venerdì 14 giugno 2013

Massimo Urbani special guest on SPIRALE _ Lovere 1979 _ Intervista a Giampaolo Ascolese


«Un batterista, quando accompagna, non deve suonare forte, ma deve stare in tensione, deve fare in modo che sotto ci sia una friggitoria, capito? Ci deve stare un fermento ritmico sotto. Il batterista non deve mettere note o accordi, ma creare una tensione ritmica costante. È una bella responsabilità»


Se avessimo una differente cultura, forse sarebbero sufficienti questi tre versi per descrivere una personalità schietta e genuina come quella di Giampaolo Ascolese, ed invece abbiamo spesso bisogno di accumulare dati, di pontificare giudizi, di stratificare per generi, di progettare progetti, anche quando basterebbe solo ascoltare la musica, nel caso di Giampaolo affidabile e raffinata, e guardare negli occhi l’uomo per tracciare il profilo somigliante di un musicista, più che attraverso mille parole. Ma dal momento che sono uno stupido jazz fan italiano e che non si trovano moltissime info in rete su Giampaolo Ascolese, ricominciamo dall’inizio.


Giampaolo Ascolese nasce a Baronissi (Salerno), il 2 settembre 1955, ma vive da sempre a Roma. La batteria lo affascina fin da giovanissimo e già dal 1970 troviamo tracce delle sue numerose ed importanti collaborazioni nel mondo del jazz. Inizia con la Living Concert Big Band di Tommaso Vittorini (1972), un insieme piuttosto eterogeneo di musicisti provenienti dal jazz, dal conservatorio, e dalla banda sinfonica di un noto corpo di polizia e, subito dopo, contribuisce con Nofri e Caporello alla nascita del mitico SPIRALE che nel 1975, grazie anche ai tanti musicisti di passaggio al Folkstudio, si evolve nella Folk Magic Band. 
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Da quei tumultuosi inizi, in quegli che forse restano tra gli anni più creativi del jazz suonato in Italia, le partecipazioni di Ascolese non si contano più e le partnerships diventano collaborazioni di rilievo. Lo troviamo accanto a Mario Schiano, Claudio Fasoli, e Massimo Urbani, tra gli altri, oltre come sideman di prestigiosi musicisti internazionali, quali Kai Winding, Dusko Gojkovic, Chet Baker, Art Farmer e Mal Waldron.
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Dal 1977 inizia ad insegnare presso la Scuola Popolaredi Musica di Testaccio, una delle più interessanti esperienze di autogestione in ambito culturale, nata nel cuore della Capitale nel 1975 su iniziativa di Bruno Tommaso insieme ad altri musicisti dell'area romana, tra cui Martin Joseph, Tony Ackerman, Maurizio Giammarco, Giancarlo Schiaffini, Eugenio Colombo, Giovanna Marini e Michele Iannaccone.
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Nel 1980 si reca negli Stati Uniti per un corso di specializzazione alla “Berklee School of Music” di Boston, facendo una serie di concerti con musicisti locali ed ottenendo il massimo dei voti. Tornato in Italia si  diploma in Strumenti a Percussione al Conservatorio di musica “A.Casella” dell’Aquila,  sotto la guida del M° Gianluca Ruggeri , iniziando  una attività di percussionista classico-contemporaneo che tuttora conduce. Per tutti gli anni Ottanta collabora con Nunzio Rotondo, Enrico Pieranunzi, Rita Marcotulli ed Enzo Scoppa, ma suona ed incide anche con Sal Nistico, Lou Bennett, Chet Baker, Mike Melillo, Lee Konitz e Steve Grossman.
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Nel 1990 inizia a collaborare con Nicola Arigliano. Nel 1992 prende parte all’interessante Modern Big Band di Gerardo Iacoucci, registrata su disco per la yvp music. Nello stesso anno partecipa, come timpanista e batterista, alla colonna sonora di Evan Lurie per “Il Piccolo Diavolo” di Roberto Benigni, per il quale inciderà anche in “Johnny Stecchino” ed “Il Mostro”. Nel 1994 fonda il gruppo Isoritmo, con il quale incide quello che viene considerato il primo disco a suo nome. 
