi che si rispettano ne hanno una – e io ho cominciato ad avvicinarmi alla musica in questo modo. La direzione affidava ai ragazzi uno strumento a seconda delle necessità della banda e a me fu affidato, all’inizio, il tamburo, proprio quello che si lega alla cintura; poi mi diedero il trombone a pistoni e infine il clarinetto. Notarono che su quest’ultimo strumento andavo abbastanza bene. Finite le elementari, mi mandarono addirittura al Conservatorio di Napoli, San Pietro a Maiella, dove mi ammisero subito al secondo anno facendomi saltare quello che viene chiamato di esperimento e anche il primo anno effettivo. In poche parole, pur frequentando due soli anni di Conservatorio, mi sono trovato al quinto anno. Certamente avevo molto tempo per studiare e i professori mi sostenevano, forse perché avevano notato in me tanta voglia di suonare e anche un po’ di stoffa, come si suol dire.


CV: Però, a quel che mi risulta, non hai preso il diploma.
LN: No, purtroppo. Un po’ per ragioni familiari e un po’ per cominciare ad affrontare la vita da un punto di vista più pratico, lasciai il Conservatorio e incominciai a lavorare, dimenticando per un certo periodo anche la musica. Passato qualche tempo, ricominciai a suonare in una sala da ballo di Napoli, dove si faceva anche jazz, e fu così che mi avvicinai a questa musica che è diventata in seguito il mio mestiere. Nel frattempo avevo anche cambiato strumento, passando al sax tenore, che è poi quello che uso tutt’ora. In quel periodo il musicista che mi impressionava di più era Sonny Rollins, la pazzia, tra virgolette, di quest’uomo, il suo modo di concepire la musica, le frasi spezzettate, il muoversi ritmicamente, il dare tanto valore alle pause. Ho imparato molto da Rollins e ho avuto anche un periodo feticistico nei suoi confronti, sino a raparmi a zero, per cercare di imitarlo dal punto di vista fisico.


CV: Forse la cosa coincise con la tua conoscenza di altri musicisti?
LN: Esatto, in quegli anni ho incominciato a conoscere e amare un altro grande del sax, John Coltrane. All’inizio, per la verità, non capivo quest’uomo che faceva un miliardo di note, ma col tempo compresi che in Coltrane c’era anima, feeling, amore, cose piuttosto rare.


CV: Sei stato anche accusato di imitare Coltrane. Come mai?
LN: Il fatto per me è molto semplice. Sonny Rollins, John Coltrane e Charlie Parker sono stati dei maestri e dai maestri s’impara sempre, lasciano un segno dentro di te. io non mi vergogno affatto di riconoscere di essere stato influenzato dai musicisti sopracitati e anche da altri. Certo, riconosco che Coltrane è uno dei musicisti che amo di più e quindi è anche logico che influenzi maggiormente la mia musica. È anche vero, però, che in quel suono non c’è solo influenza altrui ma anche idee mie, il mio suono, la mia sensibilità.


CV: Facciamo un piccolo flash-back: eravamo rimasti a quando suonavi nelle sale da ballo di Napoli, poi sei venuto a stabilirti a Milano. Perché?
LN: La risposta è semplice: a Milano c’erano molte più possibilità di lavoro che a Napoli. Era, con Roma, la città più viva jazzisticamente parlando. Una sera capitai al Capolinea [uno dei templi del jazz milanese, ndr] e mi accorsi che era un punto focale dell’attività musicale. Continuai a tornarci ed entrai nel giro giusto. Di qui inizio la mia vera attività da professionista. Cominciai a collaborare col pianista Mario Rusca, col batterista Tullio De Piscopo e con molti altri musicisti che ruotavano (molti ci sono ancora) nell’orbita del Capolinea. Fu anche una bella scuola per me; imparai a migliorarmi continuamente, spinto dall’inevitabile competitività con gli altri. A un certo punto raggiunsi una mia maturità, non mi sentivo più l’ultimo arrivato, i musicisti mi stimavano e mi chiamavano a collaborare con loro.


