lunedì 13 febbraio 2012

Max's Eyes _ Massimo Urbani & Red Rodney Live at Alexanderplatz _ 1993


“Io penso che si possa vivere con il jazz. Penso che in Italia non si sia mai combinato nulla di buono per il semplice fatto che il musicista parte con l’idea di non poter vivere con il jazz e continua cosi senza provare, senza rischiare nulla, senza cercare spazio. Purtroppo nessuno ha mai pensato di andare dall’altra parte dell’oceano a cercarsi una strada; sono stati sempre bene qui. Se avessero voluto andare sarebbero andati. Se tu vuoi suonare vai, come ha fatto Enrico Rava, non devono cercare scuse. Per me queste cose non hanno scuse: se tu vuoi suonare la tua musica la suoni, non importa dove, ma la suoni. Io non credo ai musicisti falliti o ai geni incompresi: se tu vuoi suonare suoni, non potrai diventare molto famoso, ma puoi suonare. Se sei bravo puoi suonare la tua musica anche in Italia. Soltanto che in Italia non si sono mai arrischiati. Basta pensare che ormai da venti anni molti si sono sistemati alla RAI, o come programmisti o come orchestrali, si sono adagiati sulle cose comode, ed ora si lamentano di non aver potuto fare la professione. Il fatto è che non hanno mai tentato di farla: si sono accontentati di fare i musicisti da studio.

Posso capire che vent’anni fa non c’erano le possibilità che ci sono oggi, però se ci fosse stato qualcuno che avesse veramente voluto suonare il jazz, avrebbe potuto farlo. Sarebbe andato altrove, magari facendo anche la fame, rischiando. Io preferirei non vivere piuttosto che fare una vita così. Questa è la mia vita: io o faccio questo o non faccio niente. Per me non c’è alternativa, non potrei vivere impiegato in un’orchestra. Non potrei proprio farlo, per nessun motivo al mondo”.
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Basterebbero queste parole di Massimo Urbani, rilasciate a Mario Luzzi all’inizio del 1975, per conoscere meglio il suo universo musicale, per tratteggiare con più realismo il suo profilo umano ed anche per illuminare qualche angolo del jazz italiano che la sua morte ha lasciato nell’oscurità.


“Molto francamente, posso dire che a quei tempi il fatto di essere così considerato sia dal pubblico che dalla critica mi riempiva d’orgoglio, ma stava anche diventando una prigione dorata: non per i guadagni, beninteso, ma perché m’impediva di continuare a sviluppare il mio lavoro. Ricordo che allora suonavo molto «free» con una carica emozionale e fisica che conservo ancora perché fa parte del mio modo di essere, di vivere e di pormi di fronte alle cose, e la gente vedeva solo questo, o quasi, condizionando anche me, impedendomi di andare avanti, di suonare altre cose. C’è voluto un periodo di ripensamento, di inattività quasi totale, per capire dove andare, cosa fare”.


Basterebbero le sue parole, in questo caso rilasciate a Carlo Verri nella primavera del 1981, per comprendere la maturità con la quale costruiva la sua ricerca e la fragilità di ragazzo con la quale affrontava la vita.


“M.U.: Purtroppo molte cose sono cambiate in senso negativo, di pari passo con quanto è avvenuto nella società in generale. C’è un maggior interesse per il successo, un rispetto minore per l’Arte; e poi spesso manca la spontaneità. Devo essere sincero, ascolto molti musicisti che non hanno idee, suonano jazz ma sarebbe meglio che non lo facessero, propongono musica che non significa niente, che è solo cattiva musica.

M.F.: Vuoi dire che secondo te il rilievo dato ai recenti sviluppi del jazz italiano è esagerato?

M.U.: In Italia ci sono almeno venti musicisti di livello mondiale, che non hanno da temere niente da nessuno, e sono loro che danno un’immagine così positiva del nostro jazz. Ma ci sono moltissimi musicisti attivi e non tutti sono su questi livelli, anzi… Devo dire che però si riscontra ancora emarginazione per il jazzista italiano, ad esempio in televisione, ma non è solo colpa dei giornalisti, fa parte della nostra mentalità, la stessa che porta i musicisti ad una rivalità sbagliata, ad una competitività basata sulla cattiveria. In Francia, o in altri paesi, tra i musicisti c’è uno spirito differente, un aiuto reciproco che ti permette di raggiungere certi risultati. Qui manca un’unione, un movimento artistico, un fermento che lega gli uomini. E quando manca questo, purtroppo, non esiste nulla.