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Dal 2000 è attivo un trio con Dario Lapenna e Gianluca Renzi, che sfocia nell’originale progetto “Couleur Musique”, primo esperimento multimediale di Ascolese, nato in collaborazione con sua moglie, la pittrice Marie Reine Levrat, che proseguirà con “Let it Be….atles” omaggio ai quattro di Liverpool nel quarantennale della pubblicazione di “Sgt. Pepper’s”, per arrivare all’ultimo lavoro del 2013, Elle, Singulière, Plurielle.
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Un’attività intensa e sfaccettata, quella di Giampaolo Ascolese, che va avanti attraverso una strada squisitamente musicale da più di quarant’anni, forse ancora non precisamente inquadrata dalla critica ufficiale. Basterebbe ricordare l’inizio con Mario Schiano ed i vent’anni di collaborazione con Nicola Arigliano per tracciare il profilo somigliante di un musicista, più che attraverso mille parole.
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Schiano diceva dell’avanspettacolo «è un amore che mi sarei portato dietro per tutta la vita. L’avanspettacolo delle numerose compagnie che lavoravano nei cinema di quartiere, tra una proiezione e l’altra, è una forma di spettacolo tipicamente italiana; non c’entra nulla né con il vaudeville europeo né con il musical americano, ed è tutta giocata sulla creatività istantanea, sul dialogo improvvisato comico-spettatore ai limiti del grottesco».
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Arigliano per molti è considerato solo un cantante italiano come altri, per alcuni appena uno strampalato croooner, per pochissimi un grande uomo di spettacolo ed un impareggiabile intrattenitore. Così Giampaolo raccontava un aspetto di Nicola Arigliano in un’intervista con Vincenzo Martorella «per Nicola il pubblico è il totale giudice di qualsiasi spettacolo. Per lui è facile catturare l’attenzione del pubblico, visto quel suo naturale talento che racchiude in sé l’anima di Totò, Eduardo, Nino Taranto, oltre naturalmente a Nat King Cole, Joe Wulliams e Anita ‘O Day, che sono i suoi cantanti preferiti. Di Nicola bisogna cogliere il fondamentale aspetto di interazione… lui usa dire “quando il pubblico non ti chiede almeno due bis hai fatto cilecca!”»
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Ma torniamo al titolo di questo post, Massimo Urbani special guest on SPIRALE, che nasce grazie al prezioso omaggio di un nastro che mi fece tempo fa Riccardo Beduschi. Riccardo, che se ne è andato nel settembre dello scorso anno (è quello in alto a dx, col registratore a tracolla), ha animato per tanto tempo Inconstant Sol uno dei blog di riferimento per gli appassionati di registrazioni  inedite e storiche di concerti jazz. È grazie alla sua generosità, cosa rara tra i fan italiani che tendono a tenere chiuse come reliquie le proprie passioni, se oggi posso condividere con voi quel concerto di Max, e se ho avuto l’occasione d’incontrare Giampaolo Ascolese.
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JfI: Ciao Giampaolo,
e intanto grazie per essere qui.
Sono passati vent’anni dalla scomparsa di Massimo Urbani, il suo ricordo si è diluito nel tempo?

GA: Assolutamente no, anzi spessissimo ne parliamo con i comuni amici quando ci vediamo per suonare ( perché ogni tanto ancora ci vediamo...)
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JfI: Pensi sia lo stesso per la critica “ufficiale” e per i nuovi amanti del jazz?

GA: Certo, ancora tutti i critici (anche quelli che lo snobbavano in vita, in verità) lo ricordano con molto rispetto (vedi appendice Musica Jazz giugno 2013 - N.d.r).

JfI: Vuoi raccontarci come vi siete conosciuti?