CV: Che musica fai? Quali sono le tue preferenze oltre a quelle cui abbiamo già accennato?
LN: La base della mia musica è la tradizione jazzistica e perciò anche i musicisti di cui sopra, ma anche Mingus, Lester Young, Coleman Hawkins, etc; tempo fa ho provato a dedicarmi alla musica cosiddetta d’avanguardia, ma non ero preparato, mi mancavano ancora delle basi sul tradizionale per spingermi fino a ciò. Tra l’altro la cosa mi è stata fatta notare anche da Kenny Clarke, il batterista che tanto ha contribuito alla rivoluzione del bop, che mi ha spinto ad intensificare i miei studi per avere una completa padronanza e conoscenza del jazz fino al free e poi, casomai, dedicarmi ad esso. La mia sbandata free, anche dopo le parole illuminanti di Clarke, è finita rapidamente ed oggi suono completamente nella tradizione.


CV: Godi di ottima stima da parte di jazzisti americani, inglesi, o comunque stranieri, vuoi parlarcene?
LN: Non è molto facile, per me, parlare di queste cose. Certo direi il falso se nascondessi che musicisti come Freddie Hubbard, Chick Corea, Jack De Johnette, Art Blakey, Chet Baker e altri non mi stimano e non mi amano. Questo è vero. Con molti c’è un vero e proprio vincolo di amicizia, mi scrivono spesso, e Chet Baker, per esempio, mi voleva anche inserire nel suo gruppo, farmi girare il mondo. Per varie ragioni io non ho accettato, non certo per fare la star, anzi ero e sono molto onorato e felice di un simile comportamento verso di me, ma io sono italiano ed è qui che voglio lavorare.


CV: Quali interventi discografici hai fatto finora?
LN: Ho collaborato con musicisti come De Piscopo, Rusca, Angelo Arienti, Giancarlo Pillot, Julius Farmer, incidendo dischi a loro nome. Solo recentemente mi è accaduto un fatto molto importante. Tre musicisti americani, Dannie Richmond, Cameron Brown e Bob Neloms, hanno accettato di collaborare con me alla realizzazione di un disco tutto mio. Ho potuto fare le cose che dicevo io e come volevo io e loro mi hanno assecondato in modo a dir poco squisito. Certo non capita tutti i giorni di fare un disco con musicisti di questo calibro, personaggi che hanno suonato con Mingus, Archie Shepp, etc, che hanno accettato di buon grado di suonare con me. Era finalmente ora che mi capitasse l’occasione buona, auspice l’onnipresente Red Record, e vi assicuro che, nel nostro piccolo mondo del jazz, la cosa non è di quelle che passano sotto silenzio.

Intervista a Larry Nocella, a cura di Carlo Verri, pubblicata in origine sul mensile HI-FI, aprile 1981, ripubblicata in Qualunque Cosa Mi Accada, a cura di Silvano Arcamone e Carlo Verri, Stampa Alternativa, luglio 1997.



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Credits:

Larry Nocella
Everything Happens To Me

Label: Red Record
Catalog#: VPA 167
Format: LP

Country: Italy
Recorded at Music Center,
Bologna, November 1980

Larry Nocella (tenor sax),
Dannie Richmond (drums),
Cameron Brown (bass),
Bob Neloms (piano)



Tracklist:


A1. Rose - 7:57
A2. Central Park West - 6:46
A3. Along Come Betty - 5:41




B1. Nakatini Serenade - 7:00
B2. Everything Happens To Me - 8:00 
B3. The Days of Wine and Roses - 5:40



3 commenti:

  1. grazie di aver esaudito la mia richiesta e grazie anche da parte di chi scoprirà da questo post un musicista meraviglioso.
    Alessandro

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