M.F.: È strano che tu, probabilmente il musicista più precoce nella storia del jazz italiano, abbia vissuto questo decennio di crescita del nostro jazz in maniera un po’ defilata, quasi stando a guardare cosa succedeva.

M.U.: È qualcosa che mi ha in parte scavalcato e mi ha creato dei periodi di crisi; non trovando sbocchi di lavoro, e producendo meno di molti altri, mi sentivo quasi inadeguato. Per un certo periodo mi sono sentito inghiottito da questa spirale, e mentre c’erano musicisti che incidevano a ripetizione io restavo a guardare”. 


Basterebbero le sue parole, quest’ultime rilasciate a Maurizio Franco nel marzo 1993, le parole e la sua musica, per completare un commento critico meritocratico, anziché tentare di costruire architetture agiografiche intorno alla sua geniale e dannata immagine. 

Spesso la sua figura è stata fatta muovere su falsi fondali, più per ricreare un artefatto palcoscenico intorno ad un personaggio che sfuggiva a qualsiasi etichetta che per fotografare la quotidiana vitalità di Massimo, è stata piazzata in mezzo a finte scenografie che reinventavano il paesaggio reale in cui Urbani ha vissuto, è stata avvistata in luoghi forzatamente mitologici nei quali Max non sarebbe mai entrato o, se costretto dagli eventi, dove avrebbe camminato con enormi difficoltà.


Esistono due importanti documenti su Massimo Urbani, l’intervista video di Paolo Colangeli ed il libro di CarolaDe Scipio, belli ed importanti anche se incentrati quasi esclusivamente sui sentimenti (aspetto quanto mai caro al nostro Max) e sui ricordi oramai trasformati dagli affetti, ma esiste una grande confusione storica ed una dispersione di dati raccolti da tantissimi fans, ma non organizzati organicamente.


Per esempio il disco che apre questo post, riporta la data di Dicembre 1993, quando è noto che Massimo Urbani ci lasciò nella notte tra il 23 ed il 24 giugno dello stesso anno e, molto probabilmente, questo fu tra i suoi ultimi concerti, come documenta la scritta lasciata da Red Rodney sul muro del club romano.

Esiste anche un video di quella formazione, che ha suonato per un'intera settimana al club.


Ecco, mi piacerebbe rimettere a fuoco questo musicista attraverso una biografia univoca, una cronologia degli eventi, una discografia aggiornata, una galleria fotografica ed una raccolta dei materiali inediti.

Mi piacerebbe rendere a Massimo Urbani quel che gli spetta, cioè un realistico ritratto per non farlo dimenticare, e permettere ai tanti che non lo hanno conosciuto di approfondire la vita e la musica di questo musicista, non attraverso gli aspetti più privati e folklorici tanto cari a certa critica, ma raccogliendo i dati, diffondendo il suo pensiero attraverso le sue parole, condividendo la sua musica.

E per farlo ho bisogno di voi.



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Credits:

Label: A.C. Villa Celimontana
Catalog #: CD 04002
Format: CD
Country: Italy

Recorded at Alexanderplatz Club,
 Rome 1993, June

Massimo Urbani (alto sax),
Red Rodney (trumpet),
Andrea Beneventano (piano)
Dario Rosciglione (bass),
Gegè Munari (drums)

(note: several mistakes in the liner notes)


Tracklisting:


1) Red Snippers
2) Take Off Your Shoes and Listen to the Blues
3) So What
4) The Days of Wine and Roses



5) School Days
6) Lover Man
7) This I Dig of You
8) Presentazione Blues

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4 commenti:

  1. Io se lo adoro è solo grazie a te. Non smetterei mai di ascoltare Max.

    (ti seguo sempre, preso da mille impegni, ma non mollo il jazz)

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  2. stamattina, mentre facevo colazione, mi sono imbattutta in un live in tv. Non conoscevo i musicisti, sono profana in materia, però una cosa mi ha colpito molto: il modo che avevano. Si divertivano e giocavano l'un l'altro, passandosi questa musica da strumento a strumento, non mettendo alcuna distanza con chi li ascoltava. Non so spiegarlo bene, ho assistito ad alcuni concerti di pianoforte e c'era sempre un rapimento da parte di chi suonava che lo rendeva quasi irraggiungibile, invece... con il jazz è diverso. E' come se ti accogliessero in una casa per dirti 'dai amico, vieni a far parte di questa bella cosa'.
    Beh, ci pensavo stamattina e poi mi sei venuto in mente, ché anche qui capita di trovarsi in quel clima avvolgente. Come ora. E allora te lo scrivo.
    Ciao

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  3. I just found your interesting blog. These links are dead - would it be possible to repost them?

    Thank you/Otis Foster

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