GA: Brevemente, nel 1971 al Liceo Castelnuovo di Monte Mario ci fu l’ennesima occupazione studentesca; il padre di Massimo era il bidello, diciamo, più rappresentativo e ci ha invitati tutti a suonare lì per tre giorni.
Massimo era già conosciuto nel quartiere e in tutto l’ambiente dal Jazz, ma devo dire che anche io mi difendevo, lui però, a differenza mia era già andato al Conservatorio di S. Cecilia con Tommaso Vittorini, Tony Formichella, Nicola Raffone,  ed altri musicisti dell’epoca che non ricordo, a seguire  le prime lezioni di Jazz tenute dal Maestro Giorgio Gaslini. Suonammo assieme al Castelnuovo e da lì nacque la nostra collaborazione fino, aihmè, alla sua scomparsa.
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JfI: Non ci sono “dischi ufficiali” con voi due, anche se esiste un bellissimo live del suo Quartetto, registrato su nastro il 6 agosto 1987 da Gerardo Iacoucci al Festival di Supino e pubblicato postumo dalla Philology di Paolo Piangiarelli, dove ci sei anche tu. In apertura Massimo vi presenta, con tutta l’emozione che lo contraddistingue, come i suoi migliori collaboratori. Cosa ricordi di quella serata?

GA: Fu una bellissima serata e il disco della “Philology” è un disco “ufficiale”, anche se postumo. Te lo dico proprio perché, fin’ora, era l’unica testimonianza “ufficiale” di una nostra collaborazione.
Fu una serata splendida ed in quella occasione conobbi Luca Flores, anche lui splendido musicista ma molto diverso da Massimo, era molto introverso e alcune volte avevi paura di parlargli, per timore che avrebbe preso male tutto quello che dicevi.
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JfI: Uno dei pezzi registrati è I Got Rock, a nome di Massimo Urbani. Nonostante l’evidente capacità di fare suo ogni pezzo che interpretava, è rimasta pochissima musica “scritta” da lui. Come nasceva la musica di Massimo?

GA: Massimo era un istintivo, quando suonava ascoltava le sequenze armoniche e ci riusciva subito ad improvvisare attorno, ma non aveva una grande conoscenza della teoria, a parte il solfeggio che conosceva a menadito ( solfeggiava come un musicista di estrazione classica). Quindi gli doveva venire tutto all’impronta e se pensava a qualche accordo, o si faceva aiutare, oppure componeva i pezzi modali, come appunto, “I got Rock”
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JfI: Oltre a Pino Sallusti al contrabbasso, c’era anche Luca Flores, al piano. Un altro grande musicista che ha pagato caro il suo connubio tra Arte e vita. Riusciresti a ritrarre Luca in poche parole?

GA: Non sono più riuscito a entrare in confidenza con lui, a parte quella serata, in cui sono entrato con lui in sintonia solo nella musica, anche perché avrà detto al massimo dieci parole, la maggior parte delle quali riferite ai brani musicali che ci accingevamo a fare. Luca Flores era di pochissime parole e, per me che sono un estroverso, era difficilissimo comunicare con lui. Ma con la musica, credo ( e spero..) che ci siamo riusciti.
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JfI: Tu hai suonato anche con Mario Schiano, Nunzio Rotondo, Larry Nocella e Chet Baker, oltre a tantissimi altri giganti di questa musica. Chi ha lasciato un segno più profondo sul musicista Ascolese?

GA: Tutti, assolutamente tutti, chi per un verso chi per un altro, ti ricordo che ho anche suonato 20 anni con Nicola Arigliano il quale forse è quello che mi ha insegnato di più nel campo professionale. Ma anche gli altri, ripeto, tutti mi hanno insegnato qualcosa.

JfI: E sull’uomo Giampaolo?

GA: Beh, su quello diciamo che il mondo in generale mi ha insegnato qualcosina sai, adesso le primavere sono 58…
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JfI: Torniamo a Max, all’equilibrio naturale e complesso tra la sua genialità musicale e la preziosa semplicità umana. Moltissimi sono gli aneddoti contrastanti su Massimo, dalla sua profonda passione sul cinema e sulla Roma, alla sua conoscenza inspiegabile della toponomastica stradale, fino a quell’estrema difficoltà manuale di farsi un nodo alla cravatta o di cambiare le pile in un registratore.
Pensi che questi due mondi lontani e contrapposti potessero vivere insieme senza fatica e dolore?

GA: Assolutamente si.., era fantastico il suo modo di essere naif per le cose pratiche, tipo farsi il nodo della cravatta, o allacciarsi le scarpe, o portare semplicemente un portafogli con dei soldi… (mai avuto nulla del genere !).
Ma per altre cose era raffinatissimo: sapeva a memoria tutte le capitali europee (facevamo le gare in macchina, tipo “lascia o raddoppia”) ed era informatissimo su tutti i film Italiani degli anni “d’oro”, ovviamente tutti quelli con Sordi, ma non solo…
Lui aveva una sola cravatta, con lo stemma della Roma e la teneva sempre con il nodo che allargava e stringeva ogni volta che se la doveva mettere. Credo che abbiamo fatto alcune trasmissioni Rai in diretta con quella cravatta...
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JfI: Si parla da sempre dell’influenza musicale di Bird su Massimo, anche se sembra impossibile non ritrovare un viscerale amore verso Coltrane, quantomeno nell’atmosfera complessiva della sua sonorità. Tu hai raccontato a Carola De Scipio un divertente resoconto di un Capodanno a Cavedine, vicino Trento, dove Massimo ha “salvato” la serata suonando anche pezzi di Raul Casadei. Qual è l’albero genealogico da cui discende Max, secondo te?

GA: Beh quella fu davvero una serata speciale, non mi aspettavo questa presenza di spirito di Massimo, secondo me era causata da un grandissimo istinto di conservazione.
60 Alpini ubriachi che vogliono il liscio, non li auguro a nessuno !...
Ovviamente il repertorio di liscio di Massimo non era estesissimo e per fortuna poi il padrone del locale aveva una nutritissima collezione di cassette di Casadei.
Così, tra i fumi dell’alcol, dopo aver esaurito il nostro ristrettissimo repertorio di liscio, lo abbiamo prima suonato con le cassette, in playback e poi ce la siamo svignata alla chetichella… Mi ricordo anche che ci siamo buttati in pista a ballare.

E comunque Massimo adorava Bird secondo me, più per quello che rappresentava che per quello che suonava. Musicalmente Massimo era molto più vicino a Coltrane, all’ultimo Coltrane, proprio per il discorso “modale” che ti ho fatto prima.
L’albero genealogico è stato sicuramente la formazione della banda musicale di Monte Mario, che l’ha formato musicalmente.
Sembrerebbe assurdo, ma non puoi sapere quanto sia importante per un ragazzino che voglia suonare,  avere a disposizione nel proprio quartiere una banda.
E poi sicuramente Bird e Coltrane nella stessa misura.
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JfI: Massimo ha avuto un successo, ed un’attenzione ampia, fin da giovanissimo, eppure credo che la critica e tutto l’ambiente dei musicisti lo prendevano a cuore e lo lasciavano solo con la stessa facilità. Pensi che il suo destino era già scritto o che sarebbe stato possibile modificarlo in qualche modo?

GA: Massimo era sicuramente amato da tutti ma, ogni tanto, faceva di tutto affinché questo amore si assottigliasse.
Non era facile lavorare con lui, e soprattutto non era facile girare con lui. Un conto è che si facessero concerti a Roma dove, bene o male, come finiva finiva, lo imbarcavamo su un taxi che lo portava a casa. Ma andare in giro per l’Italia a volte era un problema .
Andare in giro con lui all’estero poi credo che amplificasse tutti i suoi problemi e quelli di coloro che lavoravano con lui.
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JfI: Nel 1979 siete stati invitati al Jazz Jamboree di Varsavia, un importante riconoscimento del jazz italiano in un contesto europeo. Ci racconti quel viaggio?

GA: Ecco, quello fui un fulgido esempio di come Massimo si comportasse bene all’estero. Anche perché noi rappresentavamo l’Italia, assieme ai “Sax Machine” di Bruno Biriaco, e a Tullio De Piscopo.
Forse perché con noi viaggiava il “gota” dei critici Italiani capitanati dal Direttore di Musica Jazz dell’epoca, ma Massimo lì si comportò benissimo.
I suoi comportamenti, diciamo, imbarazzanti cominciarono a susseguirsi con la comparsa, ahimè, dell’eroina che successe qualche anno dopo.
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JfI: Secondo te ha senso parlare di Jazz italiano?

GA: Ha un senso se si fa uno studio sulle nostre radici e si tenta di evidenziarle filtrandole con l’animo del Jazz. Ovviamente non solo con l’animo, ma anche con le armonie, il ritmo e le dinamiche del Jazz. Ma se si fa il verso ( come purtroppo succede alla maggior parte dei Jazzisti nostrani, me compreso) agli americani, tentando di imitarne in tutto e per tutto il linguaggio “sul loro terreno”, siamo già perdenti in partenza.
Il fatto triste è che la musica italiana, le cosiddette “radici”, non sono molto stimolanti, a parte la musica Napoletana o alcune canzoni folkloristiche regionali.
Solo la musica degli anni ‘ 20, ’30 ’40 ’50 e ’60, quella dei nostri nonni, ha tentato di creare una sorta di Jazz Italiano, con le ritmiche prese dal “fox trot” o dallo “swing” ed i testi in italiano.
Tra le altre cose, anche la lingua Italiana è perdente in questo senso, perchè, non avendo tronche, può essere utilizzata solo nella lirica, ed infatti, nella lirica tutte le espressioni dinamiche sono in italiano.
La nostra lingua più adattabile al Jazz, al rock, al funk o all’ “hip hop”, o in ogni caso a tutta la musica moderna è la lingua Napoletana (perché  di  “lingua”  si tratta).

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JfI: Già nel 1970 tu avevi creato, con Corrado Nofri, Giuseppe Caporello, Giancarlo Maurino e Gaetano Delfini, il gruppo SPIRALE, che ha registrato un solo album omonimo nel 1974, per la King. Insieme ai Perigeo, gli Area e il Canzoniere del Lazio, SPIRALE è stata la punta di diamante della musica jazz-folk di quegli anni. Ci racconti quell’avventura?

GA: Abbiamo appunto tentato di creare una sorta di Jazz Italiano, probabilmente la ragione era che non potevamo fare altrimenti perché le nostre risorse tecniche erano veramente minime, ma penso che ci siamo riusciti. Forse anche perché sia il nostro discografico (Tony Cosenza) sia il nostro produttore (Aurelio Fierro), erano napoletanissimi, e così, per farli contenti…
Pensa che con il primo album “Spirale” abbiamo venduto 4500 copie! Un successone.
In ogni caso io ero l’ultima ruota del carro, colui che tirava il carretto di tutta la linea musicale di Spirale era Corrado Nofri, a tratti coadiuvato da Peppe Caporello. Era anche il più grande di età di tutti noi ed aveva veramente un grande cervello musicale. Peccato che tecnicamente non fosse molto dotato, anche perché in questo lavoro o ti occupi di composizione, oppure diventi uno strumentista ad alti livelli, sai, la giornata è fatta di 24 ore….
E Corrado era senz’altro uno dei più fervidi compositori di quel periodo.
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JfI: Nel 1975, dopo lo scioglimento del primo gruppo, con Giancarlo Maurino e Gaetano Delfini hai dato vita ad un nuovo progetto, la Folk Magic Band, che culminò con l’uscita del disco omonimo, nel 1976.  È stata un’evoluzione naturale del vostro percorso, una contingenza possibile solo in quegli anni di sperimentazione o cosa?

GA: E’ stata un’altra grande idea di Corrado Nofri, alla quale io ho aderito con grande entusiasmo ed anche lì Corrado ha fatto centro!.
Sicuramente poi il contatto con molti gruppi folkloristici dell’epoca ci ha molto ispirato, a Roma ce ne erano tantissimi e tutti bravissimi, e poi un po’ tutti frequentavamo il Folkstudio.
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JfI: E veniamo al live in questione: dai dati in mio possesso, questo concerto è stato registrato alla terza edizione del Festival di Lovere, il 16 giugno 1979, dove, oltre a te alla batteria e Massimo Urbani al sax alto, c’erano Silverio Cortesi alla tromba, Corrado Nofri al piano e Peppe Caporello al contrabasso.
Ha senso parlare di SPIRALE?

GA: Sicuramente ha senso perché c’era tre quarti del gruppo e poi Silverio in quel periodo era come un fratello sia per Gaetano, sia per tutti noi. Massimo qui ha dato il suo grandissimo apporto “Be-Bop” ad un gruppo che tutto era fuorché “Be-Bop”.
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JfI: In quella seconda serata, oltre al vostro gruppo, c’erano anche lo String Trio of New York ed il Kalaparusha Quartet. Cosa ricordi di quella serata?

GA: Ti assicuro che non mi ricordo proprio nulla, anche perchè, diciamo, in quel periodo (avevo qualche anno in meno e qualche capello in più) prima e dopo il concerto non bevevamo solo acqua minerale e non si fumava certo la sigaretta elettronica…
Infatti il fatto che ci fosse Silverio, adesso l’ho saputo da te, io non me lo ricordavo !!.
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JfI: Nel 2007 anche Corrado Nofri ci ha lasciato, ma voi cinque siete tornati insieme, con tuo fratello Michele alla chitarra al suo posto, realizzando un nuovo disco (Live Inside _ Lake Records 2011) e vari concerti. Cosa vuol raccontare SPIRALE oggi?

GA: Purtroppo vorrebbe raccontare tantissime cose, ma non riesce a farlo perché tutti noi siamo impegnati a portare la “pagnotta” a casa.
Mio fratello Michele comunque è stato il primo componente “armonico” di Spirale, e poi, quando lui ha deciso di suonare la musica “Pop”, è subentrato Corrado .
Quando suonavamo negli anni ‘ 70 avevamo la possibilità di vederci tutti i giorni perché c’era qualcuno che si occupava della nostra nutrizione, sia mentale che fisica.
Ora sono dolori… se ti azzardi a passare una giornata a suonare senza pensieri come una volta e, malauguratissima ipotesi, ti azzardi a spegnere il telefonino, dopo, quando lo riaccendi, ti fa pentire di averlo spento. Devi richiamare tutti quelli che ti hanno chiamato, magari per delle nullità… E così nel frattempo ci ha guadagnato solo la compagnia dei telefoni che usi..
E’ così che va la vita adesso, si corre si corre, e sembra che non si riesca a fare in tempo a far nulla. Ma la tecnologia non doveva aiutarci invece che obbligarci a starle dietro ?


JfI: Qual è stata l’ultima volta che hai visto Massimo Urbani?

GA: Beh questo veramente non me lo ricordo proprio, mi dispiace.
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JfI: Tra i tuoi recenti progetti ricordo il famoso “Let it Be….atles”, che ha raccolto numerosi consensi e l’ultimo chiamato “Elle, singulière, plurielle”, dedicato alle donne del ‘900. Ce li vuoi raccontare?

GA: Io che parlo male della tecnologia, adesso, nelle mie produzioni utilizzo solo quella.
Ho 4 progetti multimediali in attività, uno dedicato al Jazz “But Beautiful” e tre che ho creato assieme a mia moglie , la pittrice Marie Reine Levrat, “Couleur Musique” , “Let it Be,..atles” , e appunto “Elle, Singulière , plurielle”. Io penso che per me sia la migliore via per esprimersi, oggi. Non sono un bello e giovane ragazzo (cosa che adesso, nel mondo dello spettacolo conta e più di qualsiasi talento artistico), non sono un grande cantante, men che meno una bella e giovane cantante e quindi, dato che ora ai concerti ci vuole almeno un elemento visivo in più, nei miei progetti c’è sempre il progetto visivo che, nella maggior parte dei casi è sempre in sincrono con la musica “live”.
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JfI: Cosa c’è nel futuro di Giampaolo Ascolese?

GA: Nell’immediato c’è l’uscita del dvd “Elle, Singulière, Plurielle” che finalmente, dopo quasi 3 anni di lavorazione, dovrebbe uscire per la “Realtimerecords”. E’ un progetto multimediale di musica ed immagini creato da me e da Marie Reine Levrat, in cui vengono esaltate le grandi figure femminili del 1900.
Vi farò sapere e magari se ne potrebbe parlare fra qualche tempo.
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JfI: Giampaolo, grazie ancora per i tuoi ricordi, per la tua passione e per la tua musica.

GA: Grazie a te e complimenti per il tuo blog e la tua passione.
Tu forse non lo sai, ma noi abbiamo bisogno di persone come voi, come il pane quotidiano. Quindi grazie di cuore anche a te, ed alla prossima.
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Credits:

SPIRALE Live
special guest
Massimo Urbani

Recorded live in Lovere, Italy,
on June 16th, 1979
(mics recording)

Massimo Urbani (alto sax)
Silverio Cortesi, (trumpet)
Corrado Nofri, (piano)
Peppe Caporello, (bass)
Giampaolo Ascolese, (drums)

 
1. uk. track #1
2. uk. track #2
3. Tender Song (C. Nofri)
4.
Cabral (P. Caporello)
5. Wakatanka (P. Caporello)



Note di Peppe Caporello:

Con questa registrazione hai destato in me tante sensazioni che mi hanno ricordato quell'estate.

purtroppo io subito dopo il festival partii per il sudamerica e quindi presto mi dimenticai di alcuni di quei pezzi che suonammo a Lovere. Lo stile, penso che lo avrai riconosciuto, spaziava tra Mingus, Shepp, Cherry e naturalmente quello tipico di Spirale.

Il primo pezzo è molto mingusiano ed è stato scritto da Corrado (è sull'onda delle cose che facemmo con M. Schiano) ma di cui non ricordo il nome.
Il secondo pezzo è ancora di Corrado e ricorda di più le atmosfere che ci ricollegavano a Don Cherry ed a i pezzi già fatti con la Folk Magic Band (non ricordo il nome).
Il terzo pezzo è una ballad molto bella di Corrado di cui non ricordo il nome.
Il quarto pezzo è mio, si chiama Cabral ed era il cavallo di battaglia di Spirale (sta anche nel primo disco e nel nuovo CD che abbiamo registrato nel 2011).
L'ultimo pezzo è ancora mio e si chiama Wakatanka, ed è ispirato alle melodie degli indiani pellerossa.

Che altro dirti, Massimo suona da dio e Silverio cerca di fare del suo meglio.
La ritmica di Spirale è sempre stata il nostro piatto forte ed anche questa volta mi sembra che si faccia rispettare...

Un caro saluto



Massimo Urbani
Alto Sax
Maj 8th, 1957 - June 24, 1993

7 commenti:

  1. Splendida intervista. Di nuovo grazie, grazie infinite per questo materiale.

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  2. Grazie, non l'avevo mai ascoltato.
    il titolo del terzo brano è Tenders Song, è registrato anche in 360 aeutopia...

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  3. Grazie a voi di questi primi input!
    Io continuerò a cercare di condividere materiali inediti che rischiano di essere dimenticati o, peggio ancora, mai ascoltati.

    @koko: è vero! da quanto tempo non facevo girare quel vinile sul mio piatto... tracklist aggiornata; ancora grazie a te per l'aiuto ed anche per il link su saxforum.

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  4. Bella intervista, ma Rapidshare è talmente lento cheho rinunciato al download :-(

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    1. non solo e lento, ma manca il file cue e si sentono solo 51 secondi del cd spirale

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  5. merci mon frère.

    Costa

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  6. Carissimo, che emozione. Rapidshare è lento, ma questa cosa la voglio ascoltare e riascoltare e tenerla per me. E' proprio vero che le testimonianze della musica di Massimo sono in gran parte ancora da scoprire. E poi qui ci sono altri amici di allora, a cominciare dal povero Corrado. Un'altra gemma in quello che fa impallidire qualsiasi antico tesoro di pirati !!!
    Roberto Del Piano